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Resoconto semiserio di 7 giorni a Sharm El Sheik

Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia stesso mare.

Mai citazione iniziale fu meno azzeccata! Se vi siete imbattuti nei resoconti di viaggi precedenti, sapete che in vacanza a me piace girare, stare fermi in un posto va bene solo se parliamo di Rocca di Mezzo. Ma quello è il mio buen ritiro, non la considero neanche vacanza, è il mio luogo, il posto dove scappo appena possibile, per ritemprarmi e rilassarmi. La vacanza solitamente è invece scoprire posti nuovi, visitare cose mai viste. Quest’estate, abbiamo optato per una vacanza stanziale, resort all inclusive, pancia all’aria per una settimana, al sole del Mar Rosso.

In realtà la scoperta del nuovo è avvenuta anche stavolta, o meglio tutte le volte che ci siamo tuffati con le maschere in prossimità della barriera corallina: un’esplosione di colori, di coralli, di pesci di tutte le forme che nuotano tranquillamente accanto a te, è uno spettacolo che lascia sempre a bocca aperta.

Imparare a nuotare è stata una delle scelte più intelligenti fatte dopo i cinquant’anni! Alterno sentimenti contrastanti, fra il rammarico di tutto i mari che mi sono perso prima e la soddisfazione di essere riuscito a superare la paura che mi aveva sempre bloccato fino a qualche tempo fa. Certo il periodo non è proprio quello più adatto per andare in quei posti: il caldo era asfissiante e stare al sole era comunque complicato, a qualsiasi ora, però almeno avevi un ulteriore incentivo per stare a mollo!

A parte la gentilezza del personale del resort, il resto della fauna locale non brillava certo per simpatia. In spiaggia ti offrono di tutto, dai massaggi, al taglio dei capelli, dai souvenir, alle gite, dalle foto ai trattamenti di bellezza. Addirittura fra le dotazioni, c’era la possibilità di mettere una piccola bandierina rossa sull’ombrellone, che voleva dire, “grazie, non ci serve nulla!” e quello era l’unico modo di essere lasciati un po’ in pace. Alla fine abbiamo ceduto ad uno di questi promotori e abbiamo fatto due escursioni a Ras Mohamed, la parte più meridionale della penisola del Sinai, una in barca tutta la giornata ed una in una mattinata, via terra.

Nell’escursione via terra siamo andati a visitare la cosiddetta “Porta di Allah” un monumento eretto nel 1990 in occasione della pace fra Egitto ed Israele. Una serie di blocchi di cemento che formano la scritta “Allah è l’unico Dio“. Molto suggestivo!

Nella gita in barca ci hanno portato all'”Isola che non c’è“, un lembo di spiaggia che emerge in mezzo al mare in particolari momenti della giornata. Un posto meraviglioso con un’acqua cristallina, purtroppo preso d’assalto da una moltitudine di persone, che senza dubbio rovinano l’atmosfera comunque incantevole.

Il resort offriva sempre degli spettacoli serali, ma qualche uscita a Sharm vecchia andava fatta per forza. Un bazar a cielo aperto, anche qui con venditori insistenti tipo i lavavetri ai nostri semafori, che tentano di propinarti qualsiasi cosa (tutti rigorosamente in Italiano, lingua conosciutissima!). Molto bella la grande moschea, proprio sulla piazza principale.

Altro giro notturno ad un locale molto particolare, il Farsha caffè, arrampicato su una collina che si affaccia sul mare. Uno dei luoghi più kitsch che abbiamo mai visto, ma comunque con uno suo indiscutibile fascino!

L’ultimo giorno poi non poteva mancare l’escursione con i quad e un giretto sul cammello!

La gita comprendeva anche il thè nel deserto per visitare i luoghi dei beduini. Che in realtà temo avessero ben poco dei luoghi originali: ci è sembrata piuttosto una ricostruzione ad uso e consumo dei turisti. Poco male, i posti sono comunque molto suggestivi. Unica nota stonata l’uso improprio di bambini, che come sempre cercano di venderti souvenir o semplicemente chiedono l’elemosina.

Insomma, alla fine siamo stati molto bene, abbiamo evitato di bere acqua che non fosse rigorosamente minerale, evitando anche il ghiaccio (questo con un po’ più di fatica…i cocktail quasi caldi sono imbevibili!) ma almeno nessuno ha avuto grossi problemi intestinali (i racconti di amici ci avevano un po’ terrorizzato sul tema!). Sette giorni sono volati e ci è rimasta la voglia di tornare, magari in una stagione diversa, con qualche grado in meno!

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Il tappo della discordia

Siamo arrivati a fare una polemica sui tappi. E no, stavolta Brunetta non c’entra. Lui ormai si è sistemato al Cnel, un istituto utile su per giù come un calendario dell’anno scorso, ma almeno non fa danni, né problemi. La polemica nasce da una norma introdotta pochi giorni fa dall’Unione Europea che impone alle fabbriche di bottiglie di plastica di inserire dei tappi che dopo l’apertura non possano staccarsi dalla bottiglia.

Una rottura di palle senza uguali, ammettiamolo. Che però evita il disseminamento dei tappi in giro per l’ambiente. In Olanda la norma è già operativa da tempo. I coltivatori di tulipani hanno calcolato che negli ultimi anni erano stati ritrovati nelle spiagge oltre 20 milioni di tappi di plastica, numero che si è ridotto di oltre il 70% grazie all’introduzione di questo accorgimento.

La norma ha dato l’opportunità a Salvini per dimostrare per l’ennesima volta il suo quoziente intellettivo. nell’ultima demenziale campagna elettorale per le europee infatti, lo slogan “meno Europa, più Italia” veniva reso graficamente proprio dall’immagine di un minus habens che non riusciva a bere per colpa del tappo attaccato alla bottiglia.

Interrogarsi sul quoziente intellettivo di chi vota Lega è del tutto superfluo, quindi passerei oltre. Piuttosto però mi interrogo sulla vicenda in generale. Perché in effetti, al di là di chi è contrario o di chi è favorevole ad una norma simile, la domanda vera è un’altra. Possibile che per tutelare l’ambiente, per far capire alle persone che l’inquinamento è già oggi una minaccia per il nostro futuro più di qualsiasi guerra, pandemia o sciagura ci possa capitare, dobbiamo essere costretti da una legge a non buttare via il tappo di plastica delle bottiglie? Peggio di bambini capricciosi, possibile che se non ci impediscono di fare qualcosa con la coercizione, non riusciamo a evitare di fare danni irreparabili per noi e per le generazioni future?

Ma ovviamente quando il dito indica il futuro, il leghista si ferma al tappo.

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Un futuro da scrivere

Un nuovo giorno o un giorno nuovo, si interrogava Baglioni qualche anno fa. Ma poi in realtà non è un’alternativa così fondamentale, perché invece quello che conta veramente è la volontà di aggiungere novità ai nostri giorni. O forse, ancora meglio, l’importante è la disposizione d’animo per accogliere le novità nei nostri giorni. La vita scorre e va avanti, accadono cose, fatti, persone, situazioni, cose belle, cose brutte, imprevisti, ciò che era prima non è detto sarà anche dopo. Domani potrebbe non essere uguale a ieri e a volte, questo può non dipendere da noi, può accadere senza che noi abbiamo fatto nulla, anzi a volte può succedere contro tutto quello che avevamo fatto per non farlo accadere.

Quello che conta veramente, quello che dipende esclusivamente da noi, è accogliere il cambiamento, mettersi nelle condizioni per farlo entrare senza remore e senza paure. Non nella prospettiva di cancellare quel che è stato: il passato non si cancella, fa parte di noi, possiamo ricordarlo con un sorriso o con una lacrima, possiamo farci pace o rimanere arrabbiati con lui, ma oggi siamo quello che siamo proprio per quel che ci è accaduto.

Il domani che verrà non cancellerà quello che è successo, perché mai dovrebbe? Che si andrà in rottura o in continuità, comunque nessuno prenderà il posto di chi non c’è più, ma ci sarà un nuovo giorno che potremo far diventare giorno nuovo. Quello possiamo fare, perché quello dipende da noi. E a quel punto poco importa se sarà un nuovo capitolo di un vecchio libro o se avremo cominciato un libro nuovo. In ogni caso ci saranno pagine bianche da scrivere e quello che ci scriveremo sopra dipenderà solo ed esclusivamente da noi.

E proprio così noi abbiamo accolto Didi.

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Non siamo più un Paese buono

Le cose accadono. Mentre siamo attenti a fare quello che dobbiamo fare. Mentre siamo concentrati sulle nostre priorità, non ci rendiamo conto che il mondo intorno a noi cambia, si evolve, le situazioni prendono pieghe e sviluppi inattesi e inaspettati. La realtà è sempre più complessa di quello che pensiamo, ma la complessità è faticosa e la concentrazione a seguire tutto a volte ci fa perdere di vista le cose importanti. Provate a fare questo test.

Ci perdiamo un numero impressionante di situazioni, di fatti, di eventi che accadono intorno a noi, magari affianco a noi, senza che noi ci rendiamo conto. Ma quante cose belle ci perdiamo in questo modo? E quante persone deludiamo per la nostra distrazione. Persone che soffrono in silenzio, a cui basterebbe una parola o un sorriso. Se non avessimo sempre altre priorità a cui badare.

A John Lennon viene attribuita la frase “la vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti“. Non so se l’ha detta lui, ma sicuramente è una frase che ci dovrebbe far riflettere. Senza dubbio, tante cose ci passano sotto gli occhi senza che ce ne rendiamo conto. Ma ce ne sono poi altre che di proposito non vogliamo vedere. A volte non si tratta di disattenzione, ma di aggiustamenti di comodo. Siamo concentrati a contare i palloni, siamo anche bravi, non sbagliamo e siamo orgogliosi di noi stessi perché li contiamo tutti, ma questo non esaurisce la realtà.

Probabilmente siamo chiamati anche ad altro, ma se restiamo impegnati solamente su quello che ci interessa, è possibile che scegliamo di non vedere, è più che probabile che decidiamo di oscurare una parte della realtà. Perché non ci piace, perché pensiamo di non poterla cambiare, perché a volte ci fa comodo così. Ma in questo modo però rischiamo di svegliarci un giorno, trovandoci in una realtà che non è quella che pensavamo. E ancora peggio. Rischiamo di non riconoscerci più.

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Moglie e buoi

Moglie e buoi dei paesi tuoi! E così questa Elena Donazzan ha pensato bene di rispolverare l’antico adagio per farne il suo manifesto elettorale in vista delle prossime europee. D’altra parte quell’altro genio di Salvini adotta lo slogan “Più Italia meno Europa”, che per elezioni europee mi sembra più esilarante di una battuta di Stanlio & Ollio, quindi perché stupirci.

Peccato che io non mi sia voluto cimentare in quest’agone elettorale, altrimenti avrei certamente preso spunto da questa Donazzan. Però sarei andato più a fondo, al vero nocciolo del problema. Perché non c’è dubbio che i matrimoni misti siano una vera calamità, un’autentica piaga sociale, ma la questione veramente spinosa non è quella fra cattolici mussulmani. Ma quando mai!

I peggiori, a livello di conseguenze future, per le civili convivenze e per l’equilibrio psicofisico dei figli, quelli che potenzialmente possono fare danni seri e irrecuperabili, cari viaggiatori ermeneutici, sono i matrimoni misti tra laziali e romanisti!

P.S. Quando sento questi cialtroni ogni volta i miei buoni propositi di non andare più a votare vengono traditi. Niente da fare, mi tocca andare anche questa volta!

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Tempo al tempo

In questi giorni, complice la macchina dal meccanico, mi è capitato di riprendere la metropolitana. Rispetto a quando prendo la macchina, alla fin fine il tempo per arrivare in ufficio è su per giù lo stesso, solo molto più scomodo. Soprattutto riflettevo su una cosa e una domanda mi è sorta spontanea.

In mezzo alla gente infatti, ti rendi conto che le persone hanno tempo per un sacco di cose. Hanno tempo per leggere un libro o per ascoltare della musica. Hanno tempo per stare sui social o per chattare con qualcuno. Hanno tempo per pianificare una vacanza o per finire un lavoro. Hanno tempo per impicciarsi degli affari altrui o per arrabbiarsi al telefono con la linea che va e viene. La gente ha tempo per un sacco di cose. E quella domanda continua insistente dentro di me.

Perché poi vedi che le persone hanno tempo per fare un giochino elettronico, qualche boomer come me addirittura azzarda una Settimana Enigmistica. Hanno tempo per portarsi appresso un cane e qualcun altro una bicicletta. Hanno tempo per mangiare uno snack, per dare una moneta al solito suonatore ambulante, hanno tempo per parlare della Roma e della Lazio e per insultare il politico di turno. E la domanda rimane appesa senza una possibile risposta.

E perciò, cari viaggiatori ermeneutici, è davvero impressionante constatare che le persone hanno tempo per così tante cose. Ma allora mi chiedo e vi chiedo, perché mai non hanno tempo per lavarsi le ascelle?

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La favola della principessa Rose e di tutti i bimbi sperduti

A volte la notte resto sveglio a pensare. O a farmi delle domande. Cioè, sto qui al buio e…continuo così a stare sveglio e mi chiedo se…o faccio domande…E poi mi arriva questa voce che dice, “hai un cane, sii felice!” (Charlie Browne)

Lasciare andare qualcuno che si ama è la cosa più difficile. Necessaria forse, ma molto dolorosa. La nostra principessa pelosa ci ha lasciato dopo 16 anni di vita insieme. Chi non ha un cane non può capire. Davvero non può, neanche io qualche anno fa sarei riuscito a comprenderlo. Perché chi non ha sperimentato la strabordante valanga d’amore che questi esserini possono riversarti addosso, stenta a comprendere il legame che si crea con loro. Vivono con noi, fanno parte della famiglia è ovvio, non sono figli (anche se loro questo mica lo capiscono!), ma come i bambini sperduti di Peter Pan restano piccoli e non invecchiano mai. E come i bambini sperduti leggi costante nei loro occhi lo sgomento di perderti e la nostalgia incurabile per un amore senza limiti, che diventa affidamento totale ed incondizionato.

Nell’Odissea quando Ulisse torna ad Itaca mascherato da vecchio non viene riconosciuto dal figlio, nè dalla moglie o dai suoi amici. Tutti vedono soltanto i suoi abiti laceri, i suoi capelli incolti e lo scambiano per un vecchio mendicante. E’ soltanto il suo cane che lo riconosce. Perché per un cane puoi essere un principe, un re o un mendicante, ma lui ti ama comunque. Argo conserva il suo ultimo respiro per Ulisse e muore felice perché il suo amato è tornato.

Come dicevo anche a proposito di conigli, non possiamo fare una classifica fra gli amori di serie A e quelli di serie B: l’amore è amore e una volta entrati in questo vincolo non se ne esce più. E solo un cane ti potrà dare l’esperienza di essere amati in maniera totalizzante, senza riserve, senza ragioni, senza giudizi. Quindi grazie per questi sedici anni meravigliosi, principessa Rose, speriamo di essere stati alla tua altezza, resterai per sempre nei nostri cuori.

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Un anno dopo

Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni la tua filosofia (W. Shakespeare)

Signore sei tu? No, è il breviario sull’organo! (Aggiungi un posto a tavola)

E così è passato un anno. 365 giorni, anzi 366 perché questo è pure bisestile. Non ci sei, ma in ben pochi di questi giorni non ti ho comunque sentito accanto. In pochi non ho continuato a discutere con te, immaginando le tue risposte, i tuoi commenti. D’altra parte ci conosciamo talmente bene che, soprattutto ultimamente, non c’era bisogno di parole per confrontarci su fatti o persone.

Mi è capitato spesso di dire, ora lo chiamo e ci facciamo due risate alla faccia della Meloni o di Salvini. Un po’ come il prete di Aggiungi un posto a tavola, il dialogo non si è mai interrotto. Anche se magari, appunto come capitava a lui, pensavo di parlare con te, ma in realtà tu in quel momento avevi di meglio da fare lassù, che stare appresso alle nostre beghe quotidiane.

Un episodio però lo voglio raccontare, perché nella sua unicità, è stato emblematico del legame che ha continuato ad esserci fra noi in questo anno passato. Era l’estate scorsa, eravamo a Rocca di Mezzo già da un paio di settimane, siamo passati in farmacia per prendere una pomata e ho detto ad Ale “pensa tu, siamo qui da un pezzo e ancora non eravamo entrati in farmacia. L’anno scorso con papà ci toccava venire un giorno sì e l’altro pure!

Piccola premessa. Nel mio cellulare, oltre la suoneria standard (da sempre il pezzo iniziale di Firth of Fifth dei Genesis), ho diverse suonerie a seconda delle persone in rubrica: Ale, mio fratello, i miei figli, qualche amico che sento di più. Una cosa utile perché sai chi ti chiama, prima ancora di vederlo. Ovviamente anche papà aveva una sua suoneria: a lui, ragazzo degli anni 50, avevo dato Suspicious Minds di Elvis.

Ora torniamo nella farmacia di Rocca di Mezzo. Mentre dico quell’affermazione ad Ale, improvvisamente, risuona forte e chiara Suspicious Minds: ci guardiamo perplessi, tiro fuori il cellulare, che ovviamente non stava suonando. Mentre guardo sempre più sbalordito il mio telefono spento, davanti a noi una signora tira fuori il suo cellulare e risponde. Non sono uno statistico, quindi provo a chiedere a voi: quante persone conoscete che hanno quella suoneria? Quante possibilità c’erano che un’altra persona con quella suoneria fosse nella farmacia di Rocca di Mezzo mentre ero presente anche io? Quante possibilità c’erano che il suo cellulare suonasse un attimo dopo che io avevo detto quella cosa?

Insomma, da lassù ti sarai fatto una bella risata alla faccia mia (e di Ale che era rimasta più esterrefatta di me). Perché davvero, cari viaggiatori ermeneutici, come dice Amleto al suo amico Orazio, sono sempre più convinto che ci siano lassù molte più cose di quelle che possiamo immaginarci.

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Diventare superflui (sempre a proposito della felicità)

C’è un lungo periodo della vita in cui tutti noi (chi più chi meno), cerchiamo di essere accettati dagli altri, ci sforziamo di entrare a far parte di un qualcosa più grande di noi, un gruppo, una squadra, una comitiva. In questo modo ricerchiamo il consenso, il riconoscimento del nostro modo di essere. Per fare questo modelliamo le nostre caratteristiche, ci sforziamo di limare alcuni aspetti per far sì che gli altri apprezzino le nostre doti o almeno quelle che pensiamo essere tali.

Una volta entrati far parte del gruppo, il traguardo successivo è renderci indispensabili: nessuno lo è fino in fondo, ma in alcuni contesti (lavorativi, familiari) siamo chiamati a diventare punti centrali, voci determinanti nelle decisioni. E’ un percorso di crescita e di maturazione in cui il confronto con gli altri, il reciproco riconoscimento, forma la nostra identità, l’idea che abbiamo di noi stessi, che coinvolge ed è coinvolta dall’idea che gli altri hanno di noi.

In un percorso sano tutto questo accade senza arrivare ad eccessi parossistici e ci porta ad essere persone mature, che stanno bene con gli altri, perché stanno bene con se stessi. Che hanno bisogno della compagnia delle altre persone, nello stesso modo in cui gli altri sentono il bisogno della nostra. Dipendiamo dagli altri e nello stesso modo gli altri dipendono da noi. Succede ovunque. Pensiamo ai figli. Quanto dipendono da noi (non solo economicamente) e quanto devono crescere al punto da essere indipendenti. Pensiamo ai genitori. Quanto dipendiamo da loro e quanto siamo riusciti, crescendo, a renderci autonomi da loro. E col partner, con il compagno/a di una vita? E così arrivo alla conclusione del discorso.

Proprio in questi giorni infatti stavo pensando che in fondo questo percorso (vogliamo chiamarlo maturazione?) dovrebbe arrivare al punto da renderci superflui. Non nel significato dispregiativo del termine, ma in quello letterale, in cui l’accento deve cadere sul prefisso “super”. Superflui non nel senso di inutili o ridondanti, ma nel senso del “qualcosa in più”. La relazione più matura che possiamo arrivare ad avere quindi non è quella della necessità. Dovremmo riuscire a liberarci da questa smania. Dovremmo riuscire a liberarci noi e a liberare gli altri.

Per quanto possiamo tenere ad una persona, per quanto possa essere importante per noi e noi per lei, non è indispensabile come l’aria che respiriamo. Non siamo necessari agli altri nello stesso modo in cui non lo sono gli altri per noi. Ma possiamo e forse dobbiamo diventare super-flui. Perché nel loro tempo, fra tutte le cose necessarie, noi dobbiamo diventare quel qualcosa in più. Che arricchisce, che dà gioia anche se si può vivere senza, che si sceglie ogni giorno non perché sia indispensabile, ma molto di più, perché ci fa piacere, perché ci rende felici. In fondo, anche altrove tentavo di spiegarlo: la felicità è superflua, ma proprio per questo non dobbiamo smettere di cercarla.

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Con una mano in tasca

Con una mano in tasca, cammino inseguendo un sogno e mi ritrovo ad assaporarlo in bocca come una caramella alla menta, immaginando i pro e i contro, valutando tutti gli scenari, con una sigaretta fra le labbra ed il cane che annusa nell’aria la primavera ormai sbocciata.

Con una mano in tasca, alla luce della luna mi trovo a pensare se, a immaginare quando, a studiare come. Ma la tasca è vuota e in fondo dentro di me lo sai che difficilmente il possibile diventerà reale, anche se tutto andasse per il meglio. Perché il sogno per diventare realtà dev’essere condiviso. E’ sempre stato così, ormai ho imparato, il genio della lampada realizza sempre i desideri degli altri, nessuno gli ha mai chiesto quali fossero i suoi.

Con la mano in tasca rimando a domani i pensieri più difficili perché ora assaporo il momento come se tutto fosse già compiuto, come se il puzzle fosse terminato e tutti i pezzi fossero già collegati. E allora tutto sarebbe a posto e sarei pronto a scrivere una storia nuova o forse meglio, ad aggiungere un nuovo capitolo ad una storia antica.