Storia di un calzino spaiato

“Sei spaiato, non sbagliato!”

Così gli dicevano sempre i suoi amici fantasmini. D’altra parte per loro era facile, sempre insieme, uno dentro l’altro, una specie di essere bicefalo, mai lontani, mai divisi. Sì, per loro era facile…

Invece lui era così che si sentiva. Sbagliato. Un calzino blu, filo di scozia, un cotone come non si trova mica più! Per questo a volte se la prendeva con il destino, cinico e baro, che gli aveva tolto il compagno di una vita, perso chissà dove e chissà perché. A volte invece se la prendeva con se stesso, era chiaro, evidente, come aveva fatto a non capirlo subito? Altro che destino! Se n’era andato lui, perché non lo sopportava più! Ma del resto chi poteva biasimarlo? Come aveva potuto anche solo pensare che l’altro sarebbe rimasto con lui per sempre?

Da quando l’altro se n’era andato c’era stato qualcuno che aveva provato ad avvicinarsi, ma nessuno era uguale a lui. Un blu più chiaro, uno più scuro, uno a righine, uno con il risvolto. E poi due solitudini raramente creano una compagnia. Alcuni potevano avere delle somiglianze, dei tratti comuni, ma non era la stessa cosa. Come fai a ritrovare quel legame magico e irripetibile che ti faceva sentire parte di una cosa unica, che ti qualificava come metà di un tutto? Così quel calzino restava chiuso nel suo comodo cassetto, rimpiangendo un passato glorioso, aspettando un futuro impossibile.

Ma l’unica cosa certa del futuro è che non sarà come ce lo siamo immaginato. E un giorno arrivò un calzino rosso che gli fece perdere la testa. Invece di provare a trovare una somiglianza lo travolse con il suo essere diverso, così da fargli ancora di più apprezzare il suo essere unico. L’abbinamento funzionava, nonostante ogni logica, nonostante ogni remora. Perché nelle due diversità risplendeva l’unicità di ognuno.

A un passo dal possibile
A un passo da te
Paura di decidere
Paura di me
Di tutto quello che non so
Di tutto quello che non ho

Ringrazio la mia amica Luisa che con questo suo articolo, mi ha fatto sapere che oggi è la giornata mondiale dei calzini spaiati

Sognai talmente forte che mi uscì sangue dal naso

Forse avevo mangiato pesante. Forse avevo così tanta fantasia che mi avanzava. Oppure così poca. C’è chi sogna perché non ha abbastanza fantasia per raccontare le realtà e chi sogna perché ce ne ha troppa e vuole inventarsene una nuova di realtà. Fatto sta che ho una grande confusione in testa e i contorni del sogno e quelli della realtà si fondono e si confondono come una specie di Alice nel Paese delle meraviglie. Magari avrò bevuto troppo. O forse troppo poco.

Insomma mi sono trovato dentro questo sogno: l’invasione degli extraterrestri. Da un giorno ad un altro cambiavano tutte le nostre priorità. Dovevamo mettere da parte tutte le distinzioni, tutte le cose che ci separavano, che ci rendevano nemici, per sentirci tutti dalla stessa parte. Russi e americani, arabi ed europei, cinesi, indiani, gli Stati Uniti del Mondo, tutti uniti contro il nemico comune, la minaccia venuta dallo spazio. Improvvisamente un senso di fratellanza che unisce tutti, che ti fa sentire la parte di un tutto, che coinvolge tutte le nazioni, tutti i continenti, senza distinzioni. Va be’ davvero era un sogno.

Niente più piccole preoccupazioni, gli immigrati che ci rubano il lavoro, i zingari che ci rubano in casa, gli arbitri che ci rubano le partite. Nessuno dava più peso a queste cose, perché l’avversario era troppo potente, troppo spietato e mieteva più vittime di una guerra atomica, non c’era posto per le divisioni, tutti erano dalla stessa parte. Sembrava quasi di essere in un film.

Un film, un sogno, come una specie di favola. Ad un certo punto Pinocchio non era più un burattino, non era neanche un bambino, no. Era un ermafrodito.

  • Papà, cos’è un ermafrodito?
  • E’ uno che sembra una cosa e invece è un’altra, anzi è una cosa ed il suo contrario, un po’ complicato da spiegare, sei ancora piccolo“.
  • Ma no, papà ho capito, è un po’ come Renzi“.

Oppure un sogno americano alla rovescia. Sono gli indiani che assaltano il fortino, con i loro copricapi con le corna (ma quelli non erano i vichinghi?), si riprendono le terre strappate dall’uomo bianco e cacciano via gli invasori. Che però non somigliano mica a John Wayne, anzi hanno dei buffi capelli color carota, tipo Pippi Calzelunghe. Mamma mia che strani sogni!

Ma non divaghiamo. Gli extraterrestri ci invadono da più parti, la Cina trema, la Russia si arrende, l’Europa vacilla, l’America sembra cadere, ma improvvisamente gli scienziati di tutti i Paesi, le menti più brillanti del pianeta, si uniscono e trovano una soluzione inventando l’arma globale, a base bruschetta con aglio, porchetta di Ariccia e vino dei castelli. “Ma sarà vero? Funzionerà? Io non mi fido, non l’hanno mica testato, in così poco tempo e poi chissà che ci mettono dentro la porchetta“. C’era chi era scettico, ma l’arma globale funzionava! Gli extraterrestri erano allergici alla porchetta e non sopportavano l’alito pesante e prima pian piano, poi sempre di più, cominciavano a fuggire, per tornarsene nel loro pianeta.

Sui titoli di coda tutta la gente usciva fuori e continuando a bere vino come se non ci fosse un domani, cominciava a ballare per strada Gimme some Loving di Steve Winwood.

  • Ehhhh certo ce ne hai di fantasia! E secondo me il vino dei castelli ha dato in testa a te, mica agli extraterrestri.
  • Sì, forse avrò anche molta fantasia. Ma purtroppo mai quanto la realtà.

 

 

 

Il sol dell’avvenir

Fischia il vento e infuria la bufera,
scarpe rotte e pur bisogna andar
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell’avvenir

– Ehi Laura! Laura vieni giù!

C’era un fiume di gente quel giorno. Urla, canti, tutti erano oltre quanto avrebbero dovuto essere: chi piangeva piangeva in modo più drammatico, chi rideva rideva in modo più euforico.

– Marco stai qui tu! Non penserai mica di uscire?

Ma come potevo stare in casa mentre sulle strade si faceva la storia? Ed era chiaro anche per me che avevo dodici anni che quel giorno si stava facendo la storia.

– Dai Laura! Corri, andiamo!

A casa nostra eravamo stati tiepidamente fascisti, quando tutti lo erano, quando non era neanche pensabile un qualcosa di diverso. Poi qualcosa era cambiato, quando le cose erano peggiorate. Perché poi ho capito questo: finché le persone stanno bene, finché niente tocca la loro realtà, la gente vuole rimanere nello stato in cui è, qualsiasi esso sia. Comandano i rossi? Noi stiamo con i rossi. Comandano i bianchi? Noi stiamo con i bianchi. Mio padre faceva il portiere nello stabile dove vivevamo in viale Bligny. Quando un giorno gli ho chiesto, “papà, ma noi siamo ricchi?” lui mi ha portato in cucina, ha aperto il rubinetto del lavandino, quando è uscita l’acqua mi ha risposto “sì, siamo ricchi“. In realtà non era vero. Mia madre faceva la sarta, mia sorella le dava una mano, non ci mancava niente. O forse davvero aveva ragione mio padre.

Ma che succede? Io ho paura!

– Stammi vicina, nessuno bada a noi.

Non potevo stare in casa, stava succedendo qualcosa ed io non potevo non esserci. Laura era la mia fidanzata, anche se lei non lo sapeva. Ma io sì. Io lo sapevo, ci saremmo sposati, quando saremmo diventati gradi. Per questo volevo che ci stesse anche lei, che stesse lì con me quel giorno. Perché poi l’avremmo raccontato ai nostri figli. Avremmo detto noi c’eravamo, eravamo lì tua madre ed io, mano nella mano. Così seguimmo il fiume di persone che sfilava urlante per le vie di Milano. Non sapevamo dove stavamo andando, non sapevamo se ci fosse uno scopo, una meta, forse lo scopo era girare, uscire fuori dalle case e festeggiare. Non tutti festeggiavano, a dire il vero, qualcuno se la passava male. C’era una donna a cui avevano tagliato tutti i capelli ed era legata, in mezzo ad un crocicchio di persone, che la prendevano in giro. Poi c’erano degli uomini per terra, ma non avevo paura, avevo già visto dei morti. Ai miei occhi era comunque una festa, volevo che lo fosse.

– Marco ho paura, perché non torniamo a casa?

– No, dai andiamo ancora un po’. Vediamo dove vanno tutti quanti.

E così andammo avanti e arrivammo a piazzale Loreto. Lì la folla si fermò, come fosse un enorme animale che dopo una lunga corsa si acciambella sulla cuccia. Tutti continuavano a gridare, a cantare, Laura ed io invece ci mettemmo in un angolo, zitti come due merde di cane in un prato. Forse avevamo paura che qualcuno si accorgesse di noi, che qualcuno ci prendesse per le orecchie e ci riportasse a casa. Ma nessuno avrebbe badato a noi, neanche se ci fossimo spogliati nudi e ci fossimo messi a ballare in mezzo alla piazza. Erano tutti fuori di sé, come fossero ubriachi e certamente non avevano né tempo, né voglia di badare a due ragazzini.

Ogni contrada è patria del ribelle,
ogni donna a lui dona un sospir,
nella notte lo guidano le stelle,
forte il cuor e il braccio nel colpir

Dopo mi avrebbero raccontato che in quel giorno d’aprile avvenne la liberazione. Quel giorno che prima era solo la mia festa divenne la festa di tutti: negli occhi della gente c’era speranza e ambizione, sogni, energia, voglia di redenzione. Non lo so cosa avvenne davvero quel giorno: io vidi degli uomini e una donna, orribilmente sfigurati, appesi a testa in giù come maiali. Mi raccontarono che quell’uomo aveva avuto in mano l’Italia, che era stato amato, seguito, osannato. Un uomo che aveva provocato lutti e dolori e finalmente quel giorno pagava tutti gli orrori di cui era responsabile.

Se ci coglie la crudele morte,
dura vendetta verrà dal partigian;
ormai sicura è già la dura sorte
del fascista vile e traditor.

Mi dissero che da quel giorno sarebbe spuntato il sole dell’avvenire, che finalmente l’Italia usciva dall’incubo, eravamo liberi dall’oppressore. Mai più avremmo creduto alle menzogne di un uomo solo. Io non lo so, perché ero a Milano, ma mi raccontano che a Roma, quando entrarono gli Americani, sulle mura del Colosseo apparve questa scritta: “I cazzi cambiano, i culi sono sempre gli stessi“. Si sa, i romani sono sempre volgari. Però mi sa che non avevano mica tutti i torti.

Cessa il vento, calma è la bufera,
torna a casa il fiero partigian,
sventolando la rossa sua bandiera,
vittoriosi, al fin liberi siam!

 

Duce e Claretta

Sono Giulio sono giù

Ma perché non mi dai, la tua mano perché?
Potremmo correre sulla collina
e fra i ciliegi veder la mattina (e il giorno).
E dando un calcio ad un sasso
residuo d’inferno farlo rotolar giù, giù, giù
e noi ancora ancor più su

Sono Giulio, sono giù. Qui sotto casa tua, ma tu non mi apri. Ho provato e riprovato a farti almeno socchiudere una finestra, ma tu niente, rimani chiusa come una Chiesa quando ti vuoi confessare, come cantava Venditti. Che poi io non devo confessare più nulla, perché tutto quello che c’era da dire te l’ho detto.

Sono Giulio, sono giù. Di morale. Volevo renderti felice, ma tu non me lo permetti. E’ meglio così, mi hai detto, ma meglio per chi? Io parlo d’amore e tu restiamo amici, ma amici di chi? Volersi bene, prendersi cura di una persona è così difficile? Faccio domande stupide lo so, ma non posso farne a meno.

Sono Giulio, sono giù. Di corda. Forse quella stessa con cui volevo legarmi con te e che tu hai sciolto come neve al sole. Del resto sciogliere è più facile che scegliere, comporta meno responsabilità. Ma non devi scegliere per paura di perdere qualcosa, altrimenti sarebbe una scelta obbligata e allora che scelta sarebbe? Piuttosto devi scegliere perché non hai nulla da perdere, ma solo qualcosa da guadagnare. Qualcosa che non sai tu e non so io. Qualcosa che potremmo costruire insieme.

Sono Giulio, sono qui. Dammi una possibilità, fammi salire su. Dammi una possibilità. Non sono un treno che passa, piuttosto sono quello che se la fa a piedi con te, per arrivare dove vuoi tu. Dammi una possibilità!

Squonk

Mirror, Mirror on the Wall…

Quella sera mi ero intrattenuto a lungo nella locanda, più di quanto avrei voluto e forse dovuto. Il percorso verso casa era breve, ma in quelle condizioni atmosferiche, con tutto l’alcol che avevo in corpo, anche quei dieci minuti di camminata potevano diventare molto pesanti. L’indomani era previsto il trasferimento forzato di quelle quindici famiglie. Avevamo annegato nell’alcol il dispiacere del distacco: promesse di rimanere in contatto, pacche sulle spalle, ricordi, avevamo tirato fuori tutto. Se ne andavano in cerca di lavoro e fortuna, lasciandosi tutto alle spalle, parenti, amici, sicurezze, ma anche tanta miseria.

Avevano ricominciato a cadere fiocchi molto duri, una miscela di neve e grandine che il vento faceva vorticare tutti intorno a me. Avanzavo lentamente coprendomi il viso con la sciarpa che però cadeva ad ogni passo, ero quasi a metà strada, nel pieno del bosco che dovevo attraversare per arrivare a casa, quando sentii delle voci. Prima in lontananza, poi sempre più chiare, c’era della musica e delle persone che stavano cantando. Un attimo di esitazione, continuare verso casa o seguire le voci? Ovviamente vinse la curiosità di capire chi potesse cantare in piena notte in mezzo al bosco, con quel tempo infernale.

Le voci erano sempre più chiare e seguendone il suono vidi in lontananza un fuoco che brillava nell’oscurità. Mi avvicinai cautamente e rimanendo nascosto fra gli alberi vidi uno spettacolo che mi lasciò senza parole. Intorno ad un fuoco acceso in una radura c’erano una quindicina di bambini, seduti in terra in cerchio e, non saprei come spiegarlo diversamente, dalle loro teste, usciva un fumo azzurrognolo che salendo verso il cielo formava della figure. Figure di donne, fate, vascelli, palloni che gallegiavano in aria, lune e stelle, poi c’erano cani, cervi, draghi, figure bizzarre, mezzi cavalli e mezzi uomini e poi strani macchinari e tutti danzavano al suono di una musica incantevole.

Dio santo, da domani basta grappa” pensai fra me, rimanendo incantato di fronte a questo spettacolo bellissimo ed inverosimile. Non nevicava più, stavo sognando, era più che evidente, forse in realtà ero ancora nella locanda ed ora il grande Joe mi avrebbe svegliato. O forse ero arrivato a casa, ero nel mio letto. Ma perché allora sentivo tutto quel freddo? Provai a tirarmi la barba, ma l’improvvisa sensazione di dolore mi fece smettere. Non sapevo se farmi avanti o scappare, la situazione era talmente assurda che qualsiasi cosa poteva essere giusta o errata. In quel momento da un angolo della radura venne avanti una volpe che girò intorno al cerchio dei bambini. Non era spaventata, forse anche lei attratta dalla musica. Ma lì accadde la cosa più incredibile di tutti. Improvvisamente la volpe si alzò su due zampe e cominciò a danzare al suono della musica. Si avvicinava ai bambini, uno ad uno, ed al suo tocco loro si alzavano e cominciavano a danzare con lei. Pian piano tutti quanti si alzarono e sempre a ritmo con la melodia andarono via seguendo la volpe.

Rimasi solo nella radura, il fuoco che pian piano si andava spegnendo, la neve lentamente ricominciava a scendere. Forse ero davvero ubriaco e mi ero sognato tutto. Sicuramente era così. Mentre ero lì perso nei miei pensieri, ecco di nuovo la volpe. Era apparsa improvvisamente lì a due metri da me, mi guardava con i suoi occhi gialli con uno strano ghigno, sembrava ridesse, girò su se stessa e scomparve nella notte. Non mi azzardai a raccontare a nessuno quella scena e continuai la mia vita come sempre. Ma non me ne dimenticai mai e nulla fu più come prima.

 

Squonk è una pausa nel tempo, una fugace interruzione della realtà, che svela i desideri, rende possibili i sogni e a ritmo di musica li rende reali. Può prendere molte forme, può apparire come un animale o come una persona, come un sogno o una promessa. Sei portato naturalmente a seguirlo perché scaccia via le paure e accende le fantasia. Purtroppo crescendo è difficile riconoscerlo o anche solo ricordarlo. Per fortuna però c’è la musica e se seguiamo quella possiamo sempre sperare di incontrarlo.

 

Una storia postale

A volte capita che le cose vadano esattamente come dovrebbero. Capita molto più spesso di quanto si pensi. Ma non è facile, né scontato. Perché non bisogna  andarci vicino: andarci vicino può valere se giochi a bocce, nella vita o ce la fai o non ce la fai. Andarci vicino non serve a niente.

Allora mettete il caso di un concorso per un dottorato nella più prestigiosa università d’Italia. La Normale di Pisa, tanto per non fare nomi. Mettete un movimento inverso: non un cervello in fuga, ma uno che rientra a casa. Da Cambridge, dove insegna in una Università altrettanto famosa, il nostro eroe decide di voler rientrare nel suolo patrio per provare a vincere quel suddetto dottorato. La scadenza del concorso è il 31, che però è domenica, quindi la data ultima utile per presentare la domanda diventa venerdì 29.

Mettete gli incroci del destino, notoriamente cinico e baro, che fanno sì che l’efficientissima Royal Mail presa in carico la documentazione necessaria al nostro uomo il 18 dicembre, complici anche le vacanze natalizie, la spedisca in Italia il 26. Il 27 mattina però a Milano (punto di ingresso della corrispondenza estera nel nostro Paese) non se ne trova traccia.

Considerate che la corrispondenza cartacea è in netto calo, i volumi in dieci anni si sono quasi dimezzati. Nonostante questo calo oggi in Italia viaggiano circa 5 miliardi e mezzo di pezzi, un milione e mezzo di pezzi al giorno circa. Si può perdere qualcosa? Certo. Diciamo che se fossimo così bravi da consegnare il 99,9% delle lettere e quindi ne perdessimo lo 0,1 significherebbe che ogni giorno ce ne perderemmo 1500. Fortunatamente siamo anche più bravi di così e quindi che una lettera svanisca nel nulla non è così frequente. Infatti la raccomandata in questione compare a Torino il 28 mattina. Ma a quel punto sarebbe arrivata a Macerata (indirizzo del nostro eroe, aspirante dottorando alla Normale) il 29, quindi con forte rischio di non essere consegnata in tempo.

Questo ritardo poteva costare caro, perché come dicevo all’inizio, a parte le bocce, è raro che andarci vicino sia sufficiente. Questo ritardo poteva impedire al nostro eroe di provarci, poteva comportare il suo mesto ritorno in Inghilterra, con il rammarico di aver perso una possibilità di rientrare a casa, di fare quello che aveva sempre sognato fare. Invece una volta tanto le cose sono andate in modo diverso: da Torino abbiamo fatto inviare la raccomandata a Pisa, dove il nostro eroe è andato a ritirarla direttamente al Centro di Meccanizzazione Postale questa mattina presto. Entro mezzogiorno la documentazione era alla segreteria dell’Università.

Morale della favola, ho dei colleghi proprio in gamba, che ce la mettono tutta e stavolta, come spesso accade, hanno fatto l’impossibile. Ora però tocca a te. In bocca al lupo e vinci ‘sto dottorato anche per noi!

Storia di un bambino triste e di un bambino felice

Gli adulti non capiscono mai niente da soli ed è una noia che i bambini siano sempre eternamente costretti a spiegar loro le cose (Saint Exupery)

E’ proprio vero. Noi adulti non capiamo mai niente da soli e avolte, per capire le cose bisogna risalire ai bambini.

C’era volta un bambino triste. In effetti non si sa con precisione se davvero fosse triste. Che un giorno però fosse stato bambino questo è certo. Il vostro narratore immagina fosse triste e probabilmente senza amore. Forse i genitori avevano altro da fare che stare appresso a lui. Forse non ce li aveva proprio i genitori. Chi lo sa. Sta di fatto che per quell’uomo che è diventato poi, certamente possiamo presumere che non ebbe un’infanzia felice.

E c’era una volta invece un bambino felice. Qui il vostro narratore può spingersi anche un po’ oltre. Può dirvi che quest’altro bambino aveva una bella famiglia, due genitori che gli volevano bene, tanti fratelli: un bell’ambiente insomma, dove questo bambino faceva grandi sogni, disegni meravigliosi, progetti importanti.

Il bambino triste diventò un uomo cattivo. Pensava che ogni cosa avesse un prezzo. E soprattutto pensava di dover comprare ogni cosa, perché nessuno gli aveva mai regalato nulla. Il problema però è che i soldi finiscono spesso prima delle cose che vogliamo.

Il bambino felice diventò un uomo buono. Continuava a sognare, ma soprattutto aveva imparato a disegnare i suoi sogni per renderli veri. Stava costruendo un progetto importante, regalando la sua vita agli altri, perché aveva capito che le cose più importanti in questa vita, non hanno prezzo e non le puoi comprare.

Era destino che si incontrassero. Chissà, fosse successo anni fa, il bambino felice avrebbe potuto cambiare il destino di quello triste. Anzi, ne sono sicuro. Ma in fondo ognuno è padrone del proprio destino. Si incontrarono da grandi ed il bambino triste, che era diventato un uomo cattivo, provò a comprare la felicità dell’uomo buono. Quando si accorse che non era possibile provò a distruggerlo, trascinandolo in basso, nel fango in cui lui era ormai sommerso.

L’uomo buono finì sulla bocca di tutti, persino sui giornali, perché si sa, la calunnia è un venticello che fa presto a diventare burrasca, tornado che abbatte e fa cadere i miti. E purtroppo la gente perdona molte cose, ma raramente la felicità altrui. C’è un diabolico cupio dissolvi a vedere infangato chi vuole realizzare i propri sogni, chi ha imparato a renderli concreti. L’uomo buono non capiva come fosse possibile: non riusciva a spiegarsi il perché, tutto quell’odio, quella diffidenza. Non era più il bambino felice di un tempo, ma tenne la barra dritta, confidando che la verità prima o poi sarebbe venuta fuori.

Questa storia potrebbe anche finire qui. Perché quello che successe dopo non ne cambiò il finale. Ovviamente arrivò il giorno in cui la verità venne fuori. E ovviamente tutte le bugie furono smascherate e tutte le menzogne e le cattiverie sull’uomo buono si sciolsero come neve al sole. I giornali, che avevano sbattuto la notizia in prima pagina, dedicarono alla smentita giusto una scarna mezza paginetta. Ma anche questo sarebbe stato facile prevederlo. La verità cambiò poco l’esito della storia, perché in realtà chi l’aveva conosciuto veramente, non aveva mai avuto dubbi su di lui, nemmeno per un istante. Sembra un paradosso, ma la verità aggiunge poco all’uomo buono. Perché come dice San Paolo, il giusto vivrà per fede. Io però ho una speranza: se non è servita all’uomo, che almeno serva al bambino, per farlo tornare a disegnare i suoi sogni felice.

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La stanza di Tula

Nel quartiere la Cachimba si è creato un gran casino 
Sono venuti i pompieri con le loro campane e le loro sirene 
Ahi mamma, che è successo? 
La stanza di Tula ha preso fuoco 
Si è addormentata e non ha spento la candela 
Chiamate Ibrahim Ferrer, chiamate i pompieri! 
Credo che Tula non vuole che le spengano il fuoco 

Tula stava soffocando dal caldo nella sua stanza al primo piano. L’Avana in quel fine agosto del 59 era una fornace di giorno ed un pozzo umido di notte. Julian era scivolato via dal suo letto mentre lei ancora dormiva. Non era ancora l’alba, ma lei era già sveglia. Da quando passava le notti con lui non dormiva quasi più.

Arrivava appena lei aveva preso sonno, in quell’ora più corta dove non è più giorno e non è ancora notte. In quell’ora in cui le ombre sono più lunghe e i contorni indefiniti. Arrivava come un vento leggero e si infilava nelle pieghe delle lenzuola e poi fra le sue braccia, nei seni, fra le gambe. Partiva una musica, prima appena accennata, sommessa poi via via prendeva ritmo, più forte, sempre di più, di più, diventava un onda e allora partiva anche la danza ed insieme si riaccendeva la fiamma. Come una candela, poi un’altra e ancora una e un’altra ancora e il caldo aumentava e il sudore scendeva dalla fronte, nelle braccia, tutto il corpo era bagnato e bollente.

Tula era sommersa, avvolta e trascinata via. Non sentiva più nulla, solo la musica e il caldo, sempre più forte, sempre più avvolgente. Non sentiva più le malelingue, che le dicevano che ormai si era spenta, che ormai era vecchia, che era inutile sognare, che doveva arrendersi.

Dio se lui potesse restare, se insieme potessero costruire un futuro diverso, fatto di giorni oltre che di notti. Se si fossero incontrati prima, se fossero stati più giovani. Chissà come avrebbe potuto essere se lui non avesse avuto un’altra casa, un’altra famiglia. Da quando passava le notti con lui, il futuro poteva anche sembrare più complicato, ma il mondo era certamente un posto più bello. Chissà come avrebbe potuto essere se lui non fosse morto trent’anni prima. Ma intanto la fiamma cresceva, si alimentava, bruciava, tutto bruciava e soprattutto Tuna, che non voleva più essere spenta. Mai, mai più.

 

Il condottiero, il professore e la secchiona

Barbara luna rosso scudo, il re degli Unni guardava Roma. Uomo di poca fantasia, lui la scambiò per una stella. Quando gli uomini giunsero in collina aveva sciolto l’armatura. E fu per ignoranza o per sfortuna, che perse il treno, il treno per la luna.

Il primo ci mise cinque anni, il secondo due, la terza tre mesi.

C’era una volta il grande condottiero, ordine e disciplina. Parlava alla pancia della gente, risvegliava le loro paure, così da offrirgli poi la sua protezione. Ma poi arrivò la nevicata. Grande condottiero, perché non ci hai protetto? La gente si risvegliò. Come da un sogno, che era diventato un incubo, lungo 5 anni.

Poi arrivò il professore antipatico, quello che si divertiva a bocciare gli alunni somari. Ma anche quelli bravi. Anzi, soprattutto quelli bravi, perché nessuno doveva essere bravo come lui. Odiava tutti, nessuno escluso, nessuna eccezione, tutti uguali, tutti bocciati. Andate a studiare, non siete preparati, non siete all’altezza. Non mi capite e io me ne vado. E infatti dopo neanche due anni se ne andò.

Allora arrivò la secchiona. Aveva studiato, le sapeva tutte. O almeno così diceva. Era tutta seria, non dava confidenza. Non la dava a nessuno! O almeno, così diceva. In verità qualcuno lì per lì si accorse dei fili che aveva dietro la schiena. Ma fece finta di non vederli, perché se anche fosse stata una favola, era bello, almeno per un po’, far finta di crederci. Magari avrebbe anche potuto dura di più, se solo quei fili non si fossero ingarbugliati in quel modo, alla prima volata di vento. Ma lei che sapeva tutto, doveva saperlo però, che qui soffia il ponentino.

E il ponentino, cari miei, non lo ferma nessuno.

Quando i carri gli volsero le spalle Leone levò il calice al cielo. E fu per ignoranza o per sfortuna che questa stella figlio è ancora a Roma. Che questa stella figlio è ancora a Roma

Pearl Jam Rhapsody

Don’t call me daughter, not fit to,
the picture kept will remind me

Scarto a destra, scalo la marcia, giù gas, sento il Flusso naturale dei giri del motore. Che differenza c’è tra un sogno da realizzare e un obiettivo da raggiungere? Chi può misurare la distanza tra il successo e la sconfitta? Dai, dai, ancora, dai, di più, di più, di più…Jeremy Johnson, il Re dell’Oklahoma, il principe del Rally, 49 vittorie, ad un passo dalla leggenda. La storia è tutto ciò che hai alle spalle, un nulla di fronte al futuro, a ciò che ti aspetta, al prossimo obiettivo. Nonostante i capelli bianchi, nonostante gli anni che passano, sono ancora Vivo. E sono semplicemente il migliore. Lo sono sempre stato, non ho più bisogno di dimostrarlo, né a me stesso, né a nessuno. Ed ora, all’ultima curva prima del traguardo, ad un passo dalla realizzazione del sogno…

  • Jeremy, sei sveglio? Vuoi che ti preparo un caffè?
  • Voglio che vai via. Ho bisogno di concentrarmi prima della gara.
  • Ma correrai solamente questo pomeriggio! Se vuoi posso restare…
  • Ma ti ho detto che invece voglio che te ne vai!
  • Va bene, va bene, scusami.
  • No, scusa tu, prima della gara sono sempre nervoso. Per questo voglio rimanere solo. Ti chiamo stasera caso mai, vediamo come va.
  • Andrà benissimo, campione.
  • Sì, sì, ma adesso vai eh.
  • Fammi almeno vestire. Vuoi che esco nuda?
  • Sai che novità che sarebbe!
  • Scemo!

Non ne posso più di queste finzioni. Bisogna continuare a Far Girare Il Cerchio Nero: devo fare finta che mi importi di te, tu devi far finta di che interessi di me. Poi devo far finta di essere preoccupato per la gara e tu devi fare finta che ti interessi come andrà a finire. Niente È Come Sembra.

  • Allora vado. Mi raccomando eh!
  • Sì, sì. Ti chiamo dopo.

Da quando Dana se ne andata è così. Un incidente scemo, un ubriaco che sbanda, io che riesco a scartare, ma lei senza cintura…destino beffardo, le macchine che mi hanno dato tutto, mi hanno anche tolto l’amore della vita. Forse avrei dovuto ascoltare il canto delle Sirene…perché non ti trovi un’altra moglie, come fai con la bambina, anche lei ha bisogno di una madre. Ed io a far finta che fossero tutte balle, a continuare a tentare di restare a galla Fra Le Onde, a fingere una felicità e una sicurezza che non ho più avuto. Non c’era più posto per un altro amore. Giusto qualche puttana, per passare insieme le notti più lunghe.

Per il resto c’eri tu, Figlia mia, amore di papà, come avrei potuto portarti in casa un’altra donna? Con la vita che faccio poi! Una corsa qua, un’altra là, come un Tracciato sulla sabbia, su e giù per gli Stati, un autodromo dietro l’altro. E tu sempre con me, sempre insieme. Ho fatto finta che non avessimo bisogno di niente, per non farti mancare nulla. Ora sei cresciuta, è giusto che tu vada, l’Università, il college. Non avevi il coraggio di chiedermelo, ma l’ho capito da solo.

  • Come facciamo papà, ci vogliono un sacco di soldi!
  • Quando mai i soldi sono stati un problema. Non ti preoccupare, papà risolve tutto. Lo sai che ti ho Dato tutto per farti volare. E ora tu dammi un bacio!

L’Ultimo Bacio. Ho chiesto a Mike un anticipo, in fondo con le mie vittorie gli ho fatto guadagnare una montagna di soldi in questi anni.

  • Vuoi arrivare a 50 campione, vuoi essere l’Uomo Migliore?
  • No, Mike, non hai capito. Non mi serve l’Immortalità, voglio solo tanti soldi, lo sai, non te ne ho mai chiesti, ma ora ne ho bisogno. E me ne servono tanti.
  • Allora svaligia una banca! Dai, vedo un po’ cosa possiamo combinare. Ma tu sei sempre il numero uno, il favorito, a puntare su di te ormai non ci si guadagna più come una volta.
  • Lo so, ma inventati qualcosa. Me lo devi!

Tutta la mia vita attraverso uno Specchietto Retrovisore: si parte da Una Donna Anziana Dietro Il Bancone Di Una Piccola Città, sposata con un Uomo da nulla che faceva su e giù per il Missisipi e la cui massima aspirazione era diventare Capitano Di Una Barca Dell’amore. Lì ho cominciato a chiedermi Chi vuoi essere e allora ho cominciato a fuggire, per costruirmi un futuro diverso. Passo dopo passo, vittoria dopo vittoria, per entrare nella storia.

E ora sono qui. Ci siamo quasi, l’ultima gara, il pezzo mancante del puzzle. Tutti si aspettano il mio trionfo, i giornali hanno pronti i titoli. Jeremy il numero uno oggi entrerà nella leggenda. Oppure solo l’ultima finzione, perché Mike me l’ha detto: puntare contro di me era l’unica strada. Le cinquanta vittorie, il record, la gloria da una parte e dall’altra parte i soldi per realizzare tuoi sogni. Cosa devo fare figlia mia, sai dirmelo tu? Non puoi, in questo momento certo che no. E io non devo chiamarti ora. Domani, tra una mese, un anno, tra trent’anni quando vedrai queste foto, allora capirai e forse potrai dirmi se ho fatto la scelta giusta.