100 anni e un giorno

Ieri il fratello di papà ha compiuto cento anni. Campione di pattinaggio e di hokey da giovane (ha pattinato fino ad una quindicina di anni fa), tornato a piedi da Leopoli dopo la rotta dell’Armir (mangiando fichi per dieci giorni nascosto in una campo mentre i russi facevano una caccia all’uomo), ballerino fino a tarda età. Un grande, ancora vispo e con la battuta pronta. L’ho chiamato per fargli gli auguri, “come stai zio? Eh, come uno che c’ha 100 anni“, mi ha risposto. Domenica festeggeranno con papà (93) e il fratellino piccolo (86): per loro vale quello che diceva papà qualche tempo fa, “speriamo sempre di non diventare vecchi“.

E ha ragione lui! Guardandoli tutti e tre, ognuno con le proprie particolarità, con le proprie fissazioni, ma con la stessa voglia di sorridere alla vita, mi appare evidente che l’età sia un punto di vista. E proprio pensando a loro, in particolare in questi anni recenti, in cui l’età li ha resi più teneri, più saggi, più ironici, mi accorgo che in fondo abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Ed è buffo che ce ne accorgiamo proprio quando capiamo che potremmo non averne più. Perché se è vero che non possiamo aggiungere giorni alla nostra vita, però possiamo sempre aggiungere vita ai nostri giorni.

Abbiamo tutto il tempo che c’è al mondo
tanto ne serve alla vita per svelarci
quanto di prezioso l’amore ci riserva
abbiamo tutto l’amore che c’è al mondo
e se questo è tutto quel che abbiamo
scoprirai che non ci serve altro

L’insostenibile pesantezza di Striscia

Devo confessare che Ambra mi è particolarmente simpatica. Forse perché inizialmente non la sopportavo: da baby star con Boncompagni era l’emblema di una certa televisione spazzatura (roba che a confronto con certe trasmissioni di oggi, persino quella poteva sembrare Superquark) e invece nel corso degli anni si è rivelata una persona ironica, intelligente e anche una brava attrice. Ma quello che è successo l’altra sera a Striscia (quando le hanno consegnato il tapiro perché è stata lasciata dal compagno, l’allenatore della Juventus Max Allegri) penso sia una delle vette del cattivo gusto toccate da questa trasmissione.

Devo confessare pure che trovo Striscia la Notizia insopportabile. Non mi fa ridere, anzi il più delle volte mi dà ai nervi. Un po’ come era il Bagaglino: lo sberleffo dei potenti, sotto sotto per ingraziarseli, i falsi scoop, il rimestare sempre nel torbido. E’ una trasmissione squallida, autentica come una moneta da tre euro. Anche se debbo ammettere che anni fa ebbi la ventura di finirci dentro e Staffelli si comportò bene, pur potendo infierire contro di me (come rappresentante dell’azienda) si trattenne, mantenendo comunque un certo equilibrio (a chi interessa l’avevo raccontato qui https://viaggiermeneutici.com/2015/05/28/che-fa-la-notizia-striscia-un-po-come-me/).

Ma perché poi una che viene lasciata – anche in malo modo – dovrebbe pure essere messa alla berlina davanti a tutti? Che male ha fatto? Tutt’al più il tapiro avrebbero dovuto darlo al compagno (tra l’altro più famoso di lei!) che prima l’ha cornificata e poi mollata! Perché andare ad infierire con una persona in difficoltà? Purtroppo se lo fanno temo ci sia un pubblico che apprezza, che so, magari soddisfatto pensa “ben ti sta, così impari“. Ma la cosa più paradossale e più sgradevole, è stato che ad introdurre e poi commentare il servizio (con qualche risolino e senza dire una parola in favore della poveretta) sia stata Vanessa Incontrada. Proprio quella Vanessa che per anni si è lamentata del trattamento ricevuto dalle TV scandalistiche che ironizzavano sul suo fisico, sul suo aver preso qualche chilo di troppo. Ma la solidarietà femminile che fine ha fatto? Sul serio questo è il programma più seguito nell’ora di cena? Ma in che schifo di società stiamo vivendo?

Basta, giro su RAI2 che c’è il TG. Ah, sentiamo le ragioni di questo Stefano Puzzer, portavoce dei portuali di Trieste…..

Va be’, mi sa che anche stasera è meglio se guardo Un Posto al Sole.

Bla bla bla

Non dico che non abbiano ragione. Non dico che non sia corretto da parte loro rivendicare un domani diverso. Non dico che non siano giustamente arrabbiati con le generazioni precedenti (quindi anche noi) che gli abbiamo ipotecato il futuro con scelte scellerate. Però…

Io non vivevo nell’aria condizionata a scuola, in macchina, a casa, nei centri commerciali. Non avevo una macchina mia, mi muovevo in autobus (conoscevo le coincidenze del 60 notturno, come il mio amico Rino), non avevo voli low coast per fare i fine settimana in giro per l’Europa (tutt’al più l’estate della maturità me la sono fatta con l’inter-rail). Non ero connesso con dispositivi che mi permettessero di parlare/scrivere/leggere e quindi essere in contatto con il resto del mondo H24. Tutt’al più avevo i gettoni telefonici.

Insomma, ragazzi miei, sicuramente la politica dei grandi è stata (anche) tanto bla bla, ma siamo sicuri che non siate anche voi un pochino (non tanto) responsabili di quello che sta succedendo e di quello che – se non cambiamo radicalmente stile di vita – succederà in futuro?

La forza, la debolezza e gli alberi in autunno

Nella realtà quotidiana tutti vogliamo essere forti. Tutti cerchiamo, aneliamo, desideriamo la forza. Non c’è alcun dubbio al riguardo. Bisogna essere forti nel fisico, per stare bene. Forti nelle tribolazioni e nei problemi per non farsi schiacciare. Forti per ottenere le vittorie e per accettare le sconfitte. Forti per perseverare nelle difficoltà così da superarle. Fin da piccoli ci insegnano ad essere forti, a scuola, nello sport, nelle relazioni con gli altri. Perché il forte vince, ma anche perché il forte può essere generoso, può diventare l’eroe che aiuta chi è in difficoltà, che salva le fanciulle in pericolo, che sbaraglia i cattivi.

E per questo, al contrario, la debolezza è un vizio imperdonabile. Perché chi è debole non affronta i problemi, se ne fa schiacciare, non vive da protagonista, si lascia vivere, esposto com’è a tutte le turbolenze esterne. Chi è debole non contrasta le ingiustizie e quindi fa sì che il male dilaghi, anche a causa sua e delle sue mancanze.

Il problema è che nessuno può mai essere forte abbastanza. Per quanto ci si possa impegnare (ma la vera forza è quella che viene senza sforzo), per quanto ci si possa allenare, è altamente probabile (se non certo) che la realtà saprà essere più forte di noi. E anche l’eroe classico, Achille aveva il suo tallone, perché eliminare ogni punto debole è umanamente impossibile. Poi certo, la forza sta nel non soccombere quando si è sotto attacco, quando il nostro punto debole viene individuato e proprio da lì veniamo colpiti. Quindi bisogna essere forti, ma nello stesso tempo dobbiamo conoscere e accettare la nostra debolezza, senza fare finta che non esista. Una debolezza che si scontra con la volontà di superare i problemi o meglio di essere d’aiuto agli altri per superarli.

Poi però uno come San Paolo (mica l’ultimo scemo) dice che “quando sono debole, allora che sono forte” (2Cor, 12,10). Lo ammetto, questa cosa non l’ho mai capita. Neanche se inserita nel contesto in cui è scritta (ad esempio, mi viene da chiedere, Gesù nel Getsemani è stato debole o è stato forte? e sulla croce?). Chi è debole cede alle tentazioni, si abbandono alla fuga, evita lo scontro, sceglie la via facile. E certo non può essere questa la sua forza. Qual è allora la forza della debolezza? Qual è la debolezza che mi rende forte?

Non ce l’ho una risposta, ma forse perché, in fondo l’idea che abbiamo è che chi è debole oltre che per se stesso, è debole per chi gli sta vicino. Non riesce a dare nulla agli altri, perché nulla ha da dare. Null’altro se non la sua debolezza. Ma se fosse proprio questa la vera forza?

Gli alberi d’autunno ci insegnano qualcosa di prezioso: come lasciar andare le cose (dal blog di Centoquarantadue https://centoquarantadue182151628.wordpress.com/).

E tu, che comportamento esasperante hai?

“A volte è lecito anche domandarsi: ma questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati oppure c’è stato un comportamento esasperante e aggressivo anche dall’altra parte?“.

Dichiarazione da parte di una donna. Di una donna colta, intelligente, una giornalista impegnata nei temi politici e sociali, madre di famiglia. Insomma, non una scappata di casa in preda ad estrogeni impazziti o bisognosa di titoloni sui giornali. Ma se anche da una così vengono fuori opinioni del genere, con 83 femminicidi solo dall’inizio del 2021, 7 negli ultimi 10 giorni, quasi tutti compiuti nell’ambito familiare, cosa si può dire ancora?

E’ giusto cercare di capire le opinioni e le ragioni altrui. E se ci mettiamo, sicuramente troveremo delle giustificazioni a (quasi) ogni azione. C’è il ladro che ha la famiglia a cui non sa cosa dare da mangiare, il mafioso con il senso dell’onore verso la famiglia, lo spacciatore che a sua volta è tossicodipendente. Chiunque può avere una (buona) ragione per fare una (cattiva) azione. Ma questo non redime quell’azione, non la rende accettabile. Inoltre, cara Barbara, ma non sai quanto esasperanti possiamo essere noi mariti? Tu forse sei capitata bene con Franceschiello tuo, ma dovresti ad esempio sentire la mia dolce metà! E sai quanti uomini sono stati uccisi dagli inizi dell’anno per comportamenti esasperanti? Zero.

Non c’è alcun motivo valido, non c’è nessuna spiegazione ragionevole, non ci sono punti di vista da tenere a mente, non ci sono giustificazioni valide, non c’è ragione alcuna per alzare la mano su una donna (o su un bambino, o su un altro uomo) e fino a ché questo non sarà chiaro a tutti, non dobbiamo smettere di ribadirlo, di urlarlo se necessario. Insomma Barbarè, hai detto ‘na stronzata.

Una telefonata dal futuro

Prima dell’estate ho avuto un piccolo incidente con la macchina, fortunatamente senza conseguenze, se non qualche ammaccatura. Come da procedura (la macchina è aziendale) ho contattato la carrozzeria convenzionata, dove una gentilissima signorina si è presa tutti i riferimenti, rassicurandomi del fatto che mi avebbe richiamato lei quando avrei potuto portare lì la macchina per la riparazione. Mi era rimasta in mente per la simpatia e la gentilezza che raramente si trovano fra lavoratori di questo tipo.

Questa la premessa. Stamattina, ore 8,45 squilla il telefono

  • Buonasera, la chiamo dalla carrozzeria Pincopallo, la sua macchina targata (e dice la targa giusta) è pronta, la riparazione effettuata, può venire a ritirarla quando vuole
  • Buonasera (alle otto e trequarti?) passi, magari hai ancora sonno, oppure semplicemente non vedi l’ora di tornartene a casa e sei già proiettata. Ma quindi mi stai dicendo che stanotte siete venuti quatti quatti, vi siete presi la mia macchina, l’avete riparata e ora mi chiedi di venirla a riprenderla?

Avrei voluto tanto rispondere così, ma era la stessa gentilissima signorina della prima volta…

  • Temo ci sia un errore. E’ vero che la mia macchina è targata (e ripeto il numero), ma io devo ancora portarvela per la riparazione!
  • Ma lei è sicuro? Qui mi dicono che hanno fatto tutto.
  • Ahhhh, ora ho capito! In realtà questa telefonata viene dal futuro! Ecco perché mi ha detto “Buonasera”, mi scusi, non avevo colto la cosa, allora tutto a posto. Anzi, già che ci siamo, mi racconta qualcos’altro? Chi sarà il sindaco di Roma? E chi vincerà il Campionato di calcio? Si ricorda mica qualche numero uscito al superenalotto? E il Covid uscirà prima o poi dalle nostre vite? Quando mi manderanno in pensione?

Così avrei voluto rispondere. Invece

  • Invece temo proprio che abbiate fatto un po’ di confusione.
  • E allora mi scusi. Mi faccia controllare e la richiamo.

Però peccato. Sarebbe stato fico ricevere una telefonata dal futuro!

Dammi un po’ di musica rock, che ho bisogno di tutto

Il rientro di settembre è sempre molto faticoso. C’è chi lo fa gradualmente, quasi a voler riprendere un ritmo come fanno gli atleti e chi invece si tuffa subito nel turbine degli impegni, come dovesse recuperare il tempo perduto. Io non so quale sia la maniera migliore, probabilmente non c’è. Qualcuno dice che non si apprezzerebbero le ferie se non ci fosse il lavoro. Non è il mio caso. Io ne farei benissimo a meno, non mi angoscia l’idea di rientrare, ma certo non mi entusiasma. Sarà anche la maturità raggiunta: da un punto di vista lavorativo posso dire di avere un luminoso futuro alle spalle!

Nonostante questo, sarà la prospettiva di un’ennesima recrudescenza della pandemia, sarà lo spauracchio di nuove chiusure, in questi giorni mi sono tornate voglie sopite. Ma no, che avete capito! Intendo quelle spinte costruttive che ti dicono che dovresti segnarti in piscina, ristrutturare casa, fare volontariato, metterti a dieta, ripulire la cantina, cambiare la macchina, adottare un coniglio, scrivere un libro, impegnarsi nela campagna elettorale. Tutte quelle cose che quando le fai, poi dici “ma chi cazz me l’ha fatto fare di….“. Ecco, proprio quelle lì. Le imprese in cui sai che non conviene impelagarsi, ma sai altrettanto bene che alla fine ti coinvolgeranno.

Settembre altrimenti è una montagna da scalare, con tutti quei mesi che si succederanno prima di arrivare ad una nuova primavera. Per questo la ripresa necessita spinte particolari, nuovi (o vecchi) obiettivi, che diano colore al quotidiano, che pur nelle difficoltà, pur nelle seccature che si porteranno dietro, daranno un nuovo impulso ai giorni che verranno. Un po’ come una canzone dei Led Zeppelin.

Abbinamenti cacofonici

Quest’estate mi sono proprio riposato. 20 giorni fra le mie amate montagne, con un sacco di sole, ma un caldo accettabile, tanti giri in bicicletta, passeggiate e mangiate memorabili. Totale relax! E a differenza degli altri anni ho quasi mandato in vacanza anche il blog. Però anche in questa situazione di pace dello spirito c’è sempre qualcosa che viene a turbare lo stato di benessere e ti fa ritornare alla mente le brutture dei tempi che viviamo. Saranno state le notizie sulla pandemia e le minchiatone dei no vax? Sarà stata la tragedia che si sta compiendo in Afghanistan? Sarà stata la morte del batterista dei Rolling Stones? Si chiederanno i più curiosi fra i viaggiatori ermeneutici. Invece no. Si è trattato di un abbinamento che mi si è parato davanti durante una bella passeggiata fra i boschi. Due cose insieme che invece insieme non dovrebbero stare. Sarà stato una macchia di giallo e una di rosso? Sarà stato un pezzo di pizza con l’ananas (fateci caso, anche questa giallorossa)? Sarà stato un piatto di spaghetti con le vongole ricoperto di parmigiano? Si chiederanno sempre i curiosi di cui sopra. Invece no. Su un bel sentiero di montagna, immerso in boschi secolari, a circa 1800 metri, sulla strada per il Rifugio Sebastiani, c’era uno in mutande. Anzi, non proprio in mutande, guardando meglio, aveva un costume da bagno. Quando sono stato a New York ho avuto modo di incontrare il famoso Naked Cow Boy. Ma vi posso assicurare che si avvicina solo lontanamente allo spettacolo raccapricciante dello slippino con gli scarponi da trekking. Un’immagine che mi rimarrà nella memoria e si riproporrà come un piatto di peperonata (anche questa in effetti, giallorossa) nei miei peggiori incubi.

Ciao Gino

Una vita spesa a combattere ogni guerra, una vita senza paura. A fianco dei disperati, per provare ad alleviarne la sofferenza. Senza indietreggiare mai, senza scendere a compromessi. Una vita contro i potenti, di qualsiasi schieramento, contro ogni idea preconcetta, guardando l’uomo, la sua singolarità, al di là delle apparenze. Una vita coerente, fino alla fine.

Questa estate ci siamo sentiti orgogliosi di essere italiani perché dei giovanotti hanno primeggiato nel calcio e poi negli altri sport. Ma se ci penso un po’, sono orgoglioso di essere italiano molto di più per te, che hai speso la tua vita scegliendo di essere sempre dalla parte degli ultimi. Una vita fatta dono per gli altri.

Non so se ti definissi cristiano. Ma se c’è uno che in questi tempi contemporanei ha messo in pratica ciò che sta scritto nel Vangelo, sei stato tu. Non so nemmeno se fossi credente. Ma sono certo che se c’è un paradiso, ora sei sicuramente lì.

P.S. L’immagine è della mia amica, nonché pittrice straordinaria Nadia Sgaramella

Ground Control to Major Tom

Un altro San Lorenzo, un’altra notte in cerca di stelle, un’altra lista di desideri. Ma in questi strani tempi che stiamo vivendo, rischiamo di non essere più tanto sicuri dei desideri che vorremmo si avverassero. E a volte, come cantava David Bowie, stare a contatto con le stelle può farci perdere la bussola. Che voleva fare quell’esibizionista del maggiore Tommaso? Tutto contento di essere in mondo visione, a guardare la terra tutta blu dall’alto dei cieli: all’inizio non aveva paura di perdersi, l’infinità dello spazio non lo metteva a disagio. Ma poi?

I desideri sono roba che scotta. Vanno maneggiati con cura: dimmi che desideri e ti dirò chi sei. Perché in fondo è proprio così, i desideri ci qualificano, dicono di noi, molto, forse anche troppo. Tutti desideriamo che questa maledetta pandemia se ne vada per sempre. Ma siamo sicuri che poi vorremmo tornare alla vita di prima? Certo, ci mancano gli abbracci, il contatto fisico, i volti senza mascherine (di maschere per la verità ce ne erano già molte prima, a volte anche più grandi di quelle di stoffa), ma siamo sicuri che vorremmo tornare indietro esattamente com’eravamo? E soprattutto, come probabilmente aveva capito il Major Tom, siamo sicuri che sarebbe un desiderio realizzabile?

This is Major Tom to Ground Control, I’m stepping through the door and I’m floating in a most peculiar way. And the stars look very different today.

Mi viene lo stesso dubbio di Linus: se non possiamo portarcele a casa dentro un secchiello, allora vale la pena lo stesso starsene con il naso all’insù aspettando che le stelle ci degnino della loro attenzione? O al contrario, non sarà invece che dobbiamo buttare via il nostro secchiello e smettere di tentare di portarci via le stelle che cadono? In altre parole, non sarà forse che dobbiamo cominciare a costruirci un futuro diverso da desiderare?