“Ci sono cascato di nuovo…“, cantava il buon vecchio Achille. he poi, se proprio volessimo sottilizzare, in realtà non sono cascato, nel senso di caduto: per la precisione mi sono strappato il retto femorale destro, provando a calciare una palla scivolosa su un terreno zuppo di pioggia. E già vi sento, “la vuoi smettere di giocare a calcetto all’età tua?“, “lo vuoi capire che il calcetto è più pericoloso della boxe?“, “ma perché non ti droghi come fanno tutti?“. Lo so, lo so benissimo. So che non mi fa proprio bene alla salute e che ci sarebbero mille altre attività più tranquille e meno pericolose, ma è più forte di me: correre dietro ad un pallone resta una delle cose più belle che si possano fare su questa terra, soprattutto insieme ad altri 9 pazzi come il sottoscritto che non si arrendono allo scorrere del tempo e agli acciacchi sempre più evidenti.
Che poi stavolta mi sia fatto male da solo e in un modo goffamente buffo, non fa che aumentare la frustrazione, ma non al punto di pensare di appendere gli scarpini al chiodo. E poi, si strappano i giocatori veri, quelli che hanno un terzo dei miei anni e vengono pagati per dare calci ad un pallone, perché non poteva capitare a me? Stavolta l’età c’entra fino ad un certo punto. Come la volta scorsa, d’altra parte.
E proprio come la volta scorsa sono bloccato a casa per un mesetto. Sempre con le stampelle, ma almeno stavolta senza la tortura del gesso. Ho iniziato fin da subito la fisioterapia e in effetti giorno per giorno i miglioramenti cominciano a farsi sentire (se non altro la coscia non sembra più la cartina geografica del sud America!).
Ma cosa c’è di diverso rispetto a dodici anni fa? E’ cambiato il cane che mi fa compagnia, i figli ormai guidano e quindi sono molto più autonomi e anzi mi danno una mano per le varie incombenze. C’è stata la pandemia di mezzo, che ci ha insegnato che ormai è possibile lavorare da casa come se non meglio che andare in ufficio.
Allora cosa è cambiato e cosa è rimasto uguale dodici anni dopo? Il blog resiste, la musica di sottofondo è su per giù la stessa, ma soprattutto quello che resta uguale è una sensazione. La sensazione che basta poco, un nonnulla, per cambiare le nostre giornate. Che per quanto ce la vogliamo raccontare, anche se la testa dice il contrario, il resto della compagnia non risponde più allo stesso modo di un tempo. Per questo dobbiamo godercela fino in fondo, finché dura. Ogni maledetto giovedì e non solo quello.
L’incertezza del futuro ci potrebbe spingere alla nostalgia del passato, a passare in rassegna vecchie foto (Uh, guarda quanti capelli avevamo!). Ma proprio guardando quelle vecchie foto, ti rendi conto che quello che resta davvero, quello che non cambia mai è la voglia di non arrendersi, di continuare a correre. E sì, forse arriverà il giorno che ci arrenderemo al tempo che passa. Ma quel giorno deve ancora arrivare.






