La voce del silenzio

Mi piacerebbe saper trovare le parole giuste, per dire quello che sarebbe giusto dirti, anche al di là di quello che so. Così succede invecchiando che hai bisogno degli occhiali per leggere, perchè la distanza rende chiare le cose lontane, mentre confonde quelle che abbiamo sotto gli occhi. Per capire davvero ti devi allontanare, anche se fa male, anche se costa tanta fatica e forse non ne sei capace.
Ma d’altra parte, il fatto che io non ne sia capace, non significa che non puoi farlo tu: fai quel che dico, non quello che faccio. Anzi, forse proprio quello che non riesco a fare mi appare chiaro ed evidente nella sua necessità, come una musica nel silenzio, che riesci ad ascoltare perfettamente, senza distrazioni o disturbi. Proprio dove io non arrivo è il tuo traguardo. Il fatto che io non l’abbia raggiunto non lo sminuisce, anzi forse ai miei occhi lo rende più prezioso. E se lo raggiungi tu sarà anche una mia vittoria. Perché forse aveva ragione Lacan, amare è donare quello che non si ha.
Volevo stare un po’ da solo, per pensare tu lo sai
E ho sentito nel silenzio una voce dentro me
E tornano vive tante cose che credevo morte ormai
E chi ho tanto amato, dal mare del silenzio
Ritorna come un’onda nei miei occhi,
E quello che mi manca nel mare del silenzio mi manca sai molto di più
Ci sono cose in un silenzio che non mi aspettavo mai
Vorrei una voce ed improvvisamente
Ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto
Ed io ti sento amore, ti sento nel mio cuore,
Stai riprendendo il posto che tu non avevi perso mai
Che non avevi perso mai, che non avevi perso mai!

E saper fuggire un cretino

Ormai si sa, la pazienza è una grande virtù. Sopportare con pazienza le persone moleste è non a caso una delle opere di misericordia spirituale. Ma fino a che punto? Perché è vero, bisogna calarsi nei panni degli altri, bisogna cercare di vedere la realtà dal loro punto di vista, la molestia spesso nasce dalle paure, dalle insicurezze. A volte è importante rassicurare, alcune volte bisogna farsi spalla, altre volte è sufficiente essere orecchio. Devi saper contare fino a cento, a volte invece meglio far finta di non vedere, né sentire le persone moleste.

Ma moleste come? Come una caccola nel naso che non va né su, né giù? Come quelli che a Tresette bussano con il tre secondo? O come chi non riparte quando scatta il semaforo verde? Non c’é un’indicazione in questo senso. Bisognerebbe sopportare tutti, anche chi ha l’alito cattivo e si ostina a non tenere il distanziamento sociale. Perché in realtà la questione vera è un’altra: fino a che punto pazientare e quando invece provare con una capocciata sui denti?

In ogni caso, una volta che la razionalità ha percorso tutte le sue strade, alla fine dobbiamo ricorrere alla poesia. E nel nostro tempo, chi meglio del sommo poeta Giulio Rapetti, in arte Mogol, ci può dare un’indicazione chiara su come andare avanti?

Se è il caso lottare, più spesso lasciare
Saper aspettare chi viene e chi va
E non affondare se si può in nessuna passione
Cercando di ripartire, qualcosa accadrà
Curare il giardino e saper fuggire un cretino
Usare poco i motori e poco gli allori
Non temere la notte, non temere la notte
Però amando più il giorno
E partire senza mai pensare, ad un sicuro ritorno

I bambini smarriti

Le cause perse, i soggetti ai margini, i concetti superati e le questioni dimenticate. Gli emarginati, quelli fuori dai giri, le promesse non mantenute, gli impegni disattesi, la fiducia mal riposta. Come i bambini smarriti di Peter Pan, sono i dimenticati, gli eterni ragazzi, che non cresceranno mai e rimarranno per sempre nell’Isola che non c’è, perché nessuno li reclama più.

Eppure ci sono, esistono, invisibili e pur presenti nelle nostre vite, come realtà residuale. Ma il residuo, lo scarto, se non viene riciclato o smaltito per bene, ritorna a galla sotto i nostri occhi, come le buste di plastica nel mare. Quando meno te lo aspetti puoi imbatterti in loro, nascosti dietro le mascherine, ma in realtà ben riconoscibili. Ritornano da noi che li avevamo volutamente tralasciati, che avevamo cercato di ignorarli, senza farci i conti.

Come Del Piero, possiamo anche fare la pubblicità dell’acqua diuretica per anni e anni, ma questo non ci salverà dai calcoli renali, perché la più brutta realtà sarà sempre più vera della più bella fantasia. E l’isola che non c’è, sarà pure un paradiso, ma comunque non c’è. Invece per combattere i pirati, abbiamo bisogno proprio dei bambini smarriti, dobbiamo diventare alleati e fare finalmente pace con loro, per capire davvero ciò che è importante da ciò che non lo è. Ciò che ci salva e ciò che ci condanna.

Abbiamo un’occasione straordinaria, forse irripetibile: ma se non lo capiamo neanche dopo una pandemia mondiale, forse non lo capiremo più.

 

Posto fisso, partite Iva, odiatori seriali e altre fantastiche creature

I titolari di stipendio fisso, autoproclamatisi unici pagatori di tasse nel nostro Paese, contro le partite IVA, evasori fiscali conclamati: Se ci sono stati tutti quei morti per i tagli alla sanità è colpa vostra che non pagate le tasse! L’anno scorso hai dichiarato diecimila euro, com’è che ora in due mesi dici di averne persi venti?

Le partite IVA, autoproclamatisi unici lavoratori nel nostro Paese, contro quegli scansafatiche del posto fisso che rubano i soldi non facendo una beneamata ceppa dalla mattina alla sera: Che vi importa a voi della pandemia, tanto il 27 del mese comunque vi arriva lo stipendio sul conto! Tu dici di pagare le tasse, ma poi hai fatto imbiancare il salotto senza fattura!

Senza dimenticare i delatori da mancanza di mascherina, quelli che denunciano i vicini rei di barbecue, i fun di Burioni contro i no vax, i leghisti contro a prescindere, chi vuole ricominciare il campionato contro chi vuole finirla qui, bella ciao dal balcone contro runner impenitenti, amanti di Teams contro amici di Zoom, Samsung contro Iphone, apriamo i barbieri chiudiamo le messe, viva il papa, no meglio quell’altro.

Insomma, che la pandemia ci facesse comprendere che siamo tutti nella stessa barca era auspicabile. Che questa disgrazia planetaria accomunasse le persone nella difficoltà era augurabile. Che ci rendesse più buoni, va be’ era utopistico. Ma che addirittura tirasse fuori i peggiori istinti, scatenando questo tutti contro tutti, magari potevamo evitarlo.

Siamo riusciti a dividerci e ad insultarci anche sull’unica bella notizia, che avrebbe potuto accomunare tutti quanti: Silvia Romano, una giovane ragazza liberata dopo un rapimento durato un anno e mezzo. Per evitare di scendere sullo stesso piano di mentecatti decerebrati craniolesi, non voglio commentare, non conoscendo i fatti, la sua conversione all’Islam, anche perché non cambia di una virgola il discorso. Parliamo invece dello “scandalo riscatto”.

Ed io, proprio per superare questo clima d’odio, invece di abbandonarmi al turpiloquio (oddio, quanto mi andrebbe!), vorrei fare un gesto pacificatorio. Vorrei tranquillizzare quelli odiatori seriali, preoccupati che i soldi spesi per liberarla serviranno a comprare armi per la Jahad. State sereni, quei soldi torneranno da noi. Potete dormire sonni tranquilli! Considerando che siamo uno dei Paese in cima alla classifica della vendita di armi ai Paesi del terzo mondo, quei soldi torneranno all’ovile. E anche voi, tornate al vostro mojto mentre sfogliate Libero, che domani magari, dopo la carriera da virologi e quella da negoziatori internazionali, chissà a quale altro delicatissimo incarico di fiducia sarete chiamati!

Qualcuno mangia un pipistrello in Cina e tu ti ritrovi a cantare “bella ciao” da un balcone

Come già osservava più d’uno, questa pandemia ha reso chiaro a tutti, ancora di più di quanto già non lo fosse prima, che viviamo in un villaggio globale. Mai come oggi possiamo sentire quanto profonde siano le interconnessioni fra le persone, le nazioni, i continenti: i confini esistono ormai solo nelle menti ristrette di certi politici da strapazzo, che mietono consensi nell’ignoranza e nelle paure delle persone.

Qualcuno mangia un pipistrello in Cina e tu ti ritrovi a cantare “bella ciao” da un balcone: come si potrebbe spiegare meglio l’eterogenesi dei fini? Che come spiegano i manuali di filosofia è quella teoria per cui la storia, il mondo, la realtà vanno avanti grazie a conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali. A meno ché non siate complottisti da scie chimiche o non crediate a quel tipo con i capelli buffi che consigliava di curare il Covid iniettandosi l’amuchina in vena, abbiamo la prova evidente che un fatto occasionale, completamente non intenzionale, ha determinato una serie di conseguenze inimmaginabili fino a pochi mesi fa.

Un po’ come quel genovese che cercava un’altra via della seta e si trovò a scoprire un nuovo continente, non sempre le nostre azioni hanno le conseguenze che immaginavamo, quelle che avevamo pianificato. Qui (ma non solo qui), sbagliava anche il mio amico Marx: secondo lui il peggior architetto era comunque più avanti rispetto all’ape migliore proprio per la capacità dell’uomo di visualizzare con precisione i propri progetti. La realtà è diversa. La realtà e che puoi anche avere il miglior progetto del mondo, ma se nel realizzarlo poi viene fuori tutt’altra cosa, come la mettiamo?

Perché la realtà è quasi sempre più complicata di come la pensiamo noi (in realtà a volte è più semplice e siamo noi a complicarla troppo, ma questo aspetto adesso ci porterebbe fuori discorso). Le conseguenze delle nostre azioni arrivano spesso molto più lontano di come avevamo programmato e a volte in direzioni inimmaginabili. Per questo dovremmo provare a volerci bene l’un l’altro, esercitando l’antica arte della pazienza reciproca. Per questo dovremmo imparare a chiedere scusa. Ed infine, dovremmo sempre ringraziare la nostra buona stella.

I’m so much closer than
I have ever known
Wake up
Better thank your lucky stars
Well, I’m so much closer than
I have ever known
Wake up
Better thank your lucky stars

La regola dell’amore

Sul serio pensate possa esistere una regola dell’amore? E siete così ottimisti che credete di trovarla nel mio blog? A volte la fiducia degli altri mi commuove. E come ve la immaginate? Tipo quelle inserite in un decalogo, con divieti assoluti a non fare questo e inviti pressanti a fare quest’altro? Oppure potrebbe essere simile a una regola logica, come quelle che si trovano nei manuali di grammatica.

Secondo voi è possibile fare un’analisi grammaticale dell’amore? Qual è il sostantivo? In amore contano gli aggettivi o possiamo farne a meno? E con quale articolo si può accompagnare, determinativo e indeterminativo? Il verbo è presente, passato o futuro? E la forma è attiva o passiva? Allora forse potremmo provare con l’analisi logica. Ma siamo sicuri che sia facile individuare il soggetto, il predicato e i vari complementi? Ugualmente complicata sarebbe l’analisi del periodo: l’amore si svolge su proposizioni principali o secondarie? Indipendenti o subordinate? No, non sarebbe affatto facile.

Magari allora si potrebbe provare con una regola matematica. Ma se volessimo fare un’equazione per calcolare l’algebra dell’amore, probabilmente scopriremmo che non sempre con l’addizione si ottengono numeri maggiori, anzi a volte per aumentare bisogna sottrarre e per moltiplicare è necessario dividere. La distanza non si calcola in metri, il peso non si calcola in chili e le equivalenze non sempre funzionano. Puoi essere vicino e stare a distanze siderali e viceversa. Può essere pesante così tanto da soffocarti e al contrario leggero fino a farti volare. Per trovare il minimo comune denominatore potrebbe servire una vita. Non parliamo della geometria dell’amore! Il triangolo sicuramente non è la forma più adeguata e a volte può anche capitare che due rette parallele si incontrino, trovando un punto in comune.

Forse potrebbe funzionare una regola musicale: potremmo trovare la regola dell’amore in una intonazione perfetta, con i diesis e i bemolle, con le leggi dell’armonia, trovando il tono giusto, con le pause e l’incrocio di voci differenti, che insieme però danno la melodia, seguendo un ritmo determinato. Ma se poi a qualcuno piacessero gli amori stonati o quelli dissonanti, come la metteremmo? Dobbiamo arrenderci al fatto che in amore non esiste una regola uguale per tutti?

Il fatto è che ognuno di noi pensa di sapere quale sia questa regola. Come quando bisogna riepiegare il bugiardino dei medicinali: lo tiriamo fuori ed è scontato che poi riusciremo a rimetterlo dentro, che ci vuole? Stava tutto compatto in zero centimetri, ora basta chiudere qui, ripiegare qua, no, forse va girato così, proviamo di là………….

Forse hanno ragione i REM: l’amore è una strana moneta. Per trovare la regola dell’amore ci vorrebbe un cambiavaluta oppure un bravo interprete, per prendere la regola e tradurla nella propria lingua. Non ci credete? Pensate a Cyrano de Bergerac, alla più bella definizione di bacio che è stata data dalla letteratura: “l’apostrofo rosa fra le parole t’amo“. Ma gli inglesi dicono “love you” e non “t’amo” oppure “Je t’aime” come nella frase originale e quindi non c’è nessun apostrofo. E quindi? Quindi in inglese il bacio è diventato “The Pink Exclamation Mark after I love you!”

Allora forse potremmo dire che la regola dell’amore è far diventare un apostrofo un punto esclamativo. Non ne trovo una migliore.

I need a chance, a second chance, a third chance, a fourth chance
A word, a signal, a nod, a little breath
Just to fool myself, to catch myself, to make it real, real
These words, “You will be mine”
These words, “You will be mine,” all the time, oh

 

A proposito di regole

Le dittature nascono e si affermano sempre a seguito di situazioni critiche (economiche ma non solo) in cui l’ordine prestabilito sembra non essere più garantito. Senza dubbio l’affermazione di forza che reprime il dissenso con l’uso della violenza è un elemento determinante, ma altrettanto decisivo è il consenso che, più o meno coscientemente, più o meno a malincuore, la massa delle persone decide di dare. Ma perché la maggioranza delle persone dovrebbe deliberatamente rinunciare alla propria libertà, alla possibilità di decidere il proprio futuro? Per interesse, ma soprattutto per paura.

Se vediamo cosa è successo in un passato abbastanza recente, possiamo riconoscere che le dittature si affermano come soluzione d’emergenza, come estremo rimedio di fronte ad un male estremo. Si affermano quando la paura per la situazione esistente diventa più forte della paura di perdere la propria libertà. Laddove le soluzioni normali, le vie canoniche mostrano dei limiti, stentano ad offrire soluzioni, si ricorre alla semplificazione. Decide qualcuno per tutti: “fidatevi, ora non ho tempo (né voglia) di starvi a spiegare tutto nel dettaglio, seguite quello che dico e ne saremo fuori. Dovrete rinunciare a qualcosa, ma non sarà per sempre e poi ricordatevi è per il vostro bene“.

Perché l’altra caratteristica tipica delle dittature, oltre l’autocelebrazione, è la convinzione di sapere quale sia il bene dei propri sudditi. Lo Stato diventa genitore: ci dice non solo cosa è consentito e cosa no, ma anche cos’è corretto, cos’è etico, cos’è buono per gli altri, cos’è utile per la nazione. Ci dice quali sono le relazioni da mantenere e quali quelle da trascurare, quali attività sono utili e quali possono andare in secondo piano.

Non sto dicendo che Conte o chi per lui sia un pericolo per la democrazia di questo Paese. Fortunatamente anche i soggetti più inquietanti presenti in Parlamento propendono più per il ridicolo che per il tragico, però c’è un dato di fatto incontrovertibile: l’emergenza sanitaria, con tutte le paure e le incertezze che ha scatenato, con tutto il non detto o comunque non conosciuto che si porta dietro, ci ha portato a dare una delega in bianco a chi ci governa, come mai era successo in 75 anni di democrazia.

Il problema, come scrivevo altrove, non è riaprire le Chiese. Non è solo quello, almeno. Il problema è che la consulta dei saggi, novello comitato di salute pubblica, ci sta dicendo non solo cosa dobbiamo fare, ma anche come, quando, con chi dobbiamo farlo. Stiamo accettando che è giusto/corretto/utile aprire delle attività e lasciarne chiuse altre. Stiamo accettando che possiamo incontrare qualcuno, ma qualcun altro no. Dobbiamo esserne consapevoli noi e devono esserlo loro.

Lasciassero stare congiunti e congiuntivi e cercassero di darci regole chiare, senza discrezioni, senza possibili interpretazioni, applicabili per tutti ed in tutte le situazioni. Tornino a fare lo Stato, che di genitori grazie a Dio ne abbiamo e ne abbiamo avuti, bravi abbastanza per insegnarci che nessuna regola potrà mai valere il buon senso.