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Perché voterò no

Comincio col dire di non essere un amante dello strumento referendario. Abusato, strumentalizzato, il più delle volte chiama le persone “comuni” ad esprimersi su tematiche specifiche, su cui nemmeno grandi esperti e conoscitori della materia hanno un’opinione certa. Non mi stupisco che gran parte dei referendum finisca con un nulla di fatto. Ma non è questo il caso. Anche stavolta in realtà la questione è molto complessa e richiederebbe una conoscenza che non è detto sia a disposizione di tutta la cittadinanza. Sarebbe stato molto meglio che la signora Maria e il sor Giuseppe avessero continuato ad interessarsi di San Remo e del campionato di calcio piuttosto che entrare nel merito di una riforma sulla quale fior fiore di giuristi la pensano in maniera diametralmente opposta.

E questo è il primo motivo per votare no. Le regole costituzionali sono state scritte da tutti, da Togliatti e De Gasperi che avevano visioni politiche (ma direi visioni del mondo) totalmente contrastanti. Eppure si misero intorno ad un tavolo, con i socialisti, i repubblicani, i liberali, anche essi portatori di visioni molto diverse, per stabilire delle regoli comuni. Nulla è eterno e non c’è niente che non sia perfettibile, ma che una sola parte, al momento maggioritaria, possa modificare profondamente queste regole la trovo una forzatura sbagliata e pericolosa.

Il secondo motivo per votare no è questo. Siamo chiamati ad esprimerci su una vera e propria rivoluzione delle regole, spacciandola per una questione secondaria. Anzi peggio, proponendola come un miglioramento di cose (ad esempio i tempi della giustizia) che non verranno minimamente toccate dall’eventuale vittoria dei proponenti.

Ed entriamo nel merito delle modifiche, prima fra tutte la separazione delle carriere. Non starò a dire che di fatto già esiste (lo 0,3 dei magistrati cambia da giudice a procuratore e comunque lo può fare una sola volta nella sua vita e solo entro i primi dieci anni di attività). La riforma raddoppierebbe il CSM, separando gli uni dagli altri, che avrebbero quindi anche un percorso formativo diverso. Ed è proprio su questo che sono fortemente contrario. Questa separazione, che viene venduta come la chiave di volta per avere giudici non influenzati dalle procure, di fatto creerebbe degli avvocati dell’accusa. Oggi il magistrato inquirente ha una formazione e una mentalità che dovrebbe orientarlo al di sopra delle parti: porta avanti il lavoro inquirente, ma con una formazione che potrebbe portarlo ad archiviare un caso che non ha i necessari requisiti per essere rimandato a giudizio. Facciamo il paragone con l’avvocato di difesa: che deve difendere anche l’indifendibile, che non deve tenere in considerazione se il suo assistito sia colpevole o innocente. Deve difenderlo a prescindere. E noi vorremmo che anche il procuratore che indaga su di noi si comportasse così? Leggo che in molti Paesi esteri la due figure sono distinte, ma questo cosa ci aggiunge? Gli inglesi mangiano la pizza con l’ananas e i francesi non hanno il bidè. Infine, se questo fosse davvero l’obiettivo, si poteva ottenere senza stravolgere il dettato costituzionale, con una semplice riforma autonoma.

Un altro no, forte e deciso lo dico al sorteggio come metodo con cui si pensa di sostituire la composizione dei membri del CSM. I sostenitori del Sì dicono che in questo modo si contrasta il pericolo che le correnti possano nominare solo membri raccomandati. Che sarebbe come dire, poiché nei concorsi pubblici c’è il rischio che ci siano raccomandati, i posti a disposizione mettiamoli in palio con una lotteria: primo premio e vinci una cattedra all’Università, secondo premio diventi primario all’ospedale. E’ la regola dell’uno vale uno, contraria a qualsiasi spirito meritocratico. Uno vale uno non funziona neanche il giovedì sera per fare le squadre di calcetto!

Ultimo, ma non certo meno importante motivo per votare no è che questa riforma non ridurrà i tempi della giustizia, né garantirà una maggiore tutela dell’imputato, ma in compenso incrinerà l’autonomia del potere giudiziario che sarà maggiormente soggetto al potere esecutivo. Un CSM dimezzato, i cui membri saranno scelti a sorteggio e quindi non dovranno rispondere a nessuno del loro operato, non più presieduto dal Presidente della Repubblica, ma da un rappresentante scelto dal governo, sarà decisamente depotenziato e di fatto molto più influenzabile dall’esecutivo.

Tralascio le polemiche sul chi vota chi o sul cambio di opinione di qualcuno, polemiche strumentali che non spostano di un millesimo i termini della questione. Raramente sono stato così convinto da che parte stare, a prescindere dallo schieramento che porta avanti le ragioni dell’uno o dell’altro. Mi auguro che anche la maggioranza delle persone lo sia.

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Quel che cambia e quel che resta

Ci sono cascato di nuovo…“, cantava il buon vecchio Achille. he poi, se proprio volessimo sottilizzare, in realtà non sono cascato, nel senso di caduto: per la precisione mi sono strappato il retto femorale destro, provando a calciare una palla scivolosa su un terreno zuppo di pioggia. E già vi sento, “la vuoi smettere di giocare a calcetto all’età tua?“, “lo vuoi capire che il calcetto è più pericoloso della boxe?“, “ma perché non ti droghi come fanno tutti?“. Lo so, lo so benissimo. So che non mi fa proprio bene alla salute e che ci sarebbero mille altre attività più tranquille e meno pericolose, ma è più forte di me: correre dietro ad un pallone resta una delle cose più belle che si possano fare su questa terra, soprattutto insieme ad altri 9 pazzi come il sottoscritto che non si arrendono allo scorrere del tempo e agli acciacchi sempre più evidenti.

Che poi stavolta mi sia fatto male da solo e in un modo goffamente buffo, non fa che aumentare la frustrazione, ma non al punto di pensare di appendere gli scarpini al chiodo. E poi, si strappano i giocatori veri, quelli che hanno un terzo dei miei anni e vengono pagati per dare calci ad un pallone, perché non poteva capitare a me? Stavolta l’età c’entra fino ad un certo punto. Come la volta scorsa, d’altra parte.

E proprio come la volta scorsa sono bloccato a casa per un mesetto. Sempre con le stampelle, ma almeno stavolta senza la tortura del gesso. Ho iniziato fin da subito la fisioterapia e in effetti giorno per giorno i miglioramenti cominciano a farsi sentire (se non altro la coscia non sembra più la cartina geografica del sud America!).

Ma cosa c’è di diverso rispetto a dodici anni fa? E’ cambiato il cane che mi fa compagnia, i figli ormai guidano e quindi sono molto più autonomi e anzi mi danno una mano per le varie incombenze. C’è stata la pandemia di mezzo, che ci ha insegnato che ormai è possibile lavorare da casa come se non meglio che andare in ufficio.

Allora cosa è cambiato e cosa è rimasto uguale dodici anni dopo? Il blog resiste, la musica di sottofondo è su per giù la stessa, ma soprattutto quello che resta uguale è una sensazione. La sensazione che basta poco, un nonnulla, per cambiare le nostre giornate. Che per quanto ce la vogliamo raccontare, anche se la testa dice il contrario, il resto della compagnia non risponde più allo stesso modo di un tempo. Per questo dobbiamo godercela fino in fondo, finché dura. Ogni maledetto giovedì e non solo quello.

L’incertezza del futuro ci potrebbe spingere alla nostalgia del passato, a passare in rassegna vecchie foto (Uh, guarda quanti capelli avevamo!). Ma proprio guardando quelle vecchie foto, ti rendi conto che quello che resta davvero, quello che non cambia mai è la voglia di non arrendersi, di continuare a correre. E sì, forse arriverà il giorno che ci arrenderemo al tempo che passa. Ma quel giorno deve ancora arrivare.

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Chi ha paura dell’uomo nero?

Naudy Carbone è un jazzista di grande talento, trent’anni, diplomato al Conservatorio di Genova, originario della Guinea è stato adottato da una famiglia di Nizza Monferrato quando aveva 3 anni. La sua unica colpa (!) è quella di avere la pelle nera.

E per questa colpa, pochi giorni fa, ha rischiato il linciaggio. Subito dopo il femminicidio di Zoe Trinchero, l’assassino, Alex Manna, ha cercato di depistare le indagini e scaricare tutta la colpa su Naudy. Non lo ha accusato per caso, ma perché lui in questo Paese più razzista e xenofobo di quanto vogliamo ammettere, era il colpevole perfetto. Quella notte una folla inferocita si è radunata davanti a casa sua armata di bastoni per vendicare la morte di Zoe Trinchero e solo barricandosi in casa e chiamando i carabinieri ha evitato il peggio.

È stato accusato di omicidio dall’uomo italiano bianco che lo aveva commesso. E immediatamente, per tutti, è diventato all’istante il colpevole. Senza alcun dubbio. Italiani brava gente, che votano Gioggia perché mette ordine, difende i valori tradizionali e caccia via tutti ‘sti immigrati. Ma non è mica razzismo questo! No, per carità!

Vorrei mandare un abbraccio fortissimo a Naudy e dirgli che non è solo, nonostante tutto. Che in questa strana Italia degli anni venti del ventunesimo secolo, se non altro, c’è ancora chi ha il senso della vergogna. La vergogna di quello che siamo diventati.

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Storia di un calzino spaiato

“Sei spaiato, non sbagliato!”

Così gli dicevano sempre i suoi amici fantasmini. D’altra parte per loro era facile, sempre insieme, uno dentro l’altro, una specie di essere bicefalo, mai lontani, mai divisi. Sì, per loro era facile…

Invece lui era così che si sentiva. Sbagliato. Un calzino blu, filo di scozia, un cotone come non si trova mica più! Per questo a volte se la prendeva con il destino, cinico e baro, che gli aveva tolto il compagno di una vita, perso chissà dove e chissà perché. A volte invece se la prendeva con se stesso, era chiaro, evidente, come aveva fatto a non capirlo subito? Altro che destino! Se n’era andato lui, perché non lo sopportava più! Ma del resto chi poteva biasimarlo? Come aveva potuto anche solo pensare che l’altro sarebbe rimasto con lui per sempre?

Da quando l’altro se n’era andato c’era stato qualcuno che aveva provato ad avvicinarsi, ma nessuno era uguale a lui. Un blu più chiaro, uno più scuro, uno a righine, uno con il risvolto. E poi due solitudini raramente creano una compagnia. Alcuni potevano avere delle somiglianze, dei tratti comuni, ma non era la stessa cosa. Come fai a ritrovare quel legame magico e irripetibile che ti faceva sentire parte di una cosa unica, che ti qualificava come metà di un tutto? Così quel calzino restava chiuso nel suo comodo cassetto, rimpiangendo un passato glorioso, aspettando un futuro impossibile.

Ma l’unica cosa certa del futuro è che non sarà come ce lo siamo immaginato. E un giorno arrivò un calzino rosso che gli fece perdere la testa. Invece di provare a trovare una somiglianza lo travolse con il suo essere diverso, così da fargli ancora di più apprezzare il suo essere unico. L’abbinamento funzionava, nonostante ogni logica, nonostante ogni remora. Perché nelle due diversità risplendeva l’unicità di ognuno.

“Accettare i calzini spaiati è il primo passo per accettare che la vita è un meraviglioso caos”

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Si chiama responsabilità

“Ma perché uno storico medievale, una figura pubblica importante che sta spesso in tv, si permette di parlare di riforma della magistratura, che certo non è la sua materia?”

“Ma perché il capo dei Vescovi italiani, invece di parlare di anime, dà indicazioni di voto, parlando di politica quando non è certo il suo campo?”

“Ma perché una legenda del rock fa comizi politici, scrivendo canzoni contro il presidente democraticamente eletto?”

“Ma perché l’allenatore di calcio più pagato al mondo, che allena la squadra più ricca d’Inghilterra e d’Europa, si permette di fare un appello per i bambini di Gaza?”

Leggo spesso sui social (e già qui parto male…sarebbe ora che li lasciassimo perdere ‘sti social!) frasi di questo tipo. Secondo questi ben pensanti siccome Barbero ha studiato storia medievale, non può avere un’opinione sul referendum. O Zuppi, essendo presidente della Cei non può essere legittimamente preoccupato della deriva autoritaria che porterebbe questa oscena riforma. Springsteen dovrebbe limitarsi alle canzonette e Guardiola agli schemi di attacco del Manchester City.

Ma per fortuna non è così. Per fortuna qualcuno ha ancora la voglia e il coraggio di esprimere un’opinione, anche scomoda, anche fuori dal coro. Ed è sacrosanto che lo faccia chi ha una sua visibilità, anche fuori da quel contesto, se nella sua coscienza sente che quel tema è importante. Si chiama responsabilità ed è quella che abbiamo verso noi stessi e verso gli altri, soprattutto se abbiamo un qualche ruolo importante o semplicemente una visibilità in grado di influenzare le opinioni altrui.

Che poi è esattamente lo stesso motivo per cui, se godi del privilegio di avere questa possibilità di influenzare le persone, dovresti comportarti in maniera irreprensibile. Ad esempio, se ricopri una posizione di vertice, non dovresti fare festini con allegre signorine o avere stallieri affiliati alla ‘ndrangheta. Ma questo è un altro discorso.

“Sì, io attualmente sono il presidente, d’accordo. Ma lui è e rimarrà sempre il Boss!”

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Attenti, arrivano le guardie (navigatori, gioie e dolori)!

Sempre a proposito di quello che dicevo la scorsa settimana riguardo le cose che non avevamo, ma che ora sono diventate (quasi) indispensabili, oggi parliamo delle mappe stradali e dei navigatori. Per uno come me che ogni giorno deve attraversare Roma per andare da casa in ufficio e ritorno, passando oltre due ore in mezzo al traffico, questo consulente digitale è divenuta una presenza stabile. Ci sono talmente tante variabili e tanti possibili intoppi che il tempo di percorrenza dell’itinerario può variare anche di venti o trenta minuti: il navigatore, con una certa approssimazione, è un aiuto concreto che vale la pena seguire.

La concorrenza è tanta anche lì e quindi questi strumenti si arricchiscono ogni giorno di nuove funzionalità, con affinamenti per renderli sempre più utili, pronti per ogni evenienza, aggiungendo nuove informazioni che possono essere utili ai poveri guidatori costretti a barcamenarsi tra le mille insidie del traffico cittadino. Così, oltre alle indicazioni stradali, ti informano se c’è un veicolo fermo, se ci sono lavori: già da tempo ti segnalano anche la presenza di rilevatori della velocità (come se fosse possibile correre nella bolgia del traffico!). A volte ti sottolineano cose inutili, tipo quando stai per prendere una galleria “ricordati di accendere i fari“, ma grazie tante. Ultimamente però si sono superati: l’altro giorno, fra una svolta e un’altra, l’assistente vocale mi ha detto “attenzione, più avanti presenza forze dell’ordine“.

E’ vero che un incontro con gli sbirri non è mai una cosa troppo piacevole. Se anche non hai nulla da temere, un’informazione del genere ti fa fare un rapido ripasso di tutto quello che hai fatto o non fatto che potrebbe portare conseguenze (ho pagato il bollo? Le spie degli stop sono tutte in ordine?), ma davvero non saprei quale aiuto pensava di darmi. Il non detto era forse “evita di scendere e prendere a criccate in testa il bell’addormentato che hai davanti e non si muove”? Oppure, “piantala di guardare il cellulare che poi ti fanno la multa”? Magari, immaginando chissà cosa, “se hai in mente di fare una rapina, scegli una gioielleria più avanti”?

Tremo all’idea di quali potrebbero essere le prossime informazioni che ci daranno. In ogni caso ho l’impressione che la situazione ci stia sfuggendo di mano!

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Specchio, specchio delle mie brame

Nulla come il ritrovarsi con gli amici di sempre ti dà la possibilità di specchiarti con te stesso. Li vedi oggi e vedi come sono diventati, ma insieme ti ricordi com’erano. Nello stesso tempo ricordi con i loro occhi quello che eri quando tutto ebbe inizio e insieme vedi quello che sei oggi. E niente è più veritiero di questo, perché con loro non puoi fingere di essere diverso da quello che sei.

Come forse ho già scritto altrove, non puoi mentire a chi ti ha visto in tutta acetata mentre in una palestra polverosa provi ad arrampicarti su una corda, a chi ha visto il terrore nei tuoi occhi davanti a una versione di greco. Non puoi fingere con chi hai rivelato le tue debolezze, con quelli a cui hai raccontato le tue aspirazioni, con cui ha condiviso i primi amori e le prime delusioni.

Con loro non puoi fingere di essere diventato altro rispetto a quello che sei. Perché loro hanno visto da dove sei partito e quindi possono comprendere meglio di altri il percorso che ti ha portato oggi ad essere quello che sei. Sono il nostro specchio più autentico, i migliori giudici, ma nello stesso tempo i migliori avvocati difensori, perché hanno elementi che forse ai più sfuggirebbero, magari anche a noi stessi.

E a un certo punto non comprendi più se sei legato a loro oggi per quello che hai vissuto allora, oppure, esattamente al contrario, rivaluti quello che eri allora, proprio per il legame che esiste ancora oggi. Però una cosa è certa: con nessun altro potremmo sentirci capiti, accettati come con loro. Insieme a nessun altro ci sentiremo autenticamente noi stessi. Abbiamo fatto un bel pezzo di strada, certe estati vissute insieme non ritorneranno più: dobbiamo accettarlo, la nostalgia non è un peccato, ma la speranza è l’unica vera medicina. E la speranza è che ci saranno ancora altre estati, da vivere insieme.

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Dell’imparare a farne a meno

Dunque, proseguendo il discorso dell’altro giorno, dei cellulari sembra proprio che non ne possiamo fare a meno. Probabilmente anche di internet e domani forse anche dell’intelligenza artificiale. Però, visto che siamo ancora ad inizio anno, tempo di buoni propositi, voglio fare una lista di cose che forse vale la pena mettere da parte. Forse per ritirarle fuori al momento giusto, perché non credo che le si possa eliminare definitivamente. Per riuscirci bisogna sforzarsi un po’, perché non sono cose che faremmo in modo naturale. Ma perché parlo al plurale? Perché ho l’illusoria pretesa che questo mettere da parte, potrebbe servire anche ad altri viaggiatori ermeneutici. Chissà, forse mi sbaglio. Ma forse no.

Io penso che potremmo cominciare a fare a meno delle fragole a gennaio. Le ho viste oggi al mercato, grandi, rosse, gonfie ed evidentemente fuori tempo. Possiamo fare a meno di costringere le cose passate a rimanere attuali e possiamo fare a meno di costringere le cose future ad anticipare i tempi. Viviamo l’oggi, facciamo il minestrone con le verdure dell’orto. C’è stato il tempo delle fragole e fra un po’ ci sarà di nuovo. Ma non è adesso.

Possiamo fare a meno del ricercare compulsivamente la causa delle cose. Quel che succede ovviamente ha un’origine ed una causa, ma a volte questa causa non è il motivo: ci sono cause scatenanti, ma anche cause accidentali, che fanno succedere le cose in modo occasionale. E che senso ha allora scervellarsi, perdere il sonno per andare dietro a ritroso ed affliggerci per questo o quel motivo? Probabilmente se non era quello, sarebbe stato un altro, ma certe fatti dovevano succedere prima o poi. Prendiamone atto e forse vivremo più sereni.

Possiamo fare a meno di sentire le ragioni altrui. Non perché non ci serva un punto di vista diverso dal nostro, né perché possiamo pensare di avere sempre e comunque ragione noi. Anzi, tutt’altro. Sia noi, sia gli altri, ognuno ha una sua ragione nel fare o non fare un qualcosa. Quindi nessuno ha una ragione superiore. Anche Trump che vuole la Groenlandia avrà le sue ragioni, ma ci interessa davvero conoscerle? A volte forse è meglio attenersi ai fatti, perché le ragioni – come le intenzioni – se le porta via il vento.

Possiamo fare a meno di ricercare sempre l’inclusione a tutti i costi. Perché l’inclusione spesso sottende un equivoco: includiamo per diventare un gruppo, un noi. Ma il noi è sempre la distinzione del voi. Siamo capaci di includere tutti, senza distinzione? Anche Salvini? E allora lasciamo stare. L’inclusione è bella, ma a volte diventa una forzatura, un modo per nasconderci, che ci fa perdere l’autenticità delle cose.

Possiamo fare a meno di farci sempre scivolare le cose addosso. Io in questo sono un maestro. Difficile che me la prenda per qualcosa, difficile che qualcosa o qualcuno mi disturbi al punto da perdere il sonno. O semplicemente il buonumore. Ma invece, a volte, dobbiamo rivendicare il nostro diritto ad arrabbiarci. Dobbiamo ricordarci che la libertà dai dei diritti, ma anche dei doveri: la libertà di parola non è diritto all’insulto e la libertà di azione non legittima le stronzate. Sintetizzando al massimo il concetto, dobbiamo concederci la possibilità di un sano, liberatorio, refrigerante “mavattenaffancxxo!”

Rileggendole, obiettivamente, non so se ci riuscirò. Forse qualcuna sì. Penso che se riuscissi davvero a lasciare da parte queste, forse potrei anche affrontare qualche giorno senza cellulare!

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Del diventare necessario

Da quando non ne possiamo più fare a meno? Dei cellulari ormai è stato detto. E’ vero, noi siamo cresciuti senza, giravamo di notte, ci davamo appuntamenti, riuscivamo ad esserci quanto contava, senza di loro. Ma soprattutto non avevamo la certezza e non davamo per scontato che ci saremmo stati immediatamente, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione. Eravamo aperti, eravamo preparati all’imprevisto, avevamo una flessibilità e una capacità di adattamento che oggi non sono più tollerate. Oggi è diventato assolutamente indispensabile persino sapere (in tempo reale) se qualcuno ha letto o meno un messaggio (è connesso? Ci sarà campo? Avrà letto? Perché non risponde?)

Avevamo le cartine stradali, chiedevamo indicazioni e se c’era un incidente o qualsiasi imprevisto mancavamo gli appuntamenti (a parte i disturbati mentali che uscivano due ore prima, perché prevenire è meglio che curare). Ad un certo punto hanno cominciato a circolare i navigatori, ma c’era sempre molta diffidenza. Potevano al massimo suggerire, nessuno ci si affidava come fossero il nostro Virgilio nella selva oscura. Ma oggi sapremmo arrivare da qualche parte senza google maps?

C’era il negozio sotto casa e i supermercati. Ovviamente chiusi ad una certa ora e la domenica. E se finiva qualcosa? A memoria mia non è mai finito niente al punto da disperarsi (al massimo forse le sigarette per i più viziati) o forse semplicemente ce ne facevamo una ragione e aspettavamo senza problemi la futura riapertura. Avere a casa la qualsiavoglia cosa è una bellezza, per carità, ma da quando è diventato necessario?

Con un abbonamento posso vedere un catalogo di film che non basterebbe una vita per vederli tutti. Con un altro ho la possibilità di ascoltare qualsiasi musica, da Bach a Coez, passando per gli Inti-Illimani e i canti popolari sardi. Se voglio poi, con un altro abbonamento, ho un’intera libreria a disposizione a portata di clik. Magari poi vedremo solo i film più famosi, ascolteremo solo la musica del nostro cantante preferito e leggeremo il solito libro, ma vuoi mettere la possibilità di avere qualsiasi cosa?

L’accelerazione tecnologica degli ultimi trent’anni ci ha proiettato in una dimensione diversa, dove tante cose sono più comode (ma tante altre sono più complicate). Niente però è gratuito e dove qualcosa è gratuita vuol dire che il compenso sei tu, con i tuoi dati, i tuoi gusti e le tue preferenze. Niente è gratuito se pensiamo a chi paga la possibilità che abbiamo di ordinare una cosa questa mattina e averla a casa la sera stessa, con intere filiere di lavori, magari dall’altra parte del mondo, sottopagati e con ritmi degni delle più spietate catene di montaggio.

E ora anche voi di Poste fate pagare lo Spid? Lo so, è una rottura, ma ormai neanche di quello possiamo farne a meno. Quindi paghiamo questi 6 euro e rassegnamoci!

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La befana vien di notte

Quindi ci sarebbe questa brutta vecchietta. Ma non solo brutta, bruttissima, una befana, che se ne va in giro di notte con questo freddo e per giunta con le scarpe rotte. Ma non se ne va in giro che so, con l’autista e un comodo macchinone no! Se ne va in giro a cavallo di una scopa. Questa vecchietta brutta come un rutto d’oca, le scarpe rotte, se ne va in giro di notte con questo freddo, a cavallo di una scopa, per regalare dolci e giocattoli ai bambini buoni. Solo a quelli buoni, perché a quelli cattivi calci in culo. No, scherzo, per quelli cattivi, carbone. Dicono che contro l’aereofagia sia un portento. Magari quei bambini resteranno carogne, ma almeno eviteranno di scoreggiare.

Oltre ad essere brutta come un cesto di fave, andare in giro con le scarpe rotte, con questo freddo, a cavallo di una scopa, dove li va a mettere questi dolcetti per i bambini buoni? Li mette dentro le calze. Ma certo! Chi non mette dentro le calze dolci o giocattoli? Un posto davvero calzante.

Ecco, noi siamo cresciuti credendo a questo personaggio. E io voglio ancora crederci. Stanotte mi mettero alla finestra e aspetterò fiducioso il passaggio di questa simpatica vecchietta, con la sua scopa e i suoi regali. Del resto, Trump crede che gli daranno il nobel per la pace e io non posso credere nella Befana?