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Donne con le gonne

Prendila te quella che fa il “Leasing”, che s’innamori di te la Capitana Nemo, quella che va al “Briefing”, perché lei è dei ramo e viene via dai Meeting, stronza come un uomo, sola come un uomo (R. Vecchioni)

Non avrei voluto più commentare le uscite dell’egregio onorevole Tajani. Non dopo i consigli utili nelle zone di guerra. Non dopo averlo visto saltellante ad un ritrovo di cerebrolesi. Non dopo averlo sentito definire i centri di reclusione per immigrati, “hotel a 3 stelle, con aria condizionata e addirittura con materassi”. Non dopo aver scambiato il San Nicola di Bari con il San Paolo di Napoli. Ma questa cosa dell’affidabilità delle donne certificata dalla lunghezza delle gonne merita due parole.

Cari viaggiatori ermeneutici, chi l’avrebbe mai detto? Bastava un metro da sarta e il gioco era fatto. Noi poveri maschietti in cerca di compagne per la vita, noi vittime della sindrome del migliore amico, noi affaccendati in romanticherie un po’ fuori moda, noi che guardiamo gli occhi prima delle gambe…bastava misurare le gonne! Come non pensarci prima!

“Nella sua area è molto affidabile, pecca nelle uscite”. Un po’ come certi portieri di calcio. Perché secondo Tajani le donne possono essere classificate come gli elettrodomestici, a seconda della classe, per cui più sono appariscenti meno sono affidabili, se aumenta il consumo di uomini diminuisce la durata della garanzia. E allora, visto che non c’è un’agenzia di rating a cui chiedere il livello di affidabilità, ecco che una qualsiasi merceria risolve il problema: misuri la gonna e risolvi!

Mica serve capire se una persona ha una coerenza fra quello che dice e quello che fa, rispetta gli impegni, c’è quando bisogna prendersi una responsabilità, resta invece di fuggire, è al tuo fianco anche se non te lo meriti. Ma no, basta la gonna lunga! Che poi sarei curioso di capire il parametro per comprendere l’uomo affidabile: non ne ho visti molti in giro con gonne lunghe, ma magari ero distratto. O forse per noi vale la lunghezza di qualcos’altro…ma che avete capito?!?! Magari forse la cravatta!

Che poi il nostro Antonio mica si è fermato lì! Una donna poco appariscente e con la gonna lunga essendo affidabile è anche una buona madre. Non serve mica ascoltare, comprendere, supportare, sopportare, educare, indirizzare, esserci sempre e comunque. Quelli son dettagli. Come diceva una vecchia pubblicità, basta la parola. Basta la gonna lunga!

Ehhh Antonio, Antonio. In che mondo complicato ti è toccato vivere. E ti hanno fatto anche Ministro degli Esteri, rappresentante dell’Italia nel mondo. Anima semplice, lo capisco che trovi qualche difficoltà. Ma soprattutto sarebbe interessante sapere, dopo questa esternazione, una volta tornato a casa dalla tua dolce metà, cosa vi siete detti…cara, non eri un granché ti ho scelto per la tua affidabilità? Oppure, nonostante la gonna corta ci ho visto lungo? In ogni caso non ti vedo molto bene Antonietto, ma proprio per niente.

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Sulla pelle della gente

Faccio una premessa. Le parole della responsabile dei Giovani Democratici Virginia Libero a proposito della guerra in Ucraina, mi erano piaciute molto. Mi era piaciuto che venissero dai ragazzi, che fossero chiare e, vivaddio, come diceva Nanni Moretti, che venissero da sinistra. Poi certo, c’è stata una brusca e repentina retromarcia, in cui la stessa ha dichiarato che è giusto difendersi di fronte ad un’aggressione. E ci mancherebbe! Ma dopo quasi un lustro di guerra però sarebbe anche ora forse di cercare soluzioni diverse ad una situazione che dopo circa mezzo milioni di morti (stima difficile, ma probabilmente in difetto) non è stata minimamente risolta, né può esserlo in tempi brevi. Che fare dunque?

Cari viaggiatori ermeneutici, se pensate di trovare in un blog la soluzione ad un problema come questo, vi ringrazio per la stima e la fiducia, però temo seriamente mal riposte! Però qualche considerazione mi sento di farla lo stesso. Che ci siano molti interessi diversi da una parte e dall’altra (più o meno manifesti), che ci siano regie più o meno occulte, che le ragioni – pur con gradazioni diverse – non siano da una parte sola, mi sembra evidente. Ma a volte bisogna andare oltre i torti e le ragioni, bisogna avere il coraggio di fare un passo indietro, soprattutto se continuare ad andare avanti significa farlo sulla pelle della gente.

Da parte dell’Europa, continuare a finanziare una guerra che non potrà essere vinta, sembra ogni giorno che passa un suicidio collettivo. Da parte della Russia voler stravincere quando si è praticamente raggiunto l’obiettivo (almeno uno, la conquista dei territori russofoni) iniziale, sembra altrettanto suicida. Tralasciando gli altri attori più o meno coinvolti (l’America in primis), in mezzo c’è l’Ucraina: aggredita, violentata, depredata di territori, senza alcuna possibilità di riprenderseli. Può piacere o meno, ma la fine del conflitto è il minore dei mali per tutti. E già si capiva qualche tempo fa e qualche morto in meno: quanti ancora dovranno morire per renderlo manifesto a tutti?

Una forza di sinistra oggi dovrebbe avere il coraggio di dire questo. Virginia Libero c’ha provato, ma temo che interessi superiori (gli stessi che fanno proseguire questa guerra insensata da quattro anni) l’hanno messa a tacere. E’ sconfortante dover riconoscere (almeno per me che non ho mai amato i 5 Stelle) che in questo contesto, Conte ha sempre avuto una posizione netta (che poi avesse anche interessi poco chiari a portarla avanti, di fronte al mezzo milioni di morti, diventa una questione secondaria). Sarebbe bello poter dare la parola al Disertore di Ivano Fossati (andatevela a riascoltare), manifesto imperituro contro la follia di qualsiasi conflitto.

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Dimmi quel che guardi e ti dirò chi sei

Leggevo stamattina, con una certa inquietudine, un’indagine che afferma che circa tre quarti degli italiani (o forse sarebbe meglio dire, dei telespettatori italiani) seguono programmi, podcast o contenuti dedicati alla cronaca nera, agli omicidi, ai femminicidi e lo fanno con una straordinaria regolarità, degna probabilmente di altre imprese.

Lo fanno per esorcizzare il pericolo, per una macabra curiosità, per un senso di giustizia? Non saprei. Io faccio parte di quel quarto che non segue queste trasmissioni, non avendo la minima curiosità riguardo queste tematiche. Ma d’altra parte non guardo nemmeno altri tipi di trasmissioni molto in voga: i reality di qualsiasi tipo, Isole più o meno famose, Uomini donne o bambini di qualsiasi tipo e via discorrendo.

Mi annoiano da morire, non riesco a trovarci nulla non dico di interessante, ma semplicemente di incuriosente. Eppure sono trasmissioni di tale successo che creano opinioni, muovono interessi, determinando successi o fallimenti dei palinsesti. Il mio non è un discorso giudicante, ma solo da osservatore. D’altra parte seguo assiduamente e con un’attenzione che probabilmente potrebbe utilmente essere rivolta ad altro, le partite di calcio di qualsiasi campionato europeo e non solo, quindi davvero non mi azzardo a dare una valutazione di qualsiasi tipo.

Ognuno è libero di svagarsi come preferisce. C’è pure chi riesce a non addormentarsi durante i gran premi di Formula 1 (per me impossibile…girano, girano, ma non segna mai nessuno!). Guardo le partite e forse una volta chissà magari sognavo un giorno di ripetere le prodezze di qualche campione. Mi auguro che non ci sia la stessa tentazione emulativa per chi segue nefandezze di qualche squilibrato che se la prende con qualche povera mal capitata.

D’altra parte e direi anche per fortuna, sono passati i tempi in cui bisognava indottrinare le masse attraverso le TV o in generale i mezzi di informazione. Però certo un dubbio legato ad un semplice interrogativo, mi resta: è l’offerta dei programmi che indirizza la domanda o viceversa? Perché io penso proprio che sia vera la prima ipotesi. E allora, mentre è chiaro a tutti chi ci guadagna a diffondere lo sport e in particolare il calcio, invece, cari viaggiatori ermeneutici, non sarà il caso di chiederci chi è che trae profitto dal fatto che tre spettatori su quattro rimangono incollati in TV di fronte a certi orrori?

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A qualcuno piace caldo

Che estate è stata? Possiamo ancora definirla “la bella stagione”? Se neanche nel mio buen ritiro a 1300 metri si riesce a non sentire caldo non sarà che dobbiamo ridefinire certi parametri? E non solo quelli. Forse per fare i conti con queste temperature, bisognerà ridefinire tante cose: dagli orari e le modalità di lavoro, alle attività ma anche agli spostamenti. In fondo da sempre in Canada sono abituati a vivere due mesi dentro casa per il freddo, probabilmente dovremo fare lo stesso anche noi per il caldo. E quanto ci costerà tutto questo?

In ogni caso mai c’era stata tanta concordia fra le persone nell’augurarsi la fine di questo caldo. Anche i più appassionati fan dell’estate, del sole e della tintarella, anche loro chiedono una tregua e si augurano un cambio di clima e un allentamento dalla morsa delle temperature. Finalmente siamo tutti quanti d’accordo su qualcosa! Seguaci di Vannacci e frequentatori di centri sociali, amici di Ranucci e compari di Dal Mastro, tifosi di squadre nemiche per la pelle, tutti concordi, tutti uniti nella stessa preghiera: basta caldo!

Un popolo di santi, poeti, navigatori e di condizionatori. A quelli che dicono che in fondo d’estate ha sempre fatto caldo, che il cambiamento climatico è solo l’ennesima paura per tenere in scacco la masse ignoranti, chiedo un esercizio di memoria. Non serve andare troppo indietro, diciamo trent’anni fa, ma forse anche 25. Prendiamo come riferimento il 2000: quanti di noi avevano l’aria condizionata in casa? Se non ve lo ricordate, ve lo dico io: nessuno. Nessuno aveva in casa i condizionatori. Oggi a Roma senza non si può più vivere. Quindi sì, d’estate ha sempre fatto caldo. Ma questo non è caldo…è praticamente un forno sempre acceso!

E così, tra una paura per la guerra a due passi da casa, la preoccupazione per il Medio Oriente, il timore per le elezioni di Midterm americane, mi torna in mente una delle più belle battute di Frankenstein Junior con una variante sostanziale: “come potrebbe andare peggio?” “potrebbe esserci il sole!

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La costruzione di un amore

Ci scegliemmo allora e ci siamo continuati a scegliere per i quarant’anni successivi. 14610 giorni per costruire quello che siamo, pronti a sceglierci ancora domani e poi ancora e ancora. Perché davvero siamo i genitori delle nostre scelte e figli delle loro conseguenze. Auguri amore mio!

E intanto guardo questo amore
che si fa più vicino al cielo
come se dopo tanto amore
bastasse ancora cielo

E son qui
e mi meraviglia
tanto da mordermi le braccia,
ma no, son proprio io
lo specchio ha la mia faccia

Sono io che guardo questo amore
che si fa grande come il cielo
come se dopo l’orizzonte
ci fosse ancora cielo

E tutto ciò mi meraviglia
tanto che se finisse adesso
lo so io chiederei
che mi crollasse addosso.

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Conservalo per un giorno di pioggia

Dopo quest’estate torrida, con temperature africane e una siccità sempre più preoccupante, forse dovremmo rivedere il concetto di bel tempo. Non io che sono metereopatico: per me una giornata di pioggia sarà sempre una giornata di merda. E persino in quest’estate bollente se, come oggi, arriva d’improvviso il temporale estivo, mi girano le scatole.

Il fatto è che il bel tempo di quest’estate, il sole e il cielo senza nuvole, sembrava quasi un fatto scontato. Come quelle persone sempre disponibili, quelle che non si tirano mai indietro, sempre pronte a dare una mano: alla fine c’è sempre chi si sente autorizzato a chiedere qualcosa in più. A pretendere qualcosa in più, che se non arriva, fa nascere i malumori. Allora vi chiedo, viaggiatori ermeneutici, la colpa è di chi è troppo disponibile o è di chi esagera a chiedere?

Ma come una sola giornata di pioggia non può rovinare un’estate, così anche i no, non dovrebbero far cambiare opinione su qualcuno. Anzi, dovremmo riuscire ad apprezzare o almeno a valorizzare il buono che c’è in ogni frangente. Che poi, ricordiamocelo, se non si è suicidato Dolce Remì, vuol dire che tutto si può aggiustare.

Non esiste limone troppo aspro da non poterci fare qualcosa di vagamente simile a una limonata”. E’ una delle frasi cult di “This is us“, (probabilmente la serie TV più bella di sempre, a mio insindacabile giudizio) che rende bene l’idea di quello che voglio dire. Continuo ad amare l’estate, il sole, il poter girare mezzi nudi, le finestre spalancate che di notte fanno entrare il suono delle cicale, ma forse dopo questo torrido agosto riuscirò a dare una possibilità anche a una giornata di pioggia, cercando di tirarne fuori qualcosa di vagamente simile ad una bella giornata.

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Didi e il merlo

Che bello starsene sdraiati sull’erba fresca del prato appena tagliato! Questo immagino stia pensando ora la mia Didi, mentre se ne sta in grazia di Dio, stravaccata nel giardino della nostra casa al mare. E però, c’è sempre un però, qualcosa turba la sua pace: un merlo dispettoso che le zompetta vicino, infilandosi sotto la siepe, quel tanto che basta per farla scattare, senza ovviamente che riesca a prenderlo.

Che poi, dico io, ma che fastidio ti dà quel povero merlo! Lascialo in pace, vivi e lascia vivere. E invece no! Richiami ancestrali quando magari i tuoi avi andavano a caccia o difendevano territori, ti fanno stare all’erta, pronta a scacciare l’intruso, proteggendo la casa contro ogni possibile minaccia. Quanti sei buffa Didi mia! Ma neanche al merlo fai paura, tant’è che ritorna imperterrito, come se nulla fosse. Chissà, magari è una specie di gioco, anche per lui.

A pensarci, non è solo Didi ad essere buffa. Anche noi, mica scherziamo. Quanti merli ci sono nella nostra vita che ci disturbano, che ci fanno imbestialire, ma nemmeno sappiano noi il perché? Persone, situazioni, eventi, che nel tempo si ripetono e ogni volta hanno la capacità di urtare il nostro sistema nervoso, scatenando le nostre reazioni senza un vero e proprio motivo. Magari un tempo questo motivo ci sarà pure stato, ma oggi non c’è più. La gente cambia, le situazioni si modificano e quello che prima era importante, oggi non conta più. Però forse anche noi abbiamo delle cicatrici nella memoria sensibile, delle tracce di ieri difficile da cancellare che ci impediscono di vivere tranquilli l’oggi.

Quindi cari viaggiatori ermeneutici, non so se ha ragione Vasco a dire che la vita è un briciolo che vola via, o forse lo dice meglio Baglioni e la vita è proprio adesso, in ogni caso, non vale la pena sprecare ancora tempo a cacciare i merli. Non ce ne curiamo, dimentichiamoci di loro e senza che ce ne accorgiamo voleranno via da soli. Perché in realtà ha ragione (non una, mille ragioni) Audrey Hepburn: per essere davvero felici bisogna avere una memoria corta (oltre ad una salute di ferro!)

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Evolversi

Secondo le teorie evoluzionistiche, per milioni di anni una linea di protozoi ha combattuto guerre chimiche con altri enzimi per affermarsi e proseguire la linea della propria discendenza. Gli esseri protocellulari, le piante, le amebe, i pesci, gli anfibi, i rettili e dopo chissà quante migliaia di generazioni, i nostri antenati mammiferi, nascosti nel cavo degli alberi per sopravvivere a zanne ed artigli, ad alluvioni e frane, il freddo, la fame, le malattie.

Fra questi primi mammiferi alcuni hanno continuato una linea evolutiva che li ha portati ad assumere la posizione eretta, il pollice opponibile, hanno perso peli e acquistato vestiti, hanno sviluppato la capacità di creare strumenti e sistemi per comunicare fra loro, per tramandare i saperi e far sì che le esperienze del singolo diventassero patrimonio genetico della specie. La creazione riflette su stessa, nasce l’autocoscienza.

Tutto per portare attraverso il tempo e lo spazio un filamento di DNA che si è evoluto in milioni di anni, attraverso milioni di individui. Uno dopo l’altro, generazione dopo generazione, per modificare e migliorare la specie, selezionando i geni, scegliendo quelli più adatti e più capaci, portando avanti i migliori.
E poi, alla fine di quest’odissea immane, una parte di noi, una buona parte, ha fatto sì che Giorgetta, Salvini e Tajani andassero alla guida del nostro Paese.

Darwin, ma tu eri proprio davvero sicuro sicuro?

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Sulla vendetta, sul perdere e sul perdonare

Ripensavo alla storia del gioielliere pistolero che ha riempito gli spazi di cronaca in questa estate rovente. Al di là della vomitevole strumentalizzazione che ne stanno facendo, comunque la si pensi, in ogni caso è una vicenda in cui tutti hanno perso.

Hanno perso quei disgraziati che volevano fare il colpo della vita. Ha perso lui, che oltre al carcere dovrà anche risarcire le famiglie delle vittime. Hanno perso quei politici che per mero interesse elettorale lo hanno fatto diventare un eroe. E ha perso lo Stato, incapace di garantire la sicurezza dei cittadini.

Non sono belle le sconfitte. Perdere non piace a nessuno, inutile discutere. Soprattutto quando pensi di perdere immeritatamente o quando qualcuno ti porta via qualcosa a cui tenevi moltissimo. Ed in occasioni così è naturale, quasi inevitabile, tentare di recuperare, non accettare la sconfitta e cercare la rivincita. O la vendetta. Ma purtroppo non c’è rivincita e non c’è vendetta che possa restituirti quello che hai perduto.

Ma non è facile arrendersi alla sconfitta: sta scritto anche nella Bibbia, occhio per occhio, dente per dente. E lo sappiamo che l’occhio tolto al vicino non servirà affatto a restituirci la vista, né la serenità perduta. Lo sappiamo, ma l’ingiustizia subita ci brucia dentro e fin da piccoli ci hanno insegnato a chiedere la rivincita, a riprovarci ancora e ancora, fino a pareggiare i conti.

Invece, anche se è difficile, anche se fa male, quando perdi qualcosa o qualcuno, devi lasciarlo andare. Devi prendere su di te la sconfitta, tirare una riga e ricominciare un nuovo capitolo. Forse non è un caso che perdere e perdonare abbiano una radice comune, perché anche perdonare è perdere qualcosa. Anzi è scegliere di perdere qualcosa. Per voltare pagina, per guardare al futuro e lasciare andar via il passato. Per ricominciare a vivere.

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Resoconto semiserio di un viaggio in Portogallo / 3 Lisbona

Lisbona è una città complicata. Lucio Dalla cantava “poi Milan e Benfica, Milano che fatica…“, ma in realtà anche la città del Benfica di fatica te ne fa fare molta, con tutte le sue salite e discese. Una città con una storia importante, ma con una grande cesura che di fatto l’ha quasi completamente cancellata: il 1 novembre 1755 il contemporanea scatenarsi di un terremoto, un incendio e un maremoto la rasero quasi completamente al suolo, uccidendo circa un terzo degli abitanti (circa 90 mila dicono le cronache dell’epoca). Riuscire a venir fuori da una catastrofe del genere non è una cosa da poco. Quasi trecento anni dopo ancora rimangono degli echi della tragedia che ha inevitabilmente segnato la città.

Noi siamo arrivati in mattinata e prima di pranzo abbiamo fatto un giro a Belem, il quartiere che si affaccia sul Tejo, il fiume (che sembra un mare!) che bagna la città. Qui si trova la famosa Torre di avvistamento risalente al 1500 (una delle poche cose rimasta in piedi dalla succitata catastrofe) ed il Monastero dos Jerónimos, fondato nel 1501 per celebrare la scoperta delle rotte per le Indie da parte di Vasco da Gama; tra l’altro ospita anche la tomba del famoso navigatore, che insieme a Cristiano Ronaldo è la vera superstar della città.

Poco lontano il monumento dei migranti, opera più recente perché costruita a metà del 900 dal regime di Salazar.

Belem è un po’ come Ostia per noi romani, anche se pure il resto della città si sviluppa lungo il fiume, che però lì ha un’ampiezza tale che sembra davvero di affacciarsi sull’oceano. Come a Siviglia, il nostro giro inizia con un’altra visita gratuita, sempre prenotata dalla già citata piattaforma Civitatis, con Rachele, una simpaticissima guida italiana che ci ha portato a zonzo per le vie del Barrio Alto e poi del Chiado, due dei quartieri più caratteristici a ridosso (o meglio sopra) il centro della movida cittadina.

La specifica “sopra” è assolutamente azzeccata, perché Lisbona (un’altra delle città fondate su 7 colli) è come detto, tutta un sali e scendi, discese ardite e poi le risalite, con poche eccezioni. Al Barrio Alto abbiamo visitato il Convento do Carmo, una Chiesa rimasta indietro nel tempo, come fosse un’istantanea della tragedia che trecento anni dopo ci riporta nel momento esatto in cui si scatenò il terremoto.

Stessa impressione nella cosiddetta Chiesa maledetta, che si trova vicino a Piazza Rossio, uno dei punti centrali di Lisbona, da dove parte la Rua Agusta (per continuare il paragone con Roma, diciamo la nostra Via del Corso), che si conclude poi nell’Arco Monumentale che dà accesso a Praca de Comercio, un’altra piazza enorme che si affaccia sul fiume Tejo.

Tornando alla Chiesa maledetta (in realtà Chiesa di santo Domingo), è un’altra struttura lasciata volutamente così come la ridusse il terremoto (hanno solo rifatto il tetto), ma soprattutto l’incendio che ne derivò. Un po’ inquietante, però con un fascino notevole. E’ famosa anche perché lì iniziò un’altra pagina nera della città, il pogrom contro gli ebrei accusati di essere i colpevoli della diffusione della peste che stava flagellando la città: la folla inferocita e aizzata da due frati domenicani in pochi giorni uccise oltre 4000 persone. Solo l’intervento del Re, che fece poi giustiziare i due frati, mise fine al massacro.

Il giorno dopo invece abbiamo seguito una nuova visita guidata per il quartiere di Alfama, raggiungibile dal mitico tram 28 (l’unico capace di arrampicarsi per i suoi stretti vicoli, tutti rigorosamente in salita…o in discesa!). E’ un quartiere molto caratteristico, popolare di origine, ora riqualificato e direi radical chic (continundo con gli arditi paralleli romani, direi il pigneto o la garbatella). Da girare a piedi, ammirando soprattutto le piastrelle caratteristiche con cui vengono abbellite le abitazioni.

Qui si trova la Catedrale de Sè (che poi ho saputo essere semplicemente l’abbreviazione di sede Episcopale). Un edificio rimasto in piedi nonostante il terremoto, costruito e ricostruito con vari stili su una precedente moschea, inizialmente era di fatto più un bastione di difesa che una Chiesa vera e propria. C’è la possibilità di salire ed ammirare un bel panorama della città.

Sempre ad Alfama ci sono degli splendidi affacci sul Tejo, in particolare il Miradouro das Portad do Soul e il Miradouro de Santa Luzia che è situato poco più avanti (scendendo verso la Cattedrale).

L’ultimo giorno prima della partenza siamo stati alla Chiesa di São Vincente fuori le mura, distante dalle altre attrazioni della città, ma particolare e da visitare per la presenza di bellissime azulejos e tombe dei re, nel convento, attiguo alla chiesa.

Nel pomeriggio, prima di lasciare la macchina in aeroporto, un ultimo salto a Belem per acquistare i famosi Pasteis de Belem: vi assicuro che vale assolutamente la pena affrontare la lunga fila per entrare nell’omonima pasticceria perché sono squisiti!

Con un giorno in più saremmo potuti andare a Sintra, una cittadina nelle vicinanze con diversi palazzi da visitare, ma il tempo a disposizione era terminato e vederla di corsa non ne sarebbe valsa la pena. E poi almeno abbiamo un motivo in più per tornare! Così, salutiamo gli amici portoghesi con un arrivederci a presto!