Anche i conigli, sì, anche loro

Quando finisce una storia non possiamo essere felici. La fine è sempre un concetto difficile da accettare, il termine segna un ostacolo che vorremmo poter superare. Ma a volta non è possibile. Ed il rischio è che l’amarezza che proviamo possa arrivare ad avvelenare l’intera storia, come se tutto quello che è accaduto prima non avesse valore, fosse stato una specie di inganno, di finzione. Quello che resta, alla fine dei conti, è l’ultimo capitolo ed è proprio a partire da questo che spesso giudichiamo tutto quanto il libro.

Ma non dovrebbe essere così. Al contrario. Per quanto possa essere traumatica, deludente, amara la sua fine, una storia andrebbe giudicata nella sua interezza. Andrebbe apprezzata nella sua interezza. Andrebbe ricordata nella sua interezza. Dall’inizio alla fine. Per quanto il suo termine ci possa aver lasciato con l’amaro in bocca, non può e non deve cancellare tutto quello che è successo prima.

Stanotte è morta la nostra coniglietta. Floppy, una coniglia ariete di una bellezza disarmante, è stata con noi solamente per tre anni. Bella e fragile, ha avuto, poverina, una vita molto tormentata: tanti acciacchi, un’operazione al fegato, alla fine il caldo di questi giorni le ha fatto venire un attacco di appendicite che nessun antibiotico è riuscito a debellare.

Ero un po’ scettico quando mia figlia decise di prenderla, ma debbo ammettere che, pur non arrivando all’interazione che può dare un cane, era diventata una componente della famiglia. Forse proprio la presenza di Rose aveva resa un po’ cagnolino anche lei: faceva le feste quando qualcuno arrivava in casa, giocava con la palletta, insomma a modo suo riusciva ad interagire, dimostrava in maniera chiara che si era legata a noi. E noi le abbiamo voluto bene, soprattutto mia figlia, ovviamente. Per chi ha instagramm, qui trovate video e foto delle sue gesta https://www.instagram.com/floppetty_thereal/?hl=it

Allora si pone una questione. Se crediamo in un Dio che è Amore (questa in fondo è l’unica definizione che ce ne danno le Sacre Scritture) è possibile che esistano un amore di serie A ed uno di serie B? E quale senso avrebbe? Se crediamo in un Dio così, non possiamo non credere che ogni storia d’amore abbia un senso. Abbia un valore. Piccolo, infinitesimale rispetto ad altri, ma che non può andare perduto, non può essere cancellato e sparire nel nulla.

Non sappiamo in che modo, non sappiamo quando, non sappiamo come, non sappiamo in fondo neanche il perché, ma se crediamo in quel Dio, che provvede ai gigli dei campi e agi uccelli del cielo, dobbiamo credere che Floppy farà parte del nostro futuro, insieme a mia madre, ai miei amici, insieme a Sancho, a Byllo, al grande Jack e la piccola Rose, i miei cani passati, presenti e futuri. Perché come diceva quel folle saggio di Nietzsche, l’amore esige eternità. Profonda, profonda eternità!

Consigli di lettura non richiesti/22. Cummins

Per la seconda volta voglio fare un’eccezione e dedicare il post di consigli di lettura ad un unico libro: perché è veramente bellissimo, fra i più belli che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi. Appassionante e struggente al tempo stesso, una storia che non ti può lasciare indifferente e che ci tocca da vicino, molto più di quel che avrei immaginato prima di iniziare il libro.

L’autrice è Jeanine Cummins, il libro si intitola Il sale della terra (traduzione orrenda del titolo American Dirt, che secondo me rende molto di più l’atmosfera del romanzo, ma va be’). Scappati miracolosamente alla strage della propria famiglia, mamma e figlio cominciano un incredibile viaggio da Acapulco verso gli Stati Uniti, nelle rotte dei migranti, sperando di salvarsi dalla furia omicida del capo di un cartello di Narcos che ha giurato di sterminarli. In questo viaggio assurdo, in cui non possono fidarsi di nessuno (men che meno della corrotta polizia messicana), incontreranno un’umanità sofferente, spezzata e nonostante tutto ancora capace di slanci di generosità incredibili.

La loro avventura, pur svolgendosi dall’altra parte del mondo, potrebbe essere molto simile a quella che vivono quelli che si affacciano nelle spiagge di Lampedusa, vittime della violenza, della fame, di aguzzini senza scrupoli, che sul sangue e sulle loro sofferenze hanno creato un sistema per arricchirsi.

Personaggi talmente autentici, che si fa fatica ad immaginare siano solo frutto di invenzione: i due protagonisti, le due sorelle che si uniranno al loro viaggio, il jefe dei Narcos, persino gli incontri occasionali lungo la strada, tutti hanno una caratterizzazione profonda, che esce dalla pagine scritte (per me dal video del kindle) e fa sì che la storia da opera di fantasia sembra quasi diventare cronaca.

Per raccontarci che al di là dell’American Dream, anche dall’altra parte del muro, di qualsiasi muro dietro il quale vorremmo proteggere i nostri privilegi, esistono i sogni e persone disposte a tutto pur di realizzarli.

 

I gesti irreparabili

Siamo abituati al nesso causa effetto. Diamo per scontato che ad una determinata azione poi ne segua un’altra che necessariamente viene fuori da quella precedente, come sua inevitabile conseguenza. Succede con le cose, con i macchinari, ma anche con le persone. Meglio le conosciamo, più dovremmo essere in grado di prevedere le loro reazioni.

Ma non solo diamo per scontata la conseguenza, spesso siamo certi anche del tempo necessario alla sua esecuzione. E se il tempo non è quello che pensiamo, l’attesa diventa snervante, anche fosse di pochi secondi. Come quando aspetti che il computer ti dica che puoi togliere la chiavetta USB. Oppure mentre sei lì che guardi la macchinetta del caffè prima che cominci a sbuffare fuori il liquido nero e bollente. Per non parlare degli attimi in cui rallenti quando arrivi al casello telepass e ti attraversa un brivido fugace insieme all’ipotesi che qualcosa non funzioni e la sbarra rimanga giù.

Il caldo impaziente che ti assale quando hai acceso l’aria condizionata, ma lo split resta immobile, come se si divertisse a vederti sudare. O quando aspettiamo che si spenga la spia dell’ascensore e ascoltiamo i rumori del lento procedere, le porte che si aprono e poi si richiudono, ma quella rimane ancora rossa, come se ci facesse i dispetti.

Quel tempo in attesa ci mette in agitazione. Fa vacillare la nostra incondizionata fiducia nel futuro. Oggi è la macchinetta del caffè, domani potrebbe essere l’antibiotico che ci fa passare la febbre. E la sbarra del casello autostradale non è forse la perfetta metafora dell’ostacolo improvviso che blocca il nostro viaggio nella vita?

Ma proprio in quegli attimi di smarrimento, in quei momenti sospesi sul ciglio del burrone, riscopriamo le nostre certezze, sappiamo su chi possiamo contare. In cuor nostro sappiamo che lo split, magari tarderà un po’, ma poi comincerà a ronzare e l’aria si raffredderà in un baleno. Conosciamo la sbarra che si alzerà e ci permetterà di continuare il nostro viaggio. E ovviamente, se non si fosse capito, non parlo di cose o di macchinari.

In realtà in quei momenti ci salvano i legami che abbiamo stabilito. Quei legami che durano nel tempo, che sfidano le distanze e non temono nulla, perché sono le nostre certezze. Legami che come ricorda saggiamente Borges, nel bene o nel male, sono gesti irreparabili.

Il dilemma del porcospino

«Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione

Così lo racconta quel buontempone di Schopenhauer, certamente non un perfetto compagno di bevute, né l’ideale partner per un vacanza, però in ogni caso un filosofo di un certo peso. Che non parlava certo di quei buffi animaletti cicciottelli con gli aculei. Secondo lui questo dilemma riguarda tutti noi, costretti a cercarci per “riscaldarci” reciprocamente”, ma anche obbligati a ferirci a vicenda.

In tempi di distanziamento sociale e mascherine il tema torna di moda. Altro che puncicate di aculei, il Covid rischia di farci morire di freddo a tutti. Qual è, in tempi di pandemia globale, la giusta distanza? E siamo sicuri che trovare una giusta distanza fisica significa trovarla anche affettivamente? Perché esiste una giusta distanza affettiva?

Leggendo qua e là su internet questo paradosso viene spesso spiegato come la ricerca di questa giusta distanza: scaldarsi senza ferirsi, questo sarebbe l’obiettivo. Ma sempre ammesso che sia possibile, non era quello l’obiettivo di Schopenauer: proseguendo nel brano infatti si capisce che secondo lui la giusta distanza non esiste e quindi il vero obiettivo dovrebbe essere arrivare a non aver bisogno di scaldarci, così da non rischiare di ferirci. Che poi, se vogliamo, è esattamente la strategia che adottano un sacco di persone, scegliendo di restare soli, così da non rischiare di rimanere feriti. All’opposto, qualcuno si annulla, sprofondando negli aculei dell’altro, per paura della solitudine. Quindi, come trovare questa giusta distanza?

Temo che la risposta dell’allegro Arthur sia quella giusta: quelle che non sono giuste sono le conclusioni che ne trae. Ha ragione quando pensa che non esista una giusta misura, che non sia possibile scaldare il cuore di qualcuno senza il rischio di ferirlo e di rimanere feriti. Ma continueremo a farlo lo stesso. Con i figli, gli amici, la persona che amiamo, continueremo a correre questo rischio, perché questo significa vivere. Continueremo a scaldarci e a ferirci, con qualche cicatrice da curare insieme, sbagliando, ma continuando a provarci. E rivedendo insieme queste cicatrici un giorno forse riusciremo a ricordarle, se non proprio con nostalgia, magari davvero con la giusta distanza. Con o senza mascherine.

 

Io non sono così. Però

Non ho paura di morire. E’ solo che non vorrei essere lì quando succederà (W. Allen)

Io non sono così, però….Se volete individuare come siano fatte le persone guardate quel però: tutto quello che sta dopo quel però, indica chiaramente com’è fatto qualcuno, nonostante abbia appena negato di esserlo.

Ci sono i superstiziosi che non sono superstiziosi, ma toccano ferro. I razzisti che non sono razzisti però odiano gli zingari, i permalosi che non sono permalosi, ma si offendono con una parola. I rancorosi che non portano rancore, ma si ricordano quello sgarbo ricevuto durante la ricreazione in seconda media. Gli impiccioni che non si fanno gli affari degli altri e poi sanno vita morte e miracoli di tutto il circondario. I giudici che non vogliono giudicare, ma poi condannano tutti. Quelli “buoni e cari” che non perdono la pazienza, che poi invece scannerrebbero il gatto del vicino rumoroso.

Il bello è che davvero la quasi totalità è convinta della prima affermazione ed è pronta a derubricare come eccezione straordinaria quella che è invece la prova provata che nega quanto affermato in precedenza. Ma come abbiamo una percezione distorta della realtà e di chi ci circonda, allo stesso modo, abbiamo un’idea di noi che non collima esattamente con quello che siamo veramente, nel profondo.

E quindi preferiamo crearci delle “dovute eccezioni”, che ci mettono con la coscienza a posto come chi fa la dieta e però il sabato sera si sfonda con fritti/pizza/birra/dolce/amaro. Solo il sabato sera però! Forse la sincerità assoluta è una chimera irraggiungibile. E forse, anche solo per questo, dovremmo essere più indulgenti con gli altri. E anche con noi stessi.

 

 

Ritornerò, in mutande da te (parte seconda)

Solo un’altra volta, in questi 53 anni di vita, mi era capitato di non giocare a calcio per 4 mesi. Quando mi ero rotto il perone, mentre giocavo! (cosa che avevo raccontato con dovizia di particolari qui).

C’è voluta una pandemia mondiale per tenermi lontano dai campi e da una delle cose più belle che si possa fare su questa terra. Ma stasera si ricomincia. E come successe l’altra volta, mi sembra di ricominciare a vivere sul serio, come se fino ad oggi ci fosse stata una sorta di sospensione, un intervallo fra un prima e un poi. Ecco, finalmente ora è arrivato il poi. Si volta pagina ed inizia una nuova storia o meglio, un nuovo capitolo della mia storia.

Per quale motivo il calcio, visto, giocato, parlato, abbia tutta questa importanza nella mia vita continua ad essere una cosa che non riesco a spiegare (prima di tutto a me stesso). Ma d’altra parte potremmo spiegare perché ci piace la musica? O perché ci affascinano i colori del tramonto? Forse perché, come tutte le cose che ci appartengono da sempre, non hanno bisogno di avere un motivo per esserci. Sono parte di noi, senza avere la necessità di una spiegazione. E probabilmente senza possibilità di essere compresi da altri (che forse, giustamente, ci considerano mezzi scemi).

Per questo penso che la metafora definitiva l’abbia detta Bill Shankly, allenatore dei Reds di Liverpool fra gli anni 60 e gli anni 70: “alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più“.

Pecore nere, pecore bianche

Essere omologati non è mai una bella cosa. Sarebbe sempre meglio ragionare con la propria testa, invece di farsi influenzare dalle mode, seguendo la corrente come ciocchi di legno sulla corrente del fiume. E’ però abbastanza scontato che idee giuste, abbiano grande seguito. Se quindi è da deplorare o almeno da guardare alzando un sopracciglio chi fa la fila da Apple per comprare l’ultimo Iphone, non allo stesso modo può essere valutato chi decide di aderire all’ondata di solidarietà che ha suscitato la campagna Black lives matter. Anzi. Finalmente viene sottolineata una questione mai risolta, almeno negli Stati Uniti dove, numeri alla mano, 150 dopo la fine della segregazione razziale, le differenze sostanziali fra bianchi e neri continuano a persistere.

Grande adesione anche da parte delle stelle del cinema, dello sport, in tutti i Paesi, in tutti gli ambiti. Al punto da diventare quasi una moda? Forse sì. C’è sempre un sovraccarico di retorica, soprattutto quando vogliamo partecipare a questioni che in teoria ci riguardano molto da lontano. E’ quello che deve aver pensato Samantha Leshnak Murphy, una giocatrice di calcio americana, secondo cui “All lives matter“, tutte le vite contano, mica solo quelle dalle pelle scura. E così ha deciso di non uniformarsi.

Scelta coraggiosa, che non voleva essere contro quella campagna (la fanciulla lo ha dichiarato apertamente), ma semplicemente di chi non vuole omologarsi. Scelta rispettabile soprattutto perché, non so voi, ma io di tutto questo sdegno di cui sono pieni i social, di tutte queste indignazioni a comando, non ne posso proprio più! Un giorno gli immigrati buoni, un altro gli immigrati cattivi che mangiano i gatti, un altro i vitalizi, poi i vaccini, Je sui Charlie, gli agnelli a Pasqua, i rigori per la Juve, i Marò, Bibbiano e allora il PD? L’Amazzonia, il buco dell’ozono, si stava meglio quando si stava peggio, signora mia non le dico……BASTA!!!

Prima di sposare qualsivoglia causa, ognuno di noi, in somma onestà, guardandosi allo specchio, dovrebbe domandarsi: ho fatto o comunque sarei disposto a fare personalmente qualcosa per contrastare questa cosa che mi indigna tanto, oltre a scrivere qualche stronzata su FB? E quindi, anche se forse verrai strumentalizzata da qualche razzista dell’Illinois, brava Samantha che almeno ci hai messo la faccia!

 

Manuale per andare in altalena. O giù di lì

Commentando un post della mia amica Sonia, meravigliosa autrice del blog Mispiego, mi è tornato alla memoria un episodio dell’infanzia. Strani i ricordi! Stai leggendo qualcosa ed improvvisamente le sinapsi fanno un collegamento con un fatto accaduto 50 anni prima e te lo fanno rivivere come fosse accaduto ieri. Ve lo racconto anche a voi.

In quel periodo abitavamo in una casa in affitto in via Nemorense, nel quartiere Trieste, prima della nascita di mio fratello, quindi dovevo avere al massimo 4 anni. Il parco Nemorense era il mio campo giochi, gli scivoli, le altalene, le prime amicizie. Come accadrebbe anche adesso però il centro della mia attenzione era sempre correre dietro ad un pallone rotolante. Ricordo perfettamente mio padre che vigilava su di me che gridava le sue raccomandazioni: “stai attento Rò, non passare davanti alle altalene“. Ed io, che già allora forse non ero poi così sveglio come pensavo, ma in compenso seguivo i buoni consigli (non potendo seguire il cattivo esempio), non passai davanti ai bambini che andavano su e giù sulle altalene: ci passai dietro.

Ricordo come fosse successo ieri la bambina, il calcio in testa, il sangue, la corsa al Pronto Soccorso, i punti. Ricordo la preoccupazione e poi l’arrabbiatura di mio padre, forse più con se stesso che con me. Negli anni poi l’episodio è stato spesso tirato fuori per sottolineare la mia dabbenagine, ma a rigor di logica io mi ero scrupolosamente attenuto alle indicazioni ricevute. Se fossi passato davanti alle altalene, chi lo sa, forse i bambini che ci stavano sopra mi sarebbero volati addosso, quindi passando dietro…

Chissà quante volte ho dato io indicazioni che mi sembravano chiare e invece non erano chiare affatto. Come quando spieghi la strada ad uno sconosciuto (allora, è facilissimo, gira a destra, vai dritto, poi la seconda a sinistra) e poi ti rendi conto alla prima svolta che prende, che in realtà non ha capito nulla. E passi con gli sconosciuti, ma temo che succeda pure con chi ci sta affianco, ad esempio con i figli.

Il linguaggio è ingannevole, ha mille sfaccettature, mille significati e a volte quelli più ovvi, quelli più scontati, si nascondo proprio perché sono davanti ai nostri occhi. Se per esempio vi chiedo cosa ha quattro lettere, solitamente undici e mai tre? Tutti voi, ci scommetto, cominciate a pensare a chissà cosa, scervellandovi per trovare la risposta. Che in realtà è semplicemente “sì”. Cosa ha 4 lettere (C O S A), solitamente ne ha undici e mai invece ce ne ha tre.

E qui sta la morale della storia, anzi le tre morali della storia. Quando è troppo complicato specificare tutti i dettagli di un problema, forse sarebbe meglio dare un’indicazione generica, perché anche le indicazioni più chiare possono nascondere insidie. A volte per fuggire da una minaccia, rischiamo di fare peggio cadendo dalla padella alla brace. Ma soprattutto: bisogna fidarsi degli altri, bisogna seguire i consigli che ci danno, ma se poi facciamo di testa nostra è meglio!

Tutte le mie manie (per tacer del cane)

Una delle eredità più nefaste che ci lascerà questo maledetto virus sarà l’emergere ed il consolidarsi di psicosi collettive. Ognuno di noi ha delle radicate convinzioni, dei modi di fare e di pensare, il più delle volte basati su esperienze, conoscenze dirette o indirette, che hanno una qualche base certa. Ci sono poi idee fisse o meglio vere e proprie manie, che non hanno fondamento alcuno o se pure ce l’hanno, vengono esagerate dalle nostre nevrosi.

Come Rose (la mia cagnetta) che ha paura del vento. E’ un cane coraggioso, non ha paura dei botti, né dei temporali, affronta colossi 10 volti più grandi di lei con sfacciataggine, ma se c’è una alito di vento che fa muovere una tenda o sbattere una finestra, te la ritrovi tremante dentro la cuccia. Un po’ come vorrei fare io quando devo farmi un prelievo del sangue.

Già li vedo i maniaci del distanziamento, gli squilibrati che se potessero si metterebbero le mascherine di amianto, anzi andrebbero in giro con lo scafandro da sub, che temono il contatto anche visivo. Vi vedo, disturbati mentali, contenti che questo virus finalmente (nella vostra testa bacata) ha ristabilito le giuste distanze fra voi e il mondo (ostile, brutto, cattivo e soprattutto infetto). Al contrario vedo anche tutti coloro che non riescono a parlare senza toccare l’interlocutore, secondo i quali il giusto distanziamento equivale a una sorta di rapporto sessuale. In questo momento devono reprimersi, sono frustrati dalla situazione attuale e perciò diventano mine vaganti, pronti ad esplodere attaccandosi agli altri come patelle ad uno scoglio. L’incontro fra i due archetipi ha segnato una delle gag più esilaranti della comicità cinematogafica.

Che poi, per carità, ognuno ha le sue. Io ad esempio diffido delle persone che puzzano e degli uomini che non hanno la patente (sono maschilista, le donne che non guidano non mi danno la stessa inquietudine. Quelle che puzzano però sì). Potrai essere la persona più amabile di questo mondo, la più colta, ironica, generosa, ma se non ti lavi o se non sai portare la macchina il mio sesto senso entra in allarme, suona un campanello inconscio che mi dice “attenzione Rò, stanne alla larga, nun te fidà”. Chissà, magari tra un po’ mia figlia che studia per diventare psicologa potrà spiegarmi le vere ragioni, ammesso che ce ne siano. Fino a quel momento portiamo pazienza e speriamo che il virus non abbia fatto troppi danni. Anche se in realtà temo proprio il contrario.

Indignazione a comando

La polemica iconoclasta di cui già scrivevo nel precedente post non accenna a diminuire. Anzi, a macchia d’olio si allarga fino a comprendere luoghi e volti della memoria collettiva di ogni ordine e grado. Negli Stati Uniti dalle statue di Colombo era facile prevedere che si sarebbe passati a quelle dei generali confederati (non si salva nemmeno Via col vento!). In Europa ci si interroga su figure orrende come Leopoldo del Belgio (uno dei peggiori carnefici dell storia coloniale) e da noi infuria la polemica montanelliana che già però si allarga ad altri personaggi, come Pasolini.

Interessante ascoltare le motivazioni dei sostenitori e dei detrattori dell’uno e dell’altro. Come sempre è molto più facile indignarsi per le nefandezze altrui, rispetto a quelle dei cosiddetti “nostri”, verso i quali invece si cerca sempre di essere indulgenti, al limite della rimozione. Il problema di fondo è che l’esercizio critico è un lavoro faticoso, una cosa seria, che prevede approfondire le questioni, perdere tempo, senza utilizzare facili scorciatoie: è cosa c’è di più facile dell’indignazione?

Non si tratta nemmeno di contestualizzare (che chissà perché vale per qualcuno, ma per qualcun altro no, vedi appunto Montanelli Pasolini, oppure se volessimo allargare i discorsi, potrebbe valere per Pinochet e magari non per Pol Pot): alcune cose vanno condannate in assoluto, soprattutto se hanno ancora una loro propagine nell’attualità. Non ha senso prendersela con Colombo perché nessuno vorrebbe oggi imbarcarsi per scoprire un continente, come non avrebbe senso tirar giù la Colonna Traiana perché neanche a Salvini verrebbe in mente di invadere la Tracia. Discutere sulla pedofilia di Montanelli (o Pasolini), ne ha molto di più: questo senza togliere i grandi meriti storici ed artistici dell’uno o dell’altro.

Mi sembra strano anzi che ancora non si sia riaccesa l’annosa questione del cosiddetto Foro Italico. A cui  abbiamo semplicemente cambiato il nome (si chiamava Foro Mussolini), ma per il resto continua ad essere il monumento per esaltare i trionfi (?) dell’era fascista così come l’avevano pensato e costruito ottanta anni fa. Sarebbe bello poterlo definitivamente confinare dentro i libri di storia, un po’ come la Colonna Traiana. E probabilmente ci saremmo anche riusciti, se non ci fosse qualche decerebrato che poi, magari proprio dentro le curve dello stadio lì vicino, non continuasse ad esaltarne le idee, come fossero riproponibili oggi.

Purtroppo non siamo (più) un popolo di santi eroi e navigatori. Siamo soprattutto un popolo di tifosi. Che parteggia o attacca acriticamente personaggi o idee senza mai metterli veramente in discussione. Come in un recente passato, riusciamo a passare da piazza Venezia a piazzale Loreto con una facilità disarmante e la memoria storica di un pesce rosso. Altrimenti non avremmo seguito con tanta facilità tutti i vari imbonitori cantastorie che promettevano ciò che non avrebbero potuto mantenere, soluzioni facili a problemi complessi. Riusciamo a valutare criticamente un personaggio del passato, apprezzandolo per i suoi meriti e censurando con fermezza opinioni o azioni personali discutibili? Indignarsi sui social è molto più semplice. Sarà per questo che va tanto di moda.