L’emergenza e la normalità

All’inizio eravamo un Paese di tecnici della nazionale: 60 milioni di CT, che contestavano la staffetta Mazzola Rivera, perché Altobelli e non Pruzzo, possibile che non convoca Mancini (guarda tu alle volte la ruota che gira…), Baggio e Del Piero, Totti e Signori, Immobile e Belotti. Ognuno diceva la sua, poi alla fine tutti a tifare azzurro.

Questo all’inizio. Poi per successive mutazioni genetiche, da commissari tecnici, siamo diventati esperti economici, professionisti di politica internazionale, fino a diventare navigati conoscitori di virus e pandemie. Ognuno si sente di dire le sua, ognuno evidenzia quello che andrebbe o non andrebbe fatto, con soluzioni scontate e ricette improbabili Ad esempio, considerato che il turismo è praticamente azzerato e che il vero problema dei ragazzi non è la scuola in sé, ma i mezzi pubblici per arrivarci, perché non mettere a disposizione delle scuole i tanti pulmann turistici che penso siano praticamente inoperosi?

Va be’, ci sono caduto anche io, ma me la pianto subito. Tutto sommato penso di capirne più di calcio che non di pandemie: speriamo che chi deve decidere, lo faccia con cognizione di causa. Quello che posso fare io e che dovremmo cominciare a fare tutti, è prendere coscienza che non siamo più alle prese con un’emergenza. Se per emergenza pensiamo ad un periodo eccezionale, irripetibile e circoscritto nel tempo.

Secondo me nella fase dell’emergenza siamo stati anche bravi: ci siamo chiusi in casa e con tanta fatica e qualche mal di pancia, nella stragrande maggioranza dei casi, abbiamo rispettato le regole, tanto che ne eravamo venuti fuori abbastanza bene. Ma appunto, l’emergenza – lo dice il nome – emerge, spicca dalla norma. Quando però siamo tornati alla normalità, ci siamo scordati tutto. La verità è che dobbiamo prendere coscienza che la pandemia non è più l’emergenza, ma la quotidianità. Non per sempre, voglio sperare, ma comunque per un periodo abbastanza lungo per doverla vivere come una realtà (quasi) normale.

Alcuni comportamenti, alcune avvertenze, alcune abitudini, devono estrare a far parte della nostra quotidianità. E allo stesso tempo, alcune cose possiamo anche dimenticarcele, perché non saranno più possibili. E chissà fino a quando sarà così. Stento ad immaginare un concerto con centomila persone tutte appiccicate o anche il vagone di una metropolitana come eravamo abituati a frequentarla. Forse anche i luoghi di lavoro come li conosciamo non torneranno più com’erano fino solo a 7 mesi fa. C’è una nuova normalità, un nuovo quotidiano e prima lo accettiamo in toto, prima sapremo vivere riacquistando una serenità che oggi obiettivamente non c’è più.

Come siamo stati bravi nell’emergenza, dobbiamo diventare bravi nella quotidianità. Ma temo che non sarà così facile: forse perché ancora non abbiamo capito che, come per la nazionale, possiamo avere ognuno le proprie preferenze, possiamo essere tifosi di questo o quello, ma alla fine, dovremmo saperci riconoscere tutti in quell’unica maglia che tutti ci rappresenta.

Una cosa che proprio non sopporto (e anche il perché i Daci furono sconfitti dai romani)

Ieri mi hanno rubato la macchina. Una 500L ormai anche vecchiotta, ma evidentemente ancora molto appetibile. Era la macchina aziendale, quindi al di là delle scocciature burocratiche (infinite!), e dei disagi collegati, poteva andare peggio. Ad esempio potevano rubare la mia! Per il momento, come sostituzione, mi hanno dato una Dacia Sandero.

Non vi preoccupate, non voglio intrattenervi sul discorso auto, anche perché di macchine ne capisco quanto di geometria non euclidea: per me le macchine sono abbastanza tutte uguali. Giro la chiave e devono partire, il resto è come la seconda strofa dell’Inno di Mameli: so che esiste, ma diciamo che non mi ha mai tolto il sonno e nemmeno stuzzicato la curiosità. Ma anche nella mia più totale atarassia rispetto alle 4 ruote, mi sono accorto che la suddetta Sandero se lasci le luci accese, quando spegni e apri lo sportello, fa partire una assordante sirena tipo cinture slacciate.

Lì per lì ho pensato “Uh, che fico! Saranno stati anche sconfitti dai romani, ma questi daci non sono mica stupidi. Così non ti scordi le luci accese, come capitava con la 127!” Poi ho fatto mente locale: la 127 la guidavo nell’85, 35 anni fa. Dopo ho avuto tre o quattro Pande, una Punto, una Stilo, una Croma, una C3, una Touran e la suddetta 500. Ma nessuna ululava in quel modo se lasciavi le luci accese. Semplicemente, quando spegnevi la macchina, si spegnevano anche le luci.

Ecco. Se c’è una cosa che non sopporto è quando qualcuno che può fare una cosa non la fa, ma dice a te di farla. Lo odio. Mi fa venire l’orticaria. Perché? Perché cominci ad ululare come se ti avessi pestato un callo per dirmi di spegnere le luci quando potresti farlo tu? Ti diverti a sottolineare che me le sono scordate? Ti soddisfa mettere in evidenza quanto sono distratto? Sorridi sotto i pneumatici mentre urli “TI SEI SCORDATO LE LUCI – TI SEI SCORDATO LE LUCI – TI SEI SCORDATO LE LUCI – TI SEI SCORDATO – TI SEI SCORDATO – TI SEI SCORDATO – TI SEI SCORDATO – SEI UN COGLIONE!!!”.

Il guaio è che ce ne sono tante di persone così. gente che gode a sottolineare le pagliuzze altrui, che non alza un dito se non rientra nei suoi compiti specifici. Pensate invece quanto sarebbe bello se ognuno facesse quello che può fare, senza stare a pensare se tocca a lui o a qualcun altro. Lo posso fare? Lo faccio. Non importa se è compito mio o se dovresti farlo tu. Posso farlo, lo faccio. Semplice, senza retropensieri, senza cacofonici allarmi acustici.

Sarà stato questo che vi ha fregato, cari Daci? A chi avete rimandato le cose a suo tempo? A quelli della Tracia o a quelli della Cappadocia? In ogni caso potevate farlo e non l’avete fatto. E poi sono arrivati i romani. E ben vi sta. Perché a furia di aspettare che siano gli altri a fare le cose, questo succede. Arrriva qualcuno e le suona a tutti.

 

Toglietemi tutto! Ma….

  • Quindi è possibile stare appiccicati dentro il vagone di una metropolitana o dentro un autobus, ma 10 adulti che corrono in un campo di 60 metri quadri sono pericolosi.
  • Non la racconterei esattamente così.
  • Posso andare al supermercato o in un centro commerciale pieno di gente sconosciuta, ma se tiro calci a un pallone con gli stessi amici di sempre, divento pericoloso.
  • Cerca di ragionare, non fare il bambino! Di fronte a questa nuova ondata di contagi, mica si possono fermare i mezzi pubblici. O vorresti chiudere i negozi?
  • Non dico questo, ma perché solo il calcetto?
  • Qualcosa chi ci governa doveva pur farlo. E cos’altro poteva fare, se non andare a bloccare quelle attività che necessarie non sono?
  • Ma lo dici tu che non sono necessarie! Già non posso più andare allo stadio a vedere la mia Lazio. Il calcetto è indispensabile, per la salute fisica e mentale.
  • Esagerato! Trovati un altro sport, un hobby diverso. Colleziona francobolli!
  • Per carità! Vuoi farmi pensare alle Poste anche quando mi devo svagare?
  • D’estate vai in bicicletta….
  • Sì, d’estate. Ma è un po’ come la Formula Uno: giri, giri, però non fai mai goal.
  • Ma tu con questo calcio sei malato! Devi pensare ad altro, allargare i tuoi orizzonti, concentrarti su cose più importanti. Per esempio, non hai delle azioni? Controlla l’andamento della borsa.
  • Dici che è divertente?
  • Ti assicuro! E’ una cosa che ti prende. Anche perché ogni giorno c’è una novità.
  • Ma forse hai ragione, basta calcio, basta partite.
  • Oggi per esempio c’è stato un grande trambusto, è stata una giornata difficile, con l’indice che andava su e giù. Alla fine ha perso.
  • Ha perso? E chi ha segnato?

Svegliatemi quando gennaio è finito (oppure quando tornate a casa)

Chissà cosa pensano i cani, quando ci guardano uscire e gli diciamo “stai buono che noi torniamo subito”. La mia ha quell’aria un po’ offesa e un po’ interrogativa, si fida e non si fida, è contenta così se ne va a dormire, ma le dispiace rimanere sola. Rimane in quella terra di mezzo in cui non sai bene se conviene andare avanti o restare indietro. Come quando esci fuori e metti la mascherina. Da una parte ti rompe, ti appanna gli occhiali, ti sembra che ti tolga il respiro, dall’altra però ti protegge, come la coperta di Linus, con la mascherina sei invincibile, non ti può capitare nulla.

Sono due bugie e tu lo sai, però ti piace crederci lo stesso: non ti protegge da tutto, ma neanche ti soffoca, ti appannano gli occhiali, non il cervello, per questo ti rendi conto che è giusto portarla e sono scemi quelli che non lo fanno. Atti di fiducia ragionata li chiamo io. Se il governo prolunga lo stato di emergenza fino al 31 gennaio non può certo farci piacere, ma in cuor nostro sappiamo che alternative non ce ne sono. E così, come Rose se ne va a dormire quando usciamo, perché nonostante una percezione del tempo sicuramente diversa dalla nostra, comunque in cuor suo sa che torneremo, così dobbiamo fare anche noi.

Ce ne andiamo a dormire, in attesa che qualcuno ritorni, in attesa che finisca gennaio, come il settembre dei Green Day. Nel frattempo il salsiccione dal ciuffo biondo si sarà tolto dai piedi, sarà arrivato Natale e avremo visto i botti di capodanno, chissà magari indossando mascherine, che non ci impediranno però di brindare ad un nuovo anno. Passerà anche gennaio e ci sveglieremo e continueremo a farci domande senza risposta: chissà cosa pensano i cani, quando ci mettiamo la mascherina?

Summer has come and passed, the innocent can never last, wake me up when September ends

Sempre e per sempre

Come il negozio di alimentari che rimane aperto anche dopo l’ora di chiusura, perché sa che anche i ritardatari come te hanno bisogno di un pezzo di pane per cena.

Come quella banconota da 50 euro che tieni nel cassetto, perché non si sa mai, magari potrai averne bisogno quando non ti andrà di andare ad un bancomat.

Come quando alzi gli occhi di notte e trovi il grande carro dell’Orsa maggiore e la stella polare, perché anche se di astronomia non capisci nulla di astronomia, almeno quella la sai riconoscere, sai che è lei, sai che sta lì e non ti puoi sbagliare.

Come un bicchiere di rum, dopo una bella cena nel terrazzo d’estate con il vento tiepido che ti accarezza il viso e fa danzare il fumo di un buon sigarillo.

C’è una conseguenza nascosta nella situazione che stiamo vivendo. Più o meno consapevolmente, ogni giorno di più, ci rendiamo conto della nostra precarietà, del fatto che ogni cosa può cambiare in un attimo, ogni progetto può essere sconvolto, ogni previsione cancellata. I punti di riferimento vacillano, come un segnale intermittente, che dà e toglie la linea in maniera imprevedibile.

Forse impareremo, forse riusciremo ad apprezzare di più l’hic et nunc, godendo del presente, perché il futuro resta un’incognita. Forse sì. Ma il bisogno di certezze, la necessità di punti fermi, almeno per me resta imprescindibile. E certe cose, per fortuna, neanche una pandemia mondiale potrà portarmele via.

Come quella canzone, la tua canzone, che in qualsiasi stato d’animo ti possa sentire, appena la ascolti ricordi e sorridi, perché ha improgionato dentro le sue note e le sue parole i sentimenti più profondi, i ricordi più dolci, l’essenza di quello che sei stato ieri, di quello che sei oggi e di quello che sarai domani.

Pioggia e sole cambiano la faccia alle persone
Fanno il diavolo a quattro nel cuore e passano
e tornano e non la smettono mai
Sempre e per sempre tu ricordati
dovunque sei, se mi cercherai
Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai.

 

Consigli di lettura non richiesti / 24. Dalton

Tra un Lansdale (Caldo in inverno) e un altro (Una Cadillac rosso fuoco), chiudo quest’estate ricca di bellissime letture con il romanzo di un esordiente australiano, tale Trent Dalton, intitolato Ragazzo divora universo. Un romanzo di formazione semplicemente bellissimo, il racconto della vita difficile di un adolescente di Brisbane, città della costa orientale dell’Australia, che ha un ex galeotto come baby sitter, un padre alcolizzato ed una madre ex tossicodipendente e spacciatrice. Ed un fratello che sa predirre il futuro scrivendolo nell’aria perchè pur sapendo parlere, preferisce rimanere muto.

Detta così sembra una tragedia, in realtà la bravura dell’autore sta (anche) nella leggerezza con cui fa raccontare ad Eli la sua storia. Una storia in cui il male non è mai banale ed il bene non è mai perfetto. Una storia onirica, in cui sogno e realtà si confondono e si fondono insieme per far sì che non si perda mai la speranza, la convinzione profonda, che le cose finiranno bene. La cosa più incredibile poi è che, come dice l’autore, il 50% della storia è la sua autobiografia!

Un romanzo insolito, che scorre leggero e imprevedibile verso un finale pirotecnico che realizza un amore impossibile e chiude mirabilmente tutti i fili lasciati in sospeso. Insomma, un romanzo straordinario. Buon lettura!

La realtà distorta

Mi era già successo altre volte, mai però in maniera così drastica. Se il migliaio di miei amici di FB fosse stato un campione significativo dell’elettorato italiano, il no al referendum avrebbe avuto tra il 95 ed il 98% delle preferenze. E dire che ho amici molto variegati: di sinistra (tanti), di destra (abbastanza), grillini (pochi), ma poi a parte questi ultimi, le indicazioni dei partiti non erano poi così univoche, quindi penso che la scelta del sì o del no, sia stata molto trasversale. Ma non voglio parlare del referendum, quanto di un’altra questione che da questo fatto mi appare sempre più chiara.

Gli opposti si attraggono o chi si somiglia si piglia? Al di là di un’esotica quanto a volte irrefrenabile attrazione per ciò che estraneo da noi, io sono per la seconda opzione. Più o meno coscienti, tendiamo a fare gruppo con chi è nostro simile. Con chi la pensa come noi, chi ha gli stessi interessi, modi di intendere la vita, valori. Magari non esattamente gli stessi, ma che comunque con chi ha la stessa scala, la stessa valutazione. Posso facilmente discutere ed andare d’accordo con una persona di destra, se ha la capacità critica, se sa ascoltare, se dà il giusto peso alle cose, se ha senso dell’ironia. Vado d’accordo persino con i romanisti, se rientrano in questi sotto insiemi più grandi!

Questo forse in parte spiega perché la quasi totalità dei miei contatti, in modo ben distante dalla totalità degli italiani, ha votato no (come me). Allargando questo discorso si comprende come ognuno di noi viva in un contesto particolare, ben lontano dalla realtà autentica. Ed il rischio, più che concreto, è che possiamo confondere il primo con la seconda. Possiamo comprendere come alcune persone, circondate da altre che la pensano in un certo modo, possono credere che so, che Uomini e Donne sia uno spaccato della realtà. O che i loschi figuri che hanno ammazzato di botte il povero Willy siano la normalità.

I social, ma mica solo quelli, distorcono la realtà, ci portano a pensare che se Gino, Mario, Antonio, Marcello, Giuseppina e Genoffa credono che i vaccini servono alle multinazionali, allora sarà sicuramente così. Ogni like messo ad un post può diventare la certificazione di appartenenza ad una scuola di pensiero. Il confronto con l’altro, il dibattito, persino il contrasto, ci servono per sviluppare un pensiero autonomo, ma se siamo circondati esclusivamente da interlocutori simili a noi, come possiamo maturare un pensiero critico? E se succede a noi, che in teoria da persone adulte un minimo di senso critico dovremmo ormai averlo sviluppato, cosa può succedere ad un adolescente, che proprio nel conformarsi agli altri cerca le conferme per vincere le proprie insicurezze?

Ho sempre pensato che ragionare con la propria testa sia fondamentale (è quello che ho provato a passare ai miei figli) ma mi rendo conto che l’omologazione è sempre dietro l’angolo, perché è un processo subdolo, che si autoalimenta spontaneamente come una pianta infestante. Forse è per quello che bisogna sempre diffidare di chi porta i nostri stessi occhiali, di quelli che la pensano come noi, dei “tifosi” della nostrea stessa squadra (in politica, ma forse ancora di più, nel calcio). O per tornare ai proverbi, forse è proprio vero che “dagli amici mi guardi Iddio, che ai nemici ci penso io!”

 

 

Vi racconto perché non ce la possiamo fare

Il giovin virgulto appena diplomato, per l’Università ha scelto di iscriversi ad ingegneria informatica (buon per lui, non ha preso del papà filosofo!). Su questa scelta non ha avuto esitazioni, mentre aveva più di un dubbio sull’Ateneo dove frequentarla. Nella città eterna in effetti l’offerta non manca: escludendo Tor Vergata per difficoltà logistiche, ci sono La Sapienza e Roma Tre. Quest’ultima lontana da dove abitiamo, ma comunque ben raggiungibile con la metro, più piccola, meno frequentata, con maggiori garanzie di essere seguito. La Sapienza con tutto il suo prestigio e soprattutto con alcuni compagni di classe che avrebbe frequentato la stessa facoltà. Io ero per Roma Tre, per i motivi indicati, ma non ho voluto indirizzarlo più di tanto perché ritenevo giusto fosse una sua scelta. Ha sostenuto i test di ammissione e li ha brillantemente superati entrambi. Alla fine si è indirizzato verso La Sapienza. E qui comincia l’avventura.

C’erano tre sessioni di prove, l’ultima il 9 settembre: alle 10 del mattino (i giorni e gli orari sono importanti) collegamento su Zoom per rispondere a 40 domande, il pomeriggio i risultati. Il punteggio minimo erano 18 risposte esatte fino all’esaurimento dei posti (350), Emanuele ha totalizzato 29, quindi un buon risultato. Uscite le graduatorie per perfezionare l’iscrizione si doveva pagare un bollettino di 10 euro (per la cronaca per sostenere le prove ne avevamo già pagato uno da 30) entro l’11 settembre. E qui comincia il dramma.

Vista la scadenza ravvicinata (ma perché così poco tempo?) proviamo a pagarlo subito on line, ma il servizio è sospeso dopo le 20 e 30 (perché? A una certa ora spengono i computer? Va be’). Il giorno dopo quindi riproviamo, sempre online, ma il sistema ci dà un errore.  L’alternativa era andare in una filiale Unicredit, ma in questo momento bisogna prendere appuntamento e non essendo correntista è complicatissimo.  Ci riproviamo l’11, sempre errore. Scriviamo ad un indirizzo email di assistenza tecnica che ci informa che in effetti c’è un problema informatico e quindi la scadenza sarà prolungata. Passa il fine settimana, lunedì 14 ci scrivono che il problema è risolto e il bollettino va pagato in giornata, perché la nuova scadenza è proprio il 14 (di nuovo, ma perché questa fretta?). Riproviamo a pagare, ma ci dà un nuovo problema, perché il sistema genera un bollettino che mantiene la scadenza dell’11, quindi il sistema stesso dice che è scaduto e non ce lo fa pagare. Riproviamo il 15, niente da fare. Riscriviamo all’assistenza tecnica e alla segreteria della facoltà, facendo presente il problema. E qui comincia la farsa.

Il 16 ci risponde la segreteria della facoltà, dicendo che ormai le graduatorie sono state chiuse e quindi non c’era più possibilità di iscriversi. Faccio presente che non abbiamo potuto perfezionare l’iscrizione per colpa loro, in toni cortesi, ma irremovibili mi rispondono che non c’è nulla da fare. L’assistenza tecnica mi risponde solo stamattina (il 17), ribadendo che ormai le graduatorie sono chiuse e quindi non possono aiutarmi. La più grande Università d’Italia (per numero di iscritti e penso anche per corsi di laurea), blocca la possibilità di iscriversi per un bollettino di 10 euro, non pagato a causa di problemi tecnici provocati (e certificati) da loro stessi. Dando prima due giorni, poi un giorno di tempo per pagarlo. In piena pandemia, senza fornire un numero telefonico di assistenza, senza dare la possibilità di andare fisicamente presso la segreteria. Precludono il futuro di ragazzi per 10 euro, neanche il costo di una pizza.

Sono curioso di verificare cosa faranno i miei amici del Codacons a cui ho girato questa bizzarra vicenda. Da parte mia sono sempre più convinto che Roma Tre resti la soluzione migliore (ma a questo punto anche l’unica), però mi chiedo: ma ce la possiamo fare? Parliamo di informatizzazione, di nuovi servizi, di identità digitale e poi la burocrazia fa sì che un bollettino di 10 euro diventa un ostacolo insormontabile. O cambia qualcosa (più di qualcosa, anzi forse tutto) o temo proprio che non ce la possiamo fare.

 

Sette e non più sette

Viaggiermeneutici compie sette anni! Non so quale sia la vita media di un blog (gli anni sono come quelli dei cani, ognuno vale sette, oppure come quello delle tartarughe che sono anche più lunghi dei nostri?), non so se siano tanti o pochi. In ogni caso, come tutte le cose che fanno parte della quotidianità, mi sembra che ci sia sempre stato ed allo stesso tempo è come se l’avessi aperto ieri. I compleanni sono occasioni di bilanci: 770 articoli, che hanno ricevuto oltre 7500 commenti e sono stati letti 136 mila volte dai circa 832 iscritti al blog (ma non solo, ovviamente ci sono molte visite occasionali).

Ma quesi sono bilanci numerici, buoni forse per qualche contabile. Un bilancio più interessante lo posso fare sulla base delle relazioni che sono nate e si sono sviluppate intorno a questo spazio virtuale, oppure, ancor di più, sull’aver realizzato o meno quello che mi ero ripromesso sette anni fa. Scrivevo che il blog doveva essere una scatola dove riporre idee, opinioni, immagini o semplici suggestioni. E qui ci siamo: il blog è stato esattamente questo e mi è servito per non perdermeli per strada, per non farmeli scivolare fra le dita.

Rileggendomi a distanza di tempo rivivo le sensazioni vissute allora. A volte magari avrei voglia di cambiare qualcosa, penso “oggi l’avrei scritta in maniera differente“. Altre volte, il più delle volte, penso invece che le riscriverei esattamente così. Perché quello che si scrive riflette quello che si vive e spesso riesce ad imprigionare fra le righe anche gli umori, le emozioni, gli stati d’animo nascosti nelle parole. Perché scrivere, come dice Brunori sas è utile non solo per ricordarsi cose, ma soprattutto “per ricordarsi chi sei“.

Ma non ti sembra un miracolo
Che in mezzo a questo dolore
E in tutto questo rumore
A volte basta una canzone
Anche una stupida canzone
Solo una stupida canzone
A ricordarti chi sei

Una redenzione possibile

Figlio mio, che posso dirti? Non riesco ad elaborare il concetto, mi sembra di essere in una bolla o forse dentro un sogno, l’incubo peggiore da cui non riesco a svegliarmi. Ti sei fatto prendere la mano, lo so, tu sei così. Non riesci a chiudere gli occhi, a far finta di non vedere. Che posso dirti? Sono orgoglioso di te, lo sono sempre stato, perché non ti volti mai dall’altra parte. Qualcuno dice che mi somigli, ma io lo so che sei meglio di me, che sei il meglio di me.

Figlio mio, che posso dirti? Ti ho insegnato io a vivere inseguendo i tuoi sogni, a metterci sempre la faccia e il massimo impegno per realizzarli, senza paura. Senza mai avere paura. Non per combattere i mulini a vento, ma per raggiungere gli obiettivi che ti eri prefisso. Io parlavo e tu ascoltavi. E per questo ora non ho più parole, perché hai vissuto come meglio non avrei potuto sperare, perché hai imparato la mia lezione. Fin tropo bene.

Figlio mio che posso dirti? Chiedo a te di dirmi qualcosa, di darmi quella speranza che io non ho più. Perché se c’è spazio per il perdono solo tu puoi dirmelo, solo tu puoi insegnarmelo. Parla tu ora ed io ascolterò. Prendimi tu per mano e ci sdraieremo di notte sotto un cielo senza luna, ad ascoltare i grilli e le cicale. Tienimi stretto se avrò freddo, stringimi forte e aspetteremo insieme il nuovo giorno. Aspetteremo insieme una redenzione possibile.

The way we look to a distant constellation
That’s dying in a corner of the sky
These are the days of miracle and wonder
And don’t cry baby, don’t cry
Don’t cry, don’t cry