Transizioni

Viviamo un periodo di transizione. Una zona neutra, tra un prima noto e un poi sconosciuto. Perché solo i più ingenui possono pensare che il poi sarà uguale al prima. Anzi, di poche cose possiamo essere sicuri oggi, a parte che il domani sarà diverso da ieri. Non sappiamo ancora come sarà, ma sicuramente sarà un’altra cosa, organizzata con altri ritmi, scandita da nuovi riti.

Manhattan si è spopolata, gli affitti crollano, i negozi chiudono, le persone cominciano a capire che possono fare le stesse cose stando a 100 KM di distanza, che forse è inutile spendere ore di tempo per arrivare in un luogo diverso dalla propria abitazione. E come Manhattan anche l’Eur e tutti gli altri distretti lavorativi, nati in tutti i centri urbani per ospitare migliaia di pendolari. Ma non solo quelli. Il passo successivo sarà più radicale. Se posso lavorare dal mio quartiere, perché non posso farlo dal paesino in montagna o al mare? Con un’accelerazione impensabile solo fino a qualche mese fa, potremmo essere davanti ad una rivoluzione di portata storica, che invertirebbe una tendenza durata centinaia di anni. Si spopoleranno le città e torneremo ai borghi?

Non lo possiamo sapere con certezza. Per ora viviamo l’oggi, carico di mille incertezze, in cui forse dovremmo cominciare appunto a lasciare andare ciò che siamo stati e che non saremo più. Ma è un processo faticoso, persino quando riguarda quello che non ci piaceva. La transizione è una coppia incinta, sospesa fra la vita passata e quella futura, piena di attese e di paure. Una quasi mamma e un quasi papà che sperano che il domani arrivi subito e che non arrivi mai, con grandi aspettative ed insieme con ansie fino a quel momento sconosciute.

Dopo questo lungo travaglio nascerà il domani. Ma nel frattempo, in questa transizione, quello che possiamo fare è smettere ogni intransigenza, ogni ostacolo, ogni pretesto per cominciare a costruire una nuova realtà, in tutti i sensi e a tutti i livelli: le relazioni sfilacciate, i progetti lasciati a metà, la scale delle priorità, i rapporti sociali. Perché il domani che verrà, può davvero cominciare da come costruiamo l’oggi. Anzi, probabilmente è già cominciato.

Chissà chissà domani
Su che cosa metteremo le mani
Se si potrà contare ancora le onde del mare
E alzare la testa…

7 Consigli (più 1) propedeutici a diffondere luce e dolcezza

Dopo il post di un paio di settimane fa (quello sulla Missione che ognuno di noi ha su questa terra), ho avuto apprezzamenti da parte di diversi lettori ermeneutici sul diffondere luce e dolcezza (lo spread sweetness and light) che avevo detto essere la mia personale missione. Qualcun’altro, a onor del vero, ha alzato un sopracciglio, magari con una vena di scetticismo. E poi ci sono state e Tiffany, due lettrici ermeneutiche fra le più assidue, che addirittura chiedevano una vademecum per metterlo in pratica. E come potrei non esaudire la richiesta di due giovin donzelle come loro?

Ma più che un vademecum con una lista di regole da seguire, penso sia più utile una serie di consigli per stabilire una disposizione d’animo preliminare, che è una condizione di possibilità indispensabile per partire. Ed ecco quindi un bell’elenco (vi mancava un post di elenchi, dite la verità!) di consigli propedeutici a diffondere luce e dolcezza.

Prima di tutto, per diffondere luce e dolcezza, nel dubbio, è preferibile avere il rimorso per una cosa fatta che il rimpianto per una cosa non fatta. Insomma, bisogna avere il coraggio di intervenire, di buttarsi. Si rischia di essere un po’ invadenti, di farsi gli affari degli altri, di dare consigli non richiesti. Ma è un rischio inevitabile, che va corso.

Per diffondere luce e dolcezza bisogna poi imparare a perdere tempo. Bisogna avere obiettivi certo, ma senza esserne schiavi, bisogna girovagare ed avere il piacere di fermarsi a parlare, ma soprattutto ad ascoltare.

Collegato al precedente, come corollario, per diffondere luce e dolcezza bisogna essere curiosi. Bisogna avere proprio la voglia di sapere, di conoscere i fatti, le circostanze, le motivazioni. La curiosità è una spinta inesauribile, un po’ come la rubrica “lo sapevi che” della Settimana Enigmistica, non è specificatamente rivolta ad un oggetto, ad una persona o ad un argomento. E’ esistenziale!

Per diffondere luce e dolcezza poi non bisogna essere gelosi delle cose, delle persone, ma neanche delle informazioni. Se conosci un buon posto dove andare a mangiare, un luogo che vale la pena visitare, un osteopata che fa massaggi miracolosi, un bar che prepara cocktail favolosi, devi sentire la necessità di pubblicizzarli, devi diventare un megafono, farti passaparola.

Quindi, per diffondere luce e dolcezza bisogna farsi coinvolgere. Bisogna assumere su di sé i problemi, le preoccupazioni, le aspirazioni altrui e farli propri. Trovare lavoro a qualcuno, far incontrare due cuori solitari, essere il punto di incontro fra la domanda e l’offerta, creare collegamenti o almeno fare di tutto per creare le condizioni di possibilità affinché i collegamenti si creino.

Per diffondere luce e dolcezza bisogna imparare a praticare atti di gentilezza a caso. All’inizio non viene mica automatico: far passare avanti qualcuno che ha un carrello più vuoto del tuo, fermarsi a dare la precedenza in macchina a qualcuno che non ce l’ha, salutare gli sconosciuti. Sapete che a volte basta un sorriso?

Per diffondere luce e dolcezza bisogna poi cercare quanto più possibile di fuggire i cretini, i rancorosi e le persone moleste. Nel mio caso (ma non credo solo nel mio) quelli che puzzano. Insomma, tutti quelli che scatenano in voi gli istinti omicidi: forse sarà pleonastico specificarlo, ma l’omicidio mal si sposa con luce e dolcezza. Quindi evitate, fuggite. C’è una grande saggezza e un’altrettanto grande dignità nella fuga.

E infine un ultimo consiglio propedeutico perché in sé per sé non diffonde nulla, ma diventa indispensabile, perché altrimenti, se non lo si segue, si rischia di rovinare qualsiasi altra disposizione d’animo, mandando a monte tutto quello che abbiamo elencato fin ora. Per diffondere luce e dolcezza non ti devi arrabbiare con gli amici. Ma non ti devi arrabbiare neanche con i nemici. Non ti devi arrabbiare con nessuno, così fai prima e non hai dubbi. Come si fa a non arrabbiarsi? Bisogna avere una memoria corta e imparare a dare il giusto peso alle cose. E poi un goccio di quello buono aiuta. Anzi, datemi retta, non lesinate, anche più di un goccio.

Abbiamo bisogno di un sogno ribelle

Ma siamo proprio sicuri che Maslow avesse ragione? E voi, cari lettori ermeneutici magari vi chiederete: “ma chi cazz’è ‘sto Maslow“? Costui era un esimio psicologo che creò un modello dello sviluppo umano basato su una gerarchia di bisogni, disposti a piramide, in base alla quale la soddisfazione di quelli più elementari è condizione necessaria per fare emergere quelli di natura superiore.

Alla base della piramide ci sarebbero i bisogni fisiologici (non credo serva elencarli), poi quelli di sicurezza (fisica, familiare, di propietà), quindi quelli di appartenenza (amicizia, amore), quelli di stima (autostima, realizzazione) ed infine quelli di autorealizzazione (moralità, creatività, accettazione). Non entro nel merito, se il tema vi interessa trovate un sacco di roba online, certamente più interessante di quello che potrei raccontarvi io. Mi soffermo sul postulato iniziale e torno alla domanda iniziale.

Siamo proprio sicuri che i bisogni basilari siano i primi a dover essere soddisfatti? Siamo certi, ad esempio, che finché non avremmo soddisfatto il mangiare non ci verrà voglia, che so, di ballare? A pancia piena, certi discorsi vengono meglio, siamo d’accordo. Ma i più grandi poeti hanno scritto le loro opere migliori proprio quando avevano un bisogno insoddisfatto. E non è forse vero che le più belle canzoni siano state scritte da cuori affranti?

E certo, va da sé che in questi tempi di pandemia abbiamo bisogno di sicurezze economiche, di salute, di affetti. Ma proprio oggi, oggi più che mai, abbiamo bisogno soprattutto di un orizzonte diverso. Abbiamo bisogno di non arrenderci alla realtà, abbiamo urgentemente bisogno di ricordare chi siamo, per non dimenticare la nostra vita di prima. Abbiamo bisogno di un sogno ribelle, che non si accontenti dell’oggi, ma riesca ad immaginare i confini di un futuro diverso. Abbiamo bisogno di progetti, abbiamo bisogno di fughe, abbiamo bisogno di nuovi obiettivi e ne abbiamo bisogno più di quanto possiamo ammettere anche a noi stessi.

Abbiamo bisogno di musica nuova, che non deve per forza essere nuova musica. Anche perché poi ci pensa Springsteen, che tira fuori canzoni scritte cinquant’anni fa, che però sono più belle e più attuali di quelle scritte ieri. Seguiamo lui e non sbagliamo. Perché come disse Obama quando nel 2009 gli consegnò il riconoscimento per la diffusione della cultura americana, “I’m the president, but he’s the Boss”.

 

 

In missione per conto di Dio

Volenti o nolenti siamo tutti in missione. Possiamo far finta che non sia così, possiamo negare questo fatto a noi stessi e agli altri, ma ognuno di noi ha un compito da svolgere, un obiettivo da raggiungere.

A volte ci mancano le istruzioni d’uso. Sappiamo da dove partiamo, sappiamo dove dobbiamo arrivare, potrebbe non essere chiarissimo il percorso per arrivarci. Per questo ci potrebbe venire la tentazione di prendere qualche scorciatoia e a volte potrebbe anche essere una buona idea. Altre volte la scorciatoia diventa vicolo cieco e dobbiamo tornare sui nostri passi

Ma scegliamo noi la missione da svolgere? Che un po’ è come domandarsi, siamo noi a scegliere la nostra vita o è la vita che sceglie per noi? In effetti potremmo essere partiti verso un obiettivo, sicuri della missione da compiere e poi invece, strada facendo, abbiamo capito che la missione era un’altra. Anche perché spesso ci sono traguardi intermedi, tappe di avvicinamento all’obiettivo finale, che a volte magari ci aprono nuove prospettive. E così scopriamo che la missione era un’altra, fin dal principio.

Oppure può succedere che una missione dichiarata in realtà ne contenga un’altra e alla fine non capisci quale sia quella principale e quale quella secondaria, non capisci più quale sia l’obiettivo e quale lo strumento per raggiungerlo. Ad esempio, la vera missione dei Blues Brothers era salvare l’orfanotrofio – e la banda era solo lo strumento per realizzarlo – o in realtà la missione autentica era rimettere insieme la banda e l’orfanotrofio era stato solo l’interruttore per innescarli?

E qual è la missione della nostra vita? Quali sono gli obiettivi e quali gli strumenti? E che succede se nel bel mezzo della missione scoppia un finimondo che coinvolge l’intero pianeta dalla Groelandia all’Argentina, dalla Scozia alla Nuova Zelanda? Niente o forse tutto. Magari cambia solo il modo di arrivarci, ma la missione dovrebbe rimanere quella. La mia, ve l’ho scritto più volte, è diffondere luce e dolcezza: per l’esattezza spread sweetness and light, come lo Zio Fred di Wodehouse (per chi volesse approfondire https://en.wikipedia.org/wiki/Sweetness_and_light). E certo non sarà una pandemia mondiale a farmi cambiare idea.

Jake: «Vogliamo rimettere insieme la vecchia banda»
Fabulous: «Ma sei pazzo? Lascia perdere»
Elwood: «Siamo in missione per conto di Dio»

 

 

L’emergenza e la normalità

All’inizio eravamo un Paese di tecnici della nazionale: 60 milioni di CT, che contestavano la staffetta Mazzola Rivera, perché Altobelli e non Pruzzo, possibile che non convoca Mancini (guarda tu alle volte la ruota che gira…), Baggio e Del Piero, Totti e Signori, Immobile e Belotti. Ognuno diceva la sua, poi alla fine tutti a tifare azzurro.

Questo all’inizio. Poi per successive mutazioni genetiche, da commissari tecnici, siamo diventati esperti economici, professionisti di politica internazionale, fino a diventare navigati conoscitori di virus e pandemie. Ognuno si sente di dire le sua, ognuno evidenzia quello che andrebbe o non andrebbe fatto, con soluzioni scontate e ricette improbabili Ad esempio, considerato che il turismo è praticamente azzerato e che il vero problema dei ragazzi non è la scuola in sé, ma i mezzi pubblici per arrivarci, perché non mettere a disposizione delle scuole i tanti pulmann turistici che penso siano praticamente inoperosi?

Va be’, ci sono caduto anche io, ma me la pianto subito. Tutto sommato penso di capirne più di calcio che non di pandemie: speriamo che chi deve decidere, lo faccia con cognizione di causa. Quello che posso fare io e che dovremmo cominciare a fare tutti, è prendere coscienza che non siamo più alle prese con un’emergenza. Se per emergenza pensiamo ad un periodo eccezionale, irripetibile e circoscritto nel tempo.

Secondo me nella fase dell’emergenza siamo stati anche bravi: ci siamo chiusi in casa e con tanta fatica e qualche mal di pancia, nella stragrande maggioranza dei casi, abbiamo rispettato le regole, tanto che ne eravamo venuti fuori abbastanza bene. Ma appunto, l’emergenza – lo dice il nome – emerge, spicca dalla norma. Quando però siamo tornati alla normalità, ci siamo scordati tutto. La verità è che dobbiamo prendere coscienza che la pandemia non è più l’emergenza, ma la quotidianità. Non per sempre, voglio sperare, ma comunque per un periodo abbastanza lungo per doverla vivere come una realtà (quasi) normale.

Alcuni comportamenti, alcune avvertenze, alcune abitudini, devono estrare a far parte della nostra quotidianità. E allo stesso tempo, alcune cose possiamo anche dimenticarcele, perché non saranno più possibili. E chissà fino a quando sarà così. Stento ad immaginare un concerto con centomila persone tutte appiccicate o anche il vagone di una metropolitana come eravamo abituati a frequentarla. Forse anche i luoghi di lavoro come li conosciamo non torneranno più com’erano fino solo a 7 mesi fa. C’è una nuova normalità, un nuovo quotidiano e prima lo accettiamo in toto, prima sapremo vivere riacquistando una serenità che oggi obiettivamente non c’è più.

Come siamo stati bravi nell’emergenza, dobbiamo diventare bravi nella quotidianità. Ma temo che non sarà così facile: forse perché ancora non abbiamo capito che, come per la nazionale, possiamo avere ognuno le proprie preferenze, possiamo essere tifosi di questo o quello, ma alla fine, dovremmo saperci riconoscere tutti in quell’unica maglia che tutti ci rappresenta.

Una cosa che proprio non sopporto (e anche il perché i Daci furono sconfitti dai romani)

Ieri mi hanno rubato la macchina. Una 500L ormai anche vecchiotta, ma evidentemente ancora molto appetibile. Era la macchina aziendale, quindi al di là delle scocciature burocratiche (infinite!), e dei disagi collegati, poteva andare peggio. Ad esempio potevano rubare la mia! Per il momento, come sostituzione, mi hanno dato una Dacia Sandero.

Non vi preoccupate, non voglio intrattenervi sul discorso auto, anche perché di macchine ne capisco quanto di geometria non euclidea: per me le macchine sono abbastanza tutte uguali. Giro la chiave e devono partire, il resto è come la seconda strofa dell’Inno di Mameli: so che esiste, ma diciamo che non mi ha mai tolto il sonno e nemmeno stuzzicato la curiosità. Ma anche nella mia più totale atarassia rispetto alle 4 ruote, mi sono accorto che la suddetta Sandero se lasci le luci accese, quando spegni e apri lo sportello, fa partire una assordante sirena tipo cinture slacciate.

Lì per lì ho pensato “Uh, che fico! Saranno stati anche sconfitti dai romani, ma questi daci non sono mica stupidi. Così non ti scordi le luci accese, come capitava con la 127!” Poi ho fatto mente locale: la 127 la guidavo nell’85, 35 anni fa. Dopo ho avuto tre o quattro Pande, una Punto, una Stilo, una Croma, una C3, una Touran e la suddetta 500. Ma nessuna ululava in quel modo se lasciavi le luci accese. Semplicemente, quando spegnevi la macchina, si spegnevano anche le luci.

Ecco. Se c’è una cosa che non sopporto è quando qualcuno che può fare una cosa non la fa, ma dice a te di farla. Lo odio. Mi fa venire l’orticaria. Perché? Perché cominci ad ululare come se ti avessi pestato un callo per dirmi di spegnere le luci quando potresti farlo tu? Ti diverti a sottolineare che me le sono scordate? Ti soddisfa mettere in evidenza quanto sono distratto? Sorridi sotto i pneumatici mentre urli “TI SEI SCORDATO LE LUCI – TI SEI SCORDATO LE LUCI – TI SEI SCORDATO LE LUCI – TI SEI SCORDATO – TI SEI SCORDATO – TI SEI SCORDATO – TI SEI SCORDATO – SEI UN COGLIONE!!!”.

Il guaio è che ce ne sono tante di persone così. gente che gode a sottolineare le pagliuzze altrui, che non alza un dito se non rientra nei suoi compiti specifici. Pensate invece quanto sarebbe bello se ognuno facesse quello che può fare, senza stare a pensare se tocca a lui o a qualcun altro. Lo posso fare? Lo faccio. Non importa se è compito mio o se dovresti farlo tu. Posso farlo, lo faccio. Semplice, senza retropensieri, senza cacofonici allarmi acustici.

Sarà stato questo che vi ha fregato, cari Daci? A chi avete rimandato le cose a suo tempo? A quelli della Tracia o a quelli della Cappadocia? In ogni caso potevate farlo e non l’avete fatto. E poi sono arrivati i romani. E ben vi sta. Perché a furia di aspettare che siano gli altri a fare le cose, questo succede. Arrriva qualcuno e le suona a tutti.

 

Toglietemi tutto! Ma….

  • Quindi è possibile stare appiccicati dentro il vagone di una metropolitana o dentro un autobus, ma 10 adulti che corrono in un campo di 60 metri quadri sono pericolosi.
  • Non la racconterei esattamente così.
  • Posso andare al supermercato o in un centro commerciale pieno di gente sconosciuta, ma se tiro calci a un pallone con gli stessi amici di sempre, divento pericoloso.
  • Cerca di ragionare, non fare il bambino! Di fronte a questa nuova ondata di contagi, mica si possono fermare i mezzi pubblici. O vorresti chiudere i negozi?
  • Non dico questo, ma perché solo il calcetto?
  • Qualcosa chi ci governa doveva pur farlo. E cos’altro poteva fare, se non andare a bloccare quelle attività che necessarie non sono?
  • Ma lo dici tu che non sono necessarie! Già non posso più andare allo stadio a vedere la mia Lazio. Il calcetto è indispensabile, per la salute fisica e mentale.
  • Esagerato! Trovati un altro sport, un hobby diverso. Colleziona francobolli!
  • Per carità! Vuoi farmi pensare alle Poste anche quando mi devo svagare?
  • D’estate vai in bicicletta….
  • Sì, d’estate. Ma è un po’ come la Formula Uno: giri, giri, però non fai mai goal.
  • Ma tu con questo calcio sei malato! Devi pensare ad altro, allargare i tuoi orizzonti, concentrarti su cose più importanti. Per esempio, non hai delle azioni? Controlla l’andamento della borsa.
  • Dici che è divertente?
  • Ti assicuro! E’ una cosa che ti prende. Anche perché ogni giorno c’è una novità.
  • Ma forse hai ragione, basta calcio, basta partite.
  • Oggi per esempio c’è stato un grande trambusto, è stata una giornata difficile, con l’indice che andava su e giù. Alla fine ha perso.
  • Ha perso? E chi ha segnato?

Svegliatemi quando gennaio finisce (oppure quando tornate a casa)

Chissà cosa pensano i cani, quando ci guardano uscire e gli diciamo “stai buono che noi torniamo subito”. La mia ha quell’aria un po’ offesa e un po’ interrogativa, si fida e non si fida, è contenta così se ne va a dormire, ma le dispiace rimanere sola. Rimane in quella terra di mezzo in cui non sai bene se conviene andare avanti o restare indietro. Come quando esci fuori e metti la mascherina. Da una parte ti rompe, ti appanna gli occhiali, ti sembra che ti tolga il respiro, dall’altra però ti protegge, come la coperta di Linus, con la mascherina sei invincibile, non ti può capitare nulla.

Sono due bugie e tu lo sai, però ti piace crederci lo stesso: non ti protegge da tutto, ma neanche ti soffoca, ti appannano gli occhiali, non il cervello, per questo ti rendi conto che è giusto portarla e sono scemi quelli che non lo fanno. Atti di fiducia ragionata li chiamo io. Se il governo prolunga lo stato di emergenza fino al 31 gennaio non può certo farci piacere, ma in cuor nostro sappiamo che alternative non ce ne sono. E così, come Rose se ne va a dormire quando usciamo, perché nonostante una percezione del tempo sicuramente diversa dalla nostra, comunque in cuor suo sa che torneremo, così dobbiamo fare anche noi.

Ce ne andiamo a dormire, in attesa che qualcuno ritorni, in attesa che finisca gennaio, come il settembre dei Green Day. Nel frattempo il salsiccione dal ciuffo biondo si sarà tolto dai piedi, sarà arrivato Natale e avremo visto i botti di capodanno, chissà magari indossando mascherine, che non ci impediranno però di brindare ad un nuovo anno. Passerà anche gennaio e ci sveglieremo e continueremo a farci domande senza risposta: chissà cosa pensano i cani, quando ci mettiamo la mascherina?

Summer has come and passed, the innocent can never last, wake me up when September ends

Sempre e per sempre

Come il negozio di alimentari che rimane aperto anche dopo l’ora di chiusura, perché sa che anche i ritardatari come te hanno bisogno di un pezzo di pane per cena.

Come quella banconota da 50 euro che tieni nel cassetto, perché non si sa mai, magari potrai averne bisogno quando non ti andrà di andare ad un bancomat.

Come quando alzi gli occhi di notte e trovi il grande carro dell’Orsa maggiore e la stella polare, perché anche se di astronomia non capisci nulla, almeno quella la sai riconoscere, sai che è lei, sai che sta lì e non ti puoi sbagliare.

Come un bicchiere di rum, dopo una bella cena nel terrazzo d’estate con il vento tiepido che ti accarezza il viso e fa danzare il fumo di un buon sigarillo.

C’è una conseguenza nascosta nella situazione che stiamo vivendo. Più o meno consapevolmente, ogni giorno di più, ci rendiamo conto della nostra precarietà, del fatto che ogni cosa può cambiare in un attimo, ogni progetto può essere sconvolto, ogni previsione cancellata. I punti di riferimento vacillano, come un segnale intermittente, che dà e toglie la linea in maniera imprevedibile.

Forse impareremo, forse riusciremo ad apprezzare di più l’hic et nunc, godendo del presente, perché il futuro resta un’incognita. Forse sì. Ma il bisogno di certezze, la necessità di punti fermi, almeno per me resta imprescindibile. E certe cose, per fortuna, neanche una pandemia mondiale potrà portarmele via.

Come quella canzone, la tua canzone, che in qualsiasi stato d’animo ti possa sentire, appena la ascolti ricordi e sorridi, perché ha improgionato dentro le sue note e le sue parole i sentimenti più profondi, i ricordi più dolci, l’essenza di quello che sei stato ieri, di quello che sei oggi e di quello che sarai domani.

Pioggia e sole cambiano la faccia alle persone
Fanno il diavolo a quattro nel cuore e passano
e tornano e non la smettono mai
Sempre e per sempre tu ricordati
dovunque sei, se mi cercherai
Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai.

Consigli di lettura non richiesti / 24. Dalton

Tra un Lansdale (Caldo in inverno) e un altro (Una Cadillac rosso fuoco), chiudo quest’estate ricca di bellissime letture con il romanzo di un esordiente australiano, tale Trent Dalton, intitolato Ragazzo divora universo. Un romanzo di formazione semplicemente bellissimo, il racconto della vita difficile di un adolescente di Brisbane, città della costa orientale dell’Australia, che ha un ex galeotto come baby sitter, un padre alcolizzato ed una madre ex tossicodipendente e spacciatrice. Ed un fratello che sa predirre il futuro scrivendolo nell’aria perchè pur sapendo parlere, preferisce rimanere muto.

Detta così sembra una tragedia, in realtà la bravura dell’autore sta (anche) nella leggerezza con cui fa raccontare ad Eli la sua storia. Una storia in cui il male non è mai banale ed il bene non è mai perfetto. Una storia onirica, in cui sogno e realtà si confondono e si fondono insieme per far sì che non si perda mai la speranza, la convinzione profonda, che le cose finiranno bene. La cosa più incredibile poi è che, come dice l’autore, il 50% della storia è la sua autobiografia!

Un romanzo insolito, che scorre leggero e imprevedibile verso un finale pirotecnico che realizza un amore impossibile e chiude mirabilmente tutti i fili lasciati in sospeso. Insomma, un romanzo straordinario. Buon lettura!