Proprio come gli aquiloni

Proprio come gli aquiloni che galleggiano nell’aria, c’è un momento in cui aspettiamo un soffio di vento per spiccare il volo. Chi prima, chi dopo, non c’è una regola ferrea. Ne basta poco per staccarsi da terra, poi però c’è bisogno di continuità. Qualcuno ce la fa da solo, con le proprie abilità, qualcun altro ha bisogno di altre spinte e qualcuno non riesce proprio a stare in volo e ritorna giù come fosse attratto dal terreno.

L’aquilone ha un filo che lo tiene ancorato. Un filo leggero, ma resistente, che è un vincolo, ma è anche l’unica opportunità per rimanere in volo: quello stesso legame che sembra l’ostacolo maggiore alla piena libertà è la condizione di possibilità per rimanere davvero liberi. Piedi a terra e testa fra le nuvole, perfetto equilibrio tra ciò che possiamo e ciò che vogliamo fare.

Certo, a volte la tentazione di tagliare il filo può diventare molto forte, come forte poi sarà la possibilità di precipitare a terra o di perdersi definitivamente nelle vastità del cielo. Per questo qualcuno, spaventato da queste possibilità, decide di legarsi con molti fili, ma anche questo ha i suoi pericoli: molti fili, molti vincoli, che possono sovrapporsi, intrecciandosi fra loro, ostacolando il volo.

Ma anche stabilire quanti e quali fili siano indispensabili e quali invece siano ostacoli, mica è così facile! Anche perché nessuno ti insegna a parole come volare: devi aspettare il vento giusto e guardare gli altri, trovando il tuo volo fra tutti quelli possibili. Voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali

(ringrazio la splendida R&D per l’ispirazione di questo post)

Il giorno in cui smisi di fumare

Roma, maggio 2026

Ti ricordi quando mi dicevano “perché ti sei fissato con questa difesa a 4! Cambia ogni tanto!” Oppure quelli pronti a criticare “perché sostituisci sempre chi è ammonito?” e quegli altri invece che mi rimproveravano qualche acquisto “fai giocare sempre gli stessi, fai qualche cambio ogni tanto”. Meno male che sono andato dritto per la mia strada.

Perché a me non mi basta vincere, a vincere sono buoni tutti. Mi piacciono le iperboli, le idee che viaggiano sulle gambe degli uomini e quando il pallone disegna sul campo quello che hai per la testa, mi sembra di essere dentro una poesia di Bukowsky.

E’ stata dura, ma non mi sono arreso, neanche quando mi rinfacciavano il credo politico. Che poi pure Maestrelli era di sinistra, ma questi son pischelli, magari neanche sanno chi è Maestrelli. Certo forse pure io potevo evitare di andare sotto la curva con il pugno alzato, ma ero troppo felice, avevamo appena vinto il derby. Contro quell’antipatico di portoghese poi, giusto in tempo prima che lo cacciassero…che gusto!

Come questa sigaretta. La devo assaporare per bene, fino al filtro. Quando uno fa una promessa è quella, anche se solo con se stesso: avevo detto, se vinco lo scudetto qui basta, smetto di fumare. Che mi diceva la testa! Forse non ci credevo neanche io. Oppure invece proprio al contrario: ero sicuro! Ed ero anche sicuro che quello sarebbe stato il miglior modo di smettere. D’altra parte i numeri erano dalla nostra parte: 74, 00, 26 succede ogni ventisei anni. Adesso però è ora. Ultimi 90 minuti, andiamo a scrivere la storia.

(Originally published su https://sulpratoverdevola.biancocelesti.org/)

Il mistero misterioso dell’arrotino

In questa calda e umida domenica di giugno voglio intrattenervi su un mistero misterioso di fronte al quale tutti noi ci siamo imbattuti, magari in modo inconsapevole. E quando dico tutti, dico proprio tutti. Che voi abitiate all’ombra della Mole Antonelliana o sotto la Madonnina, che abbiate i piedi a mollo nella laguna o siate sotto le pendici del Vesuvio o su quella dell’Etna. Che abitiate nella Città eterna o nel più piccolo borgo dello stivale, il discorso non cambia. Tutti voi vi siete imbattuti in questo mistero.

E no, non intendo come abbia fatto Salvini a diventare un leader politico (certo, anche quello è un bel mistero misterioso) e neanche il motivo per cui dopo i cinquantanni comincino a crescerti i peli nel naso e nelle orecchie. No, intendo il mistero che si cela dietro queste parole:

Donne, è arrivato l’arrotino. Arrota coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto. Ripariamo cucine a gas, abbiamo tutti i pezzi di ricambio per le cucine a gas. Se avete perdite di gas noi le aggiustiamo, se la vostra cucina fa fumo, noi togliamo il fumo dalla vostra cucina a gas.

Voi mi direte, che mistero c’è? E’ una cosa che sentiamo spesso, di solito di mattina, in tutte le strade d’Italia. Esatto, ma il mistero è proprio questo! Com’è possibile che tutti gli arrotini d’Italia abbiano la stessa voce registrata che dice le stesse cose? Ho provato a elaborare per voi qualche teoria che risolverebbe il mistero misterioso, perché in effetti, pensateci bene, avete mai visto com’è fatto un arrotino? Cioè, al di là della voce registrata, qualcuno potrebbe dire se è un uomo, una donna, un bambino, se è un robot o se esiste veramente? Ecco dunque cinque possibili spiegazioni

  • Gli arrotini sono una setta simil massonica, che usa simboli e linguaggi segreti, noti solo agli adepti
  • Gli arrotini sono dei cloni, tipo gli Umpa Lumpa della fabbrica del cioccolato, tutti uguali
  • Gli arrotini in realtà non esistono, ne esiste uno solo, che è un supereroe tipo Superman e gira l’Italia sotto mentite spoglie per salvare il mondo
  • Gli arrotini sono extraterrestri e mentre ti arrotano i coltelli e riparano gli ombrelli ti piazzano un microchip a tua insaputa, che si attiva con le scie chimiche e viene individuato con il 5G
  • Gli arrotini sono gli ultimi discendenti degli Incas, sfrattati da Machu Pichu, vagano per le strade del mondo pronti a rifondare l’impero di Atahualpa

Ringraziando la mia amica Chiara (https://sguardiepercorsi.com/) che mi ha ispirato il post, cari viaggiatori ermeneutici, secondo voi quale sarà la soluzione del mistero?

Ma il cielo è sempre più blu

Uno dei ricordi più nitidi dell’adolescenza. Non ricordo dov’ero quel 2 giugno del 1981, non ricordo cosa stavo facendo, ma come l’anno prima per John Lennon, anche per Rino ricordo benissimo come mi sentii quando seppi la notizia. Lennon però era lontano, era in un altro mondo: lui, New York, per quanto mi fece male, non era assolutamente paragonabile a quello che provai per Rino Gaetano. Che al contrario sentivo vicino, come fosse uno di noi, che abitava a Montesacro, che conosceva le coincidenza del 60 notturno, come me.

Rino Gaetano era un amico più grande. Un poco saggio, un poco matto, sopra le righe, ma su cui potevi fare affidamento. L’incidente in cui perse la vita avvenne all’incrocio della Nomentana con Viale XXI aprile, esattamente il punto in cui prendevo l’autobus tutti i giorni per tornare a casa da scuola. E nei mesi successivi, aspettando il 60 (o il 37, che tanto non passava mai) non potevo non pensare a quello che era successo.

Erano tempi violenti, sono contento che i miei figli siano cresciuti in una Roma diversa: noi avevamo gli scontri in piazza tutti i giorni, le camionette dei Carabinieri, le botte per strada, i lacrimogeni. Valerio Verbano, Angelo Mancia, Paolo Di Nella, ragazzi di destra e di sinistra ammazzati sulle strade del quartiere per ideali che oggi sembrano ancora più assurdi di allora. Anche Rino era cresciuto in quell’aria avvelenata, ma con le sue canzoni era riuscito a raccontare con ironia una realtà diversa, perché probabimente era riuscito a vedere oltre. Per questo le sue canzoni sembrano scritte solo qualche giorno fa: sono attuali anche oggi perché lui convinto da molte lune dell’inutilità irreversibile del tempo, sapeva raccontava la realtà nella sua essenzialità.

Rispetto ad altri cantautori “impegnati” le sue canzoni sembravano più ingenue, senza contenuti profondi, ma proprio quella leggerezza (che era la grande assente fra le discussioni di allora), era la sua ricchezza, la capacità di raccontare la verità dei ragazzi di allora e di ogni tempo. Una verità che non era nè di destra, né di sinistra, che non era di Mario e non era di Gino, forse una verità sorella di un figlio unico. La verità di un Paese diviso, più nero nel viso, più rosso d’amore. Una verità che non crede che Chinaglia (ma oggi forse diremmo Ronaldo) possa passare al Frosinone. La verità che Rino aveva capito per primo è che, al di sopra tutto, il cielo è sempre più blu!

Possiamo essere chiunque

“All’uomo piace più tradir gli amici che i nemici, essendo il tradimento fatto agli amici più vero di quello fatto ai nemici.“ Curzio Malaparte

Possiamo essere chiunque. Possiamo provare ad inseguire qualsiasi obiettivo. Possiamo scegliere di esere liberi oppure di sottostare ad un ideale, ad una religione, ad un amore. Possiamo diventare santi, eroi o semplici persone per bene. Possiamo mirare al successo oppure ai soldi. Oppure possiamo cercare di evitare i problemi, le seccature, gli impegni troppo gravosi. Possiamo scegliere una vita semplice, oppure impegnativa. E fra gli impegni possiamo scegliere quelli più scontati oppure quelli più originali. Possiamo provare ad andare d’accordo con tutti, oppure con nessuno. Possiamo scegliere di obbedire o di ribellarci. Possiamo decidere di cambiare oppure di rimanere coerenti. Possiamo tradire o possiamo restare fedeli. Possiamo continuare i percorsi già battuti o andare a ricercarne di nuovi. Possiamo scegliere e poi pentirci, possiamo avere rimorsi oppure decidere di non voltarci mai indietro. Possiamo diventare chiunque.

Sei nato a Piacenza, sei un professionista, pagato per il lavoro che fai. Nessuno ti aveva chiesto di essere qualcos’altro. Hai cambiato idea ed è legittimo, l’ho gà detto possiamo diventare chiunque. Dopo Giordano con la maglia del Napoli, dopo Nesta con la maglia del Milan, non sarai certo tu con quella dell’Inter a farmi perdere il sonno. Potevi essere unico, hai scelto di essere uno qualunque. Ciao Simone, senza rancore e senza rimpianti.

Non è un Paese per giovani (tranne gli influencer e quelli che fanno rock)

Che un gruppo di tardo adolescenti un po’ coatti abbia vinto un festival della canzone di cui francamente ignoravo l’esistenza fino all’altro giorno, me ne importa il giusto. Così come dei malumori dei Francesi, che fin dai tempi di Bartali si sa che si incazzano e i giornali poi svolazzano. Mi lascia più perplesso la capacità (o forse dovrei dire il potere) di una che nella vita ancora non ho capito bene cosa faccia e quali competenze abbia, che però riesce a smuovere le folle più di qualsiasi leader politico. Ma quello perché sono anziano – direbbero i miei figli – e non capisco le dinamiche giovanili.

Ma chi li capisce i giovani? Sicuramente non si lasciano imbrigliare in categorie tradizionali, anche quando fanno finta di essere sovversivi (a proposito dei Maneskin, per carità fanno anche canzoni divertenti, però come dice il mio amico Pank, danno sempre l’impressione che in realtà vorrebbero dire “mamma, guarda come sono trasgressivo“), anche quando seguono quello che dice una Influencer. Ma forse sul serio sono io che sono anziano e poco moderno (un cocetto che il pensiero non considera).

Un po’ come il povero Enrico Letta. Che mica aveva detto una stronzata! Destiniamo a 280mila diciottenni (di famiglie a reddito medio-basso) un assegno di 10 mila euro spendibili per formazione, lavoro o alloggio, finanziando l’operazione con l’aumento della tassa di successione sui patrimoni che superano i cinque milioni di euro, toccando dunque le tasche solo dello 0,3% per cento degli italiani, i più ricchi. 

Se avesse proposto di abolire il campionato di calcio probabilmente avrebbe avuto meno critiche! Proposta inutile, demagogica, populista, strumentale, inefficace, ridicola, gliene hanno dette di tutti colori e non solo quei quaquaraquà del centrodestra. Persino il saggio Draghi ha bollato l’idea come inopportuna. Il benaltrismo della politica italiana è disarmante. C’è sempre qualcosa di più importante da fare, di più urgente, di più efficace. E quindi non si fa nulla.

Certo, 10 mila euro non cambieranno la vita, ma ad esempio, finanzierebbero un corso di studi universitario. E soprattutto l’idea che chi più ha, più deve dare una mano, mi sembra un criterio da valorizzare. Invece no: creiamogli opportunità di lavoro, non diamogli l’elemosina! Che è come dire, non ti compro le scarpe nuove, perché invece sarebbe meglio regalarti una Ferrari. Anzi, una Ferragni. Vogliamo scommettere che che se questa proposta l’avesse lanciata lei, avrebbe avuto tutt’altro successo? In vista delle prossime elezioni, fossi il PD comincerei a farci un pensierino.

Spring on a solitary blog

Mi sono raffreddato. Niente di nuovo, considerato gli sbalzi metereologici di un tempo in crisi mestruale e soprattutto il mio fisico da lanciatore di coriandoli. Se non ché in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti degli untori: oggi in pubblico sarebbe anche tollerata una sonora scoreggia, ma se ti azzardi a starnutire rischi l’ira funesta dei profughi non vaccinati o come minimo la lapidazione. Non si starà esagerando? Mica il Covid ha debellato qualsiasi altro germe sulla faccia della terra!

Presto quindi, fatti un tampone, che poi non so voi, ma piuttosto che continuare a farmi stuprare le froge preferirei andare a piedi nudi sui braceri ardenti, come danzatori bulgari o tutt’al più con candelabri in testa, come le balinesi nei giorni di festa. Per la cronaca ovviamente sono negativo, ma mai quanto un furbo contrabbandiere macedone.

D’altra parte sono sempre contento quando riesco ad essere utile a qualcuno. Non indosso occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero, ma che c’è di più soddisfacente che aiutare una giovane fanciulla a trovare la sua strada per superare le sue paure e le sue ipocondrie? Anche se, da vecchio lettore di Tex, più di ogni altra cosa mi sarebbe piaciuto dei pellerossa americani riuscire a cantare le gesta di squaw pelle di luna, ma evidentemente non avevo la Luna e Urano nel Leone. Anche perché sono del Sagittario.

Quindi, in attesa che mi passi il raffreddore e possa tornare a frequentare gli altri senza passare per appestato, passerò il week end su una spiaggia solitaria e pazienza se sulla sabbia ci sarà un caldo tropicale. Tutt’al più con un grido coprirò le distanze, per far sì che l’aria delle cose diventi irreale e così cercheremo l’alba dentro l’imbrunire.

P.S. Ho già scritto qui (https://viaggiermeneutici.com/2015/01/06/ricordando-il-caro-estinto/) quanto sia fastidiosa questa moda di incensare qualcuno dopo la sua dipartita, molto di più di quando era fra noi. Ma evidentemente non si sfugge e anche il grande Battiato non ha fatto eccezione: sono certo che si starà facendo grasse risate al riguardo. E magari apprezzerà anche questo piccolo omaggio. Per me lui sarà sempre l’estate del 1981, la spiaggia del lido delle sirene, la colonna sonora dell’estate dei miei 15 anni.

Il volo di un moscone

L’altra sera mi sono prenotato per il vaccino. Tutto bene, molto semplice, nessuna complicazione. A parte la libertà di scelta, sia di posti che soprattutto di vaccini. Io, nella mia somma ignoranza in materia, non avevo preclusioni di sorta, avevo deciso di prendere il primo che nei tempi più rapidi mi avesse garantito l’immunità. Astrazeneca era in ogni sede, anche il giorno dopo, ma la seconda dose sarebbe stata a fine luglio, così ho scelto l’unica sede in cui era disponibile il Pfizer, che avrà la seconda dose a metà giugno. In realtà a fine maggio ci sarebbe stato anche il Moderna (in provincia di Rieti) e il Johnson, che ha una sola dose, ma anche questo solo fuori Roma. va be’, ormai è fatta.

Ma è stato giusto far scegliere noi? Secondo me no. In circostanze come questa le persone non possono avere la competenza per fare la scelta più razionale e così si affidano alle voci, ai si dice, ai social, agli amici degli amici. Avevo chiesto anche al mio medico, che però ha di fatto avvallato la mia scelta (il più rapido purché sia!). Lasciare la scelta al cittadino sui vaccini è come quando ci chiamano a votare per referendum ultraspecifici: è giusto trivellare nell’Adriatico? Quanti embrioni bisogna impiantare? Ma che ne so io! Siete pagati per essere lì? Prendetevi la responsabilità di indicare la soluzione migliore!

La libertà è il dono più importante che possiamo avere. L’abbiamo capito chiaramente nei momenti tragici della nostra storia, quando qualcuno diede la vita per garantirla agli altri. Molto più banalmente, l’abbiamo capito anche in questi strani tempi, nelle piccole o grandi limitazioni a cui ci siamo dovuti sottomettere per la salute pubblica. Ma voglio essere libero di scegliere quando ne ho la competenza, perché senza conoscenza la libertà è il volo di un moscone, come diceva giustamente Gaber. La libertà senza conoscenza può portare spesso a scelte sbagliate, persino autolesionistiche, per sé e per gli altri. Pensiamo a chi sceglie di non vaccinarsi. O a chi mette la cipolla nel soffritto della carbonara. Invece la libertà è partecipazione, che significa far parte di una comunità in cui si mettono a disposizione i saperi e dove si esercita la propria libertà affidandosi a chi ne sa più di noi. Ma certo questo per gli arruffapopolo e per la democrazia di internet è difficile da digerire. Un po’ come la cipolla nella carbonara.

Effetti collaterali

Leggo e ascolto in giro grandi preoccupazioni per questi famigerati effetti collaterali dei vaccini. Ma riflettiamo insieme, cari viaggiatori ermeneutici. Per esempio, quali sono gli effetti collaterali dell’andare in bicicletta sulla strade di Roma? A parte farsi venire i polpacci come Chiellini, lo sapete che si rischia la vita ad ogni sorpasso? Che qualsiasi macchina parcheggiata nasconde uno sbadato che potrebbe aprire lo sportello mentre passate? E vogliamo parlare delle buche che si aprono come fossero voragini? E la pioggia che rende la strade simili a una pista di pattinaggio su ghiaccio? Non tralasciamo poi i colpi d’aria con conseguenti mal di gola, né gli inevitabili attacchi di emorroidi conseguenti allo stare appollaiati su quegli scomodissimi sellini.

E va be’ quindi evitiamo di andare in bicicletta. Sull’andare in motorino neanche mi soffermo: chi lo fa sa benissimo che sta giocando alla roulette russa e che la sua vita è appesa ad un filo flebile, in balia del primo refolo di vento. Quindi andiamo in macchina. Ma sapete quanti incidenti di macchina ci sono a Roma in un anno? Gli ultimi dati ufficiali sono del 2019 e raccontano oltre 11 mila incidenti, più di 30 ogni giorno, Natale compreso: 14 mila persone ferite, 99 morti. Proprio sicuri che volete prendere la macchina? Allora andiamo a piedi! Certo, se nessuno ci investe, se non ci cade un pezzo di cornicione in testa, se non inciampiamo nelle già citate buche, se non veniamo aggrediti da rapinatori, se non incontriamo qualche cane feroce senza museruola, possiamo anche arrischiare una bella passeggiata.

Altrimenti stiamo in casa. In fondo in Italia – sempre dati del 2019 – ci sono stati “solamente” 783 mila incidenti domestici, circa 2100 al giorno. C’è anche una classifica dei luoghi più a rischio. In cucina avvengono il 63% degli incidenti, a seguire la camera da letto con il 10%, poi il soggiorno con il 9% quindi le scale e il bagno con l’8%.

E quindi che dobbiamo fare? Andate a vaccinarvi e non rompete i coglioni!

Ogni tempo ha le sue favole

E così anche il famoso bacio del principe alla bella Biancaneve addormentata è caduto sotto la scure del revisionismo e della rilettura critica che da un po’ di tempo è diventato di moda nei confronti delle favole. E non solo delle favole, basta ricordare le polemiche dell’anno scorso sul povero Cristoforo Colombo. Ma in effetti le favole, i miti non sono solo storie per bambini, perché invece in un linguaggio semplice e comprensibile da tutti, da sempre raccontano la morale della società che le ha create.

Chi vi ha detto che Biancaneve volesse essere salvata? Chi vi ha detto che non stesse invece beatamente dormendo, sognando un principe molto più bello? E se invece stava sognando una principessa? Come si permette questo qui di arrivare notte tempo e approfittarsi di lei? E il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, siamo sicuri fosse così cattivo? La protezione animali avrebbe qualcosa da dire. Per non parlare dei diritti lavorativi dei poveri 7 nani, senza neanche uno straccio di polizza sanitaria integrativa! E Cenerentola che fa lavorare in nero i poveri topolini? Mulan, costretta a mascherarsi da uomo?

Probabilmente è vero che le fiabe esprimevano una società maschilista, poco attenta ai diritti dei lavoratori ed in generale delle classi meno abbienti, totalmente disinteressata al rispetto per gli animali, probabilmente omofoba e colpevolmente silente sulle questioni razziali. Dunque è giusto ora cambiare tutto? E’ giusto raccontare nuovi miti e nuove favole ai bambini di oggi, che saranno le donne e gli uomini di domani? Probabilmente sì. Ma più che giusto o sbagliato penso sia inevitabile, perché appunto le favole raccontano lo spirito di una certa società, esprimono un modo di pensare che è legato ad una determinata epoca, con i suoi miti e le sue grandi verità.

Da piccolo mi appassionavo per l’epopea western: già i miei figli non hanno nessun trasporto rispetto a queste storie. Per me indiani e cowboy erano gli eroi da imitare o i cattivi da sconfiggere. Perché, in effetti, come dice bene Chesterton (grande scrittore inglese di inizio 900), al di là, o meglio dietro ogni personaggio, quello che conta è la narrazione: “le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché questo i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti“.