I parchi dello Utah: Canyonland, Arches, Bryce Canyon / 3

Pur essendo Stati confinanti e tutto sommato molto simili geograficamente parlando, tra Arizona ed Utah la differenza salta agli occhi. Soprattutto se come noi passate dalla riserva Navajo! Da una parte casette mezze diroccate, baracche in legno e lamiera, terra deserta a perdita d’occhio, dall’altra villette con giardinetto e bandiera americana, campi coltivati anche in maniera intensiva. C’è poco da nascondere, purtroppo la situazione dei nativi americani è ancora molto critica, l’integrazione c’è stata solo marginalmente e la povertà generale è tangibile.

Al contrario lo Utah, terra dei mormoni, dà proprio una sensazione di prosperità, sembra quasi la nostra Emilia Romagna, gente laboriosa che ha saputo piegare la natura ai propri bisogni, senza stravolgerne le caratteristiche, ma senza dubbio cercando di trarne il meglio. Che i mormoni siano poi impaccati di soldi lo sappiamo bene anche a Roma, dove hanno costruito una cattedrale da fare invidia ai monumenti di Santa Romana Chiesa! Il primo approccio con loro ce l’abbiamo avuto a Bluff, paesino vicino al confine con l’Arizona, a circa venti chilometri dalla Monument Valley. Qui hanno creato una perfetta ricostruzione di un villagio dei pionieri che fa vedere il loro stile di vita, con tanto di filmati ed audio in tutte le lingue (compreso l’Italiano). Per i più minchioni disposti allo scherzo, c’è anche la possibilità di vestirsi come veri pionieri e posare in mezzo al villaggio (potevo perdermi l’occasione?)

Da lì ci siamo diretti a Moab, cittadina che si trova proprio nei pressi di due parchi: Canyonland e Arches. Il primo è una sorta di Grand Canyon in piccolo. Lo si riesce a visitare in un pomeriggio, sempre seguendo i percorsi in macchina che portano ai vari affacci.

Dovessi fare una classifica, fra i sei parchi che abbiamo visitato, forse questo è il meno caratteristico, però era lì a due passi, comunque offre scorci interessanti e dunque non posso dire che non ci sia piaciuto. Anche qui il fiume Colorado disegna dei percorsi molto caratteristici.

Tutt’altro discorso invece riguarda il parco di Arches, che poi era il vero obiettivo che ci aveva spinto da quelle parti. Come dice il nome, la cosa caratteristica, che si trova anche altrove ma che lì è davvero preponderante, è la presenza di archi di pietra, formati dall’erosione, dal vento e dall’azione di altri agenti naturali che si sono divertiti nel corso dei millenni a creare scenari molto suggestivi.

Anche questo parco è possibile visitarlo limitandosi a fare il giro in macchina nei vari affacci, oppure avventurandosi in alcuni sentieri che costeggiano le rocce più caratteristiche. Varrebbe la pena dedicarci una giornata intera, ma noi siamo capitati nella giornata penso più calda degli ultimi anni e quindi di passeggiate ne abbiamo fatte ben poche, perché il rischio di squagliarsi fra le rocce era tangibile. Gran peccato, perché alcune formazioni rocciose sono molto particolari e varrebbe la pena avvicinarsi il più possibile.

Hai la sensazione che un bambino gigante si sia divertito a fare delle costruzioni con dei massi enormi, come castelli di carta, mettendoli in equilibrio uno sull’altro. Per dire l’importanza di questo parco, basti pensare che il simbolo dello Utah è il Delicate Arch, una delle formazioni rocciose presenti qui, che noi abbiamo visto solo da lontano perché come vi dicevo avventurarsi a piedi sarebbe sato troppo complicato (qui sotto sulla sinistra).

Da Moab il giorno dopo di nuovo in macchina per l’ultima destinazione di questo giro naturalistico: il parco di Bryce Canyon. Sempre seguendo quella ipotetica classifica di cui vi dicevo, sarei tentato di mettere questo parco al primo posto fra tutte le bellezze che abbiamo visitato perché i colori che si vedono in quelle rocce, dal rosso all’arancione aragosta non hanno paragoni in nessun altro parco.

Anche in questo caso abbiamo fatto bene ad arrivare il giorno prima, in modo da avere poi una giornata completa per la visita. Come per il Grand Canyon l’organizzazione del posto è molto efficiente: anche qui ci sono delle navette che ti portano in quasi tutti gli affacci e poi da lì c’è la possibilità di scendere lungo sentieri oppure costeggiare il Canyon lungo un sentiero quasi sempre asfaltato. Che poi in realtà non si tratta di un Canyon vero e proprio, ma piuttosto di un enorme anfiteatro dentro il quale ci sono queste formazioni rocciose (chiamate Hoodoos), che sembrano gigantesche stalagmiti, formate nel corso dei millenni dall’erosione dell’acqua. Infatti originariamente tutta l’area era sommersa dal mare che poi, sempre a causa dei cambiamenti climatici, si è ritirato, lasciando questo spettacolo di rara bellezza.

Avremmo voluto scendere per i sentieri fino a raggiungere il fondo valle, ma il caldo anche in questo caso ci ha fatto desistere. Abbiamo percorso un tratto per un’oretta e debbo dire che poi risalire è stata davvero dura! Anche perché non bisogna dimenticare che ci troviamo a circa 2400 metri di altitudine e quindi anche l’aria è molto rarefatta (mi dicono che in inverno con la neve lo spettacolo è ancora più impressionante).

E così possiamo dire senza ombra di dubbio di aver concluso in bellezza la parte naturalistica del viaggio. Per chi volesse ripercorrere questo giro, riassumo mete e giorni:

  1. Visita di Williams e Seligman e arrivo nel pomeriggio a Grand Canyon
  2. Visita del grand Canyon
  3. Mattina visita del Grand Canyon, pomeriggio spostamento ad Holbrook
  4. Visita del Deserto Dipinto
  5. Spostamento con visita alla Monumenti Valley
  6. Visita di Bluff e spostamento a Moab, pomeriggio visita a Canyonland
  7. Visita di Arches
  8. Spostamento verso Bryce Canyon
  9. Visita Bryce Canyon

Se come vi dicevo aveste la possibilità di aggiungere un paio di giorni, così da vedere il Canyon de Chelly e Lake Powell, avreste chiuso il cerchio, visitando le maggiori attrazioni di Arizona e Utah. In ogni caso, con una macchina a disposizione, una decina di giorni sono sufficienti per girarli tutti. Ovviamente avendo qualche giorno in più si può decidere di fermarsi per visitare in modo più approfondito Grand Canyon e Brice Canyon, che sono quelli che offrono più possibilità.

Noi, prima del ritorno in Italia, abbiamo ancora altri due Stati da visitare con due mete, stavolta più civilizzate (“c’hai portato a vedere dieci giorni di sassi“…quel poeta di mio figlio): la prima è l’incredibile Las Vegas!

I parchi dell’Arizona: Grand Canyon, Foresta Pietrificata e Monument Valley / 2

La cosa più seccante di questo viaggio, l’unico vero inconveniente sono stati i ritardi aerei: sia il Roma NY che il NY Phoenix ci hanno fatto perdere più di sei ore! Così, dopo una lunga attesa siamo arrivati in Arizona in tarda serata. Il tempo di familiarizzare con un macchinone gigantesco e via a dormire in albergo. Dopo il gran caldo sofferto a NY dovendo girare per deserti e praterie temevamo un po’ le temperature che invece ci hanno piacevolmente stupito: una leggere pioggerellina ci ha fatto compagnia nel tratto che da Phoenix ci ha portato verso la mitica Mother Road, la Route 66, che con i suoi 3000 chilometri collega Chicago a Los Angeles. Prima di arrivare al Grand Canyon quindi ci siamo tuffati nelle atmosfere del mito americano, alla scoperta del west lungo questa celeberrima strada, visitando un paio di cittadine caratteristiche: Seligman e Williams.

Una delle idee iniziali per questo viaggio era proprio quella di percorrere tutta la Route 66. Si può fare, con qualche difficoltà perché in alcuni punti è quasi nascosta e in altri è stata soppiantata da alcune Interstate (diciamo, le nostre autostrade): avevo fatto un itinerario, con le varie tappe che coprivano i 18 giorni di viaggio attraverso i 3000 chilometri che la compongono, però alla fine ho desistito. Sarebbe stato bello, ma probabilmente vale la pena farla se si hanno più giorni a disposizione, altrimenti rischi di stare sempre in macchina. Al termine del viaggio abbiamo fatto più del doppio dei chilometri, ma spesso utilizzando le Interstate, che comunque hanno dei limiti velocità quasi accettabili (in media 110 km ora), mentre nelle strade normali non si va a più di 80.

Visitare il Grand Canyon si può fare in molti modi, a seconda del tempo che si ha e della voglia di scarpinare: noi arrivando la sera prima, avevamo poi un giorno e mezzo a disposizione. Diciamo subito che in teoria ci sono tre lati da cui si può visitare: il lato sud, che è quello più famoso, il più comodo ed il più attrezzato, il lato nord, più selvaggio e meno accessibile e poi recentemente sono stati aperti degli affacci su cosiddetto lato ovest, anche questo abbastanza scomodo da raggiungere. Come quasi la totalità dei visitatori quindi ci siamo concentrati sul South Rim.

L’entrata di tutti i grandi parchi è a pagamento, sempre intorno ai 30 dollari a macchina. Era un’informazione che non avevo raccolto prima di partire, altrimenti avrei fatto senza dubbio la tessera da 80 dollari che ti permette di entrare in tutti i parchi nazionali degli States (tranne la Monument Valley che si trova all’interno della riserva ed è gestita esclusivamente dai Navajo). In ogni caso, il biglietto di entrata è valido per una settimana, quindi ti permette di visitare il Parco con comodità. Rispetto a come ce lo ricordavamo 25 anni fa è molto cambiato: non certo nei panorami mozzafiato, ma nelle strutture di accoglienza. Oltre alla possibilità di girare con la propria macchina ora c’è un comodissimo servizio navetta, che ti porta in tutti gli affacci più importanti con una frequenza da fare invidia alla metropolitana di Roma: durante le ore diurne ogni quarto d’ora i pullman delle navette ti portano da un punto all’altro come fossero appunto stazioni della metro. I vari affacci sono raggiungibili anche a piedi, lungo un sentiero per la maggior parte dei tratti anche asfaltato.

Certo, la cosa più bella sarebbe scendere da uno dei diversi sentieri che si avventurano all’interno del Canyon ed arrivano al fondo valle, lungo il corso del fiume Colorado che nei millenni ha scavato le rocce formando questo scenario da sogno. Per percorrerlo tutto fino al fiume ci voglio tra le 10 e le 12 ore, ma arrivati ad un certo punto ci sono dei rifugi che – prenotando per tempo – danno la possibilità di dormire gratuitamente, per poter quindi risalire il giorno successivo. Ovviamente sono sentieri impegnativi, che non avevamo né il tempo, né la voglia di percorrere:  ci siamo limitati a scendere per un tratto, così per farci un’idea e toglierci anche questa curiosità.

Se ci si limita al percorso lungo il Rim, una giornata e mezza sono sufficienti. Il primo giorno abbiamo utilizzato la nostra macchina, per percorrere i 40 chilometri di affacci che vanno dal campo base alla Torre indiana (ricostruita negli anni 30 del secolo scorso). Nella mattinata del secondo giorno invece, con le navette (in questo tratto la circolazione dei veicoli privati è interdetta nei mesi estivi) abbiamo visitato la parte ad ovest del campo base, fino all’ultimo affaccio, Hermits Rest.

Lo spettacolo è davvero incredibile. Ci si scopre piccoli e quasi inermi di fronte a questo scenario imponente dove la natura sembra aver voluto dare sfoggio della sua maestosità.

Lasciato il Grand Canyon ci siamo diretti ad Holbrook, un’altra caratteristica cittadina lungo la Route 66. Da qui il giorno dopo abbiamo visitato il secondo parco, la Petriefed Forest and Painted Desert. Tutt’altro scenario rispetto a quello dei giorni precedenti: qui lasciati alle spalle i boschi del Grand Canyon e l’immensa prateria che costeggia la Ruote, ci troviamo proprio in mezzo al deserto, un deserto “dipinto”, grazie alle diverse stratificazioni rocciose che lo compongono, ma sempre deserto!

Nella parte conclusiva del parco poi si trovano tutta una serie di alberi letteralmente pietrificati. Il rapido quanto radicale mutamento climatico avvenuto qualche milione di anni fa ha determinato questo stranissimo fenomeno.

Una mattinata è sufficiente per compiere in macchina l’intero tragitto all’interno del Parco, compresa anche qualche breve passeggiata per vedere alcuni punti caratteristici. Nel pomeriggio abbiamo ripreso un po’ di fiato e di forze, girando per i negozietti di Holbrook, nuovamente dedicati alla Mother Road!

Il giorno successivo ci aspettava il terzo parco dell’Arizona, quello reso celebre da tanti film western, la Monument Valley. Come dicevo ci troviamo all’interno della riserva anzi della nazione indiana dei Navajo, la più grande degli Stati Uniti, anche se gran parte desertica. Anche questa l’avevamo visitata allora, ma qui le cose rispetto al Grand Canyon non sono cambiate più di tanto. Il percorso possibile è su per giù sempre lo stesso, attraverso una pista non asfaltata che corre lungo tutta la valle, incorniciata da queste strutture rocciose davvero bellissime.

Già che ci sono, due parole voglio spenderle anche per gli altri due parchi dell’Arizona che vedemmo venticinque anni fa. Stavolta non ci siamo stati perché abbiamo preferito vedere posti in cui non eravamo stati, ma doveste pianificare un viaggio lì, avendo un altro paio di giorni a disposizione, ve lo consiglio. Si tratta del Canyon de Chelly, un bellissimo Canyon molto più piccolo, in cui è possibile scendere ed attraversare con la propria macchina e il Glen Canyon, che sarebbe la parte alta del Grand Canyon, dove una gigantesca diga ha bloccato le acque del Colorado creando Lake Powell, un grande lago visitabile con dei barconi che risalgono il fiume fino al famoso Raimbow Bridge, un gigantesco arco di pietra, che sembra appunto un arcobaleno. Due scenari molto particolari, differenti dagli altri, che vale la pena visitare. Lasciata la Monument Valley si trova il punto esatto in cui il mitico Forrest Gump decide di smettere di correre. Inutile dire che ora è una meta imperdibile per una foto e dopo tanto girare, anche io ero “un po’ stanchino!”

Come dicevo purtroppo i giorni a disposizione non erano sufficienti per vedere tutto (ed altro ancora ci sarebbe!) e per noi era tempo di lasciare l’Arizona e dirigersi verso nord, per visitare i parchi dello Utah!

Resoconto semiserio di 3 giorni a New York / 1

Il nostro soggiorno a New York comincia in un altro Stato e più precisamente a Hoboken, ridente cittadina del New Jersey che si affaccia di fronte a Manhattan da cui è divisa dall’Hudson. Un amico che ha dei parenti lì mi aveva suggerito questa soluzione, che ha alcuni benefici, ma anche degli indubbi svantaggi. Avevamo preso un bell’appartamento ad un prezzo che senza dubbio a Manhattan non avremmo trovato e la sera eravamo nella cittadina che ha dato i natali a Frank Sinatra, in una zona molto tranquilla, a cinquanta metri dal famoso Mago delle torte, di cui abbiamo saggiato le indubbie capacità.

Lo svantaggio maggiore è stato il fatto che, pur essendo a 15 minuti di metro dal centro di Manhattan, le linee che collegano Hoboken non fanno parte del circuito cittadino di New York. Hanno lo stesso prezzo (una corsa 2,75 dollari), ma non rientrano nell’abbonamento settimanale, che con 30 dollari è indubbiamente la soluzione più economica per girare la Grande Mela. E poi certo, girando tutto il giorno, una volta tornati a casa la sera, difficilmente ti vien voglia di uscire nuovamente e tornare a NY per un giro notturno. Insomma, pro e contro. Non so se rifarei la stessa scelta, però doveste fare un giro da quelle parti, comunque un salto lì ve lo consiglio.

Vedere NY in tre giorni, se escludiamo i musei come avevamo deciso fin da subito, è abbastanza soddisfacente. Ovviamente ci si potrebbe rimanere una settimana e più e non correresti il rischio di annoiarti, ma con un programma ben definito, si riescono a vedere le maggiori attrazioni anche con soli tre giorni. Il primo giorno abbiamo girato a piedi nella zona centrale di Manhattan: Broadway, Times Square e zone limitrofe, partendo ovviamente dalla mitica 5th Avenue.

Rispetto a 25 anni fa mi ha fatto tutta un’altra impressione: caotica, piena di gente, ma tutto sommato tranquilla. Quell’inquietudine generale che ricordavo aver provato allora, quel senso di insicurezza generale, non l’ho proprio avvertito, né girando per le strade, né in metropolita. Sarà che allora eravamo giovani e sprovveduti, che non avevamo poi girato il mondo più di tanto, sarà che ormai con internet e un telefono in mano azzeri qualsiasi distanza, in ogni caso mi è sembrata quasi familiare. Nel pomeriggio siamo saliti sulla Freedom Tower, il grattacielo che ha preso il posto delle Torri Gemelle, con un panorama mozzafiato su tutto il circondario.

Nella salita in ascensore fino al 101 piano viene proiettato sulle pareti l’evoluzione dello skyline di NY ad un ritmo accelerato, dagli inizi del 900 ad oggi: il tutto in meno di 30 secondi! Veramente emozionante.

Il secondo giorno l’abbiamo dedicata a Upper Manhattan. Siamo arrivati ad Harlem, visitando la grande cattedrale cattolica costruita dalla fine dell’800 fino agli anni 50: la più grande Chiesa del mondo la definiscono. Non so se sia così, ma indubbiamente è gigantesca (come quasi tutto, del resto).

Abbiamo girato un po’ per il quartiere e poi ci siamo infilati nel Central Park, dove abbiamo fatto un bel percorso fra i luoghi più famosi del parco.

La mattina del terzo giorno siamo andati a Downtown, visitando il World Trade Center e il Memorial delle Torri Gemelle

Poi un po’ di shopping a Century 21 un outlet fornitissimo dove soprattutto i marchi americani si comprano ad ottimi prezzi. Nel pomeriggio immancabile giro in barca alla Statua della Libertà e poi a Ellis Island, il punto in cui gli immigrati erano tenuti in quarantena e dove veniva deciso il loro destino: accolti o rifiutati!

Il quarto giorno avevamo l’aereo per Phoenix dove sarebbe cominciato il nostro giro per i parchi, ma nella mattinata abbiamo fatto in tempo a fare un ulteriore salto a NY per vedere più da vicino il famoso Ponte di Brooklin

Come dicevo, NY si fa conoscere ed apprezzare anche con un tempo così ridotto. Le distanze non sono poche, ma con la metropolitana si gira abbastanza bene in tempi ragionevoli e poi ovviamente si cammina tanto! Gli efficientissimi smartphone ci hanno documentato una media di 13 kilometri al giorno, con il picco di 18 il primo giorno. Ci ritorneremo, perché vale la pena calarsi meglio nella realtà cittadina, ma come primo assaggio soprattutto per i ragazzi, possiamo ritenerci soddisfatti. E poi questo era appunto solo il trampolino di lancio verso la meta vera e propria: nel pomeriggio siamo tornati a Newark e ci siamo imbarcati per la tanto desiderata Arizona!

Te la do io l’America

Quello che abbiamo viaggiato insieme, nessuno potrà più portarcelo via

Se c’era un sogno nella mia vita, che prima o poi ero certo di realizzare, era quello di tornare in Arizona. C’ero stato in viaggio di nozze, venticinque anni fa, il viaggio della vita. E così non mi sono lasciato scappare l’occasione dei festeggiamenti per la ricorrenza per tornare. “Ma con tutte le mete e le destinazioni esistenti. Con tutti i posti che non hai ancora visto, perché tornare dove sei già stato?”

Bella domanda. A cui però non c’è una risposta. Non lo so perché: forse perché il viaggio più autentico è sempre un ritorno, forse perché ognuno di noi ha un posto del cuore ed è lì che vuole sempre ritornare. Oppure magari è vero che ho letto troppi fumetti western! In ogni caso se mi avessero chiesto, potendo fare un viaggio, dove vorresti andare? Non avrei avuto dubbi, in Arizona! E così da un annetto circa ho cominciato a pianificare il viaggio, scegliendo l’itinerario, individuando le cose da vedere, monitorando le tratte aeree e le sistemazioni migliori. Per l’occasione anche i figli, dopo qualche discussione e qualche concessione, hanno deciso di seguirci e poi si sono agginti anche alcuni amici carissimi. Alla fine eravamo in sette: come i magnifici sette, le sette meraviglie i giorni della settimana o se preferite i nani di Biancaneve.

Fosse stato per me avrei concentrato il viaggio nel selvaggio west, ma che fai, vai in America e non passi a New York? E così la prima tappa era scontata. Per rientrare in Italia poi bisognava comunque arrivare in California e non vuoi fare un salto a Las Vegas? E così anche la penultima e l’ultima tappa erano stabilite e direi quasi obbligate: 18 giorni in tutto, perché di più non avrebbero retto né il nostro portafogli, né la pazienza dei figli che volevano essere in Italia per Ferragosto.

E’ stato un viaggio fantastico, quasi meglio di come me l’ero immaginato, con qualche contrattempo, che però è quasi inevitabile, ma con moltissime cose belle che ci rimarranno dentro per molto tempo. Dividerò il resoconto a tappe, seguendo il nostro itinerario, così da non appesantire la lettura dei miei pazienti viaggiatori ermeneutici. Per cominciare confermo quello che scrivevo qui riguardo l’America e gli americani, per il resto vi rimando alla prima tappa, che ovviamente riguarderà la grande mela: New York City!

 

 

L’altro non si sceglie, ci accade

Un dato di fatto sembrerebbe incontrovertibile: non siamo soli su questa terra. Dico sembrerebbe, perché in realtà invece alcuni (non facciamo nomi, ma penso che ognuno di noi, dentro questa categoria ci riconosca più di un conoscente) ritengono di essere, o forse meglio, si comportano come se, su questa terra ci fossero solo loro. Per questi individui gli altri ci sono – al massimo – in funzione di se stessi. Possono essere odiosi ostacoli da superare, fedeli servitori da utilizzare, comodi trampolini da sfruttare.

Ma in realtà sappiamo bene che non è così. Gli altri sono compagni di viaggio, fortemente voluti o più o meno occasionali, ma comunque viaggiatori come noi sulle stesse strade e sotto lo stesso cielo. Che siano scelti o dati dal destino, coloro che viaggiano accanto a noi scrivono con noi una storia, che potrà essere bello raccontare un giorno ai nostri figli, oppure al contrario, che sarà meglio dimenticare. In ogni caso quello che avremo viaggiato insieme nessuno ce lo potrà portare via. Perché come mi disse una cara e bella amica una volta, si possono riprendere solo le cose che si danno, ma non le cose che si fanno.

Mentre la modernità intende la responsabilità come l’atto di rispondere delle conseguenze delle proprie azioni, il Vangelo la interpreta come l’atto di rispondere all’altro che pure non si è scelto. Perché, appunto, l’altro non si sceglie, ci accade.
(Marco dal Corso, il Vangelo secondo Mafalda)

P.S. Mi attende un bel viaggio, stavolta non ermeneutico. Per un po’ non ci leggeremo, ma vi prometto fin d’ora un resoconto semiserio (ovvero minchione) con i controfiocchi appena rientrerò su questi lidi!

Considerazioni estive sui massimi sistemi, il bene, il male, disastri atomici e conigli voraci

Ieri alla radio facevano un resoconto della tragedia di Chernobyl a quarant’anni dall’esplosione della centrale nucleare. Un’ esplosione devastante che scatenò delle radiazioni trentatre volte superiori a quelle delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaky. A distanza di così tanto tempo la zona ha ancora dei valori totalmente alterati, che ne sconsigliano vivamente la presenza umana. Accanto a questi dati allarmanti ce n’era uno apparentemente positivo. O forse più allarmante di tutti gli altri. Infatti, in questi quarant’anni in cui gli esseri umani hanno abbandonato la zona, la biodiversità animale e vegetale è aumentata di circa dieci volte in più rispetto ad altre zone limitrofe. In parole povere, per l’ambiente circostante le radiazioni atomiche sono nocive, ma mai quanto la presenza dell’uomo.

Siamo davvero così deleteri, così distruttivi (o forse sarebbe meglio dire autodistruttivi) per il mondo che ci circonda? Le variazioni climatiche e i conseguenti sconvolgimenti naturali causati dalle alterazioni dell’ambiente determinate dall’uomo indurrebbero a pensare che sia effettivamente così. L’uomo è quindi il male assoluto? E però…c’è sempre un però. Mentre ascoltavo queste cose alla radio stavo osservando il coniglietto di mia figlia che vagava felice per il giardino: sono riuscito a fermarlo appena in tempo mentre si era lanciato verso i fiori di mia suocera, scambiandoli per un prelibato spuntino. E così mi è venuto fuori questo pensiero. Dal punto di vista dei fiori, un docile coniglietto che se ne vorrebbe cibare è molto più distruttivo dell’essere umano che invece se ne prende cura.

Tutto è relativo a questo mondo. Eh sì, tutto, tranne forse il moijto che accompagnava queste considerazioni. Quello è buono in assoluto.

Sconfiggere il cancro

Questa mattina ho messo su FB l’immagine di un tweet di Maurizio Crosetti, giornalista sportivo di Repubblica, che partendo dallo sport riesce spesso a delineare un quadro della realtà che ci circonda, cogliendone gli aspetti più nascosti e più importanti, quelli che riescono a farci a riflettere. Partendo dalla vicenda che vede protagonista Sinisa Mihajlovic e la sua confessione pubblica di essere stato colpito da una forma di leucemia, Crosetti scrive: “esiste una retorica del cancro secondo la quale vince chi lotta di più, chi non si arrende, insomma chi ha più carattere. Oltre che falso, è offensivo per chi soccombe e muore. Non si arrende: muore. E chi vive non vince: guarisce.”

Sinisa è un personaggio controverso. Uno di quelli che non passa mai inosservato: o lo ami o lo odi. Fin dai tempi in cui giocava alla Lazio, ha sempre avuto posizioni nette, spesso discutibili, ma certamente non è uno che si nasconde nelle banalità o nelle frasi fatte. Ha tanti difetti, sicuramente non la retorica. Però, proprio un combattente come lui si può prestare a quell’inganno che giustamente sottolinea Crosetti. Per battere il cancro c’è bisogno di tanta prevenzione, di investimenti nella ricerca, di uno stile di vita giusto. E neanche tutto questo basta. Figuriamoci se lo si batte con la volontà! La forza di volontà è certamente importantissima, fondamentale. Ma per continuare ad andare avanti, per aiutare se stessi e chi ci sta vicino a portare questo fardello. Non per guarire. Purtroppo.

Ho vissuto quindici anni di guerra contro il tumore, che combatté mia madre. Tre operazioni in 4 anni, poi oltre dieci anni di silenzio e quando la malattia sembrava definitivamente sconfitta, un nuovo episodio ancora più violento degli altri che se la portò via in due mesi. Mamma era una delle persone più volitive, tenaci, caparbie, innamorate della vita, che abbia mai incontrato. Riusciva persino ad ironizzare sulla malattia (lo faceva su ogni cosa, come avrebbe potuto non farlo su questo?). Diceva che la sua era una famiglia “tumorata” di Dio (su 7 fratelli, 5 morti di cancro) e pochi giorni prima di morire mi disse che se non altro era riuscita a fregare l’Alzheimer (con tanto di gesto dell’ombrello!). Insomma, sono certo che se la volontà fosse stato un rimedio efficace, me la sarei goduta qualche anno in più. Purtroppo però non è così.

Questo significa allora che è inutile lottare e che bisogna rassegnarsi senza combattere? Niente affatto! Anzi per dirla più chiaramente, col cazzo! Questo significa invece che non è una gara in cui vince chi si impegna di più. La mia piccola grande guerriera non fu certo sconfitta per mancanza di volontà o perché non le andasse più di combattere. Avrebbe forse potuto smettere di fumare prima, oppure avrebbe dovuto farsi maggiori controlli. Banalmente, avrebbe dovuto nascere qualche anno dopo, perché magari la medicina nel frattempo avrebbe trovato una soluzione. Certo non la considero una che si è arresa, perché so bene che fino all’ultimo non l’ha fatto. Non è servito? Forse non a sconfiggere il cancro, ma certamente a vivere la vita fino all’ultimo come voleva lei, con la stessa voglia e lo stesso entusiasmo di sempre.