Sarò allergico?

Il 24 sera, come da tradizione, abbiamo cominciato con le tartine al salmone e ai gamberetti, poi siamo passati al risotto alla marinara, quindi abbiamo proseguito con l’insalata di polpo e gamberi, per passare poi ai fritti vegetali e baccalà e concludere con i classici dolci pandoro, panettone, torrone. Il tutto accompagnato da un bel Vermentino di Sardegna. Tutto bene.

Per il Pranzo di Natale quest’anno siamo andati invece verso terreni nuovi. Dopo le tartine miste per l’antipasto, siamo passati alla pasta al forno, quindi maialino porchettato al forno con patate, ancora i fritti (erano avanzati, che fai non li mangi?) e poi di nuovo dolci natalizi, stavolta arricchiti dai biscotti fatti in casa da Ale, che con il vin santo sono proprio buoni buoni. Come vino siamo partiti con un Chianti, per passare poi ad un onesto Barbera. E tutto bene.

Per il pranzo di Santo Stefano abbiamo iniziato con delle uova alla tartara, veramente gustose, poi pennette al salmone e quindi rollè al forno e di seguito carciofi alla romana. Poi sono arrivati i fagiolini. E a quel punto ho avuto come l’impressione di implodere. E poi di esplodere. Sì, non andava affatto bene.

Ma non sarà che sono allergico ai fagiolini?

Ballo con le renne

D’altra parte c’è chi balla da solo, chi balla coi lupi, chi balla sotto la pioggia, io a Natale ballo con le renne! Chi l’ha visto in anteprima mi ha chiesto se foss impazzito, se ero ubriaco e mi ha detto che ci vuole proprio un bel coraggio a mandarlo in giro. Dopo questi consigli amorevoli, come avrei potuto non pubblicarlo?

Un grande augurio di cuore di BUON NATALE a tutti i viaggiatori ermeneutici!

Ci sono più inizi e fini di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia

Quindi volete dirmi che oggi, 21 dicembre inizia l’inverno. Ma come inizia? Perché, ieri cos’era estate? Non dico che dovrebbe essere già finito, ma almeno essere a buon punto! In effetti questa storia degli inizi e delle fini è sempre controversa. Quando comincia una storia d’amore? E quando finisce? Usiamo degli espedienti, prendiamo come punti di riferimenti fatti o date così per praticità, ma in fondo lo sappiamo bene che sono delle approssimazioni.

Se ci pensate persino la data forse più basilare che c’è, il compleanno, è comunque una convenzione. Esistiamo già nel grembo materno, proviamo sensazioni, ci nutriamo: da quando cominciamo a farlo? E chi lo sa! Anche gli artifici giuridici introdotti ad esempio nella legge sull’interruzione di gravidanza, la si pensi in un modo o in un altro, non ci danno una certezza assoluta sul momento in cui si può dire che cominci in modo inequivocabile la nostra esistenza.

E se gli inizi sono sempre incerti, lo sono anche le fini. La fine di un sogno, la fine di una partita (aridaje co’ sto calcio….scusate, ma questa vittoria al 97esimo mi ha lasciato una dose di endorfine che mi sto ancora godendo), la fine di un’amicizia. La morte, potreste dirmi, è l’unica cosa definitiva, anche se per chi crede quello in realtà è un inizio (per la Chiesa è il Dies Natalis e infatti dei santi si festeggia la data di morte, mica quella di nascita). Ma poi in realtà quando cominciamo a morire?

Per questo il solstizio di inverno, mi piace pensarlo non come il principio dell’inverno, ma come l’inizio della sua fine: da domani le giornate cominceranno lentamente ad allungarsi di nuovo. E quindi, sarà pure vero che come diceva Albanese mancano 4 giorni a Natale, ma in ogni caso, con la mia filosofia posso sognare che la primavera in realtà, sia dietro l’angolo!

Se vuoi far ridere Dio, raccontagli che piani hai

C’è ancora da imparare dalla più grande metafora della realtà che siamo stati in grado di inventare negli ultimi 150 anni? Una metafora che una volta era un gioco che faceva sognare ed ora forse solamente un business per fare i soldi? Ma andiamo con ordine.

La nostra vita è regolata da regole. Che detta così sembra una specie di tautologia, se non fosse che il 90% di queste regole sono convenzioni, valgono in un tempo ed in uno spazio limitato. Persino i dieci comandamenti, principi validi un po’ per tutti, hanno comunque un periodo e un luogo di nascita. Ma insomma, che siano principi immutabili come il decalogo o siano semplici convenzioni contingenti come il codice della strada, le regole valgono per tutti i componenti di una determinata comunità.

Saremmo persi senza le regole, anche quelle che infrangiamo, anche quelle più antipatiche, perché in ogni caso ci servono come bussole per orientarci. Perché insieme alla regole, direttamente discendenti da loro, ci sono le nostre convinzioni: quei modi di pensare, quei modi di fare consolidati da anni, che stabiliscono i confini fra ciò che si può fare e ciò che sarebbe meglio evitare.

Dalle regole e dai modi di pensare derivano gli obiettivi che vogliamo raggiungere, ma anche i sogni chiusi in un cassetto. I programmi che ci siamo fatti per il futuro, dove possiamo arrivare e come possiamo arrivarci. Ma come dice la frase del titolo del post (un vecchio proverbio yiddish), le regole sono fatte per essere violate, così come le convinzioni sono fatte per essere modificate e dei nostri progetti, dei programmi, degli schemi, il Grande Capo lassù penso si faccia grasse risate. Perché la realtà può essere spesso molto più fantasiosa della nostra fantasia. E soprattutto, se non è ancora successo, non significa che non potrà succedere in futuro. Anzi.

Potrà succedere persino di vincere al 97esimo, una partita che al 93 stavi perdendo. Il calcio, nonostante tutto resta la più grande metafora della realtà. Forse non servirà a nulla, forse non ti farà arrivare in paradiso, ma se ci credi fino in fondo, tutto si può ribaltare perché niente è così definitivo, niente è così immutabile che non possa essere cambiato. Se non è ancora successo, può ancora succedere.

Cinquantatre, ce li hai o te li senti?

A vederlo così, devo dire che mi sembra proprio un numero antipatico. Come tutti i numeri indivisibili ha un ché di ostico, un qualcosa di irriducibile che di per sé non mi appartiene. Sono un uomo conciliante, cerco sempre un modo, una strada per trovare un incontro, invece come diceva quel fortunato titolo di un bel libro uscito qualche tempo fa, i numeri primi sembrano soggetti chiusi in sé, hanno questa solitudine che li accompagna in modo quasi intrinseco.

E’ vero che qualche tempo fa, se avessi pensato ad un uomo di 53 anni, l’avrei immaginato molto diverso da come sono. O meglio, da come mi sento. Più vicino alla pensione che alla laurea, con più cose da raccontare che da aspettare. Un uomo saggio, equilibrato, abituato a decisioni chiare e senza dubbi. Come era (o meglio, come pensavo fosse) mio padre a questa età. Per sfortuna (o chissà, forse invece per fortuna) non è esattamente così. Il mio equilibrio è abbastanza spesso il frutto di oscillazioni instabili, torno spesso su decisioni già prese e i dubbi sono sempre più delle certezze. Ma perché (sono) mi sento ancora giovane! E in effetti mio padre alla mia età non giocava mica a calcetto con gli amici!

Comunque sia, che ce li abbia solo di calendario o che li dimostri senza sentirli, anche con questi 53 sulle spalle continuerò nella mia missione di spandere luce e dolcezza nel mondo, cercando leggerezza nei pensieri e profondità nei sentimenti, perché questo so fare e poco altro. Da una parte ho letto che in Italia abbiamo esattamente 53 siti catalogati dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. 53 tesori da visitare almeno una volta nella vita, da valorizzare e proteggere dal degrado e dall’incuria. Certo, gran parte di questi 53, non sono proprio di primo pelo, anzi possiamo anche dire che sono pezzi di antiquariato. Ma d’altra parte lo sapete che indica alla smorfia il 53? Il “vecchio”. E quindi tutto torna.

Se dovessi rimanere indietro

Ritornando al post dell’altro giorno c’è un punto essenziale collegato a quanto dicevo. Una specie di corollario, che però mi sembra la cosa più importante. E’ vero che fra il passo e la gamba ci dev’essere la giusta sintonia: né troppo, né troppo poco, né troppo lento, né troppo veloce, né troppo lungo, né troppo corto, i due devono imparare a convivere e a trovare un’armonia che è diversa per ognuno di noi.

Il corollario è questo. Proprio perché la sintonia fra passo e gamba è diversa per ognuno, è inutile, un puro esercizio di stile, contestare le andature altrui. Criticare qualcuno perché non ha il nostro stesso passo – lo sa bene chi cammina in montagna – è del tutto privo di senso, sia per lui che per noi. Certo, possiamo provare a stare al passo altrui o chiedere all’altro di stare al nostro. Ma se le gambe sono diverse questo allineamento sarà molto complicato. Ci sono coppie che impiegano anni per cercarlo e a volte implodono proprio perché la ricerca non ha dato gli esiti sperati: “mi lasci indietro, no sei tu che mi ostacoli“, così partono le recriminazioni e le accuse reciproche.

Allora, per camminare insieme forse dobbiamo imparare a camminare da soli. Piuttosto che pretendere che gamba e passo siano identiche alle nostre, sarà molto più saggio lasciarlo andare avanti, oppure al contrario aspettarlo quando rimane indietro. D’altra parte, se lo dice anche il Boss, come facciamo a non essere d’accordo?

Abbiamo detto che avremmo camminato insieme piccola, accada quello che accada che venga l’incertezza, dovessimo smarrire la nostra via
se, mentre camminiamo, una mano dovesse scivolare io ti aspetterò e se dovessi rimanere indietro io aspettami tu. Abbiamo giurato che avremmo viaggiato fianco a fianco, che ci saremmo aiutati a vicenda per stare in carreggiata, ma i passi di ogni amante sono così diversi. Ma io ti aspetterò e se dovessi rimanere indietro io aspettami tu. Ora, tutti sognano un amore duraturo e vero, ma tu ed io sappiamo cosa questo mondo può fare, quindi lasciamo i nostri passi chiari così che l’altro possa vederli e io ti aspetterò e se dovessi rimanere indietro io aspettami tu“.

Il passo e la gamba

La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare…

Se non facciamo il passo più lungo della gamba non rischiamo di inciampare. Così ci hanno sempre insegnato, fin da bambini. Bisogna tenere il passo, essere al passo con i tempi, saper passare la mano quando è il caso e trovare i passi giusti per attraversare le montagne che incontriamo nella vita. Allo stesso tempo, bisogna essere in gamba e quando c’è da intraprendere un’impresa non ci possono tremare le gambe, anche perché le più grandi idee viaggiano sempre sulle gambe degli uomini.

Ma in ogni caso, qualunque sia il nostro passo, comunque siano le nostre gambe, ognuno di noi, nei limiti delle sue capacità, dovrebbe provare una volta a non seguire i consigli dei saggi e lasciare andare la gambe oltre i nostri passi. Viene attribuita a Thomas Jefferson la frase “se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi fare qualcosa che non hai mai fatto”. Bella frase, ma riduttiva: se io volessi esattamente quello che ho sempre avuto, mi posso limitare a fare quello che ho sempre fatto? Manco per niente! Io la girerei così: se vuoi continuare ad avere quello che hai, ma di più, se vuoi continuare ad essere quello che sei, devi provare (almeno provare) a fare qualcosa che non hai mai fatto. E’ vero, rischi di inciampare, rischi di perdere qualcosa. Ma se non ci provi rischi di perdere tutto.