Indignazione a comando

La polemica iconoclasta di cui già scrivevo nel precedente post non accenna a diminuire. Anzi, a macchia d’olio si allarga fino a comprendere luoghi e volti della memoria collettiva di ogni ordine e grado. Negli Stati Uniti dalle statue di Colombo era facile prevedere che si sarebbe passati a quelle dei generali confederati (non si salva nemmeno Via col vento!). In Europa ci si interroga su figure orrende come Leopoldo del Belgio (uno dei peggiori carnefici dell storia coloniale) e da noi infuria la polemica montanelliana che già però si allarga ad altri personaggi, come Pasolini.

Interessante ascoltare le motivazioni dei sostenitori e dei detrattori dell’uno e dell’altro. Come sempre è molto più facile indignarsi per le nefandezze altrui, rispetto a quelle dei cosiddetti “nostri”, verso i quali invece si cerca sempre di essere indulgenti, al limite della rimozione. Il problema di fondo è che l’esercizio critico è un lavoro faticoso, una cosa seria, che prevede approfondire le questioni, perdere tempo, senza utilizzare facili scorciatoie: è cosa c’è di più facile dell’indignazione?

Non si tratta nemmeno di contestualizzare (che chissà perché vale per qualcuno, ma per qualcun altro no, vedi appunto Montanelli Pasolini, oppure se volessimo allargare i discorsi, potrebbe valere per Pinochet e magari non per Pol Pot): alcune cose vanno condannate in assoluto, soprattutto se hanno ancora una loro propagine nell’attualità. Non ha senso prendersela con Colombo perché nessuno vorrebbe oggi imbarcarsi per scoprire un continente, come non avrebbe senso tirar giù la Colonna Traiana perché neanche a Salvini verrebbe in mente di invadere la Tracia. Discutere sulla pedofilia di Montanelli (o Pasolini), ne ha molto di più: questo senza togliere i grandi meriti storici ed artistici dell’uno o dell’altro.

Mi sembra strano anzi che ancora non si sia riaccesa l’annosa questione del cosiddetto Foro Italico. A cui  abbiamo semplicemente cambiato il nome (si chiamava Foro Mussolini), ma per il resto continua ad essere il monumento per esaltare i trionfi (?) dell’era fascista così come l’avevano pensato e costruito ottanta anni fa. Sarebbe bello poterlo definitivamente confinare dentro i libri di storia, un po’ come la Colonna Traiana. E probabilmente ci saremmo anche riusciti, se non ci fosse qualche decerebrato che poi, magari proprio dentro le curve dello stadio lì vicino, non continuasse ad esaltarne le idee, come fossero riproponibili oggi.

Purtroppo non siamo (più) un popolo di santi eroi e navigatori. Siamo soprattutto un popolo di tifosi. Che parteggia o attacca acriticamente personaggi o idee senza mai metterli veramente in discussione. Come in un recente passato, riusciamo a passare da piazza Venezia a piazzale Loreto con una facilità disarmante e la memoria storica di un pesce rosso. Altrimenti non avremmo seguito con tanta facilità tutti i vari imbonitori cantastorie che promettevano ciò che non avrebbero potuto mantenere, soluzioni facili a problemi complessi. Riusciamo a valutare criticamente un personaggio del passato, apprezzandolo per i suoi meriti e censurando con fermezza opinioni o azioni personali discutibili? Indignarsi sui social è molto più semplice. Sarà per questo che va tanto di moda.

Damnatio memoriae

Fa molto scalpore in questi giorni questo furore iconoclasta, che indirizza la rabbia delle persone verso figure del passato che più o meno legittimamente sono indicati come simboli di torti o nefandezze del presente. Ricordo un fenomeno analogo dopo la caduta del Muro di Berlino, con le nazioni delL’Europa dell’est che staccandosi dal comunismo volevano cancellare le tracce di anni di dominio sovietico abbattendo le statute dei vari Stalin, Lenin e compagnia bella.

Quello fu un momento di liberazione vera e propria e davvero dietro al discorso simbolico c’era un anelito di novità, l’esigenza di voltare pagina e cancellare un recente passato odioso. Ma ora, cosa dovrebbe significare abbattere la statua di Cristoforo Colombo? Perché ha portato le patate e i pomodori in Europa? Perché ha diffuso il pesto alla genovese fra i nativi americani? Mi sembrano delle lotte molto pretestuose, frutto più della rabbia post Covid con il relativo impatto economico, che altro.

Discorso analogo, ma diverso, quello che sta accadendo da noi sulla figura di Montanelli. Personalmente mi piace ricordare più l’uomo con la schiena dritta, che pur di non piegarsi ai diktat berlusconiani, ebbe il coraggio di lasciare il suo Giornale, piuttosto dello stupratore di africane minorenni. Ma certo in lui c’erano entrambe le facce. E come ha detto giustamente più d’uno, non è tanto il ventenne in armi che va condannato, quanto l’uomo maturo che 50 anni dopo non riusciva a riconoscere ed ammettere l’orrore compiuto.

Il padre era talmente anticlericale da scegliere per lui un nome che non fosse appartenuto a nessun santo del calendario della Chiesa (lo voleva chiamare Cilindro, da cui poi venne fuori Indro), ma addirittura fra i suoi secondi nomi, il profetico genitore gli appioppò anche quello di Schizogene, nome coniato dal greco che significa “generatore di separazione”, ovvero, più volgarmente, ’seminatore di zizzania’. Non si può certo dire che non gli calzò a pennello.

In ogni caso, secondo me, quel vecchio scureggione si starà facendo grasse risate alla faccia di discepoli e detrattori, perché se me lo ricordò un po’ e se ho imparato a conoscerlo leggendo i suoi libri ed i suoi articoli, non sarebbe certo stato d’accordo ad essere ricordato con un monumento. Forse non gli sarebbe piaciuta neanche la colata di rosso, perché magari gli avrebbe ricordato l’attentanto di cui fu vittima proprio lì vicino per mano delle Brigate Rosse, ma chissà.

In ogni caso, come aveva detto bene Pertini riguardo l’episodio di Piazzale Loreto, i nemici vanno affrontati da vivi: imbrattare o abbattere statue mi sembra un bel modo per sfogare la rabbia, non certo per combattere idee sbagliate.

 

 

Tanti auguri Brò

Lo scorrere del tempo è un’esperienza personale, che però diventa sempre più evidente nel confronto con gli altri. Detta in altri termini, il modo in cui il tempo scorre sugli altri è sempre più chiaro rispetto a quanto succeda a noi stessi: banalmente forse è perché noi abbiamo molto più tempo per abituarci ai cambiamenti, avendo la nostra immagine davanti agli occhi ogni giorno. Rivedere qualcuno dopo un po’ di tempo invece ce lo fa subito confrontare con la sua ultima immagine, magari di qualche mese o addirittura anno precedente e così il cambiamento è più evidente.

Ma prescindendo dall’immagine, lo scorrere del tempo risulta inesorabile per noi in rapporto agli altri anche in senso astratto. Mi rendo conto in maniera chiara della mia età non tanto se ragiono sui miei 53 anni (Quanti sono 53? Che significato hanno? Quanti sono rispetto a 43 o 63?), quanto se penso che mio figlio sta preparando la maturità: quel frugoletto guanciottone che non voleva dormire da solo fra un po’ andrà all’Università. Questo è davvero significativo. Questo mi dà il senso dei miei anni, molto più di quanti ne abbiano di per sè.

Tutto questo preambolo per dire che oggi il mio migliore amico compie 50 anni. E questa cosa davvero mi sciocca e mi meraviglia, come se fosse una cosa senza senso. Perché lui, molto più dei miei figli, è sempre stato piccolo. Sì, lo so che è cresciuto, lavora, ha 4 figli, ma comunque davvero non può avere 50 anni! Lui c’è sempre stato e sempre ci sarà, di poche altre cose sono così certo. Siamo molto diversi, eppure siamo molto simili. Camminiamo allo stesso modo e poi abbiamo la stessa taglia. Ma le somiglianze più importanti, nelle differenze, sono altre. Perché di fondo l’assonanza fra noi risulta evidente forse proprio nelle differenze.

D’altra parte il fatto di avere lo stesso patrimonio genetico può avere avuto una qualche influenza. Se ci pensate è buffa questa cosa: non la persona che amate, non vostro padre, vostra madre, i vostri figli. Solamente con i fratelli abbiamo un patrimonio genetico identico. Che poi questo non significa automaticamente andare d’accordo. Senza arrivare a Caino e Abele, conosco fratelli che conducono vite totalmente distanti e anzi, un minimo di sentimento reciproco, riesce a rimanere vivo proprio nella lontananza. Noi no. Noi siamo sempre stati vicini, non solo fisicamente. Per me è un punto di riferimento, come l’ago della bussola: in ogni situazione so che lui c’è. Tanti auguri brò. Comunque, potrai pure compiere 50 anni…resterai sempre il mio fratellino!

A volte essere un fratello è ancora meglio che essere un supereroe” (M. Brown)

La voce del silenzio

Mi piacerebbe saper trovare le parole giuste, per dire quello che sarebbe giusto dirti, anche al di là di quello che so. Così succede invecchiando che hai bisogno degli occhiali per leggere, perchè la distanza rende chiare le cose lontane, mentre confonde quelle che abbiamo sotto gli occhi. Per capire davvero ti devi allontanare, anche se fa male, anche se costa tanta fatica e forse non ne sei capace.
Ma d’altra parte, il fatto che io non ne sia capace, non significa che non puoi farlo tu: fai quel che dico, non quello che faccio. Anzi, forse proprio quello che non riesco a fare mi appare chiaro ed evidente nella sua necessità, come una musica nel silenzio, che riesci ad ascoltare perfettamente, senza distrazioni o disturbi. Proprio dove io non arrivo è il tuo traguardo. Il fatto che io non l’abbia raggiunto non lo sminuisce, anzi forse ai miei occhi lo rende più prezioso. E se lo raggiungi tu sarà anche una mia vittoria. Perché forse aveva ragione Lacan, amare è donare quello che non si ha.
Volevo stare un po’ da solo, per pensare tu lo sai
E ho sentito nel silenzio una voce dentro me
E tornano vive tante cose che credevo morte ormai
E chi ho tanto amato, dal mare del silenzio
Ritorna come un’onda nei miei occhi,
E quello che mi manca nel mare del silenzio mi manca sai molto di più
Ci sono cose in un silenzio che non mi aspettavo mai
Vorrei una voce ed improvvisamente
Ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto
Ed io ti sento amore, ti sento nel mio cuore,
Stai riprendendo il posto che tu non avevi perso mai
Che non avevi perso mai, che non avevi perso mai!

E saper fuggire un cretino

Ormai si sa, la pazienza è una grande virtù. Sopportare con pazienza le persone moleste è non a caso una delle opere di misericordia spirituale. Ma fino a che punto? Perché è vero, bisogna calarsi nei panni degli altri, bisogna cercare di vedere la realtà dal loro punto di vista, la molestia spesso nasce dalle paure, dalle insicurezze. A volte è importante rassicurare, alcune volte bisogna farsi spalla, altre volte è sufficiente essere orecchio. Devi saper contare fino a cento, a volte invece meglio far finta di non vedere, né sentire le persone moleste.

Ma moleste come? Come una caccola nel naso che non va né su, né giù? Come quelli che a Tresette bussano con il tre secondo? O come chi non riparte quando scatta il semaforo verde? Non c’é un’indicazione in questo senso. Bisognerebbe sopportare tutti, anche chi ha l’alito cattivo e si ostina a non tenere il distanziamento sociale. Perché in realtà la questione vera è un’altra: fino a che punto pazientare e quando invece provare con una capocciata sui denti?

In ogni caso, una volta che la razionalità ha percorso tutte le sue strade, alla fine dobbiamo ricorrere alla poesia. E nel nostro tempo, chi meglio del sommo poeta Giulio Rapetti, in arte Mogol, ci può dare un’indicazione chiara su come andare avanti?

Se è il caso lottare, più spesso lasciare
Saper aspettare chi viene e chi va
E non affondare se si può in nessuna passione
Cercando di ripartire, qualcosa accadrà
Curare il giardino e saper fuggire un cretino
Usare poco i motori e poco gli allori
Non temere la notte, non temere la notte
Però amando più il giorno
E partire senza mai pensare, ad un sicuro ritorno

I bambini smarriti

Le cause perse, i soggetti ai margini, i concetti superati e le questioni dimenticate. Gli emarginati, quelli fuori dai giri, le promesse non mantenute, gli impegni disattesi, la fiducia mal riposta. Come i bambini smarriti di Peter Pan, sono i dimenticati, gli eterni ragazzi, che non cresceranno mai e rimarranno per sempre nell’Isola che non c’è, perché nessuno li reclama più.

Eppure ci sono, esistono, invisibili e pur presenti nelle nostre vite, come realtà residuale. Ma il residuo, lo scarto, se non viene riciclato o smaltito per bene, ritorna a galla sotto i nostri occhi, come le buste di plastica nel mare. Quando meno te lo aspetti puoi imbatterti in loro, nascosti dietro le mascherine, ma in realtà ben riconoscibili. Ritornano da noi che li avevamo volutamente tralasciati, che avevamo cercato di ignorarli, senza farci i conti.

Come Del Piero, possiamo anche fare la pubblicità dell’acqua diuretica per anni e anni, ma questo non ci salverà dai calcoli renali, perché la più brutta realtà sarà sempre più vera della più bella fantasia. E l’isola che non c’è, sarà pure un paradiso, ma comunque non c’è. Invece per combattere i pirati, abbiamo bisogno proprio dei bambini smarriti, dobbiamo diventare alleati e fare finalmente pace con loro, per capire davvero ciò che è importante da ciò che non lo è. Ciò che ci salva e ciò che ci condanna.

Abbiamo un’occasione straordinaria, forse irripetibile: ma se non lo capiamo neanche dopo una pandemia mondiale, forse non lo capiremo più.

 

Posto fisso, partite Iva, odiatori seriali e altre fantastiche creature

I titolari di stipendio fisso, autoproclamatisi unici pagatori di tasse nel nostro Paese, contro le partite IVA, evasori fiscali conclamati: Se ci sono stati tutti quei morti per i tagli alla sanità è colpa vostra che non pagate le tasse! L’anno scorso hai dichiarato diecimila euro, com’è che ora in due mesi dici di averne persi venti?

Le partite IVA, autoproclamatisi unici lavoratori nel nostro Paese, contro quegli scansafatiche del posto fisso che rubano i soldi non facendo una beneamata ceppa dalla mattina alla sera: Che vi importa a voi della pandemia, tanto il 27 del mese comunque vi arriva lo stipendio sul conto! Tu dici di pagare le tasse, ma poi hai fatto imbiancare il salotto senza fattura!

Senza dimenticare i delatori da mancanza di mascherina, quelli che denunciano i vicini rei di barbecue, i fun di Burioni contro i no vax, i leghisti contro a prescindere, chi vuole ricominciare il campionato contro chi vuole finirla qui, bella ciao dal balcone contro runner impenitenti, amanti di Teams contro amici di Zoom, Samsung contro Iphone, apriamo i barbieri chiudiamo le messe, viva il papa, no meglio quell’altro.

Insomma, che la pandemia ci facesse comprendere che siamo tutti nella stessa barca era auspicabile. Che questa disgrazia planetaria accomunasse le persone nella difficoltà era augurabile. Che ci rendesse più buoni, va be’ era utopistico. Ma che addirittura tirasse fuori i peggiori istinti, scatenando questo tutti contro tutti, magari potevamo evitarlo.

Siamo riusciti a dividerci e ad insultarci anche sull’unica bella notizia, che avrebbe potuto accomunare tutti quanti: Silvia Romano, una giovane ragazza liberata dopo un rapimento durato un anno e mezzo. Per evitare di scendere sullo stesso piano di mentecatti decerebrati craniolesi, non voglio commentare, non conoscendo i fatti, la sua conversione all’Islam, anche perché non cambia di una virgola il discorso. Parliamo invece dello “scandalo riscatto”.

Ed io, proprio per superare questo clima d’odio, invece di abbandonarmi al turpiloquio (oddio, quanto mi andrebbe!), vorrei fare un gesto pacificatorio. Vorrei tranquillizzare quelli odiatori seriali, preoccupati che i soldi spesi per liberarla serviranno a comprare armi per la Jahad. State sereni, quei soldi torneranno da noi. Potete dormire sonni tranquilli! Considerando che siamo uno dei Paese in cima alla classifica della vendita di armi ai Paesi del terzo mondo, quei soldi torneranno all’ovile. E anche voi, tornate al vostro mojto mentre sfogliate Libero, che domani magari, dopo la carriera da virologi e quella da negoziatori internazionali, chissà a quale altro delicatissimo incarico di fiducia sarete chiamati!

Qualcuno mangia un pipistrello in Cina e tu ti ritrovi a cantare “bella ciao” da un balcone

Come già osservava più d’uno, questa pandemia ha reso chiaro a tutti, ancora di più di quanto già non lo fosse prima, che viviamo in un villaggio globale. Mai come oggi possiamo sentire quanto profonde siano le interconnessioni fra le persone, le nazioni, i continenti: i confini esistono ormai solo nelle menti ristrette di certi politici da strapazzo, che mietono consensi nell’ignoranza e nelle paure delle persone.

Qualcuno mangia un pipistrello in Cina e tu ti ritrovi a cantare “bella ciao” da un balcone: come si potrebbe spiegare meglio l’eterogenesi dei fini? Che come spiegano i manuali di filosofia è quella teoria per cui la storia, il mondo, la realtà vanno avanti grazie a conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali. A meno ché non siate complottisti da scie chimiche o non crediate a quel tipo con i capelli buffi che consigliava di curare il Covid iniettandosi l’amuchina in vena, abbiamo la prova evidente che un fatto occasionale, completamente non intenzionale, ha determinato una serie di conseguenze inimmaginabili fino a pochi mesi fa.

Un po’ come quel genovese che cercava un’altra via della seta e si trovò a scoprire un nuovo continente, non sempre le nostre azioni hanno le conseguenze che immaginavamo, quelle che avevamo pianificato. Qui (ma non solo qui), sbagliava anche il mio amico Marx: secondo lui il peggior architetto era comunque più avanti rispetto all’ape migliore proprio per la capacità dell’uomo di visualizzare con precisione i propri progetti. La realtà è diversa. La realtà e che puoi anche avere il miglior progetto del mondo, ma se nel realizzarlo poi viene fuori tutt’altra cosa, come la mettiamo?

Perché la realtà è quasi sempre più complicata di come la pensiamo noi (in realtà a volte è più semplice e siamo noi a complicarla troppo, ma questo aspetto adesso ci porterebbe fuori discorso). Le conseguenze delle nostre azioni arrivano spesso molto più lontano di come avevamo programmato e a volte in direzioni inimmaginabili. Per questo dovremmo provare a volerci bene l’un l’altro, esercitando l’antica arte della pazienza reciproca. Per questo dovremmo imparare a chiedere scusa. Ed infine, dovremmo sempre ringraziare la nostra buona stella.

I’m so much closer than
I have ever known
Wake up
Better thank your lucky stars
Well, I’m so much closer than
I have ever known
Wake up
Better thank your lucky stars

La regola dell’amore

Sul serio pensate possa esistere una regola dell’amore? E siete così ottimisti che credete di trovarla nel mio blog? A volte la fiducia degli altri mi commuove. E come ve la immaginate? Tipo quelle inserite in un decalogo, con divieti assoluti a non fare questo e inviti pressanti a fare quest’altro? Oppure potrebbe essere simile a una regola logica, come quelle che si trovano nei manuali di grammatica.

Secondo voi è possibile fare un’analisi grammaticale dell’amore? Qual è il sostantivo? In amore contano gli aggettivi o possiamo farne a meno? E con quale articolo si può accompagnare, determinativo e indeterminativo? Il verbo è presente, passato o futuro? E la forma è attiva o passiva? Allora forse potremmo provare con l’analisi logica. Ma siamo sicuri che sia facile individuare il soggetto, il predicato e i vari complementi? Ugualmente complicata sarebbe l’analisi del periodo: l’amore si svolge su proposizioni principali o secondarie? Indipendenti o subordinate? No, non sarebbe affatto facile.

Magari allora si potrebbe provare con una regola matematica. Ma se volessimo fare un’equazione per calcolare l’algebra dell’amore, probabilmente scopriremmo che non sempre con l’addizione si ottengono numeri maggiori, anzi a volte per aumentare bisogna sottrarre e per moltiplicare è necessario dividere. La distanza non si calcola in metri, il peso non si calcola in chili e le equivalenze non sempre funzionano. Puoi essere vicino e stare a distanze siderali e viceversa. Può essere pesante così tanto da soffocarti e al contrario leggero fino a farti volare. Per trovare il minimo comune denominatore potrebbe servire una vita. Non parliamo della geometria dell’amore! Il triangolo sicuramente non è la forma più adeguata e a volte può anche capitare che due rette parallele si incontrino, trovando un punto in comune.

Forse potrebbe funzionare una regola musicale: potremmo trovare la regola dell’amore in una intonazione perfetta, con i diesis e i bemolle, con le leggi dell’armonia, trovando il tono giusto, con le pause e l’incrocio di voci differenti, che insieme però danno la melodia, seguendo un ritmo determinato. Ma se poi a qualcuno piacessero gli amori stonati o quelli dissonanti, come la metteremmo? Dobbiamo arrenderci al fatto che in amore non esiste una regola uguale per tutti?

Il fatto è che ognuno di noi pensa di sapere quale sia questa regola. Come quando bisogna riepiegare il bugiardino dei medicinali: lo tiriamo fuori ed è scontato che poi riusciremo a rimetterlo dentro, che ci vuole? Stava tutto compatto in zero centimetri, ora basta chiudere qui, ripiegare qua, no, forse va girato così, proviamo di là………….

Forse hanno ragione i REM: l’amore è una strana moneta. Per trovare la regola dell’amore ci vorrebbe un cambiavaluta oppure un bravo interprete, per prendere la regola e tradurla nella propria lingua. Non ci credete? Pensate a Cyrano de Bergerac, alla più bella definizione di bacio che è stata data dalla letteratura: “l’apostrofo rosa fra le parole t’amo“. Ma gli inglesi dicono “love you” e non “t’amo” oppure “Je t’aime” come nella frase originale e quindi non c’è nessun apostrofo. E quindi? Quindi in inglese il bacio è diventato “The Pink Exclamation Mark after I love you!”

Allora forse potremmo dire che la regola dell’amore è far diventare un apostrofo un punto esclamativo. Non ne trovo una migliore.

I need a chance, a second chance, a third chance, a fourth chance
A word, a signal, a nod, a little breath
Just to fool myself, to catch myself, to make it real, real
These words, “You will be mine”
These words, “You will be mine,” all the time, oh

 

A proposito di regole

Le dittature nascono e si affermano sempre a seguito di situazioni critiche (economiche ma non solo) in cui l’ordine prestabilito sembra non essere più garantito. Senza dubbio l’affermazione di forza che reprime il dissenso con l’uso della violenza è un elemento determinante, ma altrettanto decisivo è il consenso che, più o meno coscientemente, più o meno a malincuore, la massa delle persone decide di dare. Ma perché la maggioranza delle persone dovrebbe deliberatamente rinunciare alla propria libertà, alla possibilità di decidere il proprio futuro? Per interesse, ma soprattutto per paura.

Se vediamo cosa è successo in un passato abbastanza recente, possiamo riconoscere che le dittature si affermano come soluzione d’emergenza, come estremo rimedio di fronte ad un male estremo. Si affermano quando la paura per la situazione esistente diventa più forte della paura di perdere la propria libertà. Laddove le soluzioni normali, le vie canoniche mostrano dei limiti, stentano ad offrire soluzioni, si ricorre alla semplificazione. Decide qualcuno per tutti: “fidatevi, ora non ho tempo (né voglia) di starvi a spiegare tutto nel dettaglio, seguite quello che dico e ne saremo fuori. Dovrete rinunciare a qualcosa, ma non sarà per sempre e poi ricordatevi è per il vostro bene“.

Perché l’altra caratteristica tipica delle dittature, oltre l’autocelebrazione, è la convinzione di sapere quale sia il bene dei propri sudditi. Lo Stato diventa genitore: ci dice non solo cosa è consentito e cosa no, ma anche cos’è corretto, cos’è etico, cos’è buono per gli altri, cos’è utile per la nazione. Ci dice quali sono le relazioni da mantenere e quali quelle da trascurare, quali attività sono utili e quali possono andare in secondo piano.

Non sto dicendo che Conte o chi per lui sia un pericolo per la democrazia di questo Paese. Fortunatamente anche i soggetti più inquietanti presenti in Parlamento propendono più per il ridicolo che per il tragico, però c’è un dato di fatto incontrovertibile: l’emergenza sanitaria, con tutte le paure e le incertezze che ha scatenato, con tutto il non detto o comunque non conosciuto che si porta dietro, ci ha portato a dare una delega in bianco a chi ci governa, come mai era successo in 75 anni di democrazia.

Il problema, come scrivevo altrove, non è riaprire le Chiese. Non è solo quello, almeno. Il problema è che la consulta dei saggi, novello comitato di salute pubblica, ci sta dicendo non solo cosa dobbiamo fare, ma anche come, quando, con chi dobbiamo farlo. Stiamo accettando che è giusto/corretto/utile aprire delle attività e lasciarne chiuse altre. Stiamo accettando che possiamo incontrare qualcuno, ma qualcun altro no. Dobbiamo esserne consapevoli noi e devono esserlo loro.

Lasciassero stare congiunti e congiuntivi e cercassero di darci regole chiare, senza discrezioni, senza possibili interpretazioni, applicabili per tutti ed in tutte le situazioni. Tornino a fare lo Stato, che di genitori grazie a Dio ne abbiamo e ne abbiamo avuti, bravi abbastanza per insegnarci che nessuna regola potrà mai valere il buon senso.