Una redenzione impossibile

Figlio mio che hai fatto? Ti ho visto nascere, ti ho visto crescere, ho gioito dei tuoi successi e ti ho consolato nelle tue sconfitte. Ho cercato di insegnarti cos’è giusto e cos’è sbagliato, ho coltivato i tuoi interessi, ho sperato che trovassi la soluzione, perché certe cose non possono essere spiegate, dovevi farcela con le tue forze. Ti ho visto sbagliare e mi ha fatto male, ma speravo che questo ti aiutasse, ti mettesse sulla strada giusta: sbagliando si impara, ho pensato. Ma tu continuavi nei tuoi errori, allora ho cercato di aiutarti, di consigliarti, ormai però era tardi e non mi hai ascoltato più e hai continuato ad attorcigliarti, prigioniero delle tue convinzioni sbagliate.

Figlio mio, che hai fatto? Ora cercheranno una ragione. La società malata, l’assenza di ideali, la mancanza di prospettive, i seminatori di odio, la noia, la droga. Io che ti ho visto ogni giorno dovrei avere le risposte che non ho, dovrei conoscere le ragioni che non esistono, dovrei poter spiegare, dire “questo è successo perché”, ma non c’è nessun motivo, nessuno, nessuno.

Figlio mio, che hai fatto? Vorrei poterti dare una speranza, vorrei averla io. Poterti dire che questo è servito a qualcosa, che anche dal letame neascono i fiori ed anche dalle tragedie si può rinascere. Vorrei poterti dire che forse ora qualcun altro capirà, potrà imparare qualcosa, che l’odio si tramuterà in amicizia, l’ostilità in comprensione. Vorrei poterti dire che un perdono è possibile. Darei tutto, tutto quello che ho per poterti convincere. Per potermi convincere.

L’unica cosa che posso fare è rimanere qui con te. Senza risposte. Senza soluzioni. Senza speranze. Rimarrò qui con te per caricarti sulle spalle come quando eri piccolo e non ce la facevi più ad andare avanti. Ti porterò a cavalcioni e ci sdraieremo di notte sotto un cielo senza luna, ad ascoltare i grilli e le cicale. Ti terrò stretto se avrai freddo, ti stringerò forte e aspetteremo insieme come dei senzatetto, come chi ha perduto tutto e non ha più nulla. Aspetteremo insieme una redenzione impossibile.

And we are homeless, homeless
Moonlight sleeping on a midnight lake
Homeless, homeless
Moonlight sleeping on a midnight lake
Homeless, homeless
Moonlight sleeping on a midnight lake

Date retta a Gucci, siete bellissime!

Faccio una premessa che non c’entra nulla. Lo sviluppo di internet ed in particolare dei social, fra le tante cose più o meno positive, ha dato una spinta quasi inarrestabile al diffondersi delle mode. Uno slogan azzeccato, una pubblicità accattivante trent’anni fa aveva dei moltiplicatori nella radio o nella TV, ma nulla di paragonabile a quello che può fare oggi la rete. Non solo i prodotti, ma anche le idee, le campagne politiche. E così, come quando ero giovine io, tutti avevamo i Levi’s 501 e il piumino della Ciesse, oggi a seconda del momento siamo tutti Chiarlie Ebdò, salviamo Amatrice, andrà tutto bene, Black lives matter.

Il rischio è che, come mettevamo da parte i jeans quando non erano più di moda, così oggi possiamo farlo con queste idee. E questo è un argomento (sacrosanto) utilizzato da chi sottolinea i pericoli e l’intrinseca superficialità delle notizie che girano in rete. Oggi valgono e sembrano fondamentali, domani cadono nel dimenticatoio e nessuno se ne ricorda più.

E’ indubbiamente vero. Però…c’è un però. Quando una cosa, un’idea, una campagna, riesce ad essere così pervasiva, considerato che non siamo tutti totalmente idioti (mettiamolo come postulato e facciamo finta di crederci), io penso che qualcosa rimarrà, anche se quell’idea passerà di moda. Magari non la leggeremo più ovunque, se ne parlerà di meno, ma voglio sperare che nessuno dimentichi il dramma di Amatrice o che la sacrosanta lotta per l’uguaglianza dei diritti degli afroamericani risvegli le coscienze anche da noi.

Per questo sono dell’idea che certe battaglie, anche se rischiano di perdersi nelle strane logiche delle mode, devono sfruttare il momento per imporsi e per diffondersi, perché forse avranno un effetto traino, forse risveglieranno davvero le coscienze e alla fine, forse qualche cosa rimarrà. Fine del pistolotto introduttivo, veniamo al dunque.

Questa campagna di Gucci che ha fatto sfilare una modella estranea (almeno in parte) ai canoni della bellezza tradizionale, la trovo geniale. Ma non è solo quello. Gucci fa moda, ma da azienda intelligente e scaltra qual è, annusa l’aria e coglie delle idee, dei sentimenti, che già ci sono e li indirizza, dandogli modo di palesarsi. Vedevo l’altra sera la Encontrada ad una trasmissione in prima serata: io continuo a trovarla bellissima, mi piace da morire, ma è decisamente al di fuori da certi canoni. E se ne frega. E fa bene. Non è l’esaltazione del difetto (facciamo finta che esista un concetto esatto di “difetto”, a me restando nell’esempio in questione, proprio il suo occhio leggermente strabico è un particolare che mi intriga positivamente), come si vede in certe spiagge in cui rimpiangi la scarsa diffusione del Burqua nel nostro Paese. Semplicemente è l’accettazione di sé e la convizione che la bellezza è un punto di vista, perché sta sempre e solo negli occhi di chi guarda.

Ma i primi a guardarci siamo noi, la mattina davanti allo specchio. Se quindi questa “moda” servirà a dare anche solo un briciolo di convizione in più in quella fanciulla che oggi guardandosi non si piace, allora questa campagna non sarà stata solo una moda del momento. Magari davvero riuscirà a scardinare pregiudizi e preconcetti che oggi sembrano indistruttibili. Perché la realtà è che siete bellissime. E se non volete dare retta a un minchione come me, almeno date retta a Gucci. E non permette a nessuno (soprattutto a voi stesse) di farvi credere il contrario. Anche perché, come diceva l’inarrivabile Groucho Marx, Gli uomini sono donne che non ce l’hanno fatta.

 

Ahi settembre, che sarà

Avete presente quelle giornate di fine agosto al mare, quando il cielo verso l’orizzonte si copre di nuvoloni viola che si stagliano sul cielo azzurro nell’ultima luce del tramonto…

Quest’anno la ripartenza è un’incognita. Tutti quanti, insieme alle paturnie per la fine delle vacanze, dobbiamo convivere con questa specie di spada di Damocle. Non solo si torna al lavoro, in più si respira nell’aria questa strana ansia di qualcosa che forse, sicuramente, chissà, potrebbe capitare. Come le nuvole viola al tramonto: pioverà? Farà un uragano con tanto di trombe d’aria o sarà solo un breve acquazzone estivo? Diluvierà tutta la notte o con le prime luci ci sveglieremo con un’alba chiara e luminosa?

Nessuno può saperlo e mai come adesso ci scopriamo in balia degli eventi. Cerchiamo notizie, conferme, ascoltiamo esperti che dicono tutto ed il contrario di tutto, agogniamo una normalità che in altri tempi avevamo disprezzato (lo smart working è bello, ma non ci vivrei). Forse dovremmo imparare ad abbracciare questa incertezza, per esorcizzarla, per trovare il modo migliore per conviverci.

La pandemia ha svelato delle paure che non sapevamo di avere, non ci ha reso migliori (chi l’hai mai creduto sul serio?), ci ha tolto sicurezze, abitudini consolidate, punti fermi. Ma insieme alle paure, se ci fermiamo a riflettere, ci dovrebbe anche far riscoprire ed apprezzare tutte le cose belle che abbiamo e che potremmo perdere. Perché in fondo è proprio così. Le cose, le situazioni, persino le persone, le apprezzi fino in fondo proprio quando rischi di perderle. Quando ti accorgi che ti stanno scivolando via fra le dita. Proprio come l’estate.

 

Consigli di lettura non richiesti / 23. Markley

L’estate sta finendo…cantavano i Righeira qualche anno fa. Ma a giudicare dal caldo di questi giorni, in realtà penso che ne avremo ancora per un bel po’. E non è che la cosa poi mi dispiaccia. In ogni caso, ne avete ancora di tempo libero per un buon libro? Se la risposta è sì, ecco a fagiolo un consiglio di lettura non richiesto.

Ohio di Stephen Markley è giusto il libro per concludere alla grande questa stagione vacanziera. Un romanzo perfetto per chi come me ama le atmosfere dell’America profonda: quattro personaggi, quattro voci narranti che raccontano una notte nella città di New Canaan, ideale metafora della periferia americana. Andando avanti nella lettura però si comprende che non sono 4 storie separate, ma come fossero telecamere riflettono e raccontano la stessa realtà dai diversi punti di vista.

C’è l’America di oggi, insieme a quella dell’11 settembre, c’è la solitudine e l’amicizia, quella profonda, che nasce nonostante tutto, che rimane anche nelle distanze che il tempo inevitabilmente scava fra i quattro giovani adulti. La guerra in Iraq e la crisi dei subprime che distrugge i risparmi di una vita. Le droghe per fuggire da una realtà difficile e un senso religioso che permane in mezzo a mille contraddizioni.

La realtà dell’oggi unita in modo inscindibile con quella di ieri, con il percorso che ognuno dei 4 ha compiuto per arrivare a quella notte. E come un puzzle ogni elemento ha un suo posto determinato o forse meglio, come un cerchio perfetto in cui tutte le linee si chiudono, questa romanzo potrebbe scatenarvi la voglia di leggerlo due volte. La prima per capire come vanno a finire le storie, la seconda per cogliere appieno come si intrecciano in maniera mirabile fra di loro. Scoprirete così che si parte quasi dalla fine e l’ultima voce inizia e chiude il percorso circolare che vi dicevo.

A me almeno è capitato così. E non sono riuscito a smettere fino al termine della seconda lettura. Forse, non avessi avuto altro, avrei anche ricominciato nuovamente, tanto l’autore riesce ad immergere il lettore nella storia. L’epilogo poi dà la chiave di volta e svela l’andamento complessivo, anche se nella rilettura ci si può arrivare da soli.

Leggetelo e ditemi se non ho ragione. Uno dei libri più belli degli ultimi anni.

E tu che fai, resti o vai via?

Should I stay or should I go now?
If I go, there will be trouble
And if I stay it will be double
So come on and let me know
Should I stay or should I go

Restare o andare via potrebbe essere intesa come una scelta dirimente. Etica, ma anche un po’ estetica. Una di quelle scelte fatte di cuore o forse meglio di pancia, piuttosto che di testa. Quelle scelte che non riesci bene a spiegare forse nemmeno a te stesso, che però sei certo essere quella giusta. Le scelte di naso.

Chi resta insiste, tiene il punto. Spesso non ascolta, dovrebbe, ma non vuole. Resta perché è convinto, perché pensa che alla lunga sarà la scelta giusta, oppure perché non trova abbastanza buoni motivi per andare. Chi resta di solito è più pigro degli altri, o semplicemente più testardo. Resta chi ha una buona carta in mano e ha paura di sballare, resta chi è stanco di continuare a cercare, resta chi ha qualcosa da perdere e poco da guadagnare.

Va via chi ha poco da perdere e molto da guadagnare. Chi immagina un futuro diverso e ancora energie per provare a costruirlo. Va via chi ha il serbatotio pieno e non ha paura della strada. Chi va via ha l’umità di ammettere gli errori compiuti e l’intelligenza di ascoltare i consigli di viaggio. Soprattutto va via chi è curioso di vedere cosa c’è oltre la collina.

Ma in fondo, sia che resti, sia che te ne vai, come diceva quella saggia donna di Franca Valeri, ricordati che “il futuro ti cammina accanto come un amico instancabile“: cosa ci riserba non possiamo saperlo prima, né se restiamo, né se scegliamo di andare. E dunque, lettore ermeneutico, che vuoi fare tu? Resti o vai via?

 

I giapponesi mica lo sanno. E neanche Virginia

La verità è che nessuno di noi ha piena consapevolezza di se stesso. E’ ovvio, nessuno riesce ad uscire da sé per guardarsi dalla stessa angolazione in cui ci vedono gli altri. Persino la nostra voce è differente da quello che pensiamo, da come la sentiamo mentre parliamo. Ci avete fatto caso? Quando vi riascoltate in un video o in una registrazione, la nostra voce risuona diversa da quella che siamo abituati a sentire.

Un esempio lampante, secondo me, sono i cartoni giapponesi. Nessuno, né nei cartoni animati in TV, né nei manga cartacei, nessuno dei personaggi ha gli occhi a mandorla.

In rete ho letto spiegazioni fantasiose su questo fatto: sarebbero disegnati per un pubblico occidentale, avrebbero come riferimento i cartoni della Disney…tutte cose arzigogolate. Secondo me la realtà è molto più semplice: nell’astrazione di sé, i giapponesi non vedono il loro difetto e si immaginano con gli occhi tondi e grandi. Un po’ come Igor nella famosa scena di Frankenstein Junior

Non vediamo i nostri difetti, semplicemente perché non siamo in grado di vederci come ci vedono gli altri. Per questo non siamo in grado di valutarci in maniera equilibrata, in modo spassionato e più aderente alla realtà. E allora, come pretendiamo che il peggiore, il più inetto, il più incapace sindaco della storia della capitale, possa capire che si deve togliere dai piedi al più presto???

La verità, vogliamo la verità!

Io vorrei tanto sapere cos’è successo…ci sarà di mezzo una scommessa non onorata? Un patto violato, un impegno non mantenuto, una promessa tradita? Forse è una vendetta trasversale, una questione di malavita o un affare di donne?

Noi dobbiamo sapere la verità! Gli doveva dei soldi? Gli ha rubato la fidanzata? Ha dato fuoco alla sua casa al mare? Gli ha bucato le gomme della bicicletta? Gli ha fatto la pipì sui geranei?

Non è una fatto di poco conto, senza dubbio. Gli avrà attaccato le caccole nel sedile dell’auto nuova? Gli avrà fatto uno scureggia nel cuscino? E’ andato in giro dicendo che gli puzzano i piedi? Gli ha investito il cane? Ha fatto delle avances a sua nonna?

Insomma, esattamente, cosa gli aveva fatto Caruso a Jovanotti???

Anche i conigli, sì, anche loro

Quando finisce una storia non possiamo essere felici. La fine è sempre un concetto difficile da accettare, il termine segna un ostacolo che vorremmo poter superare. Ma a volta non è possibile. Ed il rischio è che l’amarezza che proviamo possa arrivare ad avvelenare l’intera storia, come se tutto quello che è accaduto prima non avesse valore, fosse stato una specie di inganno, di finzione. Quello che resta, alla fine dei conti, è l’ultimo capitolo ed è proprio a partire da questo che spesso giudichiamo tutto quanto il libro.

Ma non dovrebbe essere così. Al contrario. Per quanto possa essere traumatica, deludente, amara la sua fine, una storia andrebbe giudicata nella sua interezza. Andrebbe apprezzata nella sua interezza. Andrebbe ricordata nella sua interezza. Dall’inizio alla fine. Per quanto il suo termine ci possa aver lasciato con l’amaro in bocca, non può e non deve cancellare tutto quello che è successo prima.

Stanotte è morta la nostra coniglietta. Floppy, una coniglia ariete di una bellezza disarmante, è stata con noi solamente per tre anni. Bella e fragile, ha avuto, poverina, una vita molto tormentata: tanti acciacchi, un’operazione al fegato, alla fine il caldo di questi giorni le ha fatto venire un attacco di appendicite che nessun antibiotico è riuscito a debellare.

Ero un po’ scettico quando mia figlia decise di prenderla, ma debbo ammettere che, pur non arrivando all’interazione che può dare un cane, era diventata una componente della famiglia. Forse proprio la presenza di Rose aveva resa un po’ cagnolino anche lei: faceva le feste quando qualcuno arrivava in casa, giocava con la palletta, insomma a modo suo riusciva ad interagire, dimostrava in maniera chiara che si era legata a noi. E noi le abbiamo voluto bene, soprattutto mia figlia, ovviamente. Per chi ha instagramm, qui trovate video e foto delle sue gesta https://www.instagram.com/floppetty_thereal/?hl=it

Allora si pone una questione. Se crediamo in un Dio che è Amore (questa in fondo è l’unica definizione che ce ne danno le Sacre Scritture) è possibile che esistano un amore di serie A ed uno di serie B? E quale senso avrebbe? Se crediamo in un Dio così, non possiamo non credere che ogni storia d’amore abbia un senso. Abbia un valore. Piccolo, infinitesimale rispetto ad altri, ma che non può andare perduto, non può essere cancellato e sparire nel nulla.

Non sappiamo in che modo, non sappiamo quando, non sappiamo come, non sappiamo in fondo neanche il perché, ma se crediamo in quel Dio, che provvede ai gigli dei campi e agi uccelli del cielo, dobbiamo credere che Floppy farà parte del nostro futuro, insieme a mia madre, ai miei amici, insieme a Sancho, a Byllo, al grande Jack e la piccola Rose, i miei cani passati, presenti e futuri. Perché come diceva quel folle saggio di Nietzsche, l’amore esige eternità. Profonda, profonda eternità!

Consigli di lettura non richiesti/22. Cummins

Per la seconda volta voglio fare un’eccezione e dedicare il post di consigli di lettura ad un unico libro: perché è veramente bellissimo, fra i più belli che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi. Appassionante e struggente al tempo stesso, una storia che non ti può lasciare indifferente e che ci tocca da vicino, molto più di quel che avrei immaginato prima di iniziare il libro.

L’autrice è Jeanine Cummins, il libro si intitola Il sale della terra (traduzione orrenda del titolo American Dirt, che secondo me rende molto di più l’atmosfera del romanzo, ma va be’). Scappati miracolosamente alla strage della propria famiglia, mamma e figlio cominciano un incredibile viaggio da Acapulco verso gli Stati Uniti, nelle rotte dei migranti, sperando di salvarsi dalla furia omicida del capo di un cartello di Narcos che ha giurato di sterminarli. In questo viaggio assurdo, in cui non possono fidarsi di nessuno (men che meno della corrotta polizia messicana), incontreranno un’umanità sofferente, spezzata e nonostante tutto ancora capace di slanci di generosità incredibili.

La loro avventura, pur svolgendosi dall’altra parte del mondo, potrebbe essere molto simile a quella che vivono quelli che si affacciano nelle spiagge di Lampedusa, vittime della violenza, della fame, di aguzzini senza scrupoli, che sul sangue e sulle loro sofferenze hanno creato un sistema per arricchirsi.

Personaggi talmente autentici, che si fa fatica ad immaginare siano solo frutto di invenzione: i due protagonisti, le due sorelle che si uniranno al loro viaggio, il jefe dei Narcos, persino gli incontri occasionali lungo la strada, tutti hanno una caratterizzazione profonda, che esce dalla pagine scritte (per me dal video del kindle) e fa sì che la storia da opera di fantasia sembra quasi diventare cronaca.

Per raccontarci che al di là dell’American Dream, anche dall’altra parte del muro, di qualsiasi muro dietro il quale vorremmo proteggere i nostri privilegi, esistono i sogni e persone disposte a tutto pur di realizzarli.

 

I gesti irreparabili

Siamo abituati al nesso causa effetto. Diamo per scontato che ad una determinata azione poi ne segua un’altra che necessariamente viene fuori da quella precedente, come sua inevitabile conseguenza. Succede con le cose, con i macchinari, ma anche con le persone. Meglio le conosciamo, più dovremmo essere in grado di prevedere le loro reazioni.

Ma non solo diamo per scontata la conseguenza, spesso siamo certi anche del tempo necessario alla sua esecuzione. E se il tempo non è quello che pensiamo, l’attesa diventa snervante, anche fosse di pochi secondi. Come quando aspetti che il computer ti dica che puoi togliere la chiavetta USB. Oppure mentre sei lì che guardi la macchinetta del caffè prima che cominci a sbuffare fuori il liquido nero e bollente. Per non parlare degli attimi in cui rallenti quando arrivi al casello telepass e ti attraversa un brivido fugace insieme all’ipotesi che qualcosa non funzioni e la sbarra rimanga giù.

Il caldo impaziente che ti assale quando hai acceso l’aria condizionata, ma lo split resta immobile, come se si divertisse a vederti sudare. O quando aspettiamo che si spenga la spia dell’ascensore e ascoltiamo i rumori del lento procedere, le porte che si aprono e poi si richiudono, ma quella rimane ancora rossa, come se ci facesse i dispetti.

Quel tempo in attesa ci mette in agitazione. Fa vacillare la nostra incondizionata fiducia nel futuro. Oggi è la macchinetta del caffè, domani potrebbe essere l’antibiotico che ci fa passare la febbre. E la sbarra del casello autostradale non è forse la perfetta metafora dell’ostacolo improvviso che blocca il nostro viaggio nella vita?

Ma proprio in quegli attimi di smarrimento, in quei momenti sospesi sul ciglio del burrone, riscopriamo le nostre certezze, sappiamo su chi possiamo contare. In cuor nostro sappiamo che lo split, magari tarderà un po’, ma poi comincerà a ronzare e l’aria si raffredderà in un baleno. Conosciamo la sbarra che si alzerà e ci permetterà di continuare il nostro viaggio. E ovviamente, se non si fosse capito, non parlo di cose o di macchinari.

In realtà in quei momenti ci salvano i legami che abbiamo stabilito. Quei legami che durano nel tempo, che sfidano le distanze e non temono nulla, perché sono le nostre certezze. Legami che come ricorda saggiamente Borges, nel bene o nel male, sono gesti irreparabili.