Quando siete felici, fateci caso (ma anche quando non lo siete)

L’emergenza è diventata reale. Quelle misure altalenanti e inefficaci purtroppo, com’era largamente prevedibile, non hanno sortito effetto e oggi tutti siamo arrivati a capire che esiste un problema serio, che va affrontato con azioni straordinarie, che vanno ad incidere in modo radicale con il nostro modo di vita. Siamo di fronte ad un qualcosa che non ha precedenti, almeno in epoche recenti e per questo nessuno di noi poteva essere preparato. Certo, i balbettii e le contraddizioni di chi ci governa possono essere rimarcate, possono farci legittimamente arrabbiare, ma diciamoci la verità, potevamo aspettarci qualcosa di diverso? Questa situazione è talmente nuova, talmente lontana da tutto quello che abbiamo vissuto fino a un mese fa, che penso dovremmo sospendere tutti quanti il giudizio, dovremmo evitare le polemiche e sintonizzarci il più velocemente possibile con questa novità.

Dobbiamo stare in casa. Il sogno dei lavoratori e degli studenti sfaticati, l’incubo per gli iperattivi (come me) che si fa realtà: niente spostamenti, niente aggregazioni, contatti ridotti all’essenziale. “Quando siete felici, fateci caso” scriveva giustamente Kurt Vonnegut. Ecco, se non altro questa situazione ci potrebbe aiutare a riappropriarci di tutte quelle piccole o grandi realtà quotidiane che ci fanno essere felici, proprio nel momento in cui non possiamo averle. Passerà questa emergenza, non so bene quando, ma passerà. Lascerà delle cicatrici profonde nella società, nell’economia, chissà quanto tempo ci vorrà per mettercela definitivamente alle spalle, ma passerà.

Saranno inevitabili le cicatrici di domani, così come inevitabili sono le decine di sfracassamenti di coglioni a cui ci costringe oggi. Però possiamo usare quella massima al contrario: se non siamo felici, facciamoci caso e ricordiamoci perché. Teniamo a mente quant’è bello uscire con gli amici, andare in palestra, giocare a calcio, andare al cinema, a teatro, a messa, farsi una partita a carte con gli amici, andare a sentire la musica dal vivo, viaggiare, andare allo stadio, abbracciare le persone quando non le vediamo da tanto tempo. E quando potremo rifare tutte queste cose, ricordiamoci che per quanto abituali non sono scontate, per quanto ordinarie servono a farci felici. E allora ci faremo caso.

Radical virus

Nessuno lo dice, ma il vero problema è che abbiamo a che fare con un virus molto intelligente. Ma soprattutto selettivo, direi quasi un po’ snob: radical chic forse è la definizione giusta. Ad esempio è un virus che non prende i mezzi pubblici. La metropolitana gli fa proprio schifo: cascasse il mondo, lui in un vagone affollato con puzze di ascelle e aliti pesanti non ci entra neanche sotto ricatto.

Lui ama diffondersi in luoghi acculturati, le scuole o le Università per esempio, oppure in luoghi di svago come i cinema, i teatri, gli stadi. Difficilmente lo vedrete fare la fila nei supermercati: naaa, troppo plebeo, troppo proletario! Di conseguenza è un virus nostalgico: basta smancerie, niente baci, no strette di mano, reintroduciamo il saluto romano. Quello sì che era igenico e denotava alto lignaggio. D’altra parte si chiama corona-virus, poteva mai essere democratico?

E poi, diciamo le cose come stanno: è un virus sfacciatamente razzista! Lui i meridionali non li sopporta: “mi dispiace, ma io mi diffondo solo sopra il Po, è inutile che insistiate, io con i cafoni romani e i pizza e mandolino partenopei non voglio avere nulla a che fare“, sembra abbia dichiarato.

Non sono un esperto, anzi sono un gran minchione e non capisco una cippalippa di tante cose, figuriamoci se posso dire qualcosa di pur minimamente intelligente su questa situazione. Ma a voi non sembra che ci stiano prendendo tutti per il culo?

Un giorno in più (o il giorno che non c’è)

Meglio aggiungere vita ai giorni, che giorni alla vita. (R.L. Montalcini)

Aveva ragione la simpatica vecchina dalla mente luminosa e dai modi gentili. Resta il fatto che oggi, come ogni 4 anni, ci è dato un giorno in più al nostro tempo. Ed è vero, come scrivevo altrove, che se fosse stata una domenica, invece che un lunedì e se ci fosse stato il sole, invece del nubifragio, sarebbe stato meglio. Ma resta il fatto che l’idea di avere un giorno in più, al di fuori dei canoni e della consuetudini, mi è sempre piaciuta.

Poi ci sono quelle strane curiosità tipo, ma chi è nato oggi compie gli anni ogni quattro anni? Quindi mentre un anno dei cani sono sette anni nostri, un anno dei ventinovefebbraini vale quattro dei nostri? E poi sarà vero che anno bisesto, anno funesto? Ma se andiamo a vedere, non è che pure gli altri tre…in più hai il vantaggio che negli anni bisestili si tengono le Olimpiadi.

Ma non divaghiamo. Abbiamo questo giorno in più. Che ci potremmo fare? Si potrebbe dedicarlo a qualcosa. Qualcosa di bello, di raro, qualcosa che valga la pena aspettare anche 4 anni. Che appena è finito pensi già al prossimo, proprio come un’Olimpiade. Un giorno diverso da tutti gli altri, dove non dovrebbero valere le regole normali. Un giorno in cui essere esattamente quelli che siamo, togliendo maschere e corazze, abbassando scudi e aprendo tutte le porte e le finestre che rimangono sempre chiuse.

Potremmo farlo diventare il giorno della sincerità. Un giorno senza bugie, con i pensieri trasparenti e la bocca in filo diretto con i sentimenti. O forse chissà, della giustizia. Un giorno per ristabilire i torti, per essere giusti, con gli altri e con se stessi. Ma si sa: “la giustizia non è di questo mondo”.  E in effetti non si può non cogliere l’ironia (che sono sempre più convinto sia l’attributo più autentico e più nascosto dell’Altissimo), di Santa Madre Chiesa, che dovendo attribuire un santo anche a questo strano giorno in più, l’ha dedicato a San Giusto. Ecco, appunto. Un giorno ogni quattro anni, mi raccomando, non di più.

And I should have known better, to lie with one as beautiful as you. Yeah, I should have known better, to take a chance on ever losing you. But I thought you’d understand, can you forgive me?

 

E tu, che perversione hai?

Ieri sera, tornando a casa in macchina, ho ascoltato a Radio Capital un’accorata difesa delle penne lisce. Ma ci rendiamo conto? D’altra parte mi ricordo di aver conosciuto qualcuno che fumava le Kim. Ve le ricordate le Kim? Era una roba veramente rivoltante, eppure c’era gente che se le comprava. E vogliamo parlare del Cumino? Ora, va be’ che tutti i gusti son gusti, ma diciamolo chiaramente: il cumino puzza di ascelle sudate. I cibi pervasi di cumino hanno lo stesso odore dei vestiti che escono dalla mia borsa del calcetto dopo la partita del giovedì. Vi piace l’odore delle canottiere sudate? E d’accordo, niente da ridire. Basta che non le strofinate sulle cose che mangio io.

Passando al vestiario ci sono certi (giuro, li ho visti) che mettono i sandali con i calzini, chi mette i calzini corti, alcuni persino bianchi e ora i ragazzi amano indossare scarpe chiuse, anche mocassini, solo con i fantasmini: la sagra della caviglia pelosa, potremmo chiamarla. Se pensiamo poi che c’è addirittura chi trova bello l’accostamento cromatico giallo rosso, capisci quanto possa essere vario (e anche un po’ avariato) il mondo.

Non parliamo poi della musica. Ho conosciuto gente che ascoltava Gigi D’Alessio e c’è chi, come quel gran minchione del mio amico Zeus ascolta il Death Metal, che è gradevole come il rumore del trapano dal dentista. Certi, invece del solito canarino o del simpatico pesce rosso, tengono in casa serpenti, alcuni persino delle iguane. Io non ho nulla contro le iguane, ma avete visto come ti guardano? Stessero a casa loro, ecco e non avrei proprio nulla da ridire! Per non parlare di quelli con i piercing: ma che ti dice la testa quando pensi di essere fico ficcandoti robe strane sulla lingua o in altre parti innominabili? Quindi, possiamo stupirci che qualcuno adori le penne lisce?

Ognuno ha i suoi gusti, ognuno ha le sue preferenze, che a volte sono palesemente in conflitto con il comune sentire. Ma d’altra parte, se a tutti piacessero le cosce di pollo, che ne faremmo dei petti? E se tutti amassimo il mare, immaginate che fila troveremmo sulla Pontina la domenica pomeriggio per rientrare a casa? Chi più, chi meno, ognuno ha le sue stranezze, i suoi gusti bizzarri. Pure io non faccio eccezione: da qualche tempo, mi sono accorto che la pasta al dente non mi piace più. Non dico che debba essere scotta, ovviamente aborro il “mappazzone” di pasta collosa, però diciamo che per essere perfetta deve avere il giusto tempo di cottura, che per me coincide su per giù con quei 30 secondi in più rispetto alla cifra indicata nella confezione. Ecco, ora l’ho detto!

E voi, lettori ermeneutici, quale perversione avete?

 

 

Ti vuoi contagiare con me?

Catastrofisti e banalizzatori, come sempre l’Italia si divide, con vari sottogruppi, ovviamente: ci sono i complottisti, che vedono dietro questa situazione qualche longa manus di chi sa quale potere forte, gli esperti della domenica, che hanno le soluzioni in tasca, quelli che è colpa sempre di qualcuno, quelli del “dagli all’untore” e del moriremo tutti. Io non so bene a che partito segnarmi, però leggo che in Italia muoiono in media 6 mila persone l’anno di influenza, 217 solo nella scorsa settimana. Ripeto duecentodiciassette persone morte in una settimana di influenza. Eppure, volenti o nolenti, ormai è una dato di fatto, siamo in uno stato di emergenza nazionale.

Un’emergenza che ci impone l’isolamento, il chiudersi in casa. Non prima di aver svuotato il supermercato per riempire la dispensa di cibo e vettovaglie, ovviamente. Ma d’altra parte, non siamo forse nell’epoca delle amicizie virtuali, dell’indifferenza generalizzata verso chi ci sta vicino, delle partite di calcio vissute davanti alla TV, degli acquisti su internet. Che sarà mai un po’ di isolamento?

In realtà, tutti presi dalla paura del contagio, rischiamo di farci contagiare tutti dalla paura. Una paura indefinita, contro un nemico inafferrabile, che colpisce in maniera subdola, senza farsi vedere. Ma se davvero la paura ci ha contagiati tutti, se nessuno è immune perché nessuno può dirsi al sicuro, allora facciamoci contagiare anche dalla voglia di venirne fuori. Perché per quanto possiamo isolarci, per quanto possiamo entrare in quarantena, nessuno si salva da solo.

Forse davvero è tutta un’esagerazione, forse tra un mese avremo dimenticato anche questa situazione, però oggi secondo me vale la pena viverla contagiandoci a vicenda con la nostalgia dello stare insieme. E’ vero, possiamo avere il mondo con un click, possiamo essere confortabilmente insensibili come cantavano i Pink Floyd, ma proprio in questa situazione possiamo riscoprire che niente può farci star bene più di un abbraccio di un amico e nulla può salvarci più dello stare insieme alle persone che amiamo. E questa, oggi che sembra così difficile, può essere la grande lezione, il primo passo verso una guarigione collettiva.

When I was a child I had a fever, My hands felt just like two balloons. Now I got that feeling once again, I can’t explain, you would not understand, This is not how I am. I have become comfortably numb

Detto fra uomini

Ho incontrato uomini malati di nostalgia per felicità ormai trascorse e altri pieni di energia e di salute pronti a traboccare come lattine di bibite gassate. Uomini potenti come imperatori cinesi con lo sguardo talmente in alto da rischiare il torcicollo. Uomini nervosi come corde di violino che hai paura ti diano la scossa solo a toccarli, altri affaticati dal peso del mondo o forse semplicemente da una cattiva digestione.

Uomini ubriachi di fatica perché non dormono mai e uomini che avrebbero voluto essere qualcun altro, confusi da sogni di gloria mai realmente sognati. Uomini innamorati di se stessi al punto da non piacersi più, uomini in cerca di un’opportunità, uomini in fuga dalle responsabilità. Uomini stanchi ed annoiati per troppe vite già vissute. Ho incontrato uomini bravi a saper fare e altri invece bravi a fare finta.

Uomini che si appropriavano delle cose, uomini che le rovinano, uomini con tanto da guadagnare e uomini con poco da perdere. Uomini che conoscevano e altri che ignoravano. Uomini per bene e uomini per male, schiene dritte e lingue biforcute, uomini di mare che avevano imparato a galleggiare ed altri affogati in un mare di uomini. Uomini soli, che in fondo erano solo uomini.

Ed io che uomo sono? Faccio fatica a catalogarmi, forse anche io contengo moltitudini. E comunque, non so voi, forse sarò all’antica, forse sarò di parte, non saprei, ma in ogni caso, io preferisco le donne.

 

 

Non avere paura

No, non avere paura! Non da averne da solo, soprattutto. Perché anche le paure si vivono insieme, come tutte le emozioni più forti, come l’adrenalina prima della gara, la gioia dopo una vittoria, la rabbia dopo una sconfitta. Ogni gara può avere un esito positivo o negativo, può dar luogo a una vittoria o ad una sconfitta, ma non saranno mai solamente le tue:  vinceremo insieme o perderemo insieme. Per questo motivo il risultato conta fino ad un certo punto.

Quello che conta è la prestazione e quella nessuno potrà impedirci di viverla insieme. Nemmeno noi stessi: non puoi impedirmi di gioire delle tue vittorie o di arrabbiarmi con te per le sconfitte. E se non posso toglierti la paura, però posso viverla insieme a te. Non posso impedirmelo neanche io stesso, neanche se lo volessi! E come le paure, anche le tue vittorie e le tue sconfitte saranno inevitabilmente le mie. Per questo la cosa bella, l’unica che conta, non sarà vincere o perdere, ma averle vissute, ed averle vissute insieme.

Guarda la nostra Lazio. Tra i tanti elementi determinanti di questa incredibile cavalcata, tra le tante magiche alchimie che stanno succedendo, ce n’è una che mi fa impazzire. Finito il primo tempo, dopo l’intervallo, i nostri sono sempre i primi a rientrare in campo, sia che stiamo avanti, sia che stiamo perdendo. Qualche minuto prima del dovuto, loro sono già lì, mentre gli altri sono ancora negli spogliatoi. Loro sono già lì, forse per esorcizzare le paure, per dire “dai cazzo, proviamoci fino alla fine“. Comunque vada a finire sono lì, con la voglia di viverla tutti insieme.

E quindi no, non avere paura!