Cose da ricordare

Non uscire nelle ore calde e bere molto (andranno bene anche gli alcolici?), chiudere il gas quando si va via (perché si dovrebbe aprire autonomamente il rubinetto del gas quando non ci siamo? E’ un tipo dispettoso?), comprare il pecorino per la carbonara (a me non piace il pecorino, non trovate che puzza in modo inverecondo?), inginocchiarsi contro il razzismo (ma se invece si mettessero ad improvvisare un passo di danza, non sarebbe più scenografico?), i diritti delle minoranze (anche i rovesci delle maggioranze però non andrebbero trascurati).

L’umido con l’umido la plastica con la plastica (versione ecologica di mogli e buoi dei paesi tuoi?), fare l’orlo ai pantaloni (se portate i bermuda avete risolto un problema), i fantasmini con le scarpe estive (che comunque si vedono, voi fate finta di no, ma vi assicuro che si vedono), non fischiare gli inni nazionali (forse andrebbe anche evitato di cantarci sopra, soprattutto se siete stonati come campane ubriache), mettersi la mascherina quando si entra al bar (però ragionavo l’altro giorno con la mia sorellina che al bar della spiaggia, mezzi nudi con la mascherina si sfiora appena appena il ridicolo).

Andare in ferie ad agosto (io mi ostino ad andarci anche a luglio e poi mi arrivano 47 email in un giorno e mi girano), comprarsi una maschera da snorkeling (che nonostante il nome sembri una parolaccia detta mentre stai starnutendo, è molto utile, anche per una mezza sega del nuoto come me), comperare El Camino dei Black Keys (grande gruppo, ve lo consiglio). Ma soprattutto mai e poi mai chiedere favori ai figli adolescenti (vi si riproporranno per giorni e giorni, più pesanti di una peperonata).

Noi e la perfida Albione

Ecco perché vincerete voi

Giocheremo la finale a Wembley, il tempio del calcio, la storia, la tradizione. D’altra parte questo gioco l’avete inventato voi.

Avete vinto la Champions League e non poteva essere altrimenti perché in finale avevate portato addirittura due squadre. Ormai da anni i vostri club dominano in qualsiasi competizione europa.

Avete avuto i Beatles, i Rolling Stones, i Queen, i Genesis, i Pink Floyd, gli ELO, i Supertramp, gli Oasis, gli Smith, i Cure, i Clash, i Kasabian, i Muse, i Mumford & Son e Elton John. Dice, ma che c’entra la musica? Lascia fare, la musica c’entra sempre.

Siete una nazionale multietnica, in squadra di inglesi doc ce ne saranno 3 o 4, gli altri sono tutti della seconda generazione, sono giovani, sfrontati e hanno fame di successi.

54 anni fa eravate diventati campioni del mondo, nella finale di Wembley, con un goal palesemente irregolare. C’era la Regina Elisabetta al trono e l’Italia aveva un governo di larghe intese.

Ecco perché vinceremo noi.

E’ vero, il calcio l’avete inventato voi, ma come ricordava giustamente Luciano De Crescenzo, “quando voi vivevate ancora sugli alberi e vi dipingevate la faccia, noi eravamo già froci”.

Sì, avete vinto la Champions, ma siete usciti dall’Europa. Non è che qualcuno vi ha cacciati, avete votato e a maggioranza siete voluti uscire. Mo che volete?

E’ vero, avete i Beatles, i Rolling Stones e compagnia cantando, ma non avete il bidè. Mi dispiace, ma io difficoltà a dare credito a gente che non si fa il bidè.

Sì, siete una bella squadra, siete multietnici, ma in porta avete una specie di pupazzo gnappo e in difesa fate abbastanza ridere. Se Ciruzzo si sveglia, non c’è partita.

54 anni, c’era la Regina Elisabetta al trono e l’Italia aveva un governo di larghe intese, ma avevate vinto la finale rubando la partita ai tedeschi. Ai tedeschi! Pensate di riuscire rubarla anche a noi? Rubarla. A noi. Sicuri, sicuri?

Considerazioni casuali

Si stava meglio quando si stava peggio. Uno dei proverbi più idioti che esistano: se ora si sta male, non è che l’idea che si stava male anche in passato mi faccia stare meglio. Neanche un po’. Quando si stava peggio si stava male e ora cerchiamo piuttosto di stare meglio, di apprezzare quello che abbiamo oggi, qui e ora, senza pensare a quello che era ieri o quello che potrebbe essere domani.

Hic et nunc, godendocelo fino in fondo, assaporandolo con gusto e senza fretta, perché magari ora non sembra, forse non pensiamo che sia chissà cosa, ma invece potremmo rimpiangerlo. Potremmo arrivare a pensare che quel peggio non era poi così male. Anzi.

Oggi pomeriggio incidente sulla tangenziale, tragitto ufficio casa due ore e 48 minuti. Siamo proprio sicuri che il lockdown fosse così male? Così, tanto per dire. Per fortuna avevo il cd dei Lumineers….”il cielo aiuti lo stupido che si innamora

Oh, Ophelia
You’ve been on my mind girl since the flood
Oh, Ophelia
Heaven help a fool who falls in love

Quando tutto era ancora da scrivere

Una foto su FB che ti proietta indietro nel tempo, insieme ad una valanga di ricordi, molti dei quali ormai dimenticati. In un periodo talmente lontano che sembra quasi appartenere a qualcun altro, come se non fosse davvero la tua storia, ma il pezzo di un film. Un film che hai girato tu, a volte da protagonista, a volte solo come comprimario, ma che fai difficoltà ad inserire all’interno della tua vita.

Ma quando i ricordi sono condivisi ognuno ne tira fuori un pezzetto, che magari teneva da parte in qualche tasca e come fosse un puzzle, una tessera alla volta si ricompone il quadro complessivo e allora sì che lo riconosci, che ridiventa parte della tua storia.

Trentacinque anni fa, la fine del liceo, il primo anno universitario, l’ultimo capitolo, probabilmente il più bello, della vita spensierata, quando tutte le strade erano ancora aperte e tutte le possibilità dovevano diventare realtà. Poi pian piano cominci a fare le tue scelte, disegni il percorso che ti ha portato dove sei ed ora, senza rimpianti e senza rimorsi, puoi tornare indietro cercando di riassaporare quel gusto di libertà, quello scenario tutto da scrivere.

Come scrivevo qui già qualche anno fa (https://viaggiermeneutici.com/2015/06/05/sono-stato-felice-sotto-molti-cieli/), sono stato felice sotto molti cieli, ma non c’è nulla di male a riconoscere che nessun cielo è stato così ampio come quello. Perché sotto quel cielo davvero qualsiasi cosa era possibile. Qualsiasi. E quel gran genio del mio amico mi convinse che potevamo perfino diventare allenatori di pallavolo e guidare una squadra di splendide fanciulle. Qualsiasi cosa era possibile, al punto che convincemmo anche loro. Davvero qualsiasi cosa era possibile!

Il tempo che ci vuole

Quando ero piccolo, come tutti i ragazzini, ero assai cacacazzi (non che ora invece…). In particolare non ero capace di pazientare, di attendere le cose o le situazioni (non che ora invece…). “Quanto manca?” era una mia domanda ricorrente: quanto manca ad arrivare al mare? Quanto manca alle vacanze? Quanto manca alla cena? E via così a cercare di misurare la distanza temporale fra il presente e l’evento atteso.

Ci sono bambini che si fissano con i perché, con i motivi delle cose, ti snervano e ti sfiniscono fino a che non gli spieghi le cause e gli effetti, la concatenazione delle cose, le ragioni per cui qualcosa è così e non in altro modo. Io no, la mia preoccupazione invece era cronologica. E più la distanza era indefinita, più saliva l’attesa e la voglia di stabilirne le misura.

Una misura non sempre significativa. Non è vero che tutte le ore sono uguali, ma neanche tutti i minuti durano allo stesso modo. Questa è una cosa che ho imparato abbastanza presto: “partiamo la prossima settimana“, oppure “mangiamo tra due ore“, “il tuo compleanno è tra un mese“. Ma che vuol dire in realtà? Oltre l’orologio, c’è uno strumento, magari meno preciso, ma più significativo per misurare il tempo? In chili? In chilometri? Oppure semplicemente in quante altre volte dovrò chiederti quanto manca? 

Una misura non sempre possibile. Quanto tempo ci vuole per diventare amici?

Poi ad un certo punto della vita ti accorgi che quest’ansia del futuro, questa aspettativa per quello che verrà, che a volte neanche ti fa apprezzare veramente quello che stai vivendo ora, si attenua e diventa nostalgia per quello che è passato, per quello che hai vissuto.

Tra l’attesa del futuro e il ricordo del passato, la domanda più importante allora è quanto tempo ci vuole a vivere fino in fondo ed apprezzare il presente. Ed ogni volta mi torna in mente una risposta ricorrente di mia madre. Una risposta che mi faceva innervosire non poco, perché mi sembrava semplicemente un modo per eludere la domanda. Ma forse non era così, forse quella era l’unica risposta giusta. Quanto manca, o meglio, quanto tempo ci vuole ancora? Ci vuole il tempo che ci vuole.

Domani ci sarà altra gente
Occhi diversi e voci
E un cuore per segnare le ore lente
E gli anni veloci
Noi domani andremo un po’ più in fretta
Riprenderemo fiato
Dentro un’altra sigaretta
E domani è passato

Proprio come gli aquiloni

Proprio come gli aquiloni che galleggiano nell’aria, c’è un momento in cui aspettiamo un soffio di vento per spiccare il volo. Chi prima, chi dopo, non c’è una regola ferrea. Ne basta poco per staccarsi da terra, poi però c’è bisogno di continuità. Qualcuno ce la fa da solo, con le proprie abilità, qualcun altro ha bisogno di altre spinte e qualcuno non riesce proprio a stare in volo e ritorna giù come fosse attratto dal terreno.

L’aquilone ha un filo che lo tiene ancorato. Un filo leggero, ma resistente, che è un vincolo, ma è anche l’unica opportunità per rimanere in volo: quello stesso legame che sembra l’ostacolo maggiore alla piena libertà è la condizione di possibilità per rimanere davvero liberi. Piedi a terra e testa fra le nuvole, perfetto equilibrio tra ciò che possiamo e ciò che vogliamo fare.

Certo, a volte la tentazione di tagliare il filo può diventare molto forte, come forte poi sarà la possibilità di precipitare a terra o di perdersi definitivamente nelle vastità del cielo. Per questo qualcuno, spaventato da queste possibilità, decide di legarsi con molti fili, ma anche questo ha i suoi pericoli: molti fili, molti vincoli, che possono sovrapporsi, intrecciandosi fra loro, ostacolando il volo.

Ma anche stabilire quanti e quali fili siano indispensabili e quali invece siano ostacoli, mica è così facile! Anche perché nessuno ti insegna a parole come volare: devi aspettare il vento giusto e guardare gli altri, trovando il tuo volo fra tutti quelli possibili. Voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali

(ringrazio la splendida R&D per l’ispirazione di questo post)

Il giorno in cui smisi di fumare

Roma, maggio 2026

Ti ricordi quando mi dicevano “perché ti sei fissato con questa difesa a 4! Cambia ogni tanto!” Oppure quelli pronti a criticare “perché sostituisci sempre chi è ammonito?” e quegli altri invece che mi rimproveravano qualche acquisto “fai giocare sempre gli stessi, fai qualche cambio ogni tanto”. Meno male che sono andato dritto per la mia strada.

Perché a me non mi basta vincere, a vincere sono buoni tutti. Mi piacciono le iperboli, le idee che viaggiano sulle gambe degli uomini e quando il pallone disegna sul campo quello che hai per la testa, mi sembra di essere dentro una poesia di Bukowsky.

E’ stata dura, ma non mi sono arreso, neanche quando mi rinfacciavano il credo politico. Che poi pure Maestrelli era di sinistra, ma questi son pischelli, magari neanche sanno chi è Maestrelli. Certo forse pure io potevo evitare di andare sotto la curva con il pugno alzato, ma ero troppo felice, avevamo appena vinto il derby. Contro quell’antipatico di portoghese poi, giusto in tempo prima che lo cacciassero…che gusto!

Come questa sigaretta. La devo assaporare per bene, fino al filtro. Quando uno fa una promessa è quella, anche se solo con se stesso: avevo detto, se vinco lo scudetto qui basta, smetto di fumare. Che mi diceva la testa! Forse non ci credevo neanche io. Oppure invece proprio al contrario: ero sicuro! Ed ero anche sicuro che quello sarebbe stato il miglior modo di smettere. D’altra parte i numeri erano dalla nostra parte: 74, 00, 26 succede ogni ventisei anni. Adesso però è ora. Ultimi 90 minuti, andiamo a scrivere la storia.

(Originally published su https://sulpratoverdevola.biancocelesti.org/)

Il mistero misterioso dell’arrotino

In questa calda e umida domenica di giugno voglio intrattenervi su un mistero misterioso di fronte al quale tutti noi ci siamo imbattuti, magari in modo inconsapevole. E quando dico tutti, dico proprio tutti. Che voi abitiate all’ombra della Mole Antonelliana o sotto la Madonnina, che abbiate i piedi a mollo nella laguna o siate sotto le pendici del Vesuvio o su quella dell’Etna. Che abitiate nella Città eterna o nel più piccolo borgo dello stivale, il discorso non cambia. Tutti voi vi siete imbattuti in questo mistero.

E no, non intendo come abbia fatto Salvini a diventare un leader politico (certo, anche quello è un bel mistero misterioso) e neanche il motivo per cui dopo i cinquantanni comincino a crescerti i peli nel naso e nelle orecchie. No, intendo il mistero che si cela dietro queste parole:

Donne, è arrivato l’arrotino. Arrota coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto. Ripariamo cucine a gas, abbiamo tutti i pezzi di ricambio per le cucine a gas. Se avete perdite di gas noi le aggiustiamo, se la vostra cucina fa fumo, noi togliamo il fumo dalla vostra cucina a gas.

Voi mi direte, che mistero c’è? E’ una cosa che sentiamo spesso, di solito di mattina, in tutte le strade d’Italia. Esatto, ma il mistero è proprio questo! Com’è possibile che tutti gli arrotini d’Italia abbiano la stessa voce registrata che dice le stesse cose? Ho provato a elaborare per voi qualche teoria che risolverebbe il mistero misterioso, perché in effetti, pensateci bene, avete mai visto com’è fatto un arrotino? Cioè, al di là della voce registrata, qualcuno potrebbe dire se è un uomo, una donna, un bambino, se è un robot o se esiste veramente? Ecco dunque cinque possibili spiegazioni

  • Gli arrotini sono una setta simil massonica, che usa simboli e linguaggi segreti, noti solo agli adepti
  • Gli arrotini sono dei cloni, tipo gli Umpa Lumpa della fabbrica del cioccolato, tutti uguali
  • Gli arrotini in realtà non esistono, ne esiste uno solo, che è un supereroe tipo Superman e gira l’Italia sotto mentite spoglie per salvare il mondo
  • Gli arrotini sono extraterrestri e mentre ti arrotano i coltelli e riparano gli ombrelli ti piazzano un microchip a tua insaputa, che si attiva con le scie chimiche e viene individuato con il 5G
  • Gli arrotini sono gli ultimi discendenti degli Incas, sfrattati da Machu Pichu, vagano per le strade del mondo pronti a rifondare l’impero di Atahualpa

Ringraziando la mia amica Chiara (https://sguardiepercorsi.com/) che mi ha ispirato il post, cari viaggiatori ermeneutici, secondo voi quale sarà la soluzione del mistero?

Ma il cielo è sempre più blu

Uno dei ricordi più nitidi dell’adolescenza. Non ricordo dov’ero quel 2 giugno del 1981, non ricordo cosa stavo facendo, ma come l’anno prima per John Lennon, anche per Rino ricordo benissimo come mi sentii quando seppi la notizia. Lennon però era lontano, era in un altro mondo: lui, New York, per quanto mi fece male, non era assolutamente paragonabile a quello che provai per Rino Gaetano. Che al contrario sentivo vicino, come fosse uno di noi, che abitava a Montesacro, che conosceva le coincidenza del 60 notturno, come me.

Rino Gaetano era un amico più grande. Un poco saggio, un poco matto, sopra le righe, ma su cui potevi fare affidamento. L’incidente in cui perse la vita avvenne all’incrocio della Nomentana con Viale XXI aprile, esattamente il punto in cui prendevo l’autobus tutti i giorni per tornare a casa da scuola. E nei mesi successivi, aspettando il 60 (o il 37, che tanto non passava mai) non potevo non pensare a quello che era successo.

Erano tempi violenti, sono contento che i miei figli siano cresciuti in una Roma diversa: noi avevamo gli scontri in piazza tutti i giorni, le camionette dei Carabinieri, le botte per strada, i lacrimogeni. Valerio Verbano, Angelo Mancia, Paolo Di Nella, ragazzi di destra e di sinistra ammazzati sulle strade del quartiere per ideali che oggi sembrano ancora più assurdi di allora. Anche Rino era cresciuto in quell’aria avvelenata, ma con le sue canzoni era riuscito a raccontare con ironia una realtà diversa, perché probabimente era riuscito a vedere oltre. Per questo le sue canzoni sembrano scritte solo qualche giorno fa: sono attuali anche oggi perché lui convinto da molte lune dell’inutilità irreversibile del tempo, sapeva raccontava la realtà nella sua essenzialità.

Rispetto ad altri cantautori “impegnati” le sue canzoni sembravano più ingenue, senza contenuti profondi, ma proprio quella leggerezza (che era la grande assente fra le discussioni di allora), era la sua ricchezza, la capacità di raccontare la verità dei ragazzi di allora e di ogni tempo. Una verità che non era nè di destra, né di sinistra, che non era di Mario e non era di Gino, forse una verità sorella di un figlio unico. La verità di un Paese diviso, più nero nel viso, più rosso d’amore. Una verità che non crede che Chinaglia (ma oggi forse diremmo Ronaldo) possa passare al Frosinone. La verità che Rino aveva capito per primo è che, al di sopra tutto, il cielo è sempre più blu!

Possiamo essere chiunque

“All’uomo piace più tradir gli amici che i nemici, essendo il tradimento fatto agli amici più vero di quello fatto ai nemici.“ Curzio Malaparte

Possiamo essere chiunque. Possiamo provare ad inseguire qualsiasi obiettivo. Possiamo scegliere di esere liberi oppure di sottostare ad un ideale, ad una religione, ad un amore. Possiamo diventare santi, eroi o semplici persone per bene. Possiamo mirare al successo oppure ai soldi. Oppure possiamo cercare di evitare i problemi, le seccature, gli impegni troppo gravosi. Possiamo scegliere una vita semplice, oppure impegnativa. E fra gli impegni possiamo scegliere quelli più scontati oppure quelli più originali. Possiamo provare ad andare d’accordo con tutti, oppure con nessuno. Possiamo scegliere di obbedire o di ribellarci. Possiamo decidere di cambiare oppure di rimanere coerenti. Possiamo tradire o possiamo restare fedeli. Possiamo continuare i percorsi già battuti o andare a ricercarne di nuovi. Possiamo scegliere e poi pentirci, possiamo avere rimorsi oppure decidere di non voltarci mai indietro. Possiamo diventare chiunque.

Sei nato a Piacenza, sei un professionista, pagato per il lavoro che fai. Nessuno ti aveva chiesto di essere qualcos’altro. Hai cambiato idea ed è legittimo, l’ho gà detto possiamo diventare chiunque. Dopo Giordano con la maglia del Napoli, dopo Nesta con la maglia del Milan, non sarai certo tu con quella dell’Inter a farmi perdere il sonno. Potevi essere unico, hai scelto di essere uno qualunque. Ciao Simone, senza rancore e senza rimpianti.