Quando sei il presidente di tutti

Ti alzi una mattina, in una giornata di sole in queste adorabili ottobrate romane, che profumano di ottimismo come una canzone di Phil Collins. Ormai hai passato gli ottantuno e forse sarà anche vero che a diciotto anni sai delle cose che poi da grande non saprai più, ma in fondo basta invertire le cifre e puoi riscoprire gli antichi ardori. Quelli che ti risvegliano lo spirito di squadra, che ti fanno sentire il capo del gruppo, responsabile per tutti. Anche di quelli a cui sei meno legato. Anche quelli che più o meno velatamente non sopporti.

Come l’allenatore di una squadra, che di fronte agli altri difende tutti i componenti, anche il pippone di turno. Ma è il nostro pippone e solo noi possiamo deriderlo, che nessuno da fuori si permetta. Oppure come il figlio stupido, che a volte può capitare, anche nelle migliori famiglie. Tu gli vuoi bene lo stesso, anche se passi il tempo a cazziarlo, ma da fuori nessuno si azzardi a dire nulla.

Certo chi l’avrebbe detto! Tu poi te ne volevi andare, ma loro niente, tutti lì ad insistere: dai rimani, come facciamo senza di te…Che tocca fare quando sei il Presidente di tutti!

Tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano. E tu mi fai, “dobbiamo andare al cinema”, ma al cinema vacci tu!

Né carne, né pesce. Considerazioni elettorali (stavolta neanche troppo minchione)

Dopo il post a caldo, provo a fare delle considerazioni un po’ più serie sul risultato delle ultime elezioni. In generale la vittoria della destra ed in particolare dell’unico partito che nella scorsa legislatura è stato all’opposizione, era una scommessa facile da vincere. Un rigore a porta vuota.

Con la partecipazione più bassa nella storia della repubblica e il calo (-9 punti) più consistente mai visto tra un’elezione e l’altra, si consolida una tendenza emersa nelle ultime votazioni: nel 2014 Renzi raggiunse il 40% e poi crollò al 18%, nel 2018 il M5S arrivò al 32% e ora ha meno della metà col 15%, nel 2019 Salvini volò al 34% e ora è precipitato sotto il 10%. il voto si conquista parlando alla pancia: soluzioni semplici a problemi complessi, la cifra del populismo. Poi, ovviamente, una volta che le mirabolanti promesse vengono smentite dai fatti, si gira la ruota e si pesca il nuovo imbonitore di turno. In un Paese con la memoria storica di un pesce rosso, nulla di nuovo sotto il sole.

Il problema vero, dal punto di vista di elettore di sinistra, è il mio partito di riferimento. Il tanto vituperato Partito Democratico: partito chissà per dove e chissà per quanto tempo. Erede di due tradizioni distanti fra loro, ma accomunate da principi di solidarietà, di vicinanza alle esigenze delle classi medio piccole, con un senso dello Stato sociale forte, mi sembra abbia perso la sua identità. Dei due partiti da cui è derivato, sembra abbia mantenuto solamente la spocchia elitaria del PCI e la pervasiva occupazione delle poltrone della DC.

Aver fatto nascere, crescere, prosperare un movimento come i 5 stelle, averli fatti diventare attraverso un processo lungo e faticoso, i difensori dei diritti dei più deboli, i paladini dell’intervento dello Stato sull’economia, insomma un partito socialdemocratico, è stato il suicidio perfetto del PD. Che nel frattempo è diventato cosa? Il contenitore di tutto e del suo contrario: un partito socialista, ma anche liberista, ecologista, ma anche europeista, di sinistra, ma anche di centro. Insomma, un partito senza identità e quindi senza prospettive. Chiunque sento fra chi l’ha votato (io per primo), lo ha fatto senza entusiasmo, “turandosi il naso”, “perché non c’è alternativa”, “per paura dei fascisti”.

Inseguire Calenda/Renzi, insistere con la presunta agenda Draghi, è stato l’ennesimo errore, figlio o forse nipote del “maanchismo” di Veltroniana memoria. Ma a furia di dire e fare questo “ma anche” quest’altro, abbiamo perso di vista l’essenziale. E non è che cambiare segretario ogni due anni possa cambiare le cose, se poi tutto il resto rimane inalterato. “Dì qualcosa di sinistra”, implorava Nanni Moretti a D’Alema già vent’anni fa e mai come adesso è ridiventato di attualità. Lasciamo i liberali, liberisti alle loro idee e al loro percorso: noi siamo un’altra cosa. E forse per tornare ad essere se stessi e far tornare a votare buona parte di quel 35% che è rimasto a casa, c’è bisogno di una rivoluzione, perché con un semplice restyling non si va da nessuna parte.

Ultima considerazione. Questa destra non mi rappresenta in nulla e anzi riunisce insieme tutto ciò che ritengo distante dal mio modo di pensare. Ho il timore che porteranno avanti idee ed iniziative che non condividerò. Ma forse, tra qualche mese, il timore peggiore sarà dover prendere atto che in realtà non hanno fatto nulla di radicalmente diverso da quello che è stato fatto negli ultimi anni. E allora quel 35% magari tutti i torti non ce li aveva.

Troppo facile dare della cretina a Laura Pausini

Che di par suo certo non credo potrebbe laurearsi in astrofisica. E probabilmente avrebbe difficoltà anche con la riduzione eidetica di Husserl. Però, al di là delle facili ironie che si sono scatenate sui social sulla sua decisione di non cantare Bella Ciao (anche da parte mia), purtroppo tutti i torti non ce li ha avuti.

E’ un bellissima canzone che io adoro, un canto di libertà contro ogni dittatura, che purtroppo però nel mio Paese è diventata il simbolo di una parte politica“. Ecco, avesse detto così, penso nessuno avrebbe avuto da ridire. Infatti il problema non è il noumeno Bella Ciao (ma stesso discorso potremmo fare per il 25 aprile), ma il fenomeno che ci è cresciuto accanto. Sarebbe bello poter dire che quello non è un canto divisivo, che non appartiene ad una parte politica, che dovrebbe invece rappresentare tutti coloro che credono nella democrazia. Come sarebbe bello che il 25 aprile fosse davvero la festa della liberazione, contro ogni tirannide. Ma perché non è così?

A destra si dice che è colpa della sinistra, perché si è impossessata dell’uno (il canto) e dell’altro (il 25 aprile), per farne un qualcosa appunto di parte. A sinistra, ovviamente, si dice che la colpa è della destra che di fondo non è democratica e quindi rifiuta i simboli della resistenza contro il nazifascismo. Io penso che abbiano ragione entrambi e che entrambe le spiegazioni siano valide.

Ha ragione la sinistra, perché finché un persona di destra non canterà a squarciagola e non si sentirà rappresentato da quello che significa quel canto e quella festa, non saremo un Paese normale. Ma ha ragione anche la destra, perché (ahimè!) la sinistra ha fatto molto poco per cercare di allargare questi valori, anzi si è sempre sforzata di mantenerli all’interno del suo recinto. Come non ha fatto nulla per dialogare e quindi legittimare una destra autenticamente antifascista.

E così Bella Ciao (che detto per inciso, come ricordava Bocca, non era un canto partigiano, bensì una melodia tradizionale a cui fu aggiunto il testo che conosciamo solo nel 53, quando la resistenza era bella che finita), diventa un canto di liberazione universale, cantato nei telefilm spagnoli, nei balconi durante il lockdown in Germania, dalle donne curde, ma in Italia non si può cantare, perché è diventato un canto di parte. Come sempre accade, raccogliamo quello che abbiamo seminato, ma stavolta la colpa non è di una parte sola. E nemmeno della Pausini.

Il meno peggio

Io li capisco. Quelli che dicono “tanto sono tutti uguali“. Quelli che dicono basta “è una vita che voto turandomi il naso, stavolta me ne vado al mare“. Quelli inorriditi dalle giravolte dei politici, che prima fanno cadere l’unico governo capace di farci rimanere a galla in queste acque perigliose e poi ne invocano chissà quali provvedimenti salvifici.

Capisco quelli che sono stufi delle ambiguità, degli opportunismi, delle continue delusioni. Quelli che “dì qualcosa di sinistra!”. Caro Letta, ti rendi conto che ormai l’unico di sinistra rimasto è Papa Bergoglio? L’altro che si professa di sinistra è uno che brinda per la morte di un 91 che ha contribuito a liberare l’umanità da uno dei regimi peggiori della storia. Ma quello non posso considerarlo di sinistra: è un mentecatto, il fatto che possa pensare di essere di sinistra non cambia la sostanza delle cose.

Capisco un po’ meno, ma capisco anche quelli che hanno pensato che i 5 stelle potessero costituire una novità, un’alternativa e ora sono i più disillusi. Capisco chi si fa una risatina vedendo l’ultima trovata di Berlusconi che vuole parlare ai giovani sbarcando su Tik tok (che è un po’ come se Stanlio & Ollio arrivassero su Pornhub). Arrivo persino a capire chi pensa che in fondo la destra non potrà mica fare peggio di così e quindi mettiamoli alla prova, lasciamoli vincere e vediamo che succede.

Poi però sento alla radio Sgarbi, che si candida a Bologna per il centrodestra e propone di iniziare le scule a ottobre, “perché a settembre la gente va ancora al mare” e poi di far entrare i ragazzi a scuola ad un’orario flessibile, verso le 10 “perché la mattina presto uno è intoppato…deve fare la cacca, deve svegliarsi per bene e nessuno è in grado di fare un pensiero serio prima delle 11“.

E allora dico pensiamoci. Perché non è vero che al peggio non c’è fine. E quando pensi di aver toccato il fondo, forse rischi di dover cominciare a scavare.

La situazione è grave, ma non seria

Ricapitolando. I 5 Stelle sono riusciti nell’impresa di suicidarsi politicamente, mettendo su un piatto d’argento la possibilità al centro destra di staccare la spina al governo senza sporcarsi le mani. Nel contempo, così facendo, hanno anche sciolto il PD da qualsiasi eventuale vincolo di alleanza in vista delle ormai prossime elezioni.

Che dunque vedranno, verosimilmente, due schieramenti contrapporsi. Nel primo la pescivendola (con tutto il rispetto e la stima che ho per le mie pescivendole del mercato di Val Melaina) della Garbatella, il reparto geriatrico di Arcore e la razza padana si faranno portavoci del populismo più sfacciato, promettendo tagli di tasse, aumento degli stipendi, congiunture astrali favorevoli, tre volte Natale e festa tutto il giorno. D’altro il PD, libero dal mortifero abbraccio con i pentadementi, non dovrà far altro che affidarsi a Draghi e a tutti coloro che in Parlamento (ma soprattutto fuori da esso) vorranno appoggiare la sua linea politica. Saranno in grado di fare questa scelta, senza se e senza ma? Hanno in mano la carta vincente, ma non sarebbe la prima volta che se la fanno sfilare dalle mani.

Considerazioni a latere. Sarà un caso che abbiano fatto cadere il governo tutte le forze politiche che in passato hanno avuto rapporti più o meno stretti con Putin? Diciamo di sì. Un caso. Con la “s”. Anche se mi verrebbe di scriverlo piuttosto con due “z”.

Seconda considerazione. Una volta per tutte la finiranno con questa filastrocca dei governi non scelti dagli elettori: questa folle legislatura l’hanno scelta quell’oltre 30% degli elettori che votarono 5 stelle. Sarebbe facile dire io (come tanti altri) l’avevo detto, sarebbe facile ora dire che “uno vale uno” non vale neanche quando si scelgono le squadre di calcetto il giovedì sera. L’importante è che sia finita. E’ stato lungo, faticoso, un po’ come il Covid, ma speriamo di esserne usciti.

Terza ed ultima. Le elezioni non sono mai una sciagura: lo scenario oggi è più chiaro, non ci saranno più le contraddizioni e le ambiguità di un governo con dentro forze naturalmente antagoniste. O di qua o di là, non credo ci saranno terze vie: cosa sceglieranno gli Italiani? Una volta tanto voglio essere ottimista.

E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.

Gli alibi e le ragioni

E confondo i miei alibi e le tue ragioni

Stiamo vivendo un periodo difficile. Sì, è vero, questa considerazione è un evergreen, l’abbiamo sentita ripetere un milione di volte, ma raramente abbiamo vissuto una pandemia mondiale e una guerra nel cuore dell’Europa, con una crisi economica che fa triplicare i costi dell’energia e rimanda indietro i livelli dell’inflazione a 40 anni fa. Insomma, viviamo sempre periodi difficili, ma questi penso oggettivamente siano più difficili di altri.

E come reagiscono i nostri politici? Come affrontano questa emergenza, questa concomitanza di eventi straordinari? Come sempre. Litigando per questioni di lana caprina, cercando di lucrare rendite di posizione e piccoli vantaggi da giocarsi a favore dei propri interessi di bottega. D’altra parte siamo stati noi ad eleggerli e non credo ci sia questa differenza radicale fra noi e loro.

Effettivamente in tante situazioni la linea di separazione fra alibi e ragioni è molto labile. E spesso anche artificiosa. Un po’ come quei confini disegnati sulla carta, dritti per dritti che vanno a dividere nazioni che in realtà fanno parte di un unico territorio. Quando invece esistono fiumi, montagne o qualsiasi altro dato concreto che separi due Stati, la situazione diventa molto più semplice. E più oggettiva.

La confusione nasce proprio dal fatto che è frequente il caso in cui non ci sono dati oggettivi. O meglio, ognuno di noi pensa di averne: siamo certi delle nostre convinzioni e quindi delle nostre ragioni. Quelli degli altri invece li giudichiamo solamente come alibi, scuse per fare o non fare qualcosa che in realtà non ha motivi.

Quando confondiamo alibi e ragioni rischiamo di rovinare un’amicizia, un rapporto di fiducia, una relazione. Ma quando questo succede a chi ha una carica ufficiale, il guaio può essere ben peggiore: chi ha obblighi nei confronti della collettività dovrebbe avere la capacità di andare oltre. Proprio perché alibi e ragioni possono essere facilmente confusi, ci vorrebbe un’assunzione di responsabilità, l’abilità e l’intelligenza di andare sopra ed oltre. E forse, quando saremo dentro la cabina elettorale, dovremmo cominciare a valutare i politici proprio a partire da questa capacità.

Il referendum è bello, ma non ci vivrei

Se ho un problema con l’impianto elettrico non faccio un’assemblea di condominio per stabilire che tipo di intervento va fatto per risolvere. Così pure se mi si rompe la macchina, non indico una consultazione pubblica per verificare come intervenire. E se mi fa male un dente o la pancia, non mi metto a chiedere il parere di gente incontrata per strada per stabilire che debbo fare. Non faccio così e nessuno, che mi risulti, si comporta così. Chiamiamo un esperto, ci affidiamo a chi ne sa di più, magari ne sentiamo più d’uno, ma alla fine dei conti cerchiamo le competenze, perché sono quelle che contano. Non mi interessa l’opinione della signora Maria del terzo piano, perché l’opinione di cento, mille, un milione di incompetenti non varrà mai l’opinione di una sola persona colta, che ha studiato le materia, che sa per filo e per segno di cosa si parla e cosa si deve fare.

Per questo, tendenzialmente, la democrazia diretta mi fa orrore. I referendum in generale penso siano l’estrema ratio a cui si debba far ricorso in via del tutto eccezionale e per questioni semplici, che riguardino in modo diretto la vita di ognuno, ma soprattutto che non comportino competenze specifiche. Altrimenti si fanno disastri, come per le scelte energetiche che stiamo pagando ora, oppure si buttano i soldi: quante cose belle potevamo fare con questi 400 milioni di euro che abbiamo buttato dalla finestra? Sul serio non c’era un modo più intelligente di spenderli?

Ma la cosa che deve far riflettere di più è lo scollamento sempre più netto, sempre più evidente, fra le persone normali e chi ci governa. Qualcuno ha pure il coraggio di scandalizzarsi o di stupirsi che sia andato a votare il 20% degli aventi diritto? Usciti da una pandemia, spaventati da una guerra alle porte, fiaccati da una crisi economica, chissà mai perché l’80% degli italiani ha deciso che dei 5 referendum gliene importava meno di un fico secco. Chissà, chissà perché…davvero un mistero!

Io avrei tre proposte semplici semplici (che ovviamente non saranno prese in considerazione, ma io le dico lo stesso): stabiliamo una volta per tutte quali sono le (pochissime) materie che vanno sottoposte a referendum; alziamo, anzi decuplichiamo il numero di firme necessarie; introduciamo un fidejussione per i proponenti che vada eventualmente a ripagare i costi se non si raggiunge il quorum. Ma soprattutto mandiamo in Parlamento persone che legiferino, che si riprendano la responsabilità di fare quello per cui sono pagate, senza tirare per la giacchetta la povera signora Maria, che ha (giustamente) altri pensieri per la mente (e comunque è senza dubbio più saggia di loro).

L’Italia liberata e l’Italia da liberare

La retorica di parte, di qualsiasi parte, quella dei vinti, quella dei vincitori, quella di chi c’ha ragione e quella di chi c’ha torto.

La riproposizione di tesi e antitesi smentite dalla storia, superate dai fatti, cancellate dalla memoria di tutti i giorni e ritirate fuori la domenica come il vestito della festa.

Gli schieramenti, il senso di appartenenza del tifoso, noialtri e voialtri, la necessità del nemico.

Gli ideali traditi, strumentalizzati, usati per altri scopi e poi dimenticati, cancellati.

La rievocazione di un passato che in realtà non passa mai, che tutt’al più da dramma diventa farsa, che riempe le bocche e svuota i cervelli.

Buona festa della liberazione a tutti.

Ancora a proposito di meritocrazia

Ci sono cose giuste e cose sbagliate. E poi ci sono cose giuste fatte male. Ora sarà un caso, saranno state le circostanze avverse, la congiuntura sfavorevole, il destino cinico e baro, la pandemia, “ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette”…Fatto sta che i due provvedimenti creati, scritti e fortemente voluti dai 5 stelle, si sono rivelati fonti di truffe smisurate.

Dare un sussidio a chi è rimasto, spesso suo malgrado, fuori dal mondo del lavoro, dargli la possibilità di un’esistenza dignitosa in attesa di rimettersi in gioco, è un provvedimento sacrosanto. Non a caso presente, in varie forme, in tutti i Paesi occidentali, soprattutto (ma non solo) in quelli socialdemocratici, che ritengono fondamentale una funzione dello Stato, non solo come arbitro della partita del libero mercato, ma anche come equo riparatore delle storture del libero mercato stesso.

Altrettanto sacrosanto, soprattutto in un momento in cui va rilanciata l’economia, è un provvedimento che aiuta le imprese, accompagnando il Paese verso una gestione più efficiente delle risorse energetiche. Ma se uno vale uno e a scrivere le leggi ci va uno che fino a quel momento ha fatto tutt’altro nella vita, quale pensi sarà il risultato? Se il merito, le conoscenze, la professionalità non contano più, ci si può stupire di esiti come questo? Come si è potuto pensare che non fare selezione potesse essere la soluzione?

La sincera ingenuità di alcuni mi lascia sempre perplesso. Non so, è come se nel momento in cui scoppiasse una pandemia mondiale, la gente invece di affidarsi ai medici e alla scienza decidesse di seguire le cure del primo scemo che scrive sui social. No, mi sa che ho sbagliato esempio. (Il primo che indovina la citazione e lo scrive sui commenti vince un premio e una menzione speciale!)