(Not) in my name

Il portabandiera è un simbolo. Un’immagine che rappresenta tutti, che racchiude in sè una moltitudine di individui. Tutti diversi, ma tutti riuniti, tutti compresi all’interno di un insieme.

Una volta era in battaglia, oggi per fortuna solo alle Olimpiadi, ma comunque seppure solo ai giochi, il portabandiera è il rappresentante di una nazione. Ci rappresenta tutti perchè tutti ci possiamo riconoscere in lui. Ma oltre il portabandiera nazionale ci sono poi quelli olimpici, che non rappresentanto il singolo Paese, ma tutto il mondo, tutte le nazioni insieme.

Ma ora ditemi, con tutta l’apertura mentale possibile, come faccio a riconoscermi in Paola Egonu? Fatemi capire, l’avete scelta come portabandiera perchè rappresentasse non solo tutti gli italiani, ma tutti i cittadini del mondo? Ma l’avete mai sentita parlare? Come potrei mai riconoscermi in lei? Come potrei mai sentirmi rappresentato da una come lei? Una che parla con quel dialetto Veneto? E dai su, non scherziamo!

P.S. Invece sto a scherza’ Paole’. Faje vede’ chi sei! Sentire Adinolfi e tutti i nazisti dell’Illimois de noantri che schiumano rabbia non ha prezzo…..daje Paoletta, daje!

Non è un Paese per giovani (tranne gli influencer e quelli che fanno rock)

Che un gruppo di tardo adolescenti un po’ coatti abbia vinto un festival della canzone di cui francamente ignoravo l’esistenza fino all’altro giorno, me ne importa il giusto. Così come dei malumori dei Francesi, che fin dai tempi di Bartali si sa che si incazzano e i giornali poi svolazzano. Mi lascia più perplesso la capacità (o forse dovrei dire il potere) di una che nella vita ancora non ho capito bene cosa faccia e quali competenze abbia, che però riesce a smuovere le folle più di qualsiasi leader politico. Ma quello perché sono anziano – direbbero i miei figli – e non capisco le dinamiche giovanili.

Ma chi li capisce i giovani? Sicuramente non si lasciano imbrigliare in categorie tradizionali, anche quando fanno finta di essere sovversivi (a proposito dei Maneskin, per carità fanno anche canzoni divertenti, però come dice il mio amico Pank, danno sempre l’impressione che in realtà vorrebbero dire “mamma, guarda come sono trasgressivo“), anche quando seguono quello che dice una Influencer. Ma forse sul serio sono io che sono anziano e poco moderno (un cocetto che il pensiero non considera).

Un po’ come il povero Enrico Letta. Che mica aveva detto una stronzata! Destiniamo a 280mila diciottenni (di famiglie a reddito medio-basso) un assegno di 10 mila euro spendibili per formazione, lavoro o alloggio, finanziando l’operazione con l’aumento della tassa di successione sui patrimoni che superano i cinque milioni di euro, toccando dunque le tasche solo dello 0,3% per cento degli italiani, i più ricchi. 

Se avesse proposto di abolire il campionato di calcio probabilmente avrebbe avuto meno critiche! Proposta inutile, demagogica, populista, strumentale, inefficace, ridicola, gliene hanno dette di tutti colori e non solo quei quaquaraquà del centrodestra. Persino il saggio Draghi ha bollato l’idea come inopportuna. Il benaltrismo della politica italiana è disarmante. C’è sempre qualcosa di più importante da fare, di più urgente, di più efficace. E quindi non si fa nulla.

Certo, 10 mila euro non cambieranno la vita, ma ad esempio, finanzierebbero un corso di studi universitario. E soprattutto l’idea che chi più ha, più deve dare una mano, mi sembra un criterio da valorizzare. Invece no: creiamogli opportunità di lavoro, non diamogli l’elemosina! Che è come dire, non ti compro le scarpe nuove, perché invece sarebbe meglio regalarti una Ferrari. Anzi, una Ferragni. Vogliamo scommettere che che se questa proposta l’avesse lanciata lei, avrebbe avuto tutt’altro successo? In vista delle prossime elezioni, fossi il PD comincerei a farci un pensierino.

Colpa, giustizia, perdono e memoria

Fa notizia la decisione della Francia che dopo oltre 40 anni, ha deciso di concedere l’estradizione per gli ex terroristi rifugiati lì e condannati da sentenze defintive. Ho letto diversi contributi che partendo da punti di vista differenti, danno letture anche opposte: secondo alcuni (direi la maggioranza) finalmente si è fatta giustizia. Anche se solamente una dozzina di ex terroristi saranno estradati, a fronte di oltre un centinaio di persone coinvolte negli anni, è un segnale importante nei confronti della giustizia e soprattutto delle vittime e dei loro familiari.

Qualcun altro ha invece espresso l’idea che a distanza di oltre quarant’anni dai fatti, si sia trattato di un accanimento inutile, un’inutile ritorsione politica: molte delle persone coinvolte sono ormai anziane, malate, difficilmente sconteranno in carcere la loro pena. Adriano Sofri, uno personalmente coinvolto in quelle vicende, scriveva appunto questo, sottolineando un aspetto interessante: in oltre quarant’anni nessuno di coloro che ha trovato rifugio in Francia si è mai macchiato di alcun crimine. E ci mancherebbe, qualcuno potrebbe dire! Invece non era così scontato.

In fondo il carcere, oltre al far pagare il debito che uno contrae con la società quando commette un crimine, dovrebbe avere come obiettivo il rendere innocui coloro che hanno fatto del male e non ultimo, cercare di redimerli, rendendo possibile un loro reinserimento nella società civile. L’asilo in Francia, garantito dalle norme volute da Mitterand a coloro che si erano macchiati di crimini politici, sembra (forse più di qualsiasi carcerazione) aver raggiunto questi due aspetti non secondari.

Certo resta il primo aspetto, non trascurabile. Come possono sentirsi i familiari delle vittime? Uno di loro in un’intervista sottolineava che appunto, incarcerare un vecchietto oggi non può ridare nulla di tutto quello che hanno perso, se non un senso di giustizia che viene finalmente rispettato. Tutti coloro che ho sentito dicono di cercare giustizia e non vendetta ed è bello sentirlo. Anche questo non è scontato perché vedere rimanere impuniti per anni crimini come questi, potrebbe scatenerebbe in chiunque un senso di rivalsa (e quindi di vendetta), figuriamoci in chi è personalmente coinvolto.

Ma se lo stato d’animo delle vittime è prevedibile, non altrettanto lo è quello dei carnefici. Si sono pentiti? Vivono nel rimorso degli orrori che hanno compiuto? Riconoscono che i caduti erano persone, padri, figli, fratelli e non solo rappresentanti di quello Stato che loro volevano combattere? O al contrario, continuano a pensare di essere stati semplicemente soldati in una guerra persa? Aver evitato una pena riconosciuta in modo definitivo, gli ha dato un senso di serena impunità o per tutti questi anni hanno vissuto ogni giorno con l’angoscia di essere prima o poi chiamati a rendere conto dei loro crimini?

Io ero bambino e poi adolescente, ma mi ricordo molto bene quegli anni, l’atmosfera che si respirava, il clima di scontro anche fra ragazzi, la sensazione (l’illusione?) di vivere delle contrapposizioni radicali: rossi e neri, buoni e cattivi, entrambi abilmente manovrati da chi voleva quel clima per portare avanti tutt’altri interessi. Oggi quando mi capita di passare davanti alle lapidi e ai murales dedicate ai ragazzi caduti in quella spirale d’odio, non vedo alcuna differenza fra gli uni e gli altri e invece continuo a chiedermi come possa essere successo, come si possa uccidere qualcuno perché ha un’idea differente dalla nostra.

Comunque si concluderà, sia per gli uni che per gli altri, penso sia giusto mettere una parola definitiva su quelle vicende. Al di là delle responsabilità, al di là della vendetta o del perdono, al di là dei rimorsi e dei rimpianti, vittime e carnefici sono entrambi stati travolti da eventi più grandi di loro e che fortunatamente sono conclusi da tempo. Chiudere quelle storie per fare memoria di quello che successe. Perché al di là di tutto, la cosa più importante è non dimenticare, per il rispetto che si deve a chi ha pagato con la vita e soprattutto perché non succeda mai più.

Compagno di scuola, compagno di niente
ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di scuola, compagno per niente
ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?

Liberazione

Finché non sarà la liberazione per e non solo la liberazione da

Finché non sarà la festa che unisce e non quella che divide

Finché ci sarà ancora chi non si riconosce nei valori della libertà, dell’uguaglianza, della giustizia

Finché non sarà la festa di tutti gli uomini liberi

Finché ci sarà chi rimpiange il passato e non si sforza per cambiare il futuro

Finché ci sarà chi muore, magari attraversando il mare, per cercare la libertà

Finché non accetteremo che la nostra libertà finisce dove inizia quella di chi mi sta di fronte

Finché non capiremo che la libertà è come l’aria, puoi rimanere senza solo per breve periodi, altrimenti soffochi

Finché, come diceva Gaber, non la smetteremo di stare sopra un albero, ma cercheremo la partecipazione.

Fino a quel giorno, ora e sempre resistenza.

Il governo dei migliori

Leggevo ieri un interessante approfondimento su Repubblica di Zagrebelsky (che in verità come nome sarebbe stato più adatto ad una capitale dell’est Europa che ad un giornalista) che giustamente faceva notare come gli ultimi eventi politici hanno di fatto messo fra parentesi la politica. Come già successo in un passato recente in situazioni difficili, se non si riesce a trovare una soluzione ordinaria (lui la chiama dal basso, dal voto dei cittadini), ci si affida ad una soluzione dall’alto, che non è mai una buona cosa per la democrazia.

La scelta dall’alto dei migliori sarebbe al contrario un via libera alle oligarchie, a piccoli gruppi che gestiscono la cosa pubblica al di sopra e al di fuori del volere popolare. Dopo quest’articolo però c’è stato il vero ritorno della politica con l’elezione dei vicesegretari, emanazione diretta dei partiti. Evviva, evviva, la democrazia è salva!

Passando in rassegna questo favoloso elenco dei rappresentanti democraticamente eletti dai cittadini scopriamo che ce n’è uno all’istruzione che pensava di citare Dante, ma in realtà era Topolino. Un’altra alla cultura ha affermato che sono tre anni che non legge un libro (e non so se per pudore o per paura, nessuno ha avuto il coraggio di chiederle quale libro fosse). Un altro qualche anno fa twittava che Draghi avrebbe dovuto essere arrestato, ma è famoso pure per essere convinto che l’uomo non sia mai sbarcato sulla luna (“è tutta una montatura!“). Agli esteri c’è uno che si dichiara amico di Putin, alla giustizia c’è un avvocato del Burlesquoni (lo difese sul caso escort….le cene eleganti), agli Interni il leghista autore dei famigerati Decreti sicurezza. E potremmo continuare così.

Mi sorge un dubbio. Ma siamo sicuri di volere davvero un governo dei migliori? Non sarà che sì, è vero, ci lamentiamo, piove-governo-ladro, ma in fondo vogliamo essere rappresentanti da gente mediocre? I migliori sono i secchioni a scuola, quelli che non passavano i compiti, quelli che se la tiravano. Non ci rappresentanto, non ci fidiamo di loro. Il grande successo pentademente, l’uno vale uno, ci solleva dal confronto con i migliori. Innalza la mediocrità al punto da farla diventare lode: “non per vantarmi, ma io sono proprio come te!

Peccato che poi nella vita vera, l’uno vale uno non funziona mai: a scuola quando bisognava scegliere il compagno di banco, in ufficio con i colleghi di stanza, gli amici con cui andare in vacanza, il condomino a ui diamo la delega per l’assemblea. Anche in fila alle Poste ci sono le precedenze. E provate a fare le squadre il giovedì sera con questo principio! Nella vita di tutti i giorni uno non vale mai uno. In ogni situazione cerchiamo i migliori, quelli con cui ci troviamo meglio, i più affini. E in politica? In politica no. Lì, evidentemente, ci meritiamo Lucia Borgonzoni.

Ti sembra normale che resto sveglio a corteggiarti per ore?

Sei d’accordo che il MoVimento sostenga una mano alla cabeza, una mano alla cintura, un MoVimento sexy che preveda un super telegattone con bagno ecologico e che difenda gli orfani e le vedove, insieme alle tre civette sul comò e alle figlie del dottore?

P.S. Una volta tanto si dice più nei TAG che nel post! Ma sentiamoci Max Gazzè che forse è meglio….

 

 

Non esiste alternativa

Come si fa a non far rimpiangere chi ci ha preceduti? Bisogna rinnovare, mantenendo quel che è stato, bisogna togliere e aggiungere, ricomprendere facendo un passo avanti. Siamo nani sulle spalle dei giganti, ma proprio perché siamo sulle loro spalle possiamo diventare più alti di loro.

Non è facile, non tutti ci riescono. Ad esempio, la povera Letizia, potrà mai superare le minchiate di Gallera? Qualcuno dubita che potrà arrivare alle sue vette, ma io dico che ce la può fare. Diamole tempo e vedrete che ci darà tante soddisfazioni….

P.S. Lo spettacolo indecoroso di un governo sopraffatto da un compito più grande di lui, che va cercando voti a destra e sinistra come quando giravamo per le strade a chiedere i soldi per la gita dei 100 giorni. Un’alleanza con un partito che esprime il populismo più becero, nato sulla balzana idea che le competenze non servano (uno vale uno è un principio che non è accettabile neanche a calcetto il giovedì sera) che è destinato a scomparire e ad essere ricordato come una cosa bizzarra, il frutto di una sbornia collettiva. La prospettiva di far continuare a gestire un’emergenza terribile ed insieme una massa imponente di risorse, tale da poter risollevare il Paese, ad una classe dirigente non all’altezza. Tutto vero, tutto giusto, non possiamo dormire sogni tranquilli. Ma non dimentichiamoci mai, mai, mai, mai, mai di quale sarebbe l’alternativa. Di chi rappresenta l’alternativa. Dei danni irreparabili che sarebbero in grado di fare gli emuli dei nazisti dell’Illinois de noantri.

La befana vien di notte

Quindi ci sarebbe questa brutta vecchietta. Ma non solo brutta, bruttissima, una befana, che se ne va in giro di notte con questo freddo e per giunta con le scarpe rotte. Ma non se ne va in giro che so, con l’autista e un comodo macchinone no! Se ne va in giro a cavallo di una scopa. Questa vecchietta brutta come un rutto d’oca, le scarpe rotte, se ne va in giro di notte con questo freddo, a cavallo di una scopa, per regalare dolci e giocattoli ai bambini buoni. Solo a quelli buoni, perché a quelli cattivi calci in culo. No, scherzo, per quelli cattivi, carbone. Dicono che contro l’aereofagia sia un portento. Magari quei bambini resteranno carogne, ma almeno eviteranno di scoreggiare.

Oltre ad essere brutta come un cesto di fave, andare in giro con le scarpe rotte, con questo freddo, a cavallo di una scopa, dove li va a mettere questi dolcetti per i bambini buoni? Non dentro una scatola o in una busta, no, troppo facile! Li metto dentro le calze. Chi non mette dentro le calze dolci o giocattoli? Un posto davvero calzante.

Ecco, noi siamo cresciuti credendo a questo personaggio. E io voglio ancora crederci. Stanotte mi mettero alla finestra e aspetterò fiducioso il passaggio di questa simpatica vecchietta, brutta come la coccia del pecorino, con la sua scopa e i suoi regali. Del resto, se c’è chi crede che nei vaccini ci siano i microchip, io non posso credere alla befana?

La privacy è bella ma non ci vivrei

Diciamolo chiaramente: la privacy è fondamentale. Peccato che non esiste più. Tutti noi, più o meno consapevolmente, più o meno deliberatamente, abbiamo deciso di farne a meno di fronte alle comodità che la tecnologia moderna ci offre. Gli esperti dicono che con 5 like Facebook è in grado di sapere i nostri gusti. Con 10 è probabile che sappia il nostro orientamento sessuale e le nostre simpatie politiche. Con 20 like ci conosce come un parente o un amico di infanzia. Con 50 like ci conosce meglio di noi stessi ed è in grado di prevedere e quindi influenzare i nostri desideri in fatto di acquisti e non solo.

Lasciamo stare Facebook. Avete idea di quante cose conosce di noi Google attraverso le ricerche che facciamo in rete? O vogliamo parlare di Amazon, che sapendo lo storico dei nostri acquisti, riesce ad indicarci esattamente il libro o il cd (per quanto mi riguarda) che vogliamo, prima ancora che noi stessi sappiamo di volere. La storia di Cambridge Analitica (se ne volete sapere di più, leggete qui) ci dice che la combinazione delle informazioni in possesso dei colossi dell’informatica, i cosiddetti OTT (Over The Top) è in grado, non solo di prevedere, ma anche di influenzare le scelte politiche di buona parte dei un elettorato medio.

Volete un altro elemento interessante? Nel vostro telefonino c’è google maps. Utilissimo per trovare la strada migliore per arrivare in un determinato posto. Se però cliccate su “spostamenti” e navigate indietro, vi accorgete che, probabilmente a vostra insaputa, il vostro cellulare (quindi nel mio caso il sistema Android, oltre che Google) ha registrato fedelmente i nostri spostamenti giorno per giorno e quindi potrebbe dirci, per esempio, che l’anno scorso oggi, io dalle 10 e 49 alle 11 e 17 ero andato al club Nomentano, poi avevo guidato per 11 minuti, percorrendo 2,6 km ed ero tornato a casa.

Quindi, se ci sta a cuore davvero la privacy, non solo non dovremmo scaricare le app, ma non dovremmo proprio avere un cellulare. Non dovremmo avere un profilo sui social, nè fare acquisti online. Anzi, non dovremmo proprio navigare in internet. Se facciamo una sola di queste cose, abbiamo già implicitamente abbandonato l’idea di avere una riservatezza su di noi e sulle nostre scelte.

La cosa consolatoria è che nessuna Superpotenza mondiale, nessuna CIA, FBI, KGB, Spectre è realmente interessata singolarmente ad ognuno di noi. Siamo semplicemente un numero ed una merce. Non possiamo fare quasi nulla contro questo stato di cose. L’importante è esserne consapevoli e comportarsi di conseguenza.

Quindi se siete fra quelli che non ha scaricato Immuni, perché altrimenti quei cattivoni del governo chissà cosa venivano a sapere di voi, rasserenatevi: se volessero ne saprebbero già abbastanza. E già che ci siamo, penso siate pronti a scoprire un’altra verità: la fatina dei denti erano mamma e papà.

 

L’emergenza e la normalità

All’inizio eravamo un Paese di tecnici della nazionale: 60 milioni di CT, che contestavano la staffetta Mazzola Rivera, perché Altobelli e non Pruzzo, possibile che non convoca Mancini (guarda tu alle volte la ruota che gira…), Baggio e Del Piero, Totti e Signori, Immobile e Belotti. Ognuno diceva la sua, poi alla fine tutti a tifare azzurro.

Questo all’inizio. Poi per successive mutazioni genetiche, da commissari tecnici, siamo diventati esperti economici, professionisti di politica internazionale, fino a diventare navigati conoscitori di virus e pandemie. Ognuno si sente di dire le sua, ognuno evidenzia quello che andrebbe o non andrebbe fatto, con soluzioni scontate e ricette improbabili Ad esempio, considerato che il turismo è praticamente azzerato e che il vero problema dei ragazzi non è la scuola in sé, ma i mezzi pubblici per arrivarci, perché non mettere a disposizione delle scuole i tanti pulmann turistici che penso siano praticamente inoperosi?

Va be’, ci sono caduto anche io, ma me la pianto subito. Tutto sommato penso di capirne più di calcio che non di pandemie: speriamo che chi deve decidere, lo faccia con cognizione di causa. Quello che posso fare io e che dovremmo cominciare a fare tutti, è prendere coscienza che non siamo più alle prese con un’emergenza. Se per emergenza pensiamo ad un periodo eccezionale, irripetibile e circoscritto nel tempo.

Secondo me nella fase dell’emergenza siamo stati anche bravi: ci siamo chiusi in casa e con tanta fatica e qualche mal di pancia, nella stragrande maggioranza dei casi, abbiamo rispettato le regole, tanto che ne eravamo venuti fuori abbastanza bene. Ma appunto, l’emergenza – lo dice il nome – emerge, spicca dalla norma. Quando però siamo tornati alla normalità, ci siamo scordati tutto. La verità è che dobbiamo prendere coscienza che la pandemia non è più l’emergenza, ma la quotidianità. Non per sempre, voglio sperare, ma comunque per un periodo abbastanza lungo per doverla vivere come una realtà (quasi) normale.

Alcuni comportamenti, alcune avvertenze, alcune abitudini, devono estrare a far parte della nostra quotidianità. E allo stesso tempo, alcune cose possiamo anche dimenticarcele, perché non saranno più possibili. E chissà fino a quando sarà così. Stento ad immaginare un concerto con centomila persone tutte appiccicate o anche il vagone di una metropolitana come eravamo abituati a frequentarla. Forse anche i luoghi di lavoro come li conosciamo non torneranno più com’erano fino solo a 7 mesi fa. C’è una nuova normalità, un nuovo quotidiano e prima lo accettiamo in toto, prima sapremo vivere riacquistando una serenità che oggi obiettivamente non c’è più.

Come siamo stati bravi nell’emergenza, dobbiamo diventare bravi nella quotidianità. Ma temo che non sarà così facile: forse perché ancora non abbiamo capito che, come per la nazionale, possiamo avere ognuno le proprie preferenze, possiamo essere tifosi di questo o quello, ma alla fine, dovremmo saperci riconoscere tutti in quell’unica maglia che tutti ci rappresenta.