Il governo dei migliori

Leggevo ieri un interessante approfondimento su Repubblica di Zagrebelsky (che in verità come nome sarebbe stato più adatto ad una capitale dell’est Europa che ad un giornalista) che giustamente faceva notare come gli ultimi eventi politici hanno di fatto messo fra parentesi la politica. Come già successo in un passato recente in situazioni difficili, se non si riesce a trovare una soluzione ordinaria (lui la chiama dal basso, dal voto dei cittadini), ci si affida ad una soluzione dall’alto, che non è mai una buona cosa per la democrazia.

La scelta dall’alto dei migliori sarebbe al contrario un via libera alle oligarchie, a piccoli gruppi che gestiscono la cosa pubblica al di sopra e al di fuori del volere popolare. Dopo quest’articolo però c’è stato il vero ritorno della politica con l’elezione dei vicesegretari, emanazione diretta dei partiti. Evviva, evviva, la democrazia è salva!

Passando in rassegna questo favoloso elenco dei rappresentanti democraticamente eletti dai cittadini scopriamo che ce n’è uno all’istruzione che pensava di citare Dante, ma in realtà era Topolino. Un’altra alla cultura ha affermato che sono tre anni che non legge un libro (e non so se per pudore o per paura, nessuno ha avuto il coraggio di chiederle quale libro fosse). Un altro qualche anno fa twittava che Draghi avrebbe dovuto essere arrestato, ma è famoso pure per essere convinto che l’uomo non sia mai sbarcato sulla luna (“è tutta una montatura!“). Agli esteri c’è uno che si dichiara amico di Putin, alla giustizia c’è un avvocato del Burlesquoni (lo difese sul caso escort….le cene eleganti), agli Interni il leghista autore dei famigerati Decreti sicurezza. E potremmo continuare così.

Mi sorge un dubbio. Ma siamo sicuri di volere davvero un governo dei migliori? Non sarà che sì, è vero, ci lamentiamo, piove-governo-ladro, ma in fondo vogliamo essere rappresentanti da gente mediocre? I migliori sono i secchioni a scuola, quelli che non passavano i compiti, quelli che se la tiravano. Non ci rappresentanto, non ci fidiamo di loro. Il grande successo pentademente, l’uno vale uno, ci solleva dal confronto con i migliori. Innalza la mediocrità al punto da farla diventare lode: “non per vantarmi, ma io sono proprio come te!

Peccato che poi nella vita vera, l’uno vale uno non funziona mai: a scuola quando bisognava scegliere il compagno di banco, in ufficio con i colleghi di stanza, gli amici con cui andare in vacanza, il condomino a ui diamo la delega per l’assemblea. Anche in fila alle Poste ci sono le precedenze. E provate a fare le squadre il giovedì sera con questo principio! Nella vita di tutti i giorni uno non vale mai uno. In ogni situazione cerchiamo i migliori, quelli con cui ci troviamo meglio, i più affini. E in politica? In politica no. Lì, evidentemente, ci meritiamo Lucia Borgonzoni.

Ti sembra normale che resto sveglio a corteggiarti per ore?

Sei d’accordo che il MoVimento sostenga una mano alla cabeza, una mano alla cintura, un MoVimento sexy che preveda un super telegattone con bagno ecologico e che difenda gli orfani e le vedove, insieme alle tre civette sul comò e alle figlie del dottore?

P.S. Una volta tanto si dice più nei TAG che nel post! Ma sentiamoci Max Gazzè che forse è meglio….

 

 

Non esiste alternativa

Come si fa a non far rimpiangere chi ci ha preceduti? Bisogna rinnovare, mantenendo quel che è stato, bisogna togliere e aggiungere, ricomprendere facendo un passo avanti. Siamo nani sulle spalle dei giganti, ma proprio perché siamo sulle loro spalle possiamo diventare più alti di loro.

Non è facile, non tutti ci riescono. Ad esempio, la povera Letizia, potrà mai superare le minchiate di Gallera? Qualcuno dubita che potrà arrivare alle sue vette, ma io dico che ce la può fare. Diamole tempo e vedrete che ci darà tante soddisfazioni….

P.S. Lo spettacolo indecoroso di un governo sopraffatto da un compito più grande di lui, che va cercando voti a destra e sinistra come quando giravamo per le strade a chiedere i soldi per la gita dei 100 giorni. Un’alleanza con un partito che esprime il populismo più becero, nato sulla balzana idea che le competenze non servano (uno vale uno è un principio che non è accettabile neanche a calcetto il giovedì sera) che è destinato a scomparire e ad essere ricordato come una cosa bizzarra, il frutto di una sbornia collettiva. La prospettiva di far continuare a gestire un’emergenza terribile ed insieme una massa imponente di risorse, tale da poter risollevare il Paese, ad una classe dirigente non all’altezza. Tutto vero, tutto giusto, non possiamo dormire sogni tranquilli. Ma non dimentichiamoci mai, mai, mai, mai, mai di quale sarebbe l’alternativa. Di chi rappresenta l’alternativa. Dei danni irreparabili che sarebbero in grado di fare gli emuli dei nazisti dell’Illinois de noantri.

La befana vien di notte

Quindi ci sarebbe questa brutta vecchietta. Ma non solo brutta, bruttissima, una befana, che se ne va in giro di notte con questo freddo e per giunta con le scarpe rotte. Ma non se ne va in giro che so, con l’autista e un comodo macchinone no! Se ne va in giro a cavallo di una scopa. Questa vecchietta brutta come un rutto d’oca, le scarpe rotte, se ne va in giro di notte con questo freddo, a cavallo di una scopa, per regalare dolci e giocattoli ai bambini buoni. Solo a quelli buoni, perché a quelli cattivi calci in culo. No, scherzo, per quelli cattivi, carbone. Dicono che contro l’aereofagia sia un portento. Magari quei bambini resteranno carogne, ma almeno eviteranno di scoreggiare.

Oltre ad essere brutta come un cesto di fave, andare in giro con le scarpe rotte, con questo freddo, a cavallo di una scopa, dove li va a mettere questi dolcetti per i bambini buoni? Non dentro una scatola o in una busta, no, troppo facile! Li metto dentro le calze. Chi non mette dentro le calze dolci o giocattoli? Un posto davvero calzante.

Ecco, noi siamo cresciuti credendo a questo personaggio. E io voglio ancora crederci. Stanotte mi mettero alla finestra e aspetterò fiducioso il passaggio di questa simpatica vecchietta, brutta come la coccia del pecorino, con la sua scopa e i suoi regali. Del resto, se c’è chi crede che nei vaccini ci siano i microchip, io non posso credere alla befana?

La privacy è bella ma non ci vivrei

Diciamolo chiaramente: la privacy è fondamentale. Peccato che non esiste più. Tutti noi, più o meno consapevolmente, più o meno deliberatamente, abbiamo deciso di farne a meno di fronte alle comodità che la tecnologia moderna ci offre. Gli esperti dicono che con 5 like Facebook è in grado di sapere i nostri gusti. Con 10 è probabile che sappia il nostro orientamento sessuale e le nostre simpatie politiche. Con 20 like ci conosce come un parente o un amico di infanzia. Con 50 like ci conosce meglio di noi stessi ed è in grado di prevedere e quindi influenzare i nostri desideri in fatto di acquisti e non solo.

Lasciamo stare Facebook. Avete idea di quante cose conosce di noi Google attraverso le ricerche che facciamo in rete? O vogliamo parlare di Amazon, che sapendo lo storico dei nostri acquisti, riesce ad indicarci esattamente il libro o il cd (per quanto mi riguarda) che vogliamo, prima ancora che noi stessi sappiamo di volere. La storia di Cambridge Analitica (se ne volete sapere di più, leggete qui) ci dice che la combinazione delle informazioni in possesso dei colossi dell’informatica, i cosiddetti OTT (Over The Top) è in grado, non solo di prevedere, ma anche di influenzare le scelte politiche di buona parte dei un elettorato medio.

Volete un altro elemento interessante? Nel vostro telefonino c’è google maps. Utilissimo per trovare la strada migliore per arrivare in un determinato posto. Se però cliccate su “spostamenti” e navigate indietro, vi accorgete che, probabilmente a vostra insaputa, il vostro cellulare (quindi nel mio caso il sistema Android, oltre che Google) ha registrato fedelmente i nostri spostamenti giorno per giorno e quindi potrebbe dirci, per esempio, che l’anno scorso oggi, io dalle 10 e 49 alle 11 e 17 ero andato al club Nomentano, poi avevo guidato per 11 minuti, percorrendo 2,6 km ed ero tornato a casa.

Quindi, se ci sta a cuore davvero la privacy, non solo non dovremmo scaricare le app, ma non dovremmo proprio avere un cellulare. Non dovremmo avere un profilo sui social, nè fare acquisti online. Anzi, non dovremmo proprio navigare in internet. Se facciamo una sola di queste cose, abbiamo già implicitamente abbandonato l’idea di avere una riservatezza su di noi e sulle nostre scelte.

La cosa consolatoria è che nessuna Superpotenza mondiale, nessuna CIA, FBI, KGB, Spectre è realmente interessata singolarmente ad ognuno di noi. Siamo semplicemente un numero ed una merce. Non possiamo fare quasi nulla contro questo stato di cose. L’importante è esserne consapevoli e comportarsi di conseguenza.

Quindi se siete fra quelli che non ha scaricato Immuni, perché altrimenti quei cattivoni del governo chissà cosa venivano a sapere di voi, rasserenatevi: se volessero ne saprebbero già abbastanza. E già che ci siamo, penso siate pronti a scoprire un’altra verità: la fatina dei denti erano mamma e papà.

 

L’emergenza e la normalità

All’inizio eravamo un Paese di tecnici della nazionale: 60 milioni di CT, che contestavano la staffetta Mazzola Rivera, perché Altobelli e non Pruzzo, possibile che non convoca Mancini (guarda tu alle volte la ruota che gira…), Baggio e Del Piero, Totti e Signori, Immobile e Belotti. Ognuno diceva la sua, poi alla fine tutti a tifare azzurro.

Questo all’inizio. Poi per successive mutazioni genetiche, da commissari tecnici, siamo diventati esperti economici, professionisti di politica internazionale, fino a diventare navigati conoscitori di virus e pandemie. Ognuno si sente di dire le sua, ognuno evidenzia quello che andrebbe o non andrebbe fatto, con soluzioni scontate e ricette improbabili Ad esempio, considerato che il turismo è praticamente azzerato e che il vero problema dei ragazzi non è la scuola in sé, ma i mezzi pubblici per arrivarci, perché non mettere a disposizione delle scuole i tanti pulmann turistici che penso siano praticamente inoperosi?

Va be’, ci sono caduto anche io, ma me la pianto subito. Tutto sommato penso di capirne più di calcio che non di pandemie: speriamo che chi deve decidere, lo faccia con cognizione di causa. Quello che posso fare io e che dovremmo cominciare a fare tutti, è prendere coscienza che non siamo più alle prese con un’emergenza. Se per emergenza pensiamo ad un periodo eccezionale, irripetibile e circoscritto nel tempo.

Secondo me nella fase dell’emergenza siamo stati anche bravi: ci siamo chiusi in casa e con tanta fatica e qualche mal di pancia, nella stragrande maggioranza dei casi, abbiamo rispettato le regole, tanto che ne eravamo venuti fuori abbastanza bene. Ma appunto, l’emergenza – lo dice il nome – emerge, spicca dalla norma. Quando però siamo tornati alla normalità, ci siamo scordati tutto. La verità è che dobbiamo prendere coscienza che la pandemia non è più l’emergenza, ma la quotidianità. Non per sempre, voglio sperare, ma comunque per un periodo abbastanza lungo per doverla vivere come una realtà (quasi) normale.

Alcuni comportamenti, alcune avvertenze, alcune abitudini, devono estrare a far parte della nostra quotidianità. E allo stesso tempo, alcune cose possiamo anche dimenticarcele, perché non saranno più possibili. E chissà fino a quando sarà così. Stento ad immaginare un concerto con centomila persone tutte appiccicate o anche il vagone di una metropolitana come eravamo abituati a frequentarla. Forse anche i luoghi di lavoro come li conosciamo non torneranno più com’erano fino solo a 7 mesi fa. C’è una nuova normalità, un nuovo quotidiano e prima lo accettiamo in toto, prima sapremo vivere riacquistando una serenità che oggi obiettivamente non c’è più.

Come siamo stati bravi nell’emergenza, dobbiamo diventare bravi nella quotidianità. Ma temo che non sarà così facile: forse perché ancora non abbiamo capito che, come per la nazionale, possiamo avere ognuno le proprie preferenze, possiamo essere tifosi di questo o quello, ma alla fine, dovremmo saperci riconoscere tutti in quell’unica maglia che tutti ci rappresenta.

I giapponesi mica lo sanno. E neanche Virginia

La verità è che nessuno di noi ha piena consapevolezza di se stesso. E’ ovvio, nessuno riesce ad uscire da sé per guardarsi dalla stessa angolazione in cui ci vedono gli altri. Persino la nostra voce è differente da quello che pensiamo, da come la sentiamo mentre parliamo. Ci avete fatto caso? Quando vi riascoltate in un video o in una registrazione, la nostra voce risuona diversa da quella che siamo abituati a sentire.

Un esempio lampante, secondo me, sono i cartoni giapponesi. Nessuno, né nei cartoni animati in TV, né nei manga cartacei, nessuno dei personaggi ha gli occhi a mandorla.

In rete ho letto spiegazioni fantasiose su questo fatto: sarebbero disegnati per un pubblico occidentale, avrebbero come riferimento i cartoni della Disney…tutte cose arzigogolate. Secondo me la realtà è molto più semplice: nell’astrazione di sé, i giapponesi non vedono il loro difetto e si immaginano con gli occhi tondi e grandi. Un po’ come Igor nella famosa scena di Frankenstein Junior

Non vediamo i nostri difetti, semplicemente perché non siamo in grado di vederci come ci vedono gli altri. Per questo non siamo in grado di valutarci in maniera equilibrata, in modo spassionato e più aderente alla realtà. E allora, come pretendiamo che il peggiore, il più inetto, il più incapace sindaco della storia della capitale, possa capire che si deve togliere dai piedi al più presto???

A proposito di regole

Le dittature nascono e si affermano sempre a seguito di situazioni critiche (economiche ma non solo) in cui l’ordine prestabilito sembra non essere più garantito. Senza dubbio l’affermazione di forza che reprime il dissenso con l’uso della violenza è un elemento determinante, ma altrettanto decisivo è il consenso che, più o meno coscientemente, più o meno a malincuore, la massa delle persone decide di dare. Ma perché la maggioranza delle persone dovrebbe deliberatamente rinunciare alla propria libertà, alla possibilità di decidere il proprio futuro? Per interesse, ma soprattutto per paura.

Se vediamo cosa è successo in un passato abbastanza recente, possiamo riconoscere che le dittature si affermano come soluzione d’emergenza, come estremo rimedio di fronte ad un male estremo. Si affermano quando la paura per la situazione esistente diventa più forte della paura di perdere la propria libertà. Laddove le soluzioni normali, le vie canoniche mostrano dei limiti, stentano ad offrire soluzioni, si ricorre alla semplificazione. Decide qualcuno per tutti: “fidatevi, ora non ho tempo (né voglia) di starvi a spiegare tutto nel dettaglio, seguite quello che dico e ne saremo fuori. Dovrete rinunciare a qualcosa, ma non sarà per sempre e poi ricordatevi è per il vostro bene“.

Perché l’altra caratteristica tipica delle dittature, oltre l’autocelebrazione, è la convinzione di sapere quale sia il bene dei propri sudditi. Lo Stato diventa genitore: ci dice non solo cosa è consentito e cosa no, ma anche cos’è corretto, cos’è etico, cos’è buono per gli altri, cos’è utile per la nazione. Ci dice quali sono le relazioni da mantenere e quali quelle da trascurare, quali attività sono utili e quali possono andare in secondo piano.

Non sto dicendo che Conte o chi per lui sia un pericolo per la democrazia di questo Paese. Fortunatamente anche i soggetti più inquietanti presenti in Parlamento propendono più per il ridicolo che per il tragico, però c’è un dato di fatto incontrovertibile: l’emergenza sanitaria, con tutte le paure e le incertezze che ha scatenato, con tutto il non detto o comunque non conosciuto che si porta dietro, ci ha portato a dare una delega in bianco a chi ci governa, come mai era successo in 75 anni di democrazia.

Il problema, come scrivevo altrove, non è riaprire le Chiese. Non è solo quello, almeno. Il problema è che la consulta dei saggi, novello comitato di salute pubblica, ci sta dicendo non solo cosa dobbiamo fare, ma anche come, quando, con chi dobbiamo farlo. Stiamo accettando che è giusto/corretto/utile aprire delle attività e lasciarne chiuse altre. Stiamo accettando che possiamo incontrare qualcuno, ma qualcun altro no. Dobbiamo esserne consapevoli noi e devono esserlo loro.

Lasciassero stare congiunti e congiuntivi e cercassero di darci regole chiare, senza discrezioni, senza possibili interpretazioni, applicabili per tutti ed in tutte le situazioni. Tornino a fare lo Stato, che di genitori grazie a Dio ne abbiamo e ne abbiamo avuti, bravi abbastanza per insegnarci che nessuna regola potrà mai valere il buon senso.

Nun te regghe più

La verità è che non se ne può più. Due mesi di arresti domiciliari, bollettini di guerra ogni giorno alle 18, file interminabili ad ogni negozio, psicopatici a piede libero (ma rigorosamente con mascherina), ne abbiamo sopportate di tutte: mi girano così i maroni che persino Fiorello che dice state a casa comincia a starmi sulle palle. In questo scenario, l’autocelebrazione del premier che pensa di diffondere il verbo come se stesse ancora davanti ai suoi studenti fra i banchi dell’università, ha superato la misura.

Che poi, poveretto, da una parte non credo che qualcun’altro al suo posto avrebbe fatto miglior figura (tremo solo all’idea che su quel posto potevano esserci un troglodita come Salvini o un ex bibitaro come Di Maio). Ma d’altra parte dal capo del governo uno si aspetterebbe delle risposte. Non ci sai dire quando, almeno dicci come! Come si ripartirà? Come pensate di riavviare le attività? E le scuole? E i trasporti? Mettete le mascherine e state distanti non può bastare! Lo capisci che non può bastare?

Come ironizzavo sui strani tentennamenti prima di prendere una decisione definitiva all’inizio (ho letto che se avessimo deciso il lockdown solamente una settimana prima, avremmo avuto il 70% dei morti in meno), mi sembra che anche nella fase di riapertura, non si capisce bene cosa e come bisogna fare: i parenti sì, (ma quali?), le seconde case ok (ma solo in regione), lo sport va bene (ma solo quelli individuali), i funerali sì (ma le messe no), locali aperti (ma solo per asporto). Mi sembra che l’unica vera speranza che abbiamo è che come sia venuto il virus se ne vada. L’estate, il caldo, le preghiere, ognuno creda in quel che preferisce, ma questa è l’impressione.

Insomma, poche idee ma ben confuse come avrebbe detto Flaiano. In qualche modo ne usciremo e proprio il povero Conte sarà il principale capro espiatorio: avrà fatto bene, avrà fatto male, comunque vada a finire in ogni caso lo associeremo a questa catastrofe. Anche tra dieci anni se qualcuno lo nominerà toccheremo ferro. Il Paese che volterà pagina non vorrà certamente ripartire da chi, anche involontariamente, anche con le migliori intenzioni, ha guidato questa fase. Allora, ritornando al fatto che sei un professore, come a scuola, se non hai tu delle buone idee, guarda gli altri e copia! Ti assicuro, nessuno se ne avrà a male e forse un 18 politico lo prenderai anche tu!

 

Diverso da chi?

Essere diverso per te forse vuole dire essere un diverso. Lo capisco, siamo diversi io e te, per fortuna direi, ma anche per diverse ragioni. Soprattutto perché io ho un’idea diversa e se sono diverso è perché ho diverse idee, diversamente da te che forse non ne hai neanche una.

Quindi in modo diverso anch’io potrei voler sottolineare la nostra diversità, che non è solo un diversivo, perché dietro la diversità ci sono vere e proprie divergenze, che assumono sfumature diversificate. Ma non vorrei avere un diverbio con te: sarebbe divertente quasi come un attacco di diverticoli.

E allora, diversamente da quel che forse potresti pensare, non sei tu a voler sottolineare la nostra diversità, perché per diversi aspetti e aspetti diversi, quello che ci diversifica è solo la paura. Quella che hai tu, non solo per le diversità, ma anche per le diversificazioni. Che poi, in fondo, verrebbe da chiederti: ma diverso da chi?