Manda anche tu un attestato-di-stima© (This little light of mine, I’m gonna let it shine)

La mia amica nonché socia (anni fa scrivemmo insieme un romanzo, esattamente quello che vi raccontavo qui) Letizia,  con la brillantezza e l’intuito che la contraddistinguono, ha istituito per sabato scorso “la giornata mondiale della stima”, invitando tutti quanti a telefonare o scrivere a una persona a cui non abbiamo mai detto che la stimiamo per qualcosa che sa fare o per quello che è, offrendole così un attestato-di-stima©.

L’iniziativa è talmente lodevole che non poteva finire in una giornata e quindi con un atto di imperio assolutamente arbitrario, ho deciso di estendere la cosa nominando questa Settimana mondiale della stima. Non servono grandi attestati, non serve premiare azioni stratosferiche. Anzi, il bello è individuare l’eccellenza nel quotidiano, la cura con cui qualcuno fa qualcosa che gli altri fanno in modo automatico. Perché ognuno di noi ha un’attenzione particolare nel fare o nell’essere qualcosa che può sembrare insignificante. Ma che invece insignificante non è. Un qualcosa che noi amiamo, a cui ci siamo affezionati, perché sappiamo che fa parte di quella persona, ma che magari non abbiamo mai riconosciuto.

Troppo facile dare attestati di stima per chi sa suonare, ballare, cantare o ha una cultura straordinaria. No! Nella settimana mondiale della stima dobbiamo trovare l’essenza, la sostanza profonda. E quella, paradossalmente, la si trova nei particolari apparentemente futili. Nella cura per gli abbinamenti cromatici, nel gusto per l’accostamento fra il cibo ed il vino, nel modo di guardare le cose, nella capacità di ascoltare, nella memoria di chi non si dimentica, nell’abilità del dire la cosa giusta nel momento giusto, nella sapienza dei silenzi che testimoniano la presenza, nella saggezza del dare il giusto peso alle cose, nella larghezza di vedute di chi non giudica, nell’ironia di chi ha sempre la capacità di farci sorridere.

Se vuoi bene a qualcuno, se l’affetto si fonde con la stima, devi sottolineargli queste particolarità, perché devi aiutarlo a tirar fuori la migliore versione di sé. Prima di tutto deve stimare se stesso, deve volersi bene per quello che è. E questo si può fare partendo da quello che dovremmo saper fare meglio di chiunque altro: essere noi stessi! Chi fa piccole cose belle potrebbe pensare che il mondo non se ne accorga e potrebbe scoraggiarsi nel farle, arrivando a ritenere che sia tutto inutile, che non ne valga la pena. E invece non è così, non è affatto così! Ecco perché il nostro attestato-di-stima© è fondamentale. Arriverà luminoso ed inaspettato come il fiorire del ringosperma, come un goal al 71, come una nuova canzone di Springsteen e renderà speciali queste giornate primaverili, risollevando l’umore di quella persona che stimate.

This little light of mine, I’m gonna let it shine, This little light of mine, I’m gonna let it shine, This little light of mine, I’m gonna let it shine, Let it shine, let it shine, let it shine

 

 

Era meglio Peter Gabriel o Robert Plant?

“Fino alla fine, ci giurammo amicizia eterna, sulle strade secondarie, nascondendoci sulle strade secondarie…”

Trent’anni sono una giusta distanza. Il tempo è davvero un grande medico, che cura le ferite, ma soprattutto cristallizza i sentimenti, aiutando a dimenticare i ricordi che fanno male, restituendo invece intatti quelli più belli. Almeno per me funziona così. Come dice il mio saggio amico Pank, ogni cosa è illuminata all’interno della memoria. Ci sono stati anni che questo 21 gennaio era un incubo: il giorno più brutto dell’anno. Il dolore, il senso di colpa, la sensazione di impotenza. Un mix venefico di tristezza nera e acidità che dalla stomaco arrivava al cervello.

Ora non è più così. Non so perché, non so come sia successo. Forse semplicemente sono riuscito a fare pace con me stesso. E quindi anche con te. Forse perché ora ho dei figli quasi di quell’età, forse perché ho capito ormai che certe cose non si possono capire, fatto sta che non sono più arrabbiato. Non sono più arrabbiato con me stesso per quello che avrei potuto/voluto/dovuto fare o dire. Non sono più arrabbiato con te per quello che hai fatto, per quello che non mi hai detto, banalmente per non avermi chiesto aiuto. Non ho più nemmeno quell’energia di per sé positiva, che mi dava la forza per andare avanti, per affermare che tu eri nel torto ed io avevo ragione, che tu avevi sbagliato tutto ed io te lo avrei dimostrato con la mia vita. Anche quella non c’è più. Non voglio e non devo dimostrarti nulla. Vorrei solo riaverti qui.

Vorrei averti qui per ricominciare una delle nostre lunghe disquisizioni musicali (una ve l’ho già raccontata qui a proposito dei Beatles). Come quella notte in cui stavamo lì, ubriachi di sonno, a sentire alternativamente i Led Zeppelin ed i Genesis, per cercare di dimostrare l’uno a l’altro chi fosse la voce del rock tra Peter Gabriel e Robert Plant (per la cronaca, continuo a pensare che Gabriel sia inarrivabile, ma tu ora continuerai a dire il contrario). Eh sì. Di musica eri un grande esperto.

Molto meno di motori. Un’altra cosa che ci accomunava. Ricordo un pomeriggio che andammo a prendere un gelato al bar del tennis, al Foro Italico, con Federica e Ale. Come spesso accadeva la già ricordata 127 decise di non ripartire. “Proviamo a spingere!“……”ma com’è che non parte, eppure quando lo facciamo con papà funziona“. E meno male che, non ricordo chi delle fanciulle, ci disse che se non avessimo ingranato la seconda, con la macchina in folle, avremmo potuto continuare a spingerla dallo stadio fino a Tor di Quinto! Non capivamo nulla di macchine e motori. Eppure ne abbiamo percorse di strade secondarie e molte altre ne faremo ancora. Ciao indimenticabile amico.

We swore forever friends on the backstreets until the end. Hiding on the backstreets, hiding on the backstreets, hiding on the backstreets, hiding on the backstreets, hiding on the backstreets, hiding on the backstreets…”

 

I can’t stop thinking about you

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E così anche questo 2016 volge al termine. Terremoti, attentati, incidenti, crisi di governo…se guardo quello che è successo nel mondo non posso che confermare il detto “anno bisesto anno funesto”.  Ma infatti l’ideale sarebbe non leggere i giornali, né guardare la televisione e magari concentrarsi sui propri confini: non per egoismo o per menefreghismo. Al contrario. Con la convinzione che le nostre singole storie siano piccoli tasselli della Storia con la S maiuscola. E se miglioriamo loro, le nostre realtà quotidiane, contribuiamo a costuire un insieme diverso. E allora, dal mio punto di vista, questo duemilasedici non è mi dispiaciuto per niente.

La tradizione del blog vuole che questi siano i giorni dei bilanci, delle classifiche delle cose più belle dell’anno trascorso: sui libri ormai vi intrattengo periodicamente con i consigli di lettura quindi non mi dilungo. Dovessi dire un solo titolo fra la trentina abbondante che ho letto quest’anno, direi che il podio va al solito Lansdale, con Paradise Sky romanzo storico bellissimo su uno dei più famosi sceriffi di colore nella storia degli Stati Uniti a cavallo fra 800 e 900 (non era nella collana dei “consigli” e quindi ve lo suggerisco ora!).

Sulla musica poco da segnalare: bello Revolution Radio dei Green Day, ma niente di trascendentale, sui loro livelli, comunque secondo me sempre elevati. Una menzione per A Headfull of Dreams dei Coldplay e soprattutto 57th & 9th di Sting, perché avevo perso le speranze per entrambi: invece hanno tirato fuori due CD di buon livello. Certo, se devo emozionarmi con la musica, per fortuna c’è sempre il boss: mi hanno regalato The Ties that Bind, cofanetto che racchiude tutto il lavoro edito e soprattutto inedito di The River e debbo dire che ne è davvero valsa la pena.

E il concerto del Boss di luglio è stato sicuramente l’evento dell’anno. Insieme ai vari festeggiamenti per le ricorrenze che sono cadute lungo questi 366 giorni: i miei 50 anni, i 18 della mia principessa, i 30 anni insieme alla mia dolce metà. Tante ricorrenze, tanti festeggiamenti, tanti viaggi: ermeneutici, ma non solo. In giro per l’Italia, in giro per il mondo: Monaco, ma soprattutto Cuba, su cui però già vi ho ampiamente raccontato. Adesso ricominciamo a mettere i soldi da parte per i prossimi!

Cosa augurarsi per questo 2017? Libri da leggere, musica da ascoltare, viaggi da organizzare (e da scrivere). Ma soprattutto grandi, grosse, grasse risate. Alle spalle di chi non coglie l’ironia, alla faccia di chi si crede chissà chi, ma soprattutto insieme agli amici più cari. Quelli a cui non riesci a smettere di pensare, quelli dalle mille parole e quelli dai silenzi condivisi, quelli delle buonanotte e dei buongiorno, quelli vicini, ma soprattutto quelli lontani (che a volte sono i più vicini), quelli da tirare su e quelli con cui lasciarsi andare. Quelli con cui è impossibile litigare, quelli che sai puoi anche insultare quando ti gira storto, tanto sai che non se la prendono. Gli amici di sempre e quelli per sempre. Gli amici, senza altri aggettivi.

 

L’alfabeto delle canzoni

E ce l’ho fatta anche io! Mica potevo mancare…quando il mio amico Zeus chiama non ci si può tirare indietro (veramente anche Papillon mi aveva solleticato un giochino analogo, basato sui titoli dei film, ma mi mancano troppe lettere!) Il giochino è quello di ripercorrere l’alfabeto citando titoli di canzoni. Poi lo sapete che le liste di qualsiasi cosa, soprattutto se minchiona, mi fanno impazzire. Tanto per rendere la cosa un po’ meno minchiona (mica tanto eh!) ho cercato di mettere dentro una sola volta a testa, tutti i miei gruppi e cantanti preferiti. Potreste dirmi, va be’ ma a noi che ce frega? Lo so, invece a me il giochino è piaciuto assai, anche perché riuscire a far partecipare alla cosa i best 25, ti costringe a pensare e poi a scegliere. Certamente qualcuno manca, ma le lettere a disposizione erano finite!

As Tears go by – Rolling Stones. Gli Highlander. Li ho sentiti dal vivo l’anno scorso al Circo Massimo e davvero cominci a pensare che in fondo la droga non sia poi così nociva.

Baba o’ Reily – The Who. Una canzone che bisognerebbe sentire ogni mattino, a palla di cannone, appena alzati, così tanto per ricordarci quant’è bella la vita

Cowgirl in the sand – Neil Young, come cantante lui è nella mia top five, la canzone in questione è straziante e bellissima come solo lui potrebbe cantare

Desperado – Eagles, loro sono bravissimi e la canzone merita assolutamente, al pari di molte altre (fra l’altro ce n’è un’altra, sempre con la D che mi piace un sacco, ma già l’ho usata per altri post e non volevo ripetermi)

Easy does it – Supertramp, loro sono il “mio” gruppo. Non i preferiti in assoluto, ma quelli che sento più miei, come fossero miei amici, come li conoscessi da trent’anni, un po’ come i compagni di scuola. E in fondo un po’ è anche vero.

Fat bottomed Girls – Queen. Altro gruppo storico nei miei ascolti e l’omaggio alle ragazze culone penso sia uno dei loro pezzi più significativi, per ironia, ritmo, spontaneità. Secondo me un po’ troppo sottovalutati.

Good Riddance – Green Day fra le nuove generazioni forse i più ascoltati. Questa canzone in particolare la trovo bellissima.

Horizons – Genesis. ecco dovessi scegliere un solo gruppo, non avrei dubbi, sono loro. Ho scelto volutamente un pezzo minore, brevissimo, solo strumentale, perché basta anche solo questo per far capire secondo me che quando fra trecento anni studieranno la storia della musica del 900, loro saranno nei libri di testo.

Knockin’ on Heavens Door – Bob Dylan. Che vogliamo dire su quest’uomo e su questo pezzo. Silenzio e alziamo il volume

Inbetween Days – Cure. Torniamo alla mia adolescenza con questo gruppo di matti che però in questa canzone diedero veramente il massimo. Pezzo monumentale, un altro di quelli da ascoltare la mattina per darsi la carica

Love Boat Captain – Pearl Jam. Pensavo ad un certo punto che il rock avesse già detto tutto quello che aveva da dire. Loro e il gruppo che segue a due distanze mi hanno fatto ricredere. I Nirvana sono l’emblema, loro la sostanza, fra i due, a mio avviso, c’è un abisso.

Mother – Pink Floyd. Questi certo non potevano mancare. Li ho consumati a furia di ascoltarli: probabilmente hanno scritto brani molto più belli di questo, ma ultimamente l’ho riascoltato casualmente e mi è venuto da piangere

Nightswimming – Rem. E questo è l’altro gruppo che mi ha fatto pensare che effettivamente ancora è presto per fare il de profundis al rock. Grande gruppo, grande pezzo!

On almost sunday morning – Counting Crows. Anche loro appartengono alla nuova generazione, ma per intensità dei pezzi, meritano di essere nell’olimpo. Spero di riuscire ad andarli a vedere a luglio!

Police on my back – The Clash. Nuovo salto all’indietro per un gruppo che mi ha sempre fatto impazzire. Come fai ad ascoltarli senza che ti venga voglia di salire su un tavolo e metterti a ballare?

Queen of Supermarket – Bruce Springsteen. A parte che trovare una canzone con la Q non era proprio facilissimo, ma lui è lui…il Boss, unico e solo. Insieme ai Genesis, nella mia classifica, sempre al primo posto.

Revolution – Beatles. Loro sono la storia, il porto sicuro in cui torni ogni volta che hai bisogno di sentirti a casa. Possono anche passare mesi senza ascoltarli, ma tu sai che loro sono lì. Una certezza.

Stay – Jackson Browne. Un altro dei miei preferiti, un altro di cui ho consumato gli LP quando ancora non c’era l’elettronica che ti veniva incontro. E quindi quando finiva la prima facciata toccava alzarsi, rigirare il disco e rimettere su il braccio, calcolare la traccia e abbassare la levetta.

Tunnel of Love – Dire Straits. Ultimamente li ho citati in un ricordo di qualche anno fa. Nei favolosi eighteen loro non mancavano mai. Questa, per la cronaca, è nella colonna sonora di Ufficiale Gentiluomo, film cult di quegli anni.

Uptown Girl – Billy Joel. Un altro di quei cantanti di cui ho la discografia completa. Sparito ormai da qualche anno dalle scene, ma questo testimonia una volta di più la sua grandezza. Se non hai più niente da dire, perché continuare a rompere i timpani? Non sarebbe meglio tacere? Grande Billy!

Valencia – The Decemberists. Dei gruppi nuovi o comunque emergenti questi sono quelli che forse mi piacciono di più. Un mix molto interessante di rock, country, prog. veramente notevoli!

With or Without you – U2. I loro primi 5 dischi li pongono nell’Olimpo dei più grandi di tutti. Poi si sono persi e difficilmente si ritroveranno. Ma arrivare a certe vette non è da tutti!

Xanadu – Elo. Insieme ai Supertramp l’altro gruppo che sento mio, perché fa parte dell’adolescenza in maniera pervasiva. La prima facciata di Discovery è forse in assoluto il disco che ho ascoltato di più. Anche in questo caso, forse, anzi sicuramente, ne hanno scritte di più belle, ma trovatemi un’altra canzone con la X?

Your song – Elton John. Un altro gigante che in una classifica del genere non può mancare. Canzone struggente e bellissima.

Zombie – Cranberries. Loro sono un grande gruppo, che hanno saputo dire qualcosa di nuovo, poi la voce di Dolores O’ Riordan è una di quelle che ti fanno fare pace col mondo.

Indietro lo straniero

In questi ultimi giorni leggendo i giornali sul tema immigrazione ho la sensazione che ci sia una specie di concorso per chi spara la cazzata più grossa. Non bastavano le teste di minchia di casa nostra, salvini e grullini, fascisti e diversamente democratici, ad un certo punto evidentemente anche in giro per l’Europa devono aver pensato che in fondo ormai la gente si beve ogni cosa e quindi perché non esagerare? I francesi, ubriachi di Camembert dichiarano guerra alla Nutella e ai profughi, gli ungheresi, appesantiti dalle cipolle del gulash, vogliono costruire un bel muro con la Serbia.

L’immigrazione  è un fenomeno inarrestabile che ha accompagnato la storia degli uomini dalle caverne ad oggi. In cerca del cibo per scappare alla fame, verso climi migliori per non morire di stenti, lontano dalle guerre in cerca di un futuro migliore. E di fronte agli indigenti che arrivavano, sempre, in ogni luogo, in ogni epoca, ci sono stati quelli che temevano di perdere i loro privilegi. Chi innalza muri, chi scava fossati, chi usa l’esercito.

Ma possibile che la storia non ci insegni mai nulla? Dalle legioni dell’impero, alle armate dei crociati, nessuno è mai riuscito a fermare una massa di disperati in cerca di un futuro migliore. Perché quando non hai più nulla da perdere., non ti spaventa più nulla. D’altra parte proprio sulla paura del diverso, sull’indietro lo straniero, hanno sempre speculato i cialtroni arruffapopolo, cavalcando la demagogia, dando soluzioni semplici a problemi complessi, creando mostri laddove non ce ne erano, evocando spettri solo per impressionare le anime semplici.

Tra cinquant’anni l’Europa sarà un po’ meno bianca e un po’ più islamica. I nostri nipoti saranno un po’ più scuri e avranno i capelli ricci. Sempre ammesso che non avranno gli occhi a mandorla. Non c’è nulla da fare. Ci hanno detto che la nostra Italia diventerà un inferno. Ma io non so se credere all’inferno. Forse esiste e forse no. Quello che esiste sicuramente è il Boss. Allora, sapete che c’è? Io credo nel Boss.

I McNichola, i Posalski, gli Smith, gli Zerilli, anche i neri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei. Arrivati attraverso l’acqua mille miglia lontano da casa. Con le pance vuote e il fuoco dentro. Morirono costruendo le ferrovie riducendosi pelle e ossa, morirono nei campi e nelle fabbriche, nomi dispersi al vento. Morirono per arrivare qua cento anni fa e muoiono ancora adesso.

No, m’arendo e tu chi dovresti da esse?

Trent’anni fa. E se in questo articolo vi ho raccontato un giorno in particolare, oggi parlo invece di un periodo. Generico e specifico insieme.

Ci sono due teorie, due filosofie, due impostazioni di vita diametralmente opposte. Un po’ come destra sinistra, doccia o bagno, mamma o papà, mare o montagna: chi ama i “ritorni al passato”, chi cerca gli amici delle elementari su FacciaLibro, chi vuole rincontrare pezzi delle sue vite precedenti e chi invece odia tutto ciò.

Alcuni dicono “Ma se non ci siamo più visti da trent’anni, ci sarà un motivo?” Logica stringente la loro, indubbiamente. Ma che come tutte le cose logiche e ragionevoli a me non convince. Ci possono essere cause occasionali o semplicemente casi della vita che ci allontanano. La vita è un treno in corsa, le situazioni cambiano, le cose e le persone sono in movimento. Eppure, alcune cose rimangono sempre uguali. Almeno per me. Sarò un’eccezione? Sarò un caso di scuola? Sarò semplicemente un uomo con poca fantasia? Può darsi. Però…

Però se mi fermo a riflettere, non posso non riconoscere che, se escludo i figli, sono poche le cose o le persone veramente fondamentali che la vita mi ha aggiunto in questi ultimi trent’anni (“ancora co ‘sti trent’anni? Ma che c’entra?” Tranquilli, ora ve lo spiego). Amo la stessa donna (o quasi: a voler essere pignoli lei arrivò giusto un anno dopo), i miei amici, le persone a cui sono più legato sono le stesse, leggo ancora Tex, sono un filosofo della minchioneria e la Lazio è in grado ancora di esaltarmi o di deprimermi. Uomo di poca fantasia, senza dubbio.

Fatto sta che trent’anni fa, in questo momento, se non ero ubriaco, probabilmente ero sui libri a studiare. Per la maturità. Altro fatto è che stasera uno dei miei migliori amici, l’unico che avrebbe potuto farlo, ha mandato una email a tutti (e quando dico tutti, significa proprio tutti. O quasi), dandoci un appuntamento nella nostra vecchia scuola per una serata “all together, again“.  Un po’ come una specie di “Compagni di scuola” o del più nobile “Il grande freddo” (ma sono sicuro che non sarà né l’uno, né l’altro).

E’ vero, le persone con cui ero più legato continuo a sentirle (spesso) e a vederle (molto meno di quanto vorrei). Ma sono proprio contento lo stesso, anche di vedere tutti gli altri. Fosse anche per una sera soltanto, saremo di nuovo tutti insieme. Sarò insieme alle persone con cui ho vissuto gli anni più belli della mia vita, quando il mondo era un quaderno bianco su cui scrivere, quando tutto sarebbe stato ancora possibile.

E il fatto di non avere rimpianti, il fatto di essere tutto sommato soddisfatto del percorso fatto da allora ad oggi, della storia scritta su quel quaderno, non toglie la nostalgia delle sensazioni che provavo allora. Non c’è contraddizione fra le due cose: possiamo essere pienamente realizzati, possiamo essere legittimamente orgogliosi di quello che abbiamo costruito e possiamo non avere alcun rimpianto per quello che poteva essere e non è stato. Ma nulla, nulla al mondo mi potrà impedire di sorridere sognante ed incantato, ripensando a quell’anno, a quel leggendario, straordinario, irripetibile, millenovecentottantacinque.

A questo punto avrei voluto chiudere con il video di “Compagni di scuola” quando Angelo Bernabucci non riesce a riconoscere il povero Fabris (No, m’arendo e tu chi dovresti da esse), ma youtube dice che il video non può essere visto nel nostro Paese per una questione di diritti (è un po’ anche di rovesci, della medaglia). Allora metto questa canzone, che lo stereo della macchina di allora ad un certo punto metteva su da solo, tanto la ascoltavo. Mentre la aspettavo sotto casa sua. Il boss mi prestava le parole e le emozioni. E se anche non andò come avrei voluto, fa lo stesso, perché come dicevo prima non è tempo di rimpianti. E’ tempo di ricordi. Belli, intesi, autentici, nostri. Che nessuno potrà mai portarci via.

Le mie 10 canzoni

Senza musica la vita sarebbe un errore. Friedrich Nietzsche

Era tanto che volevo scrivere un post così. La musica non è un elemento accessorio della mia vita, ma ne fa parte in modo essenziale, non mi lascia mai, mi accompagna in ogni situazione. Probabilmente è la cosa più bella che esiste, la più bella che l’uomo abbia mai inventato, ammesso che l’abbiamo inventata noi. Se mi guardo indietro ogni tempo ha avuto la sua musica, ogni sentimento, ogni situazione e non c’è nulla di più concreto e di più immediato di una canzone per far tornare alla mente le sensazioni provate, il passato, il presente e il futuro. E queste sono le mie dieci canzoni: le più belle, le più significative. Le mie!

Thunder Road. E’ la canzone del coraggio di vivere e del rialzarsi sempre. Non importa quanto sei stanco, non importa quanto non ti va: il Boss dice che si può fare, che ce la posso fare, basta volerlo. E se lo dice il Boss, chi sono io per contraddirlo?

Baba O’Reily. L’età adulta, la scelta di abbandonare un passato certo, per un futuro diverso, di chiudere definitivamente delle porte per poterne aprire delle altre. La paura e la speranza. Soprattutto, la certezza che fatto qual passo indietro non si torna.

Wish you were here. La nostalgia per chi non c’è più. Non riesco a farci i conti con questa canzone ed in generale con i Pink Floyd. Di una bellezza inaudita, ma troppo dolore, troppo.

The Pretender. La sicurezza. E’ la canzone della calma dopo la battaglia, quella del ritorno a casa, dei lunghi viaggi in macchina nella notte. Una notte brillante di stelle, che arriva dopo un giorno faticoso, ma pieno di soddisfazioni.

Goodbye Stranger. L’adolescenza. Ne avrei potute scegliere molte altre, ma questa è certamente la più significativa, quella che più di tutte mi fa ripiombare indietro di trent’anni. Quella che mi fa risentire i profumi, i sapori, le voci degli anni del liceo, dei pomeriggi spensierati, ma insieme pieni di pensieri. Degli anni delle grandi scelte, perché ancora era tutto da scegliere. Per inciso oggi è la suoneria della sveglia.

We’ve got tonight. I percorsi perduti, i sentieri interrotti della vita, non per forza scelte sbagliate, ma certamente quelle non portate avanti. Senza rimpianti. Quelle strade che avremmo potuto seguire, che ci sarebbe piaciuto seguire, ma che abbiamo deliberatamente scelto di non continuare a percorrere.

Blackbird. La tristezza. Quella con cui impari a convivere, quella che sta sempre insieme a te, anche nei momenti più belli, anche nelle gioie più grandi, quel senso di incompiutezza, di nodi irrisolti, di questioni aperte. Ma insieme anche quella tristezza tenera, a cui ti abbandoni, certo che lei non ti lascerà mai, a cui in fondo hai imaparto a voler bene.

With or without you. Le contraddizioni, i conflitti, il giusto e lo sbagliato insieme. L’andare quando bisognava fermarsi, il dire quando bisognava tacere. La vita in fondo, cos’altro?

Powderfinger. La forza. La certezza di farcela. E’ un passo in più di quella del Boss: andrebbero ascoltate insieme, una dopo l’altra, perché dove finisce quella comincia questa. Se vogliamo, forse questa potrebbe essere la canzone del domani.

Firth of  Fifth. Semplicemente la bellezza della vita. Ancora oggi mi incanta. Dovessi sceglierne una da ascoltare sempre, da qui all’eternità, non potrei non scegliere lei.

Ne mancano moltissime. Non c’è la “nostra” canzone, perché quella è di Ale e mia e basta. Non ci sono canzoni che hanno dietro dei ricordi precisi ed indelebili: non necessariamente grandi canzoni, ma che certamente hanno fatto parte della colonna sonora della mia vita. Penso ai Spandau o agli ELO, ai Queen o ai Dire Straits. Non c’è molto presente, non ci sono i Rem o i Green Day, i Pearl Jam, i Counting Crows, tutti gruppi che accompagnano le mie giornate oggi e in un recente passato. Ma non si possono ricordare tutti. Non ci sono canzoni italiane, semplicemente perché pur essendocene di molte belle e anche molto significative, nessuna, almeno nella mia personalissima opinione, può competere con queste.

Sarà difficile, ma spero sempre che la più bella sia quella che ancora dev’essere scritta.