Il pregiudizio di sopravvivenza

Girovagando su internet l’altra sera mi sono imbattuto in un articolo che parlava del “pregiudizio di sopravvivenza”. Echeczz’è il pregiudizio di sopravvivenza, si chiederanno i miei ermeneutici lettori? Sarà lo stress post traumatico del lunedì mattina? Sarà quel fenomeno per cui un ex bibbitaro del San Paolo ci rappresenta nel mondo?  Nulla di tutto questo! State a sentire invece questa storia.

Durante la seconda guerra mondiale, gli alleati mapparono i fori di proiettile degli aerei colpiti dalla contraerea nazista. La deduzione logica degli ingegneri e dei costruttori fu quella di rinforzare le aree maggiormente colpite, al fine di blindare ulteriormente i velivoli, dando loro maggiore resistenza al fuoco nemico.

Un matematico, di nome Abraham Wald, giunse però a tutt’altra conclusione: i puntini rossi, che vediamo nell’immagine, rappresentano solo i danni subiti dagli aerei che tornarono alla base, e non di quelli abbattuti. Secondo lo studioso quindi, le aree che dovevano esser rinforzate erano quelle in cui non c’erano puntini rossi, poiché se fossero state colpite l’aereo e il suo pilota non avrebbero più fatto ritorno a casa.
Questo fenomeno si chiama “pregiudizio di sopravvivenza” e avviene quando guardiamo le cose che sono sopravvissute quando invece dovremmo concentrarci su quelle che non ce l’hanno fatta.

Succede lo stesso con le relazioni. Ci fissiamo sui difetti, sulle cose che non ci piacciono, quelle che saltano agli occhi e ci concentriamo su quelle, puntando tutti i nostri sforzi per cercare di migliorarle, quando in realtà forse dovremmo fare attenzione a ciò che non si vede, perché lì sta il veleno autentico. Un po’ come le coppie che stanno insieme da anni e da anni battibeccano sulle stesse questioni. Qualcuno potrebbe domandarsi: sono trent’anni che litigano sulle stesse cose, ma come fanno a restare insieme? Infatti probabilmente, se trent’anni prima avessero smesso di litigare su quelle cose, ora non starebbero più insieme.

Quando sono debole è allora che sono forte“, diceva San Paolo (non lo stadio di Giggino, quello di Tarso): i punti rossi dell’aero, un po’ come le nostre (personali e/o di coppia) cicatrici, sono il segno tangibile di una prova superata, le debolezze che paradossalmente diventano i punti di forza. Non dico che dovremmo coccolarli perché sarebbe come indugiare sui difetti, però, anche se a volte ancora fanno male, possiamo star sicuri che non saranno lor a far precipitare il nostro aereo. Poi è ovvio, ognuno di noi preferirebbe non avere cicatrici, né punti rossi, preferiremmo essere immuni dalla contraerea del nemico, ma non sono e non saranno loro il motivo della caduta, perché sono il segno concreto che, nonostante loro, ce l’abbiamo fatta.

 

P.S. Scrivendo questo post pensavo alla mia amica Lucy, con la quale grazie alla magia della blogosfera, abbiamo abbattuto le distanze fra l’emisfero australe e quello boreale. Recentemente ha deciso di raccontare agli altri i suoi punti rossi ed io penso che ne debba essere orgogliosa, perché nonostante loro, nonostante probabilmente le facciano ancora male, è rimasta in piedi e ha saputo ricostruire. Seguite il suo blog e non ve ne pentirete. E come dicevo dillà….daje Lucy daje!

Le buone cose di pessimo gusto

Stamattina pensavo a quanto sono strane le sopracciglia. I nostri antenati primitivi avevano su tutto il viso uno strato di peluria uniforme, poi pian piano l’evoluzione ha fatto sì che progressivamente si ritirasse sulla parte superiore del capo, diventando capelli e nei maschi (ma mica solamente!) in quella inferiore, diventando barba. Unici peli irriducibili, isole nel deserto glabro del resto della faccia, le sopracciglia. In effetti quei peli lì non a caso sono gli unici ad avere una funzione, perché riparano gli occhi dal sudore. Ma per quanta corse possiamo fare, per quanto caldo possiamo sentire, ma quanto dovremmo sudare per poter dire “ma sì effettivamente queste sopracciglia sono una bella trovata”?

Ammettiamolo, sono insolite! Un vero e proprio residuo del passato, quasi un monito per ricordarci quella parte animale che spesso vogliamo dimenticare. Pensate per un attimo se invece di lì dove sono un gruppo di peli fosse rimasto in mezzo alla fronte oppure sotto gli occhi. Eppure, nonostante ci siano stati periodi in cui la moda le riduceva drasticamente fino a volte ad azzerarle, ma quanto è orrendo un volto senza sopracciglia?

Al di là della loro presunta funzione salvaocchi, le sopracciglia sono belle. A me piacciono molto! E questa cosa mi ha fatto tornare in mente Gozzano con le sue buone cose di pessimo gusto di cui parlavo con un’amica giorni fa. Ci sono oggetti che ci circondano, che abitano le nostre giornate, a cui siamo affezionati, che sono belle pur essendo brutte, sono comode anche se in realtà la scienza e la tecnica ne hanno inventate di più comode. Un paio di stivali di gomma per portare il cane al prato, lo spremi agrumi manuale, quel vecchio giaccone coprivento, la bicicletta vecchia e arrugginita perfetta per la casa al mare.

E le persone? Non è forse vero che ognuno di noi ne ha? Quei vecchi amici a cui siamo visceralmente legati, ma che sono obiettivamente impresentabili. Amici che a volte spariscono per mesi ma quando li senti è come se ti fossi lasciato il giorno prima, da cui compreremmo una macchina usata, con cui condivideremmo soldi e mutande, ma che non porteremmo mai ad una serata di gala. Buoni, anzi ottimi amici, di pessimo gusto. Un po’ come un bel paio di sopracciglia!

La coerenza di Mara

Solo gli stupidi non cambiano idea. E infatti la coerenza va bene, ma se al mutare delle situazioni rimaniamo fermi sulle nostre posizioni rischiamo di essere stupidi invece che coerenti. Accettare i cambiamenti, modificare le nostre idee, il nostro modo di vivere e di pensare, assecondarli ed insieme guidarli per non lasciarsi travolgere, questo dovremmo fare.

Ieri in Senato alla votazione per istituire una commissione contro l’antisemitismo e l’odio razziale il centro destra (ormai sempre più sinistro) si astenuto in modo compatto. Unica voce fuori dal coro Mara Carfagna, che ha dichiarato di non riconoscersi più in Forza Italia, colpevole a suo dire di aver tradito i valori fondanti quel partito. Chissà a quali valori e a quali altri esponenti del suo partito si riferisce: francamente non ricordo campioni dell’antisemitismo o più in generale impavidi difensori dei diritti sociali e delle minoranze fra quelle file, ma forse ricordo male.

E torno alla riflessioni iniziale. Ci piace guardarci allo specchio ed essere soddisfatti della nostra coerenza, ci piace pensare che i fatti e le circostanze non hanno cambiato le nostre convinzioni. Ma quando succede che qualcuno le intacca, possiamo avere la tentazione di trovare una comoda via d’uscita negando la realtà dei fatti, interpretandola come meglio ci pare: l’amico che ci delude perché è cambiato, l’azienda in cui lavoriamo che non è più la stessa, il nostro partito in cui non ci riconosciamo più. A volte per cercare di rendere accettabile il cambiamento, stravolgiamo la realtà. Perché invece ammettere di aver sbagliato è dura. E’ dura ammettere di essersi sbagliati su qualcuno, è doloroso riconoscere di aver preso un abbaglio, di aver frainteso completamente la vera natura di una persona o una situazione. Ma non c’è altra via, se vogliamo crescere. Altrimenti restiamo convinti che la realtà si possa modellare a nostro piacimento con una bacchetta magica. O con un colpo d’aria.

Chi l’ha detto che non sarà proprio così?

Di fronte alla morte non ci sono parole. C’è rassegnazione e rabbia, tristezza come dicevo qui https://giacani.wordpress.com/2013/10/19/tristezza-nera-nello-stomaco/ . Parole non ce ne sono. Né di consolatorie, né di opportune.  Forse sarebbe meglio non dire nulla. Esserci e basta. E però non si può tacere, perché la morte non può avere l’ultima parola. Allora forse è meglio affidarsi alle parole di chi è senza dubbio più bravo di me.

“Alla morte si pensa continuamente, per tutta la vita, ma mai nello stesso modo: difficile ricordare tutte le forme e i paesaggi e i colori che ha preso dentro di noi l’idea della morte nel corso degli anni e tutti i sentimenti che ha destato nel nostro animo; è l’idea più mutevole che si possa avere; non c’è niente in noi che sia mutevole come l’idea della morte.

A volte pensiamo che ci sarà, dopo la morte, un’altra vita. Ascoltiamo quello che dicono gli altri. Alcuni dicono che dopo morti ci si trasforma in cani o in gatti o in altri animali; non ci dispiacerebbe, perché così potremmo continuare a frequentare la gente e la terra. Molto meno saremmo contenti di diventare degli alberi, perché gli alberi stanno immobili e noi temiamo, nel raffigurarci l’altra vita, sia il troppo moto sia l’immobilità.

Quando pensiamo all’altra vita, abbiamo una gran paura di sentirci lontani dalla terra e sfaccendati, senza niente da fare; non avremo più niente di quello che ci rende oggi l’esistenza così schifosa e insieme a modo suo allegra, calda e marcia e brulicante come ogni cosa vivente; non avremo più i mille interessi pettegoli e stupidi in cui ci troviamo a impicciarci, provandone ribrezzo e piacere; ci chiediamo se ci sarà consentito, da morti, cacciare ancora il naso nei fatti della terra o se invece saremo non più impiccioni ma asettici, indifferenti e severi.

Forse ci toccherà, dopo morti, vagabondare senza tregua nell’aria. Quest’idea ci affatica e ci spaventa perché pensiamo che saremo presto annoiati e stanchi. Ci chiediamo se potremo aver con noi almeno una sedia. Vediamo lo spazio disseminato di sedie, con aggrappati altri esseri costretti come noi a ruotare nello spazio senza riposo.

Altre volte pensiamo che la morte darà riposo. Immaginiamo allora la morte come un piccolo paese, o come una piccola casa o una stanza. Qui abiteremo per sempre, con tutte le persona che abbiamo amato. Delle diverse idee che abbiamo sulla morte, questa è l’idea che più di tutti ci è cara. Il vero riposo è stare sempre con le persone amate. E perché non potrebbe essere così la morte? Chi l’ha detto che non sarà proprio così?”

Natalia Ginzburg

 

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Per sconfiggere Amalek

Non dipende tutto da noi. L’impegno che ci mettiamo, il futuro che proviamo a delineare, gli obiettivi da individuare, i risultati da raggiungere, le aspettative che gli altri ripongono in noi, la stanchezza con cui convivere, i nostri desideri più profondi, le paure da sconfiggere, le delusioni con cui fare i conti. Non dipende tutto da noi.

Eppure, per altri versi, tutto è nelle nostre mani. L’impegno che ci mettiamo, il futuro che proviamo a delineare, gli obiettivi da individuare, i risultati da raggiungere, le aspettative che gli altri ripongono in noi, la stanchezza con cui convivere, i nostri desideri più profondi, le paure da sconfiggere, le delusioni con cui fare i conti. Tutto è nelle nostre mani.

Dobbiamo semplicemente fare i conti con questo dato di fatto. Non dipende tutto da noi, eppure tutto è nelle nostre mani e nella nostra capacità di crederci. Di credere che sia necessario e sufficiente il nostro impegno, il nostro alzare le braccia per arrivare al risultato. Ma nello stesso tempo nell’umiltà di accettare che senza l’aiuto di qualcuno queste braccia cadranno prima del dovuto e tutto sarà perduto. E alla fine, nella profonda saggezza di accettare che siamo come fili di rame su cui scorre energia, strade che portano ad una meta, strumenti per raggiungere obiettivi più alti. Solo così Amalek verrà sconfitto.

Allora Amalek venne a combattere contro Israele a Refidim. Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek. Domani io starò ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalek, mentre Mosè, Aronne, e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek. Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo passandoli poi a fil di spada.” (Es 17, 8-13)

Resto umile

Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare
quei programmi demenziali con tribune elettorali

Ho avuto la conferma che c’è gente che pensa seriamente che alzare la voce sia risolutivo nelle discussioni. E poi ho constatato che qualcuno si angoscia, si incazza, perde la pazienza per questioni che hanno la stessa consistenza del pane carasau. Poi ce ne sono alcuni che pensano che assumendo un’aria truce ed arrogante riescano a farsi rispettare. Ed alcuni che gli vanno dietro come cagnolini scondinzolanti, sperando di raccogliere le briciole dalla loro tavola imbandita.

C’è chi si mette degli occhiali da sole
per avere più carisma e sintomatico mistero

C’è gente che ne fa una questione di principio. E alcuni persino ci perdono la salute. Alcuni bevono birra analcolica e fanno la carbonara con la pancetta invece del guanciale. Alcuni giudicano gli altri dal passato, piuttosto che dal congiuntivo e poi c’è gente che si scandalizza se vede due uomini che si baciano, mentre due uomini che si picchiano non gli fanno né caldo, né freddo. Alcuni hanno paura dell’invasione degli stranieri, ma hanno la badante rumena a casa con mamma, l’idraulico moldavo tanto bravo senza fattura, comprano la frutta dal bangladino e vanno a cena nei ristoranti cinesi.

Quante squallide figure che attraversano il paese 
com’è misera la vita negli abusi di potere

Ci sono persone che hanno una fortuna smisurata, vivono accanto a bellezze senza prezzo, ce le hanno sotto agli occhi ma non solo non riescono ad apprezzarle, forse nemmeno le vedono. Alcuni sono seriamente convinti che i soldi siano la cosa più importante, altri pensano che comandare sia meglio che fottere e poi ci sono persone che proprio non ce la fanno a volersi bene, ci provano eh, ma non ce la fanno. E quindi come potrebbero voler del bene a chi gli sta intorno?

Uh com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore
in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore
Ho sentito degli spari in una via del centro 
quante stupide galline che si azzuffano per niente

E insomma ragazzi, io resto umile. Ma ammettiamolo, è veramente complicato. Resto umile, ma alzo bandiera bianca.

 

Razzista a chi?

Chi frequenta da un po’ questo luogo virtuale sa come la penso riguardo le differenze razziali e soprattutto riguardo chi si lascia condizionare dal colore della pelle o dal credo religioso di qualcuno. Per chi fosse capitato qui per caso, lascio parlare il mio amico Jake

Odio i pregiudizi e ho una bassissima considerazione di chi si lascia condizionare da idee preconcette, da paure insensate o da valutazioni aprioristiche che non tengono conto della effettiva realtà di chi ci sta di fronte.

Premessa necessaria per spiegare come mi sono sentito ieri sera quando, parlando con l’Amministratore di condominio, sono venuto a sapere chi verrà ad abitare nel piano sotto a noi, nell’appartamento lasciato vuoto dopo la dipartita di una coppia di simpatici vecchietti. Domenica pomeriggio avevamo visto una ditta di traslochi che aveva appoggiato nell’androne dei materassi: qualcuno diceva quindici, altri venti, ma insomma una quantità davvero insolita. L’appartamento, affittato da una ditta edile il cui responsabile è il nipote dei precedenti proprietari, verrà abitato da otto (qualcuno dice dieci) operai egiziani, che lavorano appunto in questa ditta.

Mentre assimilavo questa informazione gli altri condomini urlavano allo scandalo, minacciavano ricorsi ai vigili, alla guardia di finanza ai Power Ranger ed io ho cominciato ad immaginare i prossimi mesi, l’odore di spezie che dalla loro cucina fluttuerà per le scale, l’aroma di cumino che pervaderà l’androne e stazionerà nell’ascensore, i canti e le feste notturne durante il Ramadan, mia figlia che torna a casa in tarda notte vestita come si vestono le belle fanciulle ventenni e quindi mi sono ricordato quello che diceva Bergonzoni. Non mi fa tanto paura il razzismo in sé, quanto il razzismo in me.