La realtà distorta

Mi era già successo altre volte, mai però in maniera così drastica. Se il migliaio di miei amici di FB fosse stato un campione significativo dell’elettorato italiano, il no al referendum avrebbe avuto tra il 95 ed il 98% delle preferenze. E dire che ho amici molto variegati: di sinistra (tanti), di destra (abbastanza), grillini (pochi), ma poi a parte questi ultimi, le indicazioni dei partiti non erano poi così univoche, quindi penso che la scelta del sì o del no, sia stata molto trasversale. Ma non voglio parlare del referendum, quanto di un’altra questione che da questo fatto mi appare sempre più chiara.

Gli opposti si attraggono o chi si somiglia si piglia? Al di là di un’esotica quanto a volte irrefrenabile attrazione per ciò che estraneo da noi, io sono per la seconda opzione. Più o meno coscienti, tendiamo a fare gruppo con chi è nostro simile. Con chi la pensa come noi, chi ha gli stessi interessi, modi di intendere la vita, valori. Magari non esattamente gli stessi, ma che comunque con chi ha la stessa scala, la stessa valutazione. Posso facilmente discutere ed andare d’accordo con una persona di destra, se ha la capacità critica, se sa ascoltare, se dà il giusto peso alle cose, se ha senso dell’ironia. Vado d’accordo persino con i romanisti, se rientrano in questi sotto insiemi più grandi!

Questo forse in parte spiega perché la quasi totalità dei miei contatti, in modo ben distante dalla totalità degli italiani, ha votato no (come me). Allargando questo discorso si comprende come ognuno di noi viva in un contesto particolare, ben lontano dalla realtà autentica. Ed il rischio, più che concreto, è che possiamo confondere il primo con la seconda. Possiamo comprendere come alcune persone, circondate da altre che la pensano in un certo modo, possono credere che so, che Uomini e Donne sia uno spaccato della realtà. O che i loschi figuri che hanno ammazzato di botte il povero Willy siano la normalità.

I social, ma mica solo quelli, distorcono la realtà, ci portano a pensare che se Gino, Mario, Antonio, Marcello, Giuseppina e Genoffa credono che i vaccini servono alle multinazionali, allora sarà sicuramente così. Ogni like messo ad un post può diventare la certificazione di appartenenza ad una scuola di pensiero. Il confronto con l’altro, il dibattito, persino il contrasto, ci servono per sviluppare un pensiero autonomo, ma se siamo circondati esclusivamente da interlocutori simili a noi, come possiamo maturare un pensiero critico? E se succede a noi, che in teoria da persone adulte un minimo di senso critico dovremmo ormai averlo sviluppato, cosa può succedere ad un adolescente, che proprio nel conformarsi agli altri cerca le conferme per vincere le proprie insicurezze?

Ho sempre pensato che ragionare con la propria testa sia fondamentale (è quello che ho provato a passare ai miei figli) ma mi rendo conto che l’omologazione è sempre dietro l’angolo, perché è un processo subdolo, che si autoalimenta spontaneamente come una pianta infestante. Forse è per quello che bisogna sempre diffidare di chi porta i nostri stessi occhiali, di quelli che la pensano come noi, dei “tifosi” della nostrea stessa squadra (in politica, ma forse ancora di più, nel calcio). O per tornare ai proverbi, forse è proprio vero che “dagli amici mi guardi Iddio, che ai nemici ci penso io!”

 

 

Vi racconto perché non ce la possiamo fare

Il giovin virgulto appena diplomato, per l’Università ha scelto di iscriversi ad ingegneria informatica (buon per lui, non ha preso del papà filosofo!). Su questa scelta non ha avuto esitazioni, mentre aveva più di un dubbio sull’Ateneo dove frequentarla. Nella città eterna in effetti l’offerta non manca: escludendo Tor Vergata per difficoltà logistiche, ci sono La Sapienza e Roma Tre. Quest’ultima lontana da dove abitiamo, ma comunque ben raggiungibile con la metro, più piccola, meno frequentata, con maggiori garanzie di essere seguito. La Sapienza con tutto il suo prestigio e soprattutto con alcuni compagni di classe che avrebbe frequentato la stessa facoltà. Io ero per Roma Tre, per i motivi indicati, ma non ho voluto indirizzarlo più di tanto perché ritenevo giusto fosse una sua scelta. Ha sostenuto i test di ammissione e li ha brillantemente superati entrambi. Alla fine si è indirizzato verso La Sapienza. E qui comincia l’avventura.

C’erano tre sessioni di prove, l’ultima il 9 settembre: alle 10 del mattino (i giorni e gli orari sono importanti) collegamento su Zoom per rispondere a 40 domande, il pomeriggio i risultati. Il punteggio minimo erano 18 risposte esatte fino all’esaurimento dei posti (350), Emanuele ha totalizzato 29, quindi un buon risultato. Uscite le graduatorie per perfezionare l’iscrizione si doveva pagare un bollettino di 10 euro (per la cronaca per sostenere le prove ne avevamo già pagato uno da 30) entro l’11 settembre. E qui comincia il dramma.

Vista la scadenza ravvicinata (ma perché così poco tempo?) proviamo a pagarlo subito on line, ma il servizio è sospeso dopo le 20 e 30 (perché? A una certa ora spengono i computer? Va be’). Il giorno dopo quindi riproviamo, sempre online, ma il sistema ci dà un errore.  L’alternativa era andare in una filiale Unicredit, ma in questo momento bisogna prendere appuntamento e non essendo correntista è complicatissimo.  Ci riproviamo l’11, sempre errore. Scriviamo ad un indirizzo email di assistenza tecnica che ci informa che in effetti c’è un problema informatico e quindi la scadenza sarà prolungata. Passa il fine settimana, lunedì 14 ci scrivono che il problema è risolto e il bollettino va pagato in giornata, perché la nuova scadenza è proprio il 14 (di nuovo, ma perché questa fretta?). Riproviamo a pagare, ma ci dà un nuovo problema, perché il sistema genera un bollettino che mantiene la scadenza dell’11, quindi il sistema stesso dice che è scaduto e non ce lo fa pagare. Riproviamo il 15, niente da fare. Riscriviamo all’assistenza tecnica e alla segreteria della facoltà, facendo presente il problema. E qui comincia la farsa.

Il 16 ci risponde la segreteria della facoltà, dicendo che ormai le graduatorie sono state chiuse e quindi non c’era più possibilità di iscriversi. Faccio presente che non abbiamo potuto perfezionare l’iscrizione per colpa loro, in toni cortesi, ma irremovibili mi rispondono che non c’è nulla da fare. L’assistenza tecnica mi risponde solo stamattina (il 17), ribadendo che ormai le graduatorie sono chiuse e quindi non possono aiutarmi. La più grande Università d’Italia (per numero di iscritti e penso anche per corsi di laurea), blocca la possibilità di iscriversi per un bollettino di 10 euro, non pagato a causa di problemi tecnici provocati (e certificati) da loro stessi. Dando prima due giorni, poi un giorno di tempo per pagarlo. In piena pandemia, senza fornire un numero telefonico di assistenza, senza dare la possibilità di andare fisicamente presso la segreteria. Precludono il futuro di ragazzi per 10 euro, neanche il costo di una pizza.

Sono curioso di verificare cosa faranno i miei amici del Codacons a cui ho girato questa bizzarra vicenda. Da parte mia sono sempre più convinto che Roma Tre resti la soluzione migliore (ma a questo punto anche l’unica), però mi chiedo: ma ce la possiamo fare? Parliamo di informatizzazione, di nuovi servizi, di identità digitale e poi la burocrazia fa sì che un bollettino di 10 euro diventa un ostacolo insormontabile. O cambia qualcosa (più di qualcosa, anzi forse tutto) o temo proprio che non ce la possiamo fare.

 

Sette e non più sette

Viaggiermeneutici compie sette anni! Non so quale sia la vita media di un blog (gli anni sono come quelli dei cani, ognuno vale sette, oppure come quello delle tartarughe che sono anche più lunghi dei nostri?), non so se siano tanti o pochi. In ogni caso, come tutte le cose che fanno parte della quotidianità, mi sembra che ci sia sempre stato ed allo stesso tempo è come se l’avessi aperto ieri. I compleanni sono occasioni di bilanci: 770 articoli, che hanno ricevuto oltre 7500 commenti e sono stati letti 136 mila volte dai circa 832 iscritti al blog (ma non solo, ovviamente ci sono molte visite occasionali).

Ma quesi sono bilanci numerici, buoni forse per qualche contabile. Un bilancio più interessante lo posso fare sulla base delle relazioni che sono nate e si sono sviluppate intorno a questo spazio virtuale, oppure, ancor di più, sull’aver realizzato o meno quello che mi ero ripromesso sette anni fa. Scrivevo che il blog doveva essere una scatola dove riporre idee, opinioni, immagini o semplici suggestioni. E qui ci siamo: il blog è stato esattamente questo e mi è servito per non perdermeli per strada, per non farmeli scivolare fra le dita.

Rileggendomi a distanza di tempo rivivo le sensazioni vissute allora. A volte magari avrei voglia di cambiare qualcosa, penso “oggi l’avrei scritta in maniera differente“. Altre volte, il più delle volte, penso invece che le riscriverei esattamente così. Perché quello che si scrive riflette quello che si vive e spesso riesce ad imprigionare fra le righe anche gli umori, le emozioni, gli stati d’animo nascosti nelle parole. Perché scrivere, come dice Brunori sas è utile non solo per ricordarsi cose, ma soprattutto “per ricordarsi chi sei“.

Ma non ti sembra un miracolo
Che in mezzo a questo dolore
E in tutto questo rumore
A volte basta una canzone
Anche una stupida canzone
Solo una stupida canzone
A ricordarti chi sei

Una redenzione possibile

Figlio mio, che posso dirti? Non riesco ad elaborare il concetto, mi sembra di essere in una bolla o forse dentro un sogno, l’incubo peggiore da cui non riesco a svegliarmi. Ti sei fatto prendere la mano, lo so, tu sei così. Non riesci a chiudere gli occhi, a far finta di non vedere. Che posso dirti? Sono orgoglioso di te, lo sono sempre stato, perché non ti volti mai dall’altra parte. Qualcuno dice che mi somigli, ma io lo so che sei meglio di me, che sei il meglio di me.

Figlio mio, che posso dirti? Ti ho insegnato io a vivere inseguendo i tuoi sogni, a metterci sempre la faccia e il massimo impegno per realizzarli, senza paura. Senza mai avere paura. Non per combattere i mulini a vento, ma per raggiungere gli obiettivi che ti eri prefisso. Io parlavo e tu ascoltavi. E per questo ora non ho più parole, perché hai vissuto come meglio non avrei potuto sperare, perché hai imparato la mia lezione. Fin tropo bene.

Figlio mio che posso dirti? Chiedo a te di dirmi qualcosa, di darmi quella speranza che io non ho più. Perché se c’è spazio per il perdono solo tu puoi dirmelo, solo tu puoi insegnarmelo. Parla tu ora ed io ascolterò. Prendimi tu per mano e ci sdraieremo di notte sotto un cielo senza luna, ad ascoltare i grilli e le cicale. Tienimi stretto se avrò freddo, stringimi forte e aspetteremo insieme il nuovo giorno. Aspetteremo insieme una redenzione possibile.

The way we look to a distant constellation
That’s dying in a corner of the sky
These are the days of miracle and wonder
And don’t cry baby, don’t cry
Don’t cry, don’t cry

Una redenzione impossibile

Figlio mio che hai fatto? Ti ho visto nascere, ti ho visto crescere, ho gioito dei tuoi successi e ti ho consolato nelle tue sconfitte. Ho cercato di insegnarti cos’è giusto e cos’è sbagliato, ho coltivato i tuoi interessi, ho sperato che trovassi la soluzione, perché certe cose non possono essere spiegate, dovevi farcela con le tue forze. Ti ho visto sbagliare e mi ha fatto male, ma speravo che questo ti aiutasse, ti mettesse sulla strada giusta: sbagliando si impara, ho pensato. Ma tu continuavi nei tuoi errori, allora ho cercato di aiutarti, di consigliarti, ormai però era tardi e non mi hai ascoltato più e hai continuato ad attorcigliarti, prigioniero delle tue convinzioni sbagliate.

Figlio mio, che hai fatto? Ora cercheranno una ragione. La società malata, l’assenza di ideali, la mancanza di prospettive, i seminatori di odio, la noia, la droga. Io che ti ho visto ogni giorno dovrei avere le risposte che non ho, dovrei conoscere le ragioni che non esistono, dovrei poter spiegare, dire “questo è successo perché”, ma non c’è nessun motivo, nessuno, nessuno.

Figlio mio, che hai fatto? Vorrei poterti dare una speranza, vorrei averla io. Poterti dire che questo è servito a qualcosa, che anche dal letame neascono i fiori ed anche dalle tragedie si può rinascere. Vorrei poterti dire che forse ora qualcun altro capirà, potrà imparare qualcosa, che l’odio si tramuterà in amicizia, l’ostilità in comprensione. Vorrei poterti dire che un perdono è possibile. Darei tutto, tutto quello che ho per poterti convincere. Per potermi convincere.

L’unica cosa che posso fare è rimanere qui con te. Senza risposte. Senza soluzioni. Senza speranze. Rimarrò qui con te per caricarti sulle spalle come quando eri piccolo e non ce la facevi più ad andare avanti. Ti porterò a cavalcioni e ci sdraieremo di notte sotto un cielo senza luna, ad ascoltare i grilli e le cicale. Ti terrò stretto se avrai freddo, ti stringerò forte e aspetteremo insieme come dei senzatetto, come chi ha perduto tutto e non ha più nulla. Aspetteremo insieme una redenzione impossibile.

And we are homeless, homeless
Moonlight sleeping on a midnight lake
Homeless, homeless
Moonlight sleeping on a midnight lake
Homeless, homeless
Moonlight sleeping on a midnight lake

Date retta a Gucci, siete bellissime!

Faccio una premessa che non c’entra nulla. Lo sviluppo di internet ed in particolare dei social, fra le tante cose più o meno positive, ha dato una spinta quasi inarrestabile al diffondersi delle mode. Uno slogan azzeccato, una pubblicità accattivante trent’anni fa aveva dei moltiplicatori nella radio o nella TV, ma nulla di paragonabile a quello che può fare oggi la rete. Non solo i prodotti, ma anche le idee, le campagne politiche. E così, come quando ero giovine io, tutti avevamo i Levi’s 501 e il piumino della Ciesse, oggi a seconda del momento siamo tutti Chiarlie Ebdò, salviamo Amatrice, andrà tutto bene, Black lives matter.

Il rischio è che, come mettevamo da parte i jeans quando non erano più di moda, così oggi possiamo farlo con queste idee. E questo è un argomento (sacrosanto) utilizzato da chi sottolinea i pericoli e l’intrinseca superficialità delle notizie che girano in rete. Oggi valgono e sembrano fondamentali, domani cadono nel dimenticatoio e nessuno se ne ricorda più.

E’ indubbiamente vero. Però…c’è un però. Quando una cosa, un’idea, una campagna, riesce ad essere così pervasiva, considerato che non siamo tutti totalmente idioti (mettiamolo come postulato e facciamo finta di crederci), io penso che qualcosa rimarrà, anche se quell’idea passerà di moda. Magari non la leggeremo più ovunque, se ne parlerà di meno, ma voglio sperare che nessuno dimentichi il dramma di Amatrice o che la sacrosanta lotta per l’uguaglianza dei diritti degli afroamericani risvegli le coscienze anche da noi.

Per questo sono dell’idea che certe battaglie, anche se rischiano di perdersi nelle strane logiche delle mode, devono sfruttare il momento per imporsi e per diffondersi, perché forse avranno un effetto traino, forse risveglieranno davvero le coscienze e alla fine, forse qualche cosa rimarrà. Fine del pistolotto introduttivo, veniamo al dunque.

Questa campagna di Gucci che ha fatto sfilare una modella estranea (almeno in parte) ai canoni della bellezza tradizionale, la trovo geniale. Ma non è solo quello. Gucci fa moda, ma da azienda intelligente e scaltra qual è, annusa l’aria e coglie delle idee, dei sentimenti, che già ci sono e li indirizza, dandogli modo di palesarsi. Vedevo l’altra sera la Encontrada ad una trasmissione in prima serata: io continuo a trovarla bellissima, mi piace da morire, ma è decisamente al di fuori da certi canoni. E se ne frega. E fa bene. Non è l’esaltazione del difetto (facciamo finta che esista un concetto esatto di “difetto”, a me restando nell’esempio in questione, proprio il suo occhio leggermente strabico è un particolare che mi intriga positivamente), come si vede in certe spiagge in cui rimpiangi la scarsa diffusione del Burqua nel nostro Paese. Semplicemente è l’accettazione di sé e la convizione che la bellezza è un punto di vista, perché sta sempre e solo negli occhi di chi guarda.

Ma i primi a guardarci siamo noi, la mattina davanti allo specchio. Se quindi questa “moda” servirà a dare anche solo un briciolo di convizione in più in quella fanciulla che oggi guardandosi non si piace, allora questa campagna non sarà stata solo una moda del momento. Magari davvero riuscirà a scardinare pregiudizi e preconcetti che oggi sembrano indistruttibili. Perché la realtà è che siete bellissime. E se non volete dare retta a un minchione come me, almeno date retta a Gucci. E non permette a nessuno (soprattutto a voi stesse) di farvi credere il contrario. Anche perché, come diceva l’inarrivabile Groucho Marx, Gli uomini sono donne che non ce l’hanno fatta.

 

Ahi settembre, che sarà

Avete presente quelle giornate di fine agosto al mare, quando il cielo verso l’orizzonte si copre di nuvoloni viola che si stagliano sul cielo azzurro nell’ultima luce del tramonto…

Quest’anno la ripartenza è un’incognita. Tutti quanti, insieme alle paturnie per la fine delle vacanze, dobbiamo convivere con questa specie di spada di Damocle. Non solo si torna al lavoro, in più si respira nell’aria questa strana ansia di qualcosa che forse, sicuramente, chissà, potrebbe capitare. Come le nuvole viola al tramonto: pioverà? Farà un uragano con tanto di trombe d’aria o sarà solo un breve acquazzone estivo? Diluvierà tutta la notte o con le prime luci ci sveglieremo con un’alba chiara e luminosa?

Nessuno può saperlo e mai come adesso ci scopriamo in balia degli eventi. Cerchiamo notizie, conferme, ascoltiamo esperti che dicono tutto ed il contrario di tutto, agogniamo una normalità che in altri tempi avevamo disprezzato (lo smart working è bello, ma non ci vivrei). Forse dovremmo imparare ad abbracciare questa incertezza, per esorcizzarla, per trovare il modo migliore per conviverci.

La pandemia ha svelato delle paure che non sapevamo di avere, non ci ha reso migliori (chi l’hai mai creduto sul serio?), ci ha tolto sicurezze, abitudini consolidate, punti fermi. Ma insieme alle paure, se ci fermiamo a riflettere, ci dovrebbe anche far riscoprire ed apprezzare tutte le cose belle che abbiamo e che potremmo perdere. Perché in fondo è proprio così. Le cose, le situazioni, persino le persone, le apprezzi fino in fondo proprio quando rischi di perderle. Quando ti accorgi che ti stanno scivolando via fra le dita. Proprio come l’estate.

 

E tu che fai, resti o vai via?

Should I stay or should I go now?
If I go, there will be trouble
And if I stay it will be double
So come on and let me know
Should I stay or should I go

Restare o andare via potrebbe essere intesa come una scelta dirimente. Etica, ma anche un po’ estetica. Una di quelle scelte fatte di cuore o forse meglio di pancia, piuttosto che di testa. Quelle scelte che non riesci bene a spiegare forse nemmeno a te stesso, che però sei certo essere quella giusta. Le scelte di naso.

Chi resta insiste, tiene il punto. Spesso non ascolta, dovrebbe, ma non vuole. Resta perché è convinto, perché pensa che alla lunga sarà la scelta giusta, oppure perché non trova abbastanza buoni motivi per andare. Chi resta di solito è più pigro degli altri, o semplicemente più testardo. Resta chi ha una buona carta in mano e ha paura di sballare, resta chi è stanco di continuare a cercare, resta chi ha qualcosa da perdere e poco da guadagnare.

Va via chi ha poco da perdere e molto da guadagnare. Chi immagina un futuro diverso e ancora energie per provare a costruirlo. Va via chi ha il serbatotio pieno e non ha paura della strada. Chi va via ha l’umità di ammettere gli errori compiuti e l’intelligenza di ascoltare i consigli di viaggio. Soprattutto va via chi è curioso di vedere cosa c’è oltre la collina.

Ma in fondo, sia che resti, sia che te ne vai, come diceva quella saggia donna di Franca Valeri, ricordati che “il futuro ti cammina accanto come un amico instancabile“: cosa ci riserba non possiamo saperlo prima, né se restiamo, né se scegliamo di andare. E dunque, lettore ermeneutico, che vuoi fare tu? Resti o vai via?

 

Anche i conigli, sì, anche loro

Quando finisce una storia non possiamo essere felici. La fine è sempre un concetto difficile da accettare, il termine segna un ostacolo che vorremmo poter superare. Ma a volta non è possibile. Ed il rischio è che l’amarezza che proviamo possa arrivare ad avvelenare l’intera storia, come se tutto quello che è accaduto prima non avesse valore, fosse stato una specie di inganno, di finzione. Quello che resta, alla fine dei conti, è l’ultimo capitolo ed è proprio a partire da questo che spesso giudichiamo tutto quanto il libro.

Ma non dovrebbe essere così. Al contrario. Per quanto possa essere traumatica, deludente, amara la sua fine, una storia andrebbe giudicata nella sua interezza. Andrebbe apprezzata nella sua interezza. Andrebbe ricordata nella sua interezza. Dall’inizio alla fine. Per quanto il suo termine ci possa aver lasciato con l’amaro in bocca, non può e non deve cancellare tutto quello che è successo prima.

Stanotte è morta la nostra coniglietta. Floppy, una coniglia ariete di una bellezza disarmante, è stata con noi solamente per tre anni. Bella e fragile, ha avuto, poverina, una vita molto tormentata: tanti acciacchi, un’operazione al fegato, alla fine il caldo di questi giorni le ha fatto venire un attacco di appendicite che nessun antibiotico è riuscito a debellare.

Ero un po’ scettico quando mia figlia decise di prenderla, ma debbo ammettere che, pur non arrivando all’interazione che può dare un cane, era diventata una componente della famiglia. Forse proprio la presenza di Rose aveva resa un po’ cagnolino anche lei: faceva le feste quando qualcuno arrivava in casa, giocava con la palletta, insomma a modo suo riusciva ad interagire, dimostrava in maniera chiara che si era legata a noi. E noi le abbiamo voluto bene, soprattutto mia figlia, ovviamente. Per chi ha instagramm, qui trovate video e foto delle sue gesta https://www.instagram.com/floppetty_thereal/?hl=it

Allora si pone una questione. Se crediamo in un Dio che è Amore (questa in fondo è l’unica definizione che ce ne danno le Sacre Scritture) è possibile che esistano un amore di serie A ed uno di serie B? E quale senso avrebbe? Se crediamo in un Dio così, non possiamo non credere che ogni storia d’amore abbia un senso. Abbia un valore. Piccolo, infinitesimale rispetto ad altri, ma che non può andare perduto, non può essere cancellato e sparire nel nulla.

Non sappiamo in che modo, non sappiamo quando, non sappiamo come, non sappiamo in fondo neanche il perché, ma se crediamo in quel Dio, che provvede ai gigli dei campi e agi uccelli del cielo, dobbiamo credere che Floppy farà parte del nostro futuro, insieme a mia madre, ai miei amici, insieme a Sancho, a Byllo, al grande Jack e la piccola Rose, i miei cani passati, presenti e futuri. Perché come diceva quel folle saggio di Nietzsche, l’amore esige eternità. Profonda, profonda eternità!

I gesti irreparabili

Siamo abituati al nesso causa effetto. Diamo per scontato che ad una determinata azione poi ne segua un’altra che necessariamente viene fuori da quella precedente, come sua inevitabile conseguenza. Succede con le cose, con i macchinari, ma anche con le persone. Meglio le conosciamo, più dovremmo essere in grado di prevedere le loro reazioni.

Ma non solo diamo per scontata la conseguenza, spesso siamo certi anche del tempo necessario alla sua esecuzione. E se il tempo non è quello che pensiamo, l’attesa diventa snervante, anche fosse di pochi secondi. Come quando aspetti che il computer ti dica che puoi togliere la chiavetta USB. Oppure mentre sei lì che guardi la macchinetta del caffè prima che cominci a sbuffare fuori il liquido nero e bollente. Per non parlare degli attimi in cui rallenti quando arrivi al casello telepass e ti attraversa un brivido fugace insieme all’ipotesi che qualcosa non funzioni e la sbarra rimanga giù.

Il caldo impaziente che ti assale quando hai acceso l’aria condizionata, ma lo split resta immobile, come se si divertisse a vederti sudare. O quando aspettiamo che si spenga la spia dell’ascensore e ascoltiamo i rumori del lento procedere, le porte che si aprono e poi si richiudono, ma quella rimane ancora rossa, come se ci facesse i dispetti.

Quel tempo in attesa ci mette in agitazione. Fa vacillare la nostra incondizionata fiducia nel futuro. Oggi è la macchinetta del caffè, domani potrebbe essere l’antibiotico che ci fa passare la febbre. E la sbarra del casello autostradale non è forse la perfetta metafora dell’ostacolo improvviso che blocca il nostro viaggio nella vita?

Ma proprio in quegli attimi di smarrimento, in quei momenti sospesi sul ciglio del burrone, riscopriamo le nostre certezze, sappiamo su chi possiamo contare. In cuor nostro sappiamo che lo split, magari tarderà un po’, ma poi comincerà a ronzare e l’aria si raffredderà in un baleno. Conosciamo la sbarra che si alzerà e ci permetterà di continuare il nostro viaggio. E ovviamente, se non si fosse capito, non parlo di cose o di macchinari.

In realtà in quei momenti ci salvano i legami che abbiamo stabilito. Quei legami che durano nel tempo, che sfidano le distanze e non temono nulla, perché sono le nostre certezze. Legami che come ricorda saggiamente Borges, nel bene o nel male, sono gesti irreparabili.