Prima di chiedere

Vi è mai capitato di sentirvi fuori luogo mentre ponevate una domanda? Vi siete mai pentiti di chiedere qualcosa nel momento stesso in cui la chiedevate? Avete mai avvertito un brivido dietro la schiena leggendo negli occhi dei vostri consanguinei, tutto il loro disappunto per l’inadeguatezza della vostra domanda?

Il fatto è che ci sono volte in cui il silenzio è pesante. Situazioni in cui ci sentiamo a disagio, fuori posto, non sappiamo che dire. E allora, spegnendo per un attimo il collegamento fra il cervello e la bocca, ci escono domande inopportune. Ci vengono fuori richieste prive di senso, fuori contesto, imbarazzanti per noi che le poniamo e per chi dovrebbe dare una risposta. Domande totalmente inutili, di cui a volte conosciamo già la risposta, oppure domande la cui risposta non ci interessa davvero conoscere.

E’ in situazioni come queste che la nostra autostima precipita, che ci sentiamo un po’ come quelli che ad una cena elegante arrivano con i calzini bianchi e i sandali stile frate francescano. Ma non dovremmo mai abbandonare la speranza, non dovremmo mai perdere la fiducia in noi stessi. In fondo se perfino uno come Internet Explorer ha il coraggio, ogni volta che inavvertitamente lo facciamo partire,  di chiederci “vuoi impostare Explorer come browser prefedefinito?” perché dovremmo scoraggiarci noi?

Non siete ancora convinti? Continuate a ripensare all’ultima figura di merda che avete fatto e vi autocommiserate pensando che solo un coglione avrebbe potuto fare una domanda inutile/impertinente/imbarazzante come quella? Allora andate sul sito dell’Esta e compilate il questionario obbligatorio per chiedere il visto per gli Stati Uniti. E la vostra autostima vi ringrazierà.

Immagina, puoi

Ognuno di noi da piccolo ha avuto un amico immaginario (mia figlia Elisa ce ne aveva addirittura due, un maschio che si chiamava “Cacci” e una femmina, che invece si chiamava “Acacci”, non abbiamo mai capito come fossero venuti fuori questi nomi), qualcuno sosteneva di essere amico di Capitan America o che Zagor una volta l’avesse salvato dagli indiani. Qualcun altro riusciva a convincere gli amici di aver fatto vinto a tennis contro Mc Enroe e poi c’era l’immancabile cugino che sapeva ogni cosa (“lo sai che mio cugino mi ha detto che una volta è morto?“).

Anche l’età è una variabile abbastanza indifferente. Solitamente questi sogni ad occhi aperti finiscono nella preadolescenza. Ma qui c’è gente che arriva alla pensione e ancora non l’ha terminata! A volte più le bugie sono grosse, più diventiamo convincenti per far sì che anche gli altri ci credano. O almeno facciano finta. Forse semplicemente, se sono di buon cuore, gli dispiace smascherarci. Ci assecondano per non ferirci.

Però ammettiamolo ragazzi, Paola Pireddu a sessant’anni suonati ha dato a tutti noi una lezione memorabile. Forse ha ragione la mia amica Jò, che in fondo Mark Caltagirone ha semplicemente confermato il detto che in amore vince chi fugge, ma lei, l’inimitabile Paola, meglio nota come Pamela, ha realizzato il sogno di ogni bambino: ha offerto a milioni di Italiani una tazzina vuota e tutti hanno bevuto. Ma in più – e qui sta il genio, qui sta lo scatto inarrivabile – si è pure fatta dare una montagna di soldi per farlo. Ora c’è chi la insulta, chi la biasima, ma io la propongo come prossimo Presidente del Consiglio! Attenzione cosa vi dico: secondo me questa sarebbe capace di andare in Europa e pagare il debito dell’Italia con i minibot. Anzi, con i soldi del Monopoli. E pure senza passare dal via. Alle prossime elezioni, vota anche tu Pamela Prati.

Gli ostacoli del cuore

Si può raccontare un’emozione? Si possono tradurre in parole le vibrazioni profonde, l’attrazione o la repulsione, la paura, la gratitudine? Più in generale non è forse questo il vero obiettivo di ogni forma di arte? Lo possiamo fare attraverso le lettere su un foglio bianco o con le note di una melodia, con i colori di una tavolozza o plasmando una materia grezza. Cambia lo strumento, ma il fine è sempre lo stesso. Ma siamo in grado di esprimere la disperazione? Siamo in grado di oggettivarla fuori di noi, per riuscire a comprenderla e così a farle comprendere agli altri, oppure è un ostacolo insormontabile?

La vicenda di Noa, la diciassettenne olandese che sceglie di lasciarsi morire penso indichi questa insuperabilità. Per lei, probabilmente, esprimere, oggettivare l’orrore che aveva provato, che la teneva prigioniera, era un ostacolo troppo grande. Ricorda i casi di suicidi dei sopravvissuti ai lager nazisti. Mi spaventa questa incapacità di reagire, questo arrendersi apparentemente senza lottare (ma che ne sappiamo noi? Come pretendiamo di esprimere giudizi su una vicenda del genere?). Mi fa scoprire inerme, indifeso di fronte a tanto orrore.

ma del resto, facciamo fatica ad accettare che ci siano malattie incurabili per il fisico, vorremmo lottare con tutte le nostre forze contro il cancro o contro l’Alzheimer, come potremmo accettare che ci siano malattie incurabili dell’animo? La rabbia di fronte all’impotenza lascia attoniti. Cosa avrei fatto di fronte alla povera Noa, come avrei reagito di fronte alla sua disperazione e poi alla sua volontà di arrendersi? Le avrei provate tutte, conoscendomi non avrei mai potuto accettare la sua resa. Avrei sbagliato? Possiamo andare contro la volontà di qualcuno, qualcuno che amiamo, perché non accettiamo le sue decisioni, anche le più estreme? Riusciamo ad amare qualcuno che non riesce più ad amare se stesso o gli ostacoli del cuore sono troppo grandi? Francamente non so rispondere.

Come, allo stesso modo, non so cosa avrei fatto fossi stato il padre della fanciulla che ha ritirato la denuncia di stupro fatta a suo tempo a Ronaldo. Non tutti reagiamo alle disgrazie allo stesso modo, certo è strano pensare che di fronte ad una tragedia analoga (ammesso che i due casi siano analoghi), qualcuno decida di togliersi la vita e qualcun altro riesca a trovare il modo di diventare ricco. Avrei tentato in tutti i modi di salvare sia l’una che l’altra. Avrei tentato invano, probabilmente, ma certe battaglie vanno portate avanti lo stesso. Nonostante gli ostacoli, nonostante la quasi certezza di fallire. Almeno fino a ché non riusciremo a trovare quella particolare forma di espressione che ci aiuti ad oggettivare e quindi condividere la disperazione.

Tu doni e porti via, Tu doni e porti via, ma sempre sceglierò di benedire Te

 

 

La Repubblica Federale della Felicità

Se esistesse un luogo della felicità non potrebbe che essere una Repubblica Federale. Repubblica, perché nessuno può essere padrone della felicità, né della propria, né di quella degli altri; federale, perché una repubblica del genere dovrebbe riuscire a mettere insieme regioni spazio temporali diverse, che non potrebbero mai essere ridotte ad una unità.

Nella mia personale repubblica dovrebbero federarsi regioni molto distanti ed eterogenee fra loro: ci sarebbe la regione delle diverse età dei miei figli, solcate dai fiumi che hanno segnato il passaggio da un’età ad un’altra. In quelle valli mi piacerebbe fermarmi a lungo per non perdermi neanche la più piccola sfumatura, anche se poi la voglia di passare da una all’altra mi farebbe andare avanti. Lì vicino, confinante con questa, ci sarebbe la regione delle carezze di mia madre, dove mi fermerei per fumare un’altra sigaretta con lei, spettegolando un po’, parlando di futilità e di cose serie, ridendo un po’ di questo, un po’ di quello e un po’ di noi.

Nella federazione non mancherebbe la regione delle promesse mantenute, quelle fatte agli altri e quelle fatte a me stesso, gli impegni rispettati e le imprese ben riuscite, i goal segnati il giovedì, i libri scritti e quelli da scrivere. Lì in mezzo scorrerebbe il fiume delle cose perdute e poi ritrovate, che andrebbe a finire nel lago dei sorrisi regalati. In quella stessa regione ci sarebbero i ricordi delle cose dimenticate e le speranze dei sogni irrealizzabili.

Ovviamente nel giro da una regione all’altra sarebbe al mio fianco la compagna della mia vita. Ci sarebbero però zone in cui penso mi troverei da solo, perché la felicità si vive insieme, ma nasce quando sei solo. In una sorta di grande raccordo anulare tutt’intorno alla repubblica ci sarebbe la zona della musica, che da lì riuscirebbe a risuonare in ogni luogo.

Ci sarebbe la regione dei libri e fumetti e lì passerei moltissimo tempo, mentre in un’altra ci sarebbero i viaggi fatti e di quelli da fare. Le regioni non avrebbero confini fra loro e i cani potrebbero correre liberi da una all’altra. I miei cani, ma anche quelli degli altri, quelli vissuti, amati, ma anche quelli incontrati per strada, da una carezza e via.

E ti prendono in giro
se continui a cercarla
ma non darti per vinto perché
chi ci ha già rinunciato
e ti ride alle spalle
forse è ancora piu pazzo di te.

 

Come stare fuori dal tempo

Oggi ho incontrato dei compagni delle elementari, amici che non vedevo esattamente da 42 anni. Una di quelle rimpatriate favorite dai social network, che possono rivelarsi grandi occasioni per riscoprire piacevoli ricordi o tristi occasioni di confronto con un passato remoto ormai dimenticato. Fortunatamente per noi si è trattato del primo caso! Siamo stati bene, ci siamo riscoperti e ritrovati, diversi, ma in fondo simili a quelli che eravamo.

Soprattutto è stato buffo confrontare l’idea che loro avevano di me, in base ai loro ricordi, con l’io attuale, le similitudini e le differenze che i percorsi della vita ci hanno fatto fare. La memoria non appartiene alla mente, perché i ricordi sono etimologicamente ri-cordi. Il muscolo protagonista è il cardio, il cuore. Per questo i ricordi più autentici sono i sentimenti che ti assalgono, ti circondano e piegano le tue resistenze. Rivedi quei volti, ascolti i loro ricordi e improvvisamente hai di nuovo undici anni. E tutto sembra bello.

Prima di ogni scelta, prima di ogni bivio, prima di ogni sbaglio. Tutta sembra bello. Hai tanta confusione in testa, ma insieme l’entusiasmo folle di sentirti padrone della tua vita. Quando è più forte la voglia di provarci della paura di fallire, perché il futuro è una pagina bianca e tu hai fretta di cominciare a scrivere. Tutto sembra bello.

Tu stesso sei uno sconosciuto, che potrebbe diventare chiunque. Ancora non conosci la musica che farà da colonna sonora alla tua vita, non conosci gli autori che cambieranno il tuo modo di pensare, non hai incontrato le persone che accompagneranno la tua vita, eppure paradossalmente sono già lì accanto a te. E tutto sembra bello.

  • Ciao!
  • Ciao. E tu chi sei?
  • Io sarei tu. So che può suonare strano, ma io e te siamo la stessa persona. Io sono quello che sarai tu fra 40 anni.
  • Se va be’, mi stai prendendo in giro!
  • Ero così diffidente a 11 anni? Mica mi ricordo. Però certo, mamma mia com’ero piccolo!
  • Ehi! Non è che sei diventato tanto più alto eh!
  • Anche questo è vero! Ora sì che mi riconosco.
  • Insomma, tu verresti dal futuro? Ma sul serio?
  • Sul serio
  • E dimmi, com’è?
  • Incasinato.
  • Allora è come adesso
  • Peggio! Non puoi avere un’idea! Il traffico è impossibile
  • Sì, perché ora invece? Se tu sei me, dovresti ricordarti com’era
  • Ti assicuro che poi sarà peggio
  • E poi? Che mi puoi dire del futuro?
  • Tutti abbiamo un telefono e
  • Ma anche ora tutti abbiamo il telefono!
  • No, non hai capito! Tutti abbiamo un telefono portatile, che però non è un semplice telefono. Puoi leggerci qualsiasi notizia, puoi scrivere messaggi, ascoltare musica, vedere le partite
  • Abbiamo vinto qualche altro scudetto?
  • Sì! E pure una Coppa delle Coppe e diverse Coppe Italia
  • Dai! Fico
  • Sì, ma siamo anche andati in serie B e ci sono capitate una quantità di sventure che forse ti converrebbe diventare della Juve. Sei ancora in tempo
  • Che sei scemo? Della Juve…figuriamoci!
  • Va be’, hai ragione, sei me, come potresti fare una scelta così logica?
  • Che vuoi dire? Che non farò scelte logiche nella vita?
  • Sì, cioè no. Va be’, è complicato spiegarlo a un ragazzino di 11, anche se quel ragazzino sono io
  • Mica mi hai convinto tanto su questa cosa. Ma oltre questi telefoni magici, poi che avete fatto. Le macchine volano? L’avete trovata una cura contro il cancro?
  • Ancora no, però ci stanno provando. Ma poi ci stanno tante novità, non ci sarà più la lira, ma una moneta unica in tutta Europa, tutti i partiti che conosci ora spariranno e ce ne saranno di nuovi
  • Ok, ma per esempio, Tex ci sarà ancora?
  • Certo! E continuerai a comprarlo, tutti i mesi. A che numero sei arrivato?
  • 159
  • Qualche giorno fa ho comprato il 701. L’unico problema è che non so dove metterli! Mia moglie mi ha obbligato a tenerli dentro delle scatole che teniamo sotto il letto
  • Allora mi sono sposato! E chi è?
  • Meglio che non te lo dico. Lo scoprirai pian piano
  • Ma già la conosco ora?
  • Non te lo dico!
  • E che lavoro farò? Mi sono laureato in archeologia?
  • Ah sì, mi ricordo che avevo quell’idea! No, poi hai fatto altre scelte, ma non ti dico neanche questo, non voglio influenzarti
  • Senti, ma in vacanza andiamo sempre a Santa Severa? Sono diventato bravo a suonare il piano? E ho imparato a nuotare?
  • A Santa Severa no, anzi da un po’ di anni ci siamo spostati in montagna. Il piano l’hai suonato per 8 anni, poi però ti sei stufato e invece a nuotare hai imparato, giusto l’anno scorso
  • Ma come? 8 anni e poi ho lasciato perdere…e il nuoto ho imparato a 50 anni?
  • Te l’ho detto che non farai sempre le scelte più logiche
  • E senti, loro ci stanno ancora?
  • Neanche questo penso sia giusto dirti ora. Qualcuno ormai non c’è più, ma qualcuno è arrivato e riempe la tua vita, su questo puoi stare tranquillo. E poi ancora giochi a pallone, tutte le settimane e sei ancora bravino
  • Sì va be’, ma insomma, non mi dici le cose più importanti. E poi anche il futuro che racconti, non è poi così entusiasmante. In sintesi, cosa puoi dirmi che potrebbe servirmi?
  • Eh, non è facile…così su due piedi…
  • Mica ti ho detto io di tornare dal futuro!
  • Allora qualcosa te la dico. La prima è che non devi avere paura
  • Va be’, questo me lo dice pure papà.
  • Lo so, me lo ricordo. Però ha ragione lui. E invece altre volte non ce l’ha, come forse hai già capito da solo. Ma qui ha davvero ragione: non devi aver paura. Soprattutto di restare solo, perché invece scoprirai che si può star bene anche da soli. Anche se a dir la verità non ci starai mai.
  • E poi?
  • Poi scoprirai quant’è bello avere un cane.
  • Un cane? Ma io non voglio un cane
  • Me lo ricordo. Adesso è così, ma quando succederà capirai che è una delle cose più belle che possa succederti
  • E terzo?
  • Non c’è un terzo
  • Ma di solito sono sempre tre le cose no? Un po’ come i desideri di Aladino
  • Terzo ascolterai sempre tanta bella musica. E ricordando questi momenti tutto sembrerà bello. Persino le canzoni di Gianni Togni.

Il passo indietro (dedicato a DDR, ma non solo)

Quant’è difficile dire “è finita”! Ammettere che una storia si chiude, che una carriera è conclusa, che un compito finisce, che un obiettivo è raggiunto. Riconoscere, prima di tutto con se stessi, che è inutile insistere, andare avanti, far finta che ci sia altro tempo da spendere o altro spazio da occupare. Penso che in assoluto sia una delle cose più complicate del mondo. E vale in ogni situazione: nelle vicende amorose, come in quelle lavorative, nei rapporti fra le persone ed in quelli con il mondo che ci circonda.

Un caso eclatante (l’ennesimo) riguarda il capitano (o dovrei dire ormai l’ex) della seconda squadra della capitale. Il povero Daniele De Rossi, a forza di aspettare che il monumento della storia romanista togliesse le tende, è passato nel giro di un anno da capitan futuro a capitan passato, come se per lui non ci fosse mai stato un presente. Dicevo l’ennesimo caso perché di campioni che con il passare degli anni non riescono a capire che il loro tempo migliore è ormai alle spalle ne è piena la storia del calcio. Ma del resto, se è difficile per un politico o per un grande manager accettare che a settantanni (a volte anche più) sarebbe meglio dedicarsi ai piccioni ai giardinetti o ai cantieri della metro, come pretendiamo che un ragazzone di trentacinque anni, possa rassegnarsi a farsi da parte serenamente quando ha ancora una vita davanti?

Qualcuno riesce anche a reinventarsi in altri campi (mitico il portiere Sepp Maier della Germania campione del mondo nel 74 che diventò un clown o il milanista Weah che è diventato presidente della repubblica della Liberia), qualcuno rimanendo nel mondo del calcio addirittura ha una carriera migliore di quando giocava (quante seconde linee sono diventati grandissimi allenatori o addirittura presidenti di squadre). Ma tanti, soprattutto grandi campioni, hanno avuto difficoltà, perché non è facile quando si è all’apice del successo, quando si è raggiunti la cima, riuscire a trovare nuove motivazioni, nuovi traguardi.

Per questo fare un passo indietro, riconoscere che quella cosa è finita, saper dire basta è durissima. Per questo ci si ostina ad andare avanti lo stesso, facendo finta che il tempo non sia passato. Un po’ come chi si tinge i capelli o si tira le rughe. Oppure chi rimane attaccato alla poltrona come una patella ad uno scoglio. Ma dimettiamoci amici miei, togliamoci di torno! E facciamolo noi prima che siano gli altri a presentarci il ben servito. Non bariamo con il tempo, perché prima o poi verrà a vedere le carte e scoprirà il bluff, prendendosi il piatto e lasciandoci miseramente in mutande. Ripeto, non è facile, ma che soddisfazione, che dignità quando ci si riesce! Perché come dice Sun Tzu, ne “L’arte della guerra”, dobbiamo fare le battaglie che sappiamo di poter vincere. E contro il tempo, ahimè, non vince nessuno.

Detto questo, riconosco l’onore delle armi a DDR, avversario scomodo, duro, antipatico, ma con una dignità che altri non hanno avuto e gli auguro di trovare nuovi successi (anche perché calcisticamente parlando non è che….) e nuovi stimoli nella nuova vita che comincerà a breve.

 

La giusta distanza

La mia amica , l’altro giorno si incamminava mirabilmente (come lei sa fare di solito) in sentieri ricchi di spunti, come quei viottoli di montagna nei quali a destra e sinistra, nel folto degli alberi, si aprono panorami straordinari, a volte semi nascosti, altre volte completamente svelati. E si parlava appunto di giuste distanze. Continuo proseguendo per quel sentiero delineato da lei, provando a disegnare nuovi scorci.

Premetto che sono miope, fin da ragazzino. Il mondo ogni giorno riprende i suoi contorni solo quando mi infilo gli occhiali. Prima è una roba nebulosa, più o meno definita, è questo, ma potrebbe anche essere quello. Una cosa lontana per me diventa indistinguibile. Da qualche anno a questa parte però sono diventato anche presbite, quindi, se porto gli occhiali, anche una cosa vicina diventa altrettanto nebulosa. Paradosso dei paradossi, se tolgo gli occhiali però, da vicino ci vedo benissimo. Quindi lo strumento che mi serve per vedere da lontano è lo stesso strumento che mi impedisce di vedere bene da vicino.

E’ un mondo complicato. Non vediamo quello che abbiamo ad un palmo dal naso e vediamo benissimo quello che ci sta lontano. O al contrario, riusciamo ad analizzare e sviscerare quello che abbiamo sotto gli occhi, ma appena ci allontaniamo la realtà diventa indistinta. E’ vero, esistono gli occhiali multifocali (che sono quelli che ho da qualche anno), ma qui ovviamente non volevo fare un saggio di oftalmica. La miopia e la presbiopia mi sembrano situazioni un po’ più generali, condizioni con le quali dobbiamo convivere per valutare il mondo che ci circonda, gli altri, ma prima di tutto noi stessi.

E qui arriva Jò con le sue giuste distanze. Ma giuste per chi? Per “vedere” e quindi capire chi è vicino e chi è lontano? Ed è possibile trovare una distanza così giusta che sia equidistante da tutto, al punto che si riesca a mettere bene a fuoco sia il vicino, sia il lontano? Oppure saremo sempre costretti a questa continua oscillazione, ad allontanarci per vedere bene il vicino e avvicinarci per vedere bene il lontano? Nel Piccolo principe si dice che “non si vede bene che col cuore, perché l’essenziale è invisibile agli occhi“. Ma anche (anzi forse soprattutto) per il cuore vale il discorso della distanza giusta. Ammesso che esista. Piuttosto, invece del buon Saint Exupery, mi viene in mente una frase del mio amato Ludwig, che forse, al di là del discorso sulla misura del vista, coglie un aspetto fondamentale: l’idea è come un paio di occhiali posati sul naso, e ciò che vediamo lo vediamo attraverso essi. Non ci viene mai in mente di toglierli. (L. Wittgenstein)