Maritozzo Day 2019

Una volta tanto, invece di scrivere minchiate, faccio un uso privato di un blog…privato. Insomma, faccio un po’ quello che me pare. Però è per una buona causa. Infatti domani la giornata evento che celebra il maritozzo romano  sostiene una raccolta fondi interamente devoluta alla Breast Unit dell’ Ospedale FateBeneFratelli-Isola Tiberina. Il devoluto servirà infatti ad acquistare un casco speciale per le donne in cura chemioterapica che impedisce la caduta dei capelli.

L’evento si svolgerà in tutta Italia, 70 locali (di cui più di 50 a Roma) per esaltare questa specialità che verrà offerta in oltre 200 versioni: dal tradizionale con panna a declinazioni dolci e salate più innovative, in specifici esercizi anche gluten free e in versione alleggerita ‘rosa’.

Tutte le informazioni le trovate nel sito https://maritozzoday.tavoleromane.it/

Qui trovate anche la lista dei locali aderenti e il coupon da scaricare per partecipare alla raccolta fondi. Partecipiamo numerosi!

Avessimo sbagliato tutto?

Posto che aveva ragione un mio vecchio capo, secondo il quale, sì è vero noi abbiamo degli stipendi di tutto rispetto, ma i soldi veri “o si rubano o si sposano”. Dato per assodato anche che trovare il modo di fare i soldi con i propri hobby sarebbe la vera chiave della felicità (pensa se qualcuno mi pagasse per leggere libri, ascoltare dischi o scrivere minchiate sul blog!), alcuni fatti accaduti recentemente mi hanno spinto a pormi la domanda del titolo di questo post.

Primo fatto. La giovin donzella, ormai lanciata in una brillante carriera universitaria, mettendo a frutto gli oltre quindici anni di nuoto sincronizzato, ha cominciato a tenere dei corsi di nuoto per bambini in un centro sportivo. Un quasi istruttore di nuoto prende 5 euro l’ora.

Secondo fatto. Il giovin virgulto prossimo alla maturità ha bisogno di ripetizioni di matematica. Più che vere e proprie ripetizioni, ha bisogno di qualcuno che stia lì con lui ad esercitarsi. Questo ha detto la sua prof agli ultimi colloqui. E dunque troviamo un ragazzo in gamba, prossimo alla laurea in ingegneria che si sostenta gli studi dando ripetizioni. Un quasi ingegnere prende 15 euro l’ora.

Terzo fatto. Qualche disgraziato ha provato a rubarmi la macchina. Forse disturbato dalla polizia, forse dissuaso dalla pulizia, fatto sta che l’unica cosa che è riuscito a fare è rompere la serratura dello sportello. Porto la macchina dal meccanico e risolvo la questione: “dottò, è andata bene, non ho dovuto cambiare il pezzo, mio figlio in un’ora di lavoro gliel’ha sistemato“. Un quasi meccanico prende 40 euro l’ora.

Sì, temo proprio che abbiamo sbagliato tutto.

Ma io sul serio non mi ricordo nulla (o quasi)

La memoria è un meccanismo complesso e semplice allo stesso modo. Ma funziona allo stesso modo per tutti? Perché alcuni ricordano particolari ininfluenti ed altri invece dimenticano anche quello che hanno mangiato la sera prima? Vale per tutti in ogni caso che ci sono ricordi indelebili, quelli che marcano un prima ed un poi. Singole giornate, eventi unici che fanno da spartiacque, di cui ci rimane la memoria anche del più piccolo dei particolari. Poi c’è questo fenomeno buffo per cui gli anziani ricordano le cose antiche, ma dimenticano quelle recenti. Ma volendo provare a fare una distinzione generale, quali sono le cose che tendiamo a scordarci e quelle invece che ci rimangono dentro nei secoli dei secoli? Secondo me la cosa più saggia l’ha detta questa Maya Angelou

Effettivamente è proprio così: è facile dimenticare una nozione, una cosa che ci hanno detto, spiegato, una cosa che abbiamo imparato studiando, più difficile dimenticare una sensazione, come ci siamo sentiti con una determinata persona, cosa abbiamo provato. Vale per tutti, persino per un distratto come me, che dimentica qualsiasi cosa. Possiamo scordarci la perifrastica attiva, non certo il terrore che ci incuteva la prof quando doveva interrogarci. Possiamo forse dimenticare il nome di quella ragazza sulla spiaggia, difficilmente dimenticheremo come ci sentimmo durante il primo bacio. Poi ovviamente ci sono varie eccezioni. Non è un mistero ad esempio alcuni più sensibili di altri (o semplicemente permalosi?) fanno più fatica di altri a dimenticare certe cose.

Soprattutto le donne hanno questa caratteristica. O almeno, sono certamente così le donne della mia vita. La mia dolce metà è capace di ricordarsi cosa indossava al matrimonio della cugina del fratello del nostro amico a cui andammo nel 92. Misteri imperscrutabili per me, che farei meno fatica ad imparare un manuale di astrofisica! Poi certo, a volte la memoria o meglio la mancanza di essa, può essere un comodo alibi, anche se spesso poco creduto. Perché, appunto, se una è in grado di ricordarsi le scarpe che aveva ai piedi in quella determinata circostanza accaduta ventisette anni prima, avrà difficoltà a credere che tu non ti sei ricordato, che so, di prendere quella cosa o di chiamare quella persona che ti aveva detto di fare solo qualche giorno fa.

Ammettiamolo, a volte ci giochiamo un po’ con le dimenticanze. Ma in realtà soltanto un po’ perché io per esempio davvero non mi ricordo proprio mai nulla. E non faccio grande distinzione fra ciò che mi converrebbe ricordare e quello che effettivamente sarebbe meglio dimenticare. E oltre alla dolce metà ci si mette anche FB a ricordarmi tutte le minchiate che scrivo giorno per giorno, visto mai mi dovessero passare di mente. Eppure anche il GDPR sulla privacy prevede un diritto all’oblio! Io mi scordo tutto in maniera uniforme, sono ecumenico in questo, senza alcuna distinzione. A parte i risultati delle partite della Lazio, ovviamente, ma quella è un’altra storia.

Dimentico e per questo non porto rancore. Anche se quello forse dipende più dal dare la giusta importanza a quello che dicono/fanno/pensano gli altri, al peso che dai alle loro opinioni nella tua vita. Io dimentico. Poi magari mi viene la gastrite, ma anche quello è un altro discorso. A volte saper ricordare è un bel vantaggio e una grande dote. Ma datemi retta, a volte anche dimenticare non è poi così male.

 

 

Il pregiudizio di sopravvivenza

Girovagando su internet l’altra sera mi sono imbattuto in un articolo che parlava del “pregiudizio di sopravvivenza”. Echeczz’è il pregiudizio di sopravvivenza, si chiederanno i miei ermeneutici lettori? Sarà lo stress post traumatico del lunedì mattina? Sarà quel fenomeno per cui un ex bibbitaro del San Paolo ci rappresenta nel mondo?  Nulla di tutto questo! State a sentire invece questa storia.

Durante la seconda guerra mondiale, gli alleati mapparono i fori di proiettile degli aerei colpiti dalla contraerea nazista. La deduzione logica degli ingegneri e dei costruttori fu quella di rinforzare le aree maggiormente colpite, al fine di blindare ulteriormente i velivoli, dando loro maggiore resistenza al fuoco nemico.

Un matematico, di nome Abraham Wald, giunse però a tutt’altra conclusione: i puntini rossi, che vediamo nell’immagine, rappresentano solo i danni subiti dagli aerei che tornarono alla base, e non di quelli abbattuti. Secondo lo studioso quindi, le aree che dovevano esser rinforzate erano quelle in cui non c’erano puntini rossi, poiché se fossero state colpite l’aereo e il suo pilota non avrebbero più fatto ritorno a casa.
Questo fenomeno si chiama “pregiudizio di sopravvivenza” e avviene quando guardiamo le cose che sono sopravvissute quando invece dovremmo concentrarci su quelle che non ce l’hanno fatta.

Succede lo stesso con le relazioni. Ci fissiamo sui difetti, sulle cose che non ci piacciono, quelle che saltano agli occhi e ci concentriamo su quelle, puntando tutti i nostri sforzi per cercare di migliorarle, quando in realtà forse dovremmo fare attenzione a ciò che non si vede, perché lì sta il veleno autentico. Un po’ come le coppie che stanno insieme da anni e da anni battibeccano sulle stesse questioni. Qualcuno potrebbe domandarsi: sono trent’anni che litigano sulle stesse cose, ma come fanno a restare insieme? Infatti probabilmente, se trent’anni prima avessero smesso di litigare su quelle cose, ora non starebbero più insieme.

Quando sono debole è allora che sono forte“, diceva San Paolo (non lo stadio di Giggino, quello di Tarso): i punti rossi dell’aero, un po’ come le nostre (personali e/o di coppia) cicatrici, sono il segno tangibile di una prova superata, le debolezze che paradossalmente diventano i punti di forza. Non dico che dovremmo coccolarli perché sarebbe come indugiare sui difetti, però, anche se a volte ancora fanno male, possiamo star sicuri che non saranno lor a far precipitare il nostro aereo. Poi è ovvio, ognuno di noi preferirebbe non avere cicatrici, né punti rossi, preferiremmo essere immuni dalla contraerea del nemico, ma non sono e non saranno loro il motivo della caduta, perché sono il segno concreto che, nonostante loro, ce l’abbiamo fatta.

 

P.S. Scrivendo questo post pensavo alla mia amica Lucy, con la quale grazie alla magia della blogosfera, abbiamo abbattuto le distanze fra l’emisfero australe e quello boreale. Recentemente ha deciso di raccontare agli altri i suoi punti rossi ed io penso che ne debba essere orgogliosa, perché nonostante loro, nonostante probabilmente le facciano ancora male, è rimasta in piedi e ha saputo ricostruire. Seguite il suo blog e non ve ne pentirete. E come dicevo dillà….daje Lucy daje!

Le buone cose di pessimo gusto

Stamattina pensavo a quanto sono strane le sopracciglia. I nostri antenati primitivi avevano su tutto il viso uno strato di peluria uniforme, poi pian piano l’evoluzione ha fatto sì che progressivamente si ritirasse sulla parte superiore del capo, diventando capelli e nei maschi (ma mica solamente!) in quella inferiore, diventando barba. Unici peli irriducibili, isole nel deserto glabro del resto della faccia, le sopracciglia. In effetti quei peli lì non a caso sono gli unici ad avere una funzione, perché riparano gli occhi dal sudore. Ma per quanta corse possiamo fare, per quanto caldo possiamo sentire, ma quanto dovremmo sudare per poter dire “ma sì effettivamente queste sopracciglia sono una bella trovata”?

Ammettiamolo, sono insolite! Un vero e proprio residuo del passato, quasi un monito per ricordarci quella parte animale che spesso vogliamo dimenticare. Pensate per un attimo se invece di lì dove sono un gruppo di peli fosse rimasto in mezzo alla fronte oppure sotto gli occhi. Eppure, nonostante ci siano stati periodi in cui la moda le riduceva drasticamente fino a volte ad azzerarle, ma quanto è orrendo un volto senza sopracciglia?

Al di là della loro presunta funzione salvaocchi, le sopracciglia sono belle. A me piacciono molto! E questa cosa mi ha fatto tornare in mente Gozzano con le sue buone cose di pessimo gusto di cui parlavo con un’amica giorni fa. Ci sono oggetti che ci circondano, che abitano le nostre giornate, a cui siamo affezionati, che sono belle pur essendo brutte, sono comode anche se in realtà la scienza e la tecnica ne hanno inventate di più comode. Un paio di stivali di gomma per portare il cane al prato, lo spremi agrumi manuale, quel vecchio giaccone coprivento, la bicicletta vecchia e arrugginita perfetta per la casa al mare.

E le persone? Non è forse vero che ognuno di noi ne ha? Quei vecchi amici a cui siamo visceralmente legati, ma che sono obiettivamente impresentabili. Amici che a volte spariscono per mesi ma quando li senti è come se ti fossi lasciato il giorno prima, da cui compreremmo una macchina usata, con cui condivideremmo soldi e mutande, ma che non porteremmo mai ad una serata di gala. Buoni, anzi ottimi amici, di pessimo gusto. Un po’ come un bel paio di sopracciglia!

La coerenza di Mara

Solo gli stupidi non cambiano idea. E infatti la coerenza va bene, ma se al mutare delle situazioni rimaniamo fermi sulle nostre posizioni rischiamo di essere stupidi invece che coerenti. Accettare i cambiamenti, modificare le nostre idee, il nostro modo di vivere e di pensare, assecondarli ed insieme guidarli per non lasciarsi travolgere, questo dovremmo fare.

Ieri in Senato alla votazione per istituire una commissione contro l’antisemitismo e l’odio razziale il centro destra (ormai sempre più sinistro) si astenuto in modo compatto. Unica voce fuori dal coro Mara Carfagna, che ha dichiarato di non riconoscersi più in Forza Italia, colpevole a suo dire di aver tradito i valori fondanti quel partito. Chissà a quali valori e a quali altri esponenti del suo partito si riferisce: francamente non ricordo campioni dell’antisemitismo o più in generale impavidi difensori dei diritti sociali e delle minoranze fra quelle file, ma forse ricordo male.

E torno alla riflessioni iniziale. Ci piace guardarci allo specchio ed essere soddisfatti della nostra coerenza, ci piace pensare che i fatti e le circostanze non hanno cambiato le nostre convinzioni. Ma quando succede che qualcuno le intacca, possiamo avere la tentazione di trovare una comoda via d’uscita negando la realtà dei fatti, interpretandola come meglio ci pare: l’amico che ci delude perché è cambiato, l’azienda in cui lavoriamo che non è più la stessa, il nostro partito in cui non ci riconosciamo più. A volte per cercare di rendere accettabile il cambiamento, stravolgiamo la realtà. Perché invece ammettere di aver sbagliato è dura. E’ dura ammettere di essersi sbagliati su qualcuno, è doloroso riconoscere di aver preso un abbaglio, di aver frainteso completamente la vera natura di una persona o una situazione. Ma non c’è altra via, se vogliamo crescere. Altrimenti restiamo convinti che la realtà si possa modellare a nostro piacimento con una bacchetta magica. O con un colpo d’aria.

Chi l’ha detto che non sarà proprio così?

Di fronte alla morte non ci sono parole. C’è rassegnazione e rabbia, tristezza come dicevo qui https://giacani.wordpress.com/2013/10/19/tristezza-nera-nello-stomaco/ . Parole non ce ne sono. Né di consolatorie, né di opportune.  Forse sarebbe meglio non dire nulla. Esserci e basta. E però non si può tacere, perché la morte non può avere l’ultima parola. Allora forse è meglio affidarsi alle parole di chi è senza dubbio più bravo di me.

“Alla morte si pensa continuamente, per tutta la vita, ma mai nello stesso modo: difficile ricordare tutte le forme e i paesaggi e i colori che ha preso dentro di noi l’idea della morte nel corso degli anni e tutti i sentimenti che ha destato nel nostro animo; è l’idea più mutevole che si possa avere; non c’è niente in noi che sia mutevole come l’idea della morte.

A volte pensiamo che ci sarà, dopo la morte, un’altra vita. Ascoltiamo quello che dicono gli altri. Alcuni dicono che dopo morti ci si trasforma in cani o in gatti o in altri animali; non ci dispiacerebbe, perché così potremmo continuare a frequentare la gente e la terra. Molto meno saremmo contenti di diventare degli alberi, perché gli alberi stanno immobili e noi temiamo, nel raffigurarci l’altra vita, sia il troppo moto sia l’immobilità.

Quando pensiamo all’altra vita, abbiamo una gran paura di sentirci lontani dalla terra e sfaccendati, senza niente da fare; non avremo più niente di quello che ci rende oggi l’esistenza così schifosa e insieme a modo suo allegra, calda e marcia e brulicante come ogni cosa vivente; non avremo più i mille interessi pettegoli e stupidi in cui ci troviamo a impicciarci, provandone ribrezzo e piacere; ci chiediamo se ci sarà consentito, da morti, cacciare ancora il naso nei fatti della terra o se invece saremo non più impiccioni ma asettici, indifferenti e severi.

Forse ci toccherà, dopo morti, vagabondare senza tregua nell’aria. Quest’idea ci affatica e ci spaventa perché pensiamo che saremo presto annoiati e stanchi. Ci chiediamo se potremo aver con noi almeno una sedia. Vediamo lo spazio disseminato di sedie, con aggrappati altri esseri costretti come noi a ruotare nello spazio senza riposo.

Altre volte pensiamo che la morte darà riposo. Immaginiamo allora la morte come un piccolo paese, o come una piccola casa o una stanza. Qui abiteremo per sempre, con tutte le persona che abbiamo amato. Delle diverse idee che abbiamo sulla morte, questa è l’idea che più di tutti ci è cara. Il vero riposo è stare sempre con le persone amate. E perché non potrebbe essere così la morte? Chi l’ha detto che non sarà proprio così?”

Natalia Ginzburg

 

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