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Guida pratica per confini sani nelle relazioni

Scrivi la tua guida pratica per stabilire confini sani nelle relazioni.

WordPress ci stuzzica quotidianamente a dire la nostra su questo o su quell’argomento. Di solito mi vengono in mente risposte che poi regolarmente non approfondisco, se non nei commenti al blog della mia amica MiTaccio, o a quello dell’altra mia amica Valeria, che invece tirano sempre fuori spunti arguti e intelligenti.

Oggi però il tema era particolarmente stimolante, anche perché – ormai lo sapete – mi piace molto scrivere guide pratiche, sui temi più svariati: un giorno ne scriverò uno su come costruire cancelli, datemi tempo! Ma come si fa a scrivere una guida pratica per stabilire confini? Da che mondo è mondo i confini sono labili e soggetti a cambiamenti, anche cruenti, quando qualcuno reclama un luogo che pensa debba essere suo e l’altro ovviamente non glielo vuole lasciare. E così nascono le guerre, come ci stanno ricordando il simpatico Putin e l’altrettanto simpatico Zalensky.

Tra l’altro questa guida dovrebbe servire a stabilire confini “sani” nelle relazioni. Forse l’intendimento è creare confini per “relazioni sane”: ma esistono? Senza dubbio ci sono relazioni tossiche, da cui dobbiamo fuggire a gambe levate, fregandocene anche dei confini che lasceremo sguarniti, ma invece è possibile stabilire confini per relazioni sane? Dipende che si intende, mi verrebbe da dire. Come si misura la sanità di un rapporto? Se non se ne può fare a meno? O al contrario, se possiamo prendercene una pausa? E’ sano un rapporto che mi rende felice? O basta uno che non mi faccia soffrire?

La sanità del corpo si acquisisce e si mantiene una volta sviluppati anticorpi che ci fanno affrontare e superare indenni gli attacchi esterni. Un corpo mantenuto sotto una campana di vetro, senza contatti con l’esterno probabilmente è apparentemente sano, ma basta un alito di vento per farlo ammalare. Invece bisogna uscire dalle zone protette, bisogna infettarsi, ammalarsi, così da fare in modo che il corpo reagisca e sviluppi le difese interne per sconfiggere gli attacchi esterni.

Quindi cari viaggiatori ermeneutici questa guida non guida da nessuna parte, perché ho forti dubbi che esitano confini sani per le relazioni. E seppure esistessero dubito possano essere utili. Le relazioni sono indispensabili per non chiuderci dentro gabbie più o meno dorate, più o meno sicure, ma che esistano confini per renderle perfette temo sia una pia illusione. Con la persona che ci sta accanto, con i figli, con gli amici, con i genitori, le sorelle e i fratelli (quelli di sangue e quelli di elezione), continueremo a invaderci, più o meno pacificamente, spostando di qua e di là i confini, nella speranza di fare il meglio possibile, o almeno di fare meno danni possibile.

E se proprio volete una guida per tracciare un confine – che però ho molta difficoltà a definire “sano” – allora guardate il vostro cane, se avete la fortuna di averne uno. Lui vi ama senza limiti e confini, senza neanche immaginare che si possa fare a meno di voi. Incondizionatamente, immotivatamente, come foste il primo, l’ultimo, ogni cosa. Un po’ come canta il grande Barry White!

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Possiamo essere chiunque

“Questo misero modo, tegnon l’anime triste di coloro che visser sanza ’nfamia e sanza lodo. Mischiate sono a quel cattivo coro de li angeli che non furon ribelli, né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. Caccianli i ciel per non esser men belli, né lo profondo inferno li riceve, ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”. (Dante, 3 canto dell’Inferno)

Possiamo essere chiunque. Possiamo provare ad inseguire qualsiasi obiettivo. Possiamo scegliere di esere liberi oppure di sottostare ad un ideale, ad una religione, ad un amore. Possiamo diventare santi, eroi o semplici persone per bene. Possiamo mirare al successo oppure ai soldi. Oppure possiamo cercare di evitare i problemi, le seccature, gli impegni troppo gravosi.

Possiamo scegliere una vita semplice, oppure impegnativa. E fra gli impegni possiamo scegliere quelli più scontati oppure quelli più originali. Possiamo provare ad andare d’accordo con tutti, oppure con nessuno. Possiamo scegliere di obbedire o di ribellarci. Possiamo decidere di cambiare oppure di rimanere coerenti. Possiamo tradire o possiamo restare fedeli.

Possiamo continuare i percorsi già battuti o andare a ricercarne di nuovi. Possiamo scegliere e poi pentirci, possiamo avere rimorsi oppure decidere di non voltarci mai indietro.

Possiamo scegliere se essere uomini o caporali. Se correre il rischio di scontentare qualcuno esprimendo le nostre opinioni, oppure restare nel limbo, tiepidi, ignavi come avrebbe detto il nostro padre Dante. Possiamo essere chiunque!

E voi, cari viaggiatori ermeneutici, chi scegliete di essere?

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“Se questo è il paradiso, mi serve un tagliaerba”

Non possiamo non essere indulgenti. Più invecchio più mi persuado di questa necessità. Dobbiamo avere pazienza con gli altri, ma anche con noi stessi. Questo non significa giustificare tutto o non vedere quello che non va (in noi e negli altri), ma avere la consapevolezza che forse anche in paradiso ci sarà l’erba alta (la frase non è mia, ma del grande Groucho Marx). Posto poi che questo non è e non potrà mai essere il paradiso, in ogni situazione ci sarà qualche cosa da rivedere e che quindi dobbiamo cercare di tirar fuori il meglio che c’è.

Certo a volte è veramente complicato. Ad esempio, d’accordo salvare il salvabile, ma salvare il Salvini la vedo davvero molto dura. Ma se uno guarda la montagna intera potrebbe scoraggiarsi, molto meglio fare un passo alla volta. E partire da ciò e da chi ci sta più vicini. E chi ci sta più vicino se non noi stessi? Per questo dobbiamo partire da noi nell’essere indulgenti, nell’essere pazienti, nell’accettare che se una volta correvamo i 5 km in 25 minuti, ora ce ne mettiamo più di 30. E fosse solo la corsa il problema…

Senza rintanarci nella nostalgia dei bei tempi andati. Ricordare qualcosa che si è perso è come bere la neve. Ti resta comunque la sete. Per questo la nostalgia non ha senso, se non ad alimentare questa sete. E allo stesso modo è inutile ed insensato il rimpianto per quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Fra le tante possibilità che abbiamo avuto, abbiamo fatto le nostre scelte, giuste o sbagliate: per questo dobbiamo essere indulgenti, perché solo a cose fatte (forse, non è detto) possiamo sapere se era la scelta giusta.

Ho letto da qualche parte che la persona che è difficile da dimenticare non è quella che hai amato di più, ma quella che non hai finito di amare. Ma allarghiamo il discorso, perché in fondo, riguardando indietro ci sono molte situazioni che possiamo aver lasciato a metà. Non solo in amore potremmo dover ancora compiere qualcosa che è rimasto in sospeso. La parte difficile non è dimenticare il passato, la parte difficile è dimenticare il futuro che avevamo immaginato. E proprio a partire dal futuro immaginato, possiamo rimboccarci le maniche e cominciare a costruirlo ora.

Riprendiamo i fili interrotti, le situazioni lasciate in sospeso, quelle che “prima o poi”, ma in realtà sono sempre rimaste nel “poi”. Con la speranza che in realtà una soluzione c’è. Magari non sarà la migliore in assoluto, ma con un po’ di indulgenza, sarà la migliore delle soluzione possibili. Una soluzione esiste, magari non sappiamo quale, nemmeno la soluzione sa di esserlo, ma invece è così. Dobbiamo imparare a buttarci. E magari ci ritroveremo a fare una cosa prima di sapere come si fa. Un po’ come ballare. Non siamo capaci, ma se seguiamo la musica ci ritroveremo a farlo.

Datemi retta, viaggiatori ermeneutici, siamo indulgenti e seguiamo la musica. Perché la musica non ci spiega come si fa. Ce lo ricorda.

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La fantasia al potere

La Lega serie A di Calcio è quell’organizzazione che

  • ci impone una serie A a 20 squadre, senza alcuna logica se non quella del profitto;
  • è responsabile della terza esclusione consecutiva della nazionale dai Mondiali;
  • organizza la supercoppa italiana negli Emirati Arabi (costretti a inventarsi un pubblico che non c’è con dei cartonati);
  • senza alcun motivo decide di far giocare con un pallone arancione (da sempre utilizzato per le partite sotto la neve) che si fa fatica a vedere nelle partite in notturna;
  • voleva fare una partita di campionato in Australia (perché era troppo complicato escludere Milano il giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali);
  • stilando i calendari prevede il derby di Torino il giorno della finale del master di Tennis (che ovviamente si gioca a Torino);
  • fissa la finale della Coppa Italia a Roma nella settimana in cui ci sono gli Internazionali di Tennis (sempre a Roma);
  • come ciliegina della torta stabilisce il derby di Roma il giorno della finale degli Internazionali di tennis.

Questa organizzazione presenta ricorso al Tar contro la decisione del Prefetto che stabilisce la data del derby il lunedì sera. La motivazione? Perché questa decisione andrebbe contro gli interessi dei tifosi.

Siamo un Paese meraviglioso.

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Dilaga anacronistica la musica di ieri

Aveva ragione il buon Sergio Caputo, è proprio così! Perché niente come la musica riesce a riaccendere le sensazioni del tempo che fu. Niente come la musica riesce a farti rivivere esattamente le stesse sensazioni di quel giorno particolare quando accadde quella cosa. E proprio quella giornata lì e quello che stavi vivendo, quello che stavi pensando, quello che faceva battere il tuo cuore, sono indelebilmente intrecciate con quelle note e quelle parole. La cosa buffa è che succede con la canzoni più belle, ma non solo. Anzi. Ho amato e ascoltato troppe volte Sellin’ England o The dark side perché mi risveglino ricordi specifici. Invece magari che so, Semplice, mi ricorda quel pomeriggio a casa di Silvio quando incontrammo Gianni Togni che abitava nel suo palazzo

Non solo i momenti più felici, anche quelli più tristi. Ci sono ricordi forti, impressi nella memoria, che non potrai mai scordare: giornate o momenti unici, legati ad eventi bellissimi o tremendi che non hanno bisogno di niente altro per tornarti alla mente. Chiunque di noi ricorda dov’era l’11 settembre o tornando indietro, il giorno della strage di Bologna o dell’attentato a Moro. Tutti ricordano il giorno del proprio matrimonio, quello della nascita di un figlio o quando la squadra del cuore vinse lo scudetto.

La cosa particolare della musica è che fa ritornare in mente giornate normali, in cui successero delle cose che avevamo forse dimenticato. Ma in realtà la musica le ha custodite, le ha nascoste dentro di sé e improvvisamente te le riporta in mente intatte con tutto quello che successe. Una singola giornata o un periodo specifico. Quell’estate in cui facemmo quella vacanza speciale, il periodo in cui stavamo preparando l’esame di maturità, chi come me non sa vivere senza ascoltare musica, ha una colonna sonora per ogni stagione. E proprio dentro quella colonna sonora anche io che non ricordo mai nulla riesco a dirti dov’ero, cosa facevo, come mi sentivo. Perché quei ricordi non sono nella memoria, ma dentro quella canzone.

Ed è per quello che che difficilmente riesco ad appassionarmi a un nuovo brano, anche dei miei autori preferiti. Non è solo la “malinconia latente dei momenti più felici” (sempre per citare Caputo), è proprio la ricchezza e la moltitudine di sensazioni che hanno le vecchie canzoni. Magari chissà, quando lo risentirò tra qualche anno mi risuonerà anche lo stato d’animo attuale e quindi lo apprezzerò di più, ma per il momento sono solo quattro note in croce, un foglio bianco su cui c’è ancora tutto da scrivere.

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I papà e quei piccoli frammenti di saggezza involontaria

Credo che ciò che diventiamo dipende da quello che i nostri padri ci insegnano in momenti strani, quando in realtà non stanno cercando di insegnarci. Noi siamo formati da questi piccoli frammenti di saggezza (Umberto Eco)

Non ricordo discorsi solenni o illuminanti consigli di vita da parte di papà. Non era nelle sue corde, ma anche lo fosse stato, con la memoria che mi ritrovo, se anche li avesse mai pronunciati, sicuramente a quest’ora me li sarei belli che scordati. Però mi ricordo le fugaci partite a carte, il nostro appuntamento quotidiano nei suoi ultimi anni. Mi ricordo il suo essere vulnerabile, il suo lamentarsi con una traccia di autoironia sul fatto che ogni mattina doveva ricostruirsi: gli occhiali, l’apparecchio acustico, le pasticche per i vari acciacchi. La sua resilienza mi ha insegnato molto più di mille discorsi.

E poi mi ricordo di non averlo mai, nemmeno una volta, nemmeno nel peggiore dei momenti, visto annoiato. Papà non ne era capace. La sua curiosità, forse la vera miscela che l’ha fatto arrivare a 95 con quella vitalità, era del tutto incompatibile con la noia. Una curiosità che non era frenesia, che rispettava i tempi dell’attesa, che sapeva soffermarsi anche nel particolare più banale: il significato di una parola nuova, la storia di un personaggio sconosciuto, le estrazioni del lotto, le pietanze a tavola. Papà aveva tanti bei ricordi che ogni tanto tirava fuori, pregustava progetti futuri per noi e per i nipoti, ma soprattutto era ancorato al presente.

La frase di Eco, che trovo autentica in un modo sconvolgente, mi ricorda che noi padri non dobbiamo avere l’ansia di dover essere insegnanti a tempo pieno. Non possiamo, né dobbiamo essere perfetti, guai anzi. Non dovremmo mai sembrare montagne troppo alte da raggiungere. Essere padre, significa soprattutto saper esserci e saper dare una testimonianza. Se la festa di oggi ha un senso – anche ora che lui non c’è più – è per ringraziarlo per tutti quei gesti distratti, per l’esempio coerente (anche nei suoi sbagli), che mi ha fornito i pezzi del puzzle per costruire quello che sono.

Perché quello che sono è nato e si è costruito osservando lui nei tempi morti, in quegli istanti di distrazione, di stanchezza o di spontaneità in cui siamo veramente noi stessi. È proprio in questi momenti, tra gli scarti di una quotidianità non programmata, che papà mi ha trasmesso involontariamente la sua visione del mondo, consegnandomi quei piccoli frammenti di saggezza di cui parla Eco, che sono però i più autentici ed i più duraturi. E speriamo di saper fare altrettanto con i miei figli.

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Il male necessario (sempre a proposito di padri e di figli)

Il fetido cortile ricomincia a miagolare, l’umore è quello tipico del sabato invernale, la radio mi pugnala con il festival dei fiori, un angelo al citofono mi dice vieni fuori…

Come già forse ricorderete, cari viaggiatori ermeneutici, riguardo il festival di San Remo, sono dell’opinione che c’è chi lo guarda e chi mente. Ma al di là della battuta, non importa quanto uno lo segue o non lo segue, da qualche anno a questa parte è diventato sempre di più uno specchio dei nostri tempi. Con le sue polemiche, i suoi rituali laici, le scoperte di cantanti nuovi (“e questo chiccazz’è?“) e la riscoperta di quelli antichi (“ma questo ancora campa?“).

Io lo seguo come fenomeno di costume, la gran parte delle canzoni me le dimentico un attimo dopo che le ho ascoltate. In questo ascolto distratto però mi è caduta l’attenzione sul testo di una canzone in particolare. Tra l’altro cantata da due interpreti che mi piacciono come la pizza con l’ananas, entrambi simpatici come la sabbia nelle lenzuola. Parlo di Fedez e Masini e la canzone in questione si intitola Il male necessario.

Parla di un figlio che diventa uomo e da uomo diventa padre, un percorso di crescita, doloroso, ma inevitabile. Il male necessario, appunto: quello di un figlio che deve quasi necessariamente deludere il padre che aveva aspettative su di lui, così da crescere in modo autonomo. E quello di un padre che deve accettare che il figlio tradisca le sue aspettative, se vuole farlo crescere per davvero.

Ogni padre inizia come fosse un Dio, ma poi finisce che diventa un alibi”. E’ vero da padre, è vero da figlio. E ce ne vuole per capire che un padre non potrà mai essere un Dio, ma non dovrebbe neanche mai diventare un alibi. Facciamo il meglio che possiamo o almeno, quello che speriamo sia il meglio, ma senza libretto di istruzioni, né per i padri, né per i figli.

“So che in fondo non c’è tempo, quante cose che cambiano, ti ho deluso ma dimmi qualcosa che non so. I miei problemi ormai saranno la parte di te, quella più vulnerabile e spietata, lo sai”. Quando scelsi Filosofia all’università mio padre mi disse che gli avevo dato la delusione più grande della sua vita. E forse fu proprio la rabbia che sentii a darmi la spinta per andare avanti e raggiungere quei traguardi che gli avrebbero dimostrato che si sbagliava. D’altra parte anche lui ci ha messo del tempo per non deludermi: c’è stato un momento in cui mi ero chiesto cosa avesse trovato mamma in lui. E ringrazio Dio di averci dato il tempo per conoscerci fino in fondo e superare le reciproche delusioni. Il male necessario.

“Se è vero che siamo solo di passaggio, il vero obiettivo non può essere la meta, ma imparare a godersi il viaggio. Quando crescerai e non mi chiederai nemmeno più il permesso, si impara vedrai che i mostri non stanno soltanto sotto al letto”. Sarò una delusione per i miei figli? Da una parte mi auguro di sì, almeno un po’. Gli servirebbe come sprone, com’è servito a me, per dare il meglio. Spero però che non prendano le mie debolezze ed i miei errori come alibi. D’altra parte, ormai li conoscono abbastanza per dire che loro non mi deluderanno mai, qualsiasi scelta faranno. E se pure ci sarà una punta di delusione, sarà appunto un male necessario, per volergli bene come sono e non come vorrei che fossero.

Insomma, a volte anche una canzone di San Remo ti aiuta a riflettere. Un momento doloroso ma bello. Un male necessario.

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Quel che cambia e quel che resta

Ci sono cascato di nuovo…“, cantava il buon vecchio Achille. he poi, se proprio volessimo sottilizzare, in realtà non sono cascato, nel senso di caduto: per la precisione mi sono strappato il retto femorale destro, provando a calciare una palla scivolosa su un terreno zuppo di pioggia. E già vi sento, “la vuoi smettere di giocare a calcetto all’età tua?“, “lo vuoi capire che il calcetto è più pericoloso della boxe?“, “ma perché non ti droghi come fanno tutti?“. Lo so, lo so benissimo. So che non mi fa proprio bene alla salute e che ci sarebbero mille altre attività più tranquille e meno pericolose, ma è più forte di me: correre dietro ad un pallone resta una delle cose più belle che si possano fare su questa terra, soprattutto insieme ad altri 9 pazzi come il sottoscritto che non si arrendono allo scorrere del tempo e agli acciacchi sempre più evidenti.

Che poi stavolta mi sia fatto male da solo e in un modo goffamente buffo, non fa che aumentare la frustrazione, ma non al punto di pensare di appendere gli scarpini al chiodo. E poi, si strappano i giocatori veri, quelli che hanno un terzo dei miei anni e vengono pagati per dare calci ad un pallone, perché non poteva capitare a me? Stavolta l’età c’entra fino ad un certo punto. Come la volta scorsa, d’altra parte.

E proprio come la volta scorsa sono bloccato a casa per un mesetto. Sempre con le stampelle, ma almeno stavolta senza la tortura del gesso. Ho iniziato fin da subito la fisioterapia e in effetti giorno per giorno i miglioramenti cominciano a farsi sentire (se non altro la coscia non sembra più la cartina geografica del sud America!).

Ma cosa c’è di diverso rispetto a dodici anni fa? E’ cambiato il cane che mi fa compagnia, i figli ormai guidano e quindi sono molto più autonomi e anzi mi danno una mano per le varie incombenze. C’è stata la pandemia di mezzo, che ci ha insegnato che ormai è possibile lavorare da casa come se non meglio che andare in ufficio.

Allora cosa è cambiato e cosa è rimasto uguale dodici anni dopo? Il blog resiste, la musica di sottofondo è su per giù la stessa, ma soprattutto quello che resta uguale è una sensazione. La sensazione che basta poco, un nonnulla, per cambiare le nostre giornate. Che per quanto ce la vogliamo raccontare, anche se la testa dice il contrario, il resto della compagnia non risponde più allo stesso modo di un tempo. Per questo dobbiamo godercela fino in fondo, finché dura. Ogni maledetto giovedì e non solo quello.

L’incertezza del futuro ci potrebbe spingere alla nostalgia del passato, a passare in rassegna vecchie foto (Uh, guarda quanti capelli avevamo!). Ma proprio guardando quelle vecchie foto, ti rendi conto che quello che resta davvero, quello che non cambia mai è la voglia di non arrendersi, di continuare a correre. E sì, forse arriverà il giorno che ci arrenderemo al tempo che passa. Ma quel giorno deve ancora arrivare.

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Chi ha paura dell’uomo nero?

Naudy Carbone è un jazzista di grande talento, trent’anni, diplomato al Conservatorio di Genova, originario della Guinea è stato adottato da una famiglia di Nizza Monferrato quando aveva 3 anni. La sua unica colpa (!) è quella di avere la pelle nera.

E per questa colpa, pochi giorni fa, ha rischiato il linciaggio. Subito dopo il femminicidio di Zoe Trinchero, l’assassino, Alex Manna, ha cercato di depistare le indagini e scaricare tutta la colpa su Naudy. Non lo ha accusato per caso, ma perché lui in questo Paese più razzista e xenofobo di quanto vogliamo ammettere, era il colpevole perfetto. Quella notte una folla inferocita si è radunata davanti a casa sua armata di bastoni per vendicare la morte di Zoe Trinchero e solo barricandosi in casa e chiamando i carabinieri ha evitato il peggio.

È stato accusato di omicidio dall’uomo italiano bianco che lo aveva commesso. E immediatamente, per tutti, è diventato all’istante il colpevole. Senza alcun dubbio. Italiani brava gente, che votano Gioggia perché mette ordine, difende i valori tradizionali e caccia via tutti ‘sti immigrati. Ma non è mica razzismo questo! No, per carità!

Vorrei mandare un abbraccio fortissimo a Naudy e dirgli che non è solo, nonostante tutto. Che in questa strana Italia degli anni venti del ventunesimo secolo, se non altro, c’è ancora chi ha il senso della vergogna. La vergogna di quello che siamo diventati.

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Dell’imparare a farne a meno

Dunque, proseguendo il discorso dell’altro giorno, dei cellulari sembra proprio che non ne possiamo fare a meno. Probabilmente anche di internet e domani forse anche dell’intelligenza artificiale. Però, visto che siamo ancora ad inizio anno, tempo di buoni propositi, voglio fare una lista di cose che forse vale la pena mettere da parte. Forse per ritirarle fuori al momento giusto, perché non credo che le si possa eliminare definitivamente. Per riuscirci bisogna sforzarsi un po’, perché non sono cose che faremmo in modo naturale. Ma perché parlo al plurale? Perché ho l’illusoria pretesa che questo mettere da parte, potrebbe servire anche ad altri viaggiatori ermeneutici. Chissà, forse mi sbaglio. Ma forse no.

Io penso che potremmo cominciare a fare a meno delle fragole a gennaio. Le ho viste oggi al mercato, grandi, rosse, gonfie ed evidentemente fuori tempo. Possiamo fare a meno di costringere le cose passate a rimanere attuali e possiamo fare a meno di costringere le cose future ad anticipare i tempi. Viviamo l’oggi, facciamo il minestrone con le verdure dell’orto. C’è stato il tempo delle fragole e fra un po’ ci sarà di nuovo. Ma non è adesso.

Possiamo fare a meno del ricercare compulsivamente la causa delle cose. Quel che succede ovviamente ha un’origine ed una causa, ma a volte questa causa non è il motivo: ci sono cause scatenanti, ma anche cause accidentali, che fanno succedere le cose in modo occasionale. E che senso ha allora scervellarsi, perdere il sonno per andare dietro a ritroso ed affliggerci per questo o quel motivo? Probabilmente se non era quello, sarebbe stato un altro, ma certe fatti dovevano succedere prima o poi. Prendiamone atto e forse vivremo più sereni.

Possiamo fare a meno di sentire le ragioni altrui. Non perché non ci serva un punto di vista diverso dal nostro, né perché possiamo pensare di avere sempre e comunque ragione noi. Anzi, tutt’altro. Sia noi, sia gli altri, ognuno ha una sua ragione nel fare o non fare un qualcosa. Quindi nessuno ha una ragione superiore. Anche Trump che vuole la Groenlandia avrà le sue ragioni, ma ci interessa davvero conoscerle? A volte forse è meglio attenersi ai fatti, perché le ragioni – come le intenzioni – se le porta via il vento.

Possiamo fare a meno di ricercare sempre l’inclusione a tutti i costi. Perché l’inclusione spesso sottende un equivoco: includiamo per diventare un gruppo, un noi. Ma il noi è sempre la distinzione del voi. Siamo capaci di includere tutti, senza distinzione? Anche Salvini? E allora lasciamo stare. L’inclusione è bella, ma a volte diventa una forzatura, un modo per nasconderci, che ci fa perdere l’autenticità delle cose.

Possiamo fare a meno di farci sempre scivolare le cose addosso. Io in questo sono un maestro. Difficile che me la prenda per qualcosa, difficile che qualcosa o qualcuno mi disturbi al punto da perdere il sonno. O semplicemente il buonumore. Ma invece, a volte, dobbiamo rivendicare il nostro diritto ad arrabbiarci. Dobbiamo ricordarci che la libertà dai dei diritti, ma anche dei doveri: la libertà di parola non è diritto all’insulto e la libertà di azione non legittima le stronzate. Sintetizzando al massimo il concetto, dobbiamo concederci la possibilità di un sano, liberatorio, refrigerante “mavattenaffancxxo!”

Rileggendole, obiettivamente, non so se ci riuscirò. Forse qualcuna sì. Penso che se riuscissi davvero a lasciare da parte queste, forse potrei anche affrontare qualche giorno senza cellulare!