E tu, che comportamento esasperante hai?

“A volte è lecito anche domandarsi: ma questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati oppure c’è stato un comportamento esasperante e aggressivo anche dall’altra parte?“.

Dichiarazione da parte di una donna. Di una donna colta, intelligente, una giornalista impegnata nei temi politici e sociali, madre di famiglia. Insomma, non una scappata di casa in preda ad estrogeni impazziti o bisognosa di titoloni sui giornali. Ma se anche da una così vengono fuori opinioni del genere, con 83 femminicidi solo dall’inizio del 2021, 7 negli ultimi 10 giorni, quasi tutti compiuti nell’ambito familiare, cosa si può dire ancora?

E’ giusto cercare di capire le opinioni e le ragioni altrui. E se ci mettiamo, sicuramente troveremo delle giustificazioni a (quasi) ogni azione. C’è il ladro che ha la famiglia a cui non sa cosa dare da mangiare, il mafioso con il senso dell’onore verso la famiglia, lo spacciatore che a sua volta è tossicodipendente. Chiunque può avere una (buona) ragione per fare una (cattiva) azione. Ma questo non redime quell’azione, non la rende accettabile. Inoltre, cara Barbara, ma non sai quanto esasperanti possiamo essere noi mariti? Tu forse sei capitata bene con Franceschiello tuo, ma dovresti ad esempio sentire la mia dolce metà! E sai quanti uomini sono stati uccisi dagli inizi dell’anno per comportamenti esasperanti? Zero.

Non c’è alcun motivo valido, non c’è nessuna spiegazione ragionevole, non ci sono punti di vista da tenere a mente, non ci sono giustificazioni valide, non c’è ragione alcuna per alzare la mano su una donna (o su un bambino, o su un altro uomo) e fino a ché questo non sarà chiaro a tutti, non dobbiamo smettere di ribadirlo, di urlarlo se necessario. Insomma Barbarè, hai detto ‘na stronzata.

Dammi un po’ di musica rock, che ho bisogno di tutto

Il rientro di settembre è sempre molto faticoso. C’è chi lo fa gradualmente, quasi a voler riprendere un ritmo come fanno gli atleti e chi invece si tuffa subito nel turbine degli impegni, come dovesse recuperare il tempo perduto. Io non so quale sia la maniera migliore, probabilmente non c’è. Qualcuno dice che non si apprezzerebbero le ferie se non ci fosse il lavoro. Non è il mio caso. Io ne farei benissimo a meno, non mi angoscia l’idea di rientrare, ma certo non mi entusiasma. Sarà anche la maturità raggiunta: da un punto di vista lavorativo posso dire di avere un luminoso futuro alle spalle!

Nonostante questo, sarà la prospettiva di un’ennesima recrudescenza della pandemia, sarà lo spauracchio di nuove chiusure, in questi giorni mi sono tornate voglie sopite. Ma no, che avete capito! Intendo quelle spinte costruttive che ti dicono che dovresti segnarti in piscina, ristrutturare casa, fare volontariato, metterti a dieta, ripulire la cantina, cambiare la macchina, adottare un coniglio, scrivere un libro, impegnarsi nela campagna elettorale. Tutte quelle cose che quando le fai, poi dici “ma chi cazz me l’ha fatto fare di….“. Ecco, proprio quelle lì. Le imprese in cui sai che non conviene impelagarsi, ma sai altrettanto bene che alla fine ti coinvolgeranno.

Settembre altrimenti è una montagna da scalare, con tutti quei mesi che si succederanno prima di arrivare ad una nuova primavera. Per questo la ripresa necessita spinte particolari, nuovi (o vecchi) obiettivi, che diano colore al quotidiano, che pur nelle difficoltà, pur nelle seccature che si porteranno dietro, daranno un nuovo impulso ai giorni che verranno. Un po’ come una canzone dei Led Zeppelin.

Ciao Gino

Una vita spesa a combattere ogni guerra, una vita senza paura. A fianco dei disperati, per provare ad alleviarne la sofferenza. Senza indietreggiare mai, senza scendere a compromessi. Una vita contro i potenti, di qualsiasi schieramento, contro ogni idea preconcetta, guardando l’uomo, la sua singolarità, al di là delle apparenze. Una vita coerente, fino alla fine.

Questa estate ci siamo sentiti orgogliosi di essere italiani perché dei giovanotti hanno primeggiato nel calcio e poi negli altri sport. Ma se ci penso un po’, sono orgoglioso di essere italiano molto di più per te, che hai speso la tua vita scegliendo di essere sempre dalla parte degli ultimi. Una vita fatta dono per gli altri.

Non so se ti definissi cristiano. Ma se c’è uno che in questi tempi contemporanei ha messo in pratica ciò che sta scritto nel Vangelo, sei stato tu. Non so nemmeno se fossi credente. Ma sono certo che se c’è un paradiso, ora sei sicuramente lì.

P.S. L’immagine è della mia amica, nonché pittrice straordinaria Nadia Sgaramella

Ground Control to Major Tom

Un altro San Lorenzo, un’altra notte in cerca di stelle, un’altra lista di desideri. Ma in questi strani tempi che stiamo vivendo, rischiamo di non essere più tanto sicuri dei desideri che vorremmo si avverassero. E a volte, come cantava David Bowie, stare a contatto con le stelle può farci perdere la bussola. Che voleva fare quell’esibizionista del maggiore Tommaso? Tutto contento di essere in mondo visione, a guardare la terra tutta blu dall’alto dei cieli: all’inizio non aveva paura di perdersi, l’infinità dello spazio non lo metteva a disagio. Ma poi?

I desideri sono roba che scotta. Vanno maneggiati con cura: dimmi che desideri e ti dirò chi sei. Perché in fondo è proprio così, i desideri ci qualificano, dicono di noi, molto, forse anche troppo. Tutti desideriamo che questa maledetta pandemia se ne vada per sempre. Ma siamo sicuri che poi vorremmo tornare alla vita di prima? Certo, ci mancano gli abbracci, il contatto fisico, i volti senza mascherine (di maschere per la verità ce ne erano già molte prima, a volte anche più grandi di quelle di stoffa), ma siamo sicuri che vorremmo tornare indietro esattamente com’eravamo? E soprattutto, come probabilmente aveva capito il Major Tom, siamo sicuri che sarebbe un desiderio realizzabile?

This is Major Tom to Ground Control, I’m stepping through the door and I’m floating in a most peculiar way. And the stars look very different today.

Mi viene lo stesso dubbio di Linus: se non possiamo portarcele a casa dentro un secchiello, allora vale la pena lo stesso starsene con il naso all’insù aspettando che le stelle ci degnino della loro attenzione? O al contrario, non sarà invece che dobbiamo buttare via il nostro secchiello e smettere di tentare di portarci via le stelle che cadono? In altre parole, non sarà forse che dobbiamo cominciare a costruirci un futuro diverso da desiderare?

L’altro lato della vicenda (a proposito di no vax)

E’ sempre interessante provare a scoprire cosa c’è sull’altro versante dei luoghi o delle situazioni. Andare a vedere Il lato oscuro della luna, come cantavano poeticamente i Pink Floyd, o semplicemente l’altro lato, molto meno poetico dei RHCP. Ognuno di noi ha in sé la curiosità di Cristoforo Colombo, che ci spinge ad avvicinarci allo sconosciuto, al diverso, per conoscerlo, per scoprire com’è, per comprenderlo.

Ma se nel bel mezzo di una pandemia che solo in Italia ha fato 130 mila morti (centotrentamila, un’intera città come Salerno), c’è gente che manifesta contro i vaccini. Gente che scende in piazza gridando “libertà”, perchè convinta che il Greenpass sia un’orrenda limitazione. Gente che pensa sia tutto un complotto delle plutocrazie mondiali per controllare le nostre vite (che poi, diciamocelo fra noi: ma che fate di così strabiliante nelle vostre vite? Ma davvero pensate che uno come Soros o come Zuckenberg possa essere minimamente interessato a spiarvi?).

Insomma, se questo è l’altro lato, come potremmo esserne incuriositi? Come potremmo aver voglia di scoprire le loro ragioni? Ma soprattutto, come possiamo ancora sperare di metterci d’accordo in una riunione di condominio?

Cose da ricordare

Non uscire nelle ore calde e bere molto (andranno bene anche gli alcolici?), chiudere il gas quando si va via (perché si dovrebbe aprire autonomamente il rubinetto del gas quando non ci siamo? E’ un tipo dispettoso?), comprare il pecorino per la carbonara (a me non piace il pecorino, non trovate che puzza in modo inverecondo?), inginocchiarsi contro il razzismo (ma se invece si mettessero ad improvvisare un passo di danza, non sarebbe più scenografico?), i diritti delle minoranze (anche i rovesci delle maggioranze però non andrebbero trascurati).

L’umido con l’umido la plastica con la plastica (versione ecologica di mogli e buoi dei paesi tuoi?), fare l’orlo ai pantaloni (se portate i bermuda avete risolto un problema), i fantasmini con le scarpe estive (che comunque si vedono, voi fate finta di no, ma vi assicuro che si vedono), non fischiare gli inni nazionali (forse andrebbe anche evitato di cantarci sopra, soprattutto se siete stonati come campane ubriache), mettersi la mascherina quando si entra al bar (però ragionavo l’altro giorno con la mia sorellina che al bar della spiaggia, mezzi nudi con la mascherina si sfiora appena appena il ridicolo).

Andare in ferie ad agosto (io mi ostino ad andarci anche a luglio e poi mi arrivano 47 email in un giorno e mi girano), comprarsi una maschera da snorkeling (che nonostante il nome sembri una parolaccia detta mentre stai starnutendo, è molto utile, anche per una mezza sega del nuoto come me), comperare El Camino dei Black Keys (grande gruppo, ve lo consiglio). Ma soprattutto mai e poi mai chiedere favori ai figli adolescenti (vi si riproporranno per giorni e giorni, più pesanti di una peperonata).

Considerazioni casuali

Si stava meglio quando si stava peggio. Uno dei proverbi più idioti che esistano: se ora si sta male, non è che l’idea che si stava male anche in passato mi faccia stare meglio. Neanche un po’. Quando si stava peggio si stava male e ora cerchiamo piuttosto di stare meglio, di apprezzare quello che abbiamo oggi, qui e ora, senza pensare a quello che era ieri o quello che potrebbe essere domani.

Hic et nunc, godendocelo fino in fondo, assaporandolo con gusto e senza fretta, perché magari ora non sembra, forse non pensiamo che sia chissà cosa, ma invece potremmo rimpiangerlo. Potremmo arrivare a pensare che quel peggio non era poi così male. Anzi.

Oggi pomeriggio incidente sulla tangenziale, tragitto ufficio casa due ore e 48 minuti. Siamo proprio sicuri che il lockdown fosse così male? Così, tanto per dire. Per fortuna avevo il cd dei Lumineers….”il cielo aiuti lo stupido che si innamora

Oh, Ophelia
You’ve been on my mind girl since the flood
Oh, Ophelia
Heaven help a fool who falls in love

Il tempo che ci vuole

Quando ero piccolo, come tutti i ragazzini, ero assai cacacazzi (non che ora invece…). In particolare non ero capace di pazientare, di attendere le cose o le situazioni (non che ora invece…). “Quanto manca?” era una mia domanda ricorrente: quanto manca ad arrivare al mare? Quanto manca alle vacanze? Quanto manca alla cena? E via così a cercare di misurare la distanza temporale fra il presente e l’evento atteso.

Ci sono bambini che si fissano con i perché, con i motivi delle cose, ti snervano e ti sfiniscono fino a che non gli spieghi le cause e gli effetti, la concatenazione delle cose, le ragioni per cui qualcosa è così e non in altro modo. Io no, la mia preoccupazione invece era cronologica. E più la distanza era indefinita, più saliva l’attesa e la voglia di stabilirne le misura.

Una misura non sempre significativa. Non è vero che tutte le ore sono uguali, ma neanche tutti i minuti durano allo stesso modo. Questa è una cosa che ho imparato abbastanza presto: “partiamo la prossima settimana“, oppure “mangiamo tra due ore“, “il tuo compleanno è tra un mese“. Ma che vuol dire in realtà? Oltre l’orologio, c’è uno strumento, magari meno preciso, ma più significativo per misurare il tempo? In chili? In chilometri? Oppure semplicemente in quante altre volte dovrò chiederti quanto manca? 

Una misura non sempre possibile. Quanto tempo ci vuole per diventare amici?

Poi ad un certo punto della vita ti accorgi che quest’ansia del futuro, questa aspettativa per quello che verrà, che a volte neanche ti fa apprezzare veramente quello che stai vivendo ora, si attenua e diventa nostalgia per quello che è passato, per quello che hai vissuto.

Tra l’attesa del futuro e il ricordo del passato, la domanda più importante allora è quanto tempo ci vuole a vivere fino in fondo ed apprezzare il presente. Ed ogni volta mi torna in mente una risposta ricorrente di mia madre. Una risposta che mi faceva innervosire non poco, perché mi sembrava semplicemente un modo per eludere la domanda. Ma forse non era così, forse quella era l’unica risposta giusta. Quanto manca, o meglio, quanto tempo ci vuole ancora? Ci vuole il tempo che ci vuole.

Domani ci sarà altra gente
Occhi diversi e voci
E un cuore per segnare le ore lente
E gli anni veloci
Noi domani andremo un po’ più in fretta
Riprenderemo fiato
Dentro un’altra sigaretta
E domani è passato

Proprio come gli aquiloni

Proprio come gli aquiloni che galleggiano nell’aria, c’è un momento in cui aspettiamo un soffio di vento per spiccare il volo. Chi prima, chi dopo, non c’è una regola ferrea. Ne basta poco per staccarsi da terra, poi però c’è bisogno di continuità. Qualcuno ce la fa da solo, con le proprie abilità, qualcun altro ha bisogno di altre spinte e qualcuno non riesce proprio a stare in volo e ritorna giù come fosse attratto dal terreno.

L’aquilone ha un filo che lo tiene ancorato. Un filo leggero, ma resistente, che è un vincolo, ma è anche l’unica opportunità per rimanere in volo: quello stesso legame che sembra l’ostacolo maggiore alla piena libertà è la condizione di possibilità per rimanere davvero liberi. Piedi a terra e testa fra le nuvole, perfetto equilibrio tra ciò che possiamo e ciò che vogliamo fare.

Certo, a volte la tentazione di tagliare il filo può diventare molto forte, come forte poi sarà la possibilità di precipitare a terra o di perdersi definitivamente nelle vastità del cielo. Per questo qualcuno, spaventato da queste possibilità, decide di legarsi con molti fili, ma anche questo ha i suoi pericoli: molti fili, molti vincoli, che possono sovrapporsi, intrecciandosi fra loro, ostacolando il volo.

Ma anche stabilire quanti e quali fili siano indispensabili e quali invece siano ostacoli, mica è così facile! Anche perché nessuno ti insegna a parole come volare: devi aspettare il vento giusto e guardare gli altri, trovando il tuo volo fra tutti quelli possibili. Voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali

(ringrazio la splendida R&D per l’ispirazione di questo post)

Non è un Paese per giovani (tranne gli influencer e quelli che fanno rock)

Che un gruppo di tardo adolescenti un po’ coatti abbia vinto un festival della canzone di cui francamente ignoravo l’esistenza fino all’altro giorno, me ne importa il giusto. Così come dei malumori dei Francesi, che fin dai tempi di Bartali si sa che si incazzano e i giornali poi svolazzano. Mi lascia più perplesso la capacità (o forse dovrei dire il potere) di una che nella vita ancora non ho capito bene cosa faccia e quali competenze abbia, che però riesce a smuovere le folle più di qualsiasi leader politico. Ma quello perché sono anziano – direbbero i miei figli – e non capisco le dinamiche giovanili.

Ma chi li capisce i giovani? Sicuramente non si lasciano imbrigliare in categorie tradizionali, anche quando fanno finta di essere sovversivi (a proposito dei Maneskin, per carità fanno anche canzoni divertenti, però come dice il mio amico Pank, danno sempre l’impressione che in realtà vorrebbero dire “mamma, guarda come sono trasgressivo“), anche quando seguono quello che dice una Influencer. Ma forse sul serio sono io che sono anziano e poco moderno (un cocetto che il pensiero non considera).

Un po’ come il povero Enrico Letta. Che mica aveva detto una stronzata! Destiniamo a 280mila diciottenni (di famiglie a reddito medio-basso) un assegno di 10 mila euro spendibili per formazione, lavoro o alloggio, finanziando l’operazione con l’aumento della tassa di successione sui patrimoni che superano i cinque milioni di euro, toccando dunque le tasche solo dello 0,3% per cento degli italiani, i più ricchi. 

Se avesse proposto di abolire il campionato di calcio probabilmente avrebbe avuto meno critiche! Proposta inutile, demagogica, populista, strumentale, inefficace, ridicola, gliene hanno dette di tutti colori e non solo quei quaquaraquà del centrodestra. Persino il saggio Draghi ha bollato l’idea come inopportuna. Il benaltrismo della politica italiana è disarmante. C’è sempre qualcosa di più importante da fare, di più urgente, di più efficace. E quindi non si fa nulla.

Certo, 10 mila euro non cambieranno la vita, ma ad esempio, finanzierebbero un corso di studi universitario. E soprattutto l’idea che chi più ha, più deve dare una mano, mi sembra un criterio da valorizzare. Invece no: creiamogli opportunità di lavoro, non diamogli l’elemosina! Che è come dire, non ti compro le scarpe nuove, perché invece sarebbe meglio regalarti una Ferrari. Anzi, una Ferragni. Vogliamo scommettere che che se questa proposta l’avesse lanciata lei, avrebbe avuto tutt’altro successo? In vista delle prossime elezioni, fossi il PD comincerei a farci un pensierino.