Il volo di un moscone

L’altra sera mi sono prenotato per il vaccino. Tutto bene, molto semplice, nessuna complicazione. A parte la libertà di scelta, sia di posti che soprattutto di vaccini. Io, nella mia somma ignoranza in materia, non avevo preclusioni di sorta, avevo deciso di prendere il primo che nei tempi più rapidi mi avesse garantito l’immunità. Astrazeneca era in ogni sede, anche il giorno dopo, ma la seconda dose sarebbe stata a fine luglio, così ho scelto l’unica sede in cui era disponibile il Pfizer, che avrà la seconda dose a metà giugno. In realtà a fine maggio ci sarebbe stato anche il Moderna (in provincia di Rieti) e il Johnson, che ha una sola dose, ma anche questo solo fuori Roma. va be’, ormai è fatta.

Ma è stato giusto far scegliere noi? Secondo me no. In circostanze come questa le persone non possono avere la competenza per fare la scelta più razionale e così si affidano alle voci, ai si dice, ai social, agli amici degli amici. Avevo chiesto anche al mio medico, che però ha di fatto avvallato la mia scelta (il più rapido purché sia!). Lasciare la scelta al cittadino sui vaccini è come quando ci chiamano a votare per referendum ultraspecifici: è giusto trivellare nell’Adriatico? Quanti embrioni bisogna impiantare? Ma che ne so io! Siete pagati per essere lì? Prendetevi la responsabilità di indicare la soluzione migliore!

La libertà è il dono più importante che possiamo avere. L’abbiamo capito chiaramente nei momenti tragici della nostra storia, quando qualcuno diede la vita per garantirla agli altri. Molto più banalmente, l’abbiamo capito anche in questi strani tempi, nelle piccole o grandi limitazioni a cui ci siamo dovuti sottomettere per la salute pubblica. Ma voglio essere libero di scegliere quando ne ho la competenza, perché senza conoscenza la libertà è il volo di un moscone, come diceva giustamente Gaber. La libertà senza conoscenza può portare spesso a scelte sbagliate, persino autolesionistiche, per sé e per gli altri. Pensiamo a chi sceglie di non vaccinarsi. O a chi mette la cipolla nel soffritto della carbonara. Invece la libertà è partecipazione, che significa far parte di una comunità in cui si mettono a disposizione i saperi e dove si esercita la propria libertà affidandosi a chi ne sa più di noi. Ma certo questo per gli arruffapopolo e per la democrazia di internet è difficile da digerire. Un po’ come la cipolla nella carbonara.

Effetti collaterali

Leggo e ascolto in giro grandi preoccupazioni per questi famigerati effetti collaterali dei vaccini. Ma riflettiamo insieme, cari viaggiatori ermeneutici. Per esempio, quali sono gli effetti collaterali dell’andare in bicicletta sulla strade di Roma? A parte farsi venire i polpacci come Chiellini, lo sapete che si rischia la vita ad ogni sorpasso? Che qualsiasi macchina parcheggiata nasconde uno sbadato che potrebbe aprire lo sportello mentre passate? E vogliamo parlare delle buche che si aprono come fossero voragini? E la pioggia che rende la strade simili a una pista di pattinaggio su ghiaccio? Non tralasciamo poi i colpi d’aria con conseguenti mal di gola, né gli inevitabili attacchi di emorroidi conseguenti allo stare appollaiati su quegli scomodissimi sellini.

E va be’ quindi evitiamo di andare in bicicletta. Sull’andare in motorino neanche mi soffermo: chi lo fa sa benissimo che sta giocando alla roulette russa e che la sua vita è appesa ad un filo flebile, in balia del primo refolo di vento. Quindi andiamo in macchina. Ma sapete quanti incidenti di macchina ci sono a Roma in un anno? Gli ultimi dati ufficiali sono del 2019 e raccontano oltre 11 mila incidenti, più di 30 ogni giorno, Natale compreso: 14 mila persone ferite, 99 morti. Proprio sicuri che volete prendere la macchina? Allora andiamo a piedi! Certo, se nessuno ci investe, se non ci cade un pezzo di cornicione in testa, se non inciampiamo nelle già citate buche, se non veniamo aggrediti da rapinatori, se non incontriamo qualche cane feroce senza museruola, possiamo anche arrischiare una bella passeggiata.

Altrimenti stiamo in casa. In fondo in Italia – sempre dati del 2019 – ci sono stati “solamente” 783 mila incidenti domestici, circa 2100 al giorno. C’è anche una classifica dei luoghi più a rischio. In cucina avvengono il 63% degli incidenti, a seguire la camera da letto con il 10%, poi il soggiorno con il 9% quindi le scale e il bagno con l’8%.

E quindi che dobbiamo fare? Andate a vaccinarvi e non rompete i coglioni!

Ogni tempo ha le sue favole

E così anche il famoso bacio del principe alla bella Biancaneve addormentata è caduto sotto la scure del revisionismo e della rilettura critica che da un po’ di tempo è diventato di moda nei confronti delle favole. E non solo delle favole, basta ricordare le polemiche dell’anno scorso sul povero Cristoforo Colombo. Ma in effetti le favole, i miti non sono solo storie per bambini, perché invece in un linguaggio semplice e comprensibile da tutti, da sempre raccontano la morale della società che le ha create.

Chi vi ha detto che Biancaneve volesse essere salvata? Chi vi ha detto che non stesse invece beatamente dormendo, sognando un principe molto più bello? E se invece stava sognando una principessa? Come si permette questo qui di arrivare notte tempo e approfittarsi di lei? E il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, siamo sicuri fosse così cattivo? La protezione animali avrebbe qualcosa da dire. Per non parlare dei diritti lavorativi dei poveri 7 nani, senza neanche uno straccio di polizza sanitaria integrativa! E Cenerentola che fa lavorare in nero i poveri topolini? Mulan, costretta a mascherarsi da uomo?

Probabilmente è vero che le fiabe esprimevano una società maschilista, poco attenta ai diritti dei lavoratori ed in generale delle classi meno abbienti, totalmente disinteressata al rispetto per gli animali, probabilmente omofoba e colpevolmente silente sulle questioni razziali. Dunque è giusto ora cambiare tutto? E’ giusto raccontare nuovi miti e nuove favole ai bambini di oggi, che saranno le donne e gli uomini di domani? Probabilmente sì. Ma più che giusto o sbagliato penso sia inevitabile, perché appunto le favole raccontano lo spirito di una certa società, esprimono un modo di pensare che è legato ad una determinata epoca, con i suoi miti e le sue grandi verità.

Da piccolo mi appassionavo per l’epopea western: già i miei figli non hanno nessun trasporto rispetto a queste storie. Per me indiani e cowboy erano gli eroi da imitare o i cattivi da sconfiggere. Perché, in effetti, come dice bene Chesterton (grande scrittore inglese di inizio 900), al di là, o meglio dietro ogni personaggio, quello che conta è la narrazione: “le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché questo i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti“.

La ruggine non dorme mai (a proposito di Superlega)

Gli ultimi fatti di questi giorni, la polemica sulla Superlega (ma visto l’esito forse era meglio chiamarla supercazzola), pur essendo relativa ad un argomento che solitamente mi appassiona, non mi ha coinvolto più di tanto. Nel merito non credo esistano buoni e cattivi, si è trattato di uno scontro di interessi su quello che resta il più bel gioco del mondo, ma che da tempo ormai è diventata una macchina da soldi. Non credo neanche sia stata decisiva la sollevazione popolare, (figuriamoci quanto gli interessa a questi!), che è semplicemente servita ad una delle parti per fare pressione sull’altra.

Il progetto in sé era una porcata, né meglio né peggio di altre fatte in passato da questi signori (vogliamo parlare del prossimo mondiale, che verrò giocato a gennaio in pieno deserto?) ma la vicenda mi solleva un dubbio più complessivo, che travalica la questione in sé: cosa ci spinge di più verso il precipizio, l’arroganza o il dilettantismo?

Ragionando a mente fredda, oltre ad essere una porcata, quello proposto era evidentemente un progetto nato morto. Portare nel calcio le logiche e l’organizzazione di uno sport totalmente diverso come l’NBA, (senza tra l’altro prenderne tutte le componenti), era un azzardo che anche uno stupido avrebbe capito non avere possibilità alcuna. Mi rifiuto di pensare che alla guida di 12 imprese multinazionali come quelle ci siano degli stupidi, quindi torno alla domanda: cos’è più nefasta, la presunzione o il pressappochismo?

La faciloneria, il fare cose senza valutare bene i pro ed i contro, si riduce in fondo all’ignoranza, al non sapere. E forse a questo c’è un rimedio: studiare! Approfondire, prendere bene tutte le informazioni, ricercare le fonti, valutare le conseguenze, creare un piano alternativo. Si può fare. Costa fatica, ci vuole materia grigia, ma si può fare. Purtroppo però all’arroganza, alla presunzione di essere al di sopra degli altri e del contesto che ti circonda, non c’è rimedio. E’ come la ruggine: piano piano corrode le situazioni e non si ferma davanti a niente. Anzi proprio la presunzione è la benzina per l’ignoranza, creando così una miscela esplosiva che appunto ci porta ad andare dritti contro un muro.

Purtroppo contro questo tipo di ruggine non c’è soluzione e certo non solo nel calcio. Sempre di più mi accorgo che la presunzione, il “presumere” senza sapere, è l’origine della quasi totalità delle storture che ci circondano, in ogni situazione, dalla politica, al lavoro, fino ai rapporti interpersonali. “La ruggine non dorme mai” cantava Neil Young e come spesso gli capita, non aveva mica torto.

La fata, Pinocchio e mangiafuoco

C’è solo un fiore in quella stanza
E tu ti muovi con pazienza
La medicina è amara ma
Tu già lo sai che la berrà

Mentre ieri nel nostro Paese, dall’inizio dell’anno, sono salite a 19 le donne vittime di femminicio (lo scorso anno furono 75, negli ultimi vent’anni 3344. Che significa che all’incirca da vent’anni a questa parte un giorno sì e un giorno no, una donna viene uccisa, quasi sempre fra le mura domestiche, da persone conviventi), Beppe Grillo si è lanciato in un’accorata difesa del figlio accusato di stupro e violenza di gruppo nei confronti di una sua coetanea. Arrestate me ha detto il comico/politico, si vede dal video che non c’è violenza e poi perché denunciare dopo 8 giorni?

E forse è per vendetta
E forse è per paura
O solo per pazzia
Ma da sempre tu sei quella che paga di più
Se vuoi volare ti tirano giù
E se comincia la caccia alle streghe
La strega sei tu

Ho due figli, una femmina ed un maschio, all’incirca coetanei dei protagonisti di questa vicenda e francamente non invidio Grillo, né tantomeno il papà di quella povera ragazza. A dirla tutta, non so neanche se sia peggio essere padre di una vittima o di un carnefice, quindi il Grillo genitore posso anche arrivare a comprenderlo. Se il suo fosse stato lo sfogo istintivo di chi vorrebbe difendere chi ama. Dopo di ché però bisognerebbe fermarsi e ragionare. E magari tacere. O chiedere scusa.

E insegui sogni da bambina
E chiedi amore e sei sincera
Non fai magie, né trucchi, ma
Nessuno ormai ci crederà

A volte le bugie (che diciamo prima di tutto a noi stessi) sono necessarie per continuare ad andare avanti. Di fronte al fallimento di una vita, di fronte al male assoluto, ci raccontiamo una realtà parallela, alternativa, che ci rende sopportabile il presente (e a volte anche il futuro). A volte più queste bugie sono grandi, più abbiamo bisogno di crederci e in fondo chi più di un politico è bravo a raccontare bugie? Forse un comico. Che però da un pezzo ormai ha smesso di far ridere. Il rischio allora è che da Pinocchio, ti trasformi in Mangiafuoco.

C’è chi ti esalta, chi ti adula
C’è chi ti espone anche in vetrina
Si dice amore, però no
Chiamarlo amore non si può
Si dice amore, però no
Chiamarlo amore non si può

Troppo vecchi per il Rock’n roll, troppo giovani per morire

Questa strana situazione in cui siamo piombati da un anno a questa parte, questa specie di incubo collettivo, che sembra venir fuori dalla sceneggiatura di un pessimo B movie degli anni 70, ha stravolto molti punti fermi che davamo ormai per scontati.

Innanzitutto ci ha costretto a ragionare per priorità. Noi nelle scelte quotidiane, chi ci governa ad un livello più alto, tutti abbiamo dovuto reimparare a dividere, scegliere, valutare quello che è più importante rispetto a quello che è accessorio, il necessario dal superfluo, l’urgente dal rimandabile. Ma tutto in maniera fluida, senza certezze di nessun tipo: avreste mai pensato che i barbieri potessero essere così importanti?

Anche il concetto di giovani e anziani, sempre variabili, sempre interpretabili, sono stati allungati ed accorciati, a seconda delle situazioni. Con il risultato, come leggevo nel bell’articolo di Elena Stancanelli su Repubblica di oggi, che noi poveri cinquantenni, siamo finiti in mezzo, in un limbo indefinito: too old to rock’n roll, too young to die. Come dice giustamente lei “non è colpa nostra se la scelta più difficile che abbiamo fatto era tra Spandau Ballet e Duran Duran, tra sonnecchiare al Dams o vivere in un infinito Interail”.

In effetti la mia generazione non solo non ha fatto la guerra, non ha patito le conseguenze del dopo, ma non ha neanche vissuto lo scontro generazionale del 68, con la coda avvelenata del 77. Fra la popolazione adulta noi eravamo quelli con meno anticorpi per gestire questa situazione, i più inermi. Il più grande stravolgimento delle nostre vite era stato l’introduzione dell’euro, la situazione più drammatica gli spareggi di Napoli l’anno dei meno 9 (va be’ questa vale solo per me e altri aquilotti). Sì, per carità, l’11 settembre, il terremoto dell’Aquila, ma cosa sono rispetto a quello che stiamo vivendo?

Non eravamo pronti a nulla di quello che ci è capitato, nessuno lo era a dire il vero, infatti non riesco ad avercela con nessuno. Nemmeno con i politici. Va be’ a parte Salvini, ovviamente. Mi piacerebbe avere la tranquillità di mio padre o l’incoscienza di mio figlio: certo, anche loro stanno soffrendo la situazione e tutte le limitazioni che stiamo subendo. Mi sembra però che le stiano affrontando con meno ansie, con una giusta dose di tolleranza, un’accettazione un po’ fatalistica, che li aiuta ad essere più sereni di me. Meglio di me, mi sembra, riescono a portare l’acqua al proprio mulino, sfruttando gli elementi positivi, così da alleggerire quelli negativi.

Ottimo per loro, decisamente. Non so se sia perché sono troppo più giovane rispetto all’uno o troppo più vecchio rispetto all’altro, ma in ogni caso io faccio fatica. Non sarà che voglio portare il mulino all’acqua? E così torniamo al discorso della priorità. E quando cambiano le situazioni, diventa complicato scegliere l’uno o l’altro o tornare su scelte già fatte, che davamo ormai per scontate.

In ogni caso, anche a suo tempo le priorità per me erano sempre altre (molto più Genesis, Pink Floyd o Supertramp). Se però dobbiamo entrare nell’agone, per chi non c’era o per chi c’era, ma magari non se lo ricorda, fra i due non c’è mai stata storia!

Cosa possiamo ancora imparare?

A volte può succedere. Capita una disgrazia o semplicemente un contrattempo, che in seguito si rivela un vero colpo di fortuna. Uno ha un’incidente in macchina, per scrupolo fa un salto in ospedale, qualche analisi e così scopre di avere una disfunzione cardiaca. L’incidente gli salva la vita.

Ma senza andare troppo nel drammatico. Il cantante di un gruppo rock rimane senza voce, al concerto della sera deve improvvisarsi cantante il batterista, che da quella sera scopre di essere bravissimo, riscuotendo un successo planetario. Il centravanti di una squadra ha una squalifica che lo tiene lontano dai campi per qualche partita, l’allenatore deve per forza cambiare modulo, ma da quel momento la squadra non perde più diventando imbattibile.

Le sciagure, i contrattempi, ogni fatto che arriva inaspettato a scolvolgere i piani, oltre ad una notevole quantità di sfracassamenti di minchioni, porta con sé delle opportunità. Dobbiamo essere bravi noi a trovarli, a tirarli fuori, perché a volte si nascondo molto bene. Persino una pandemia può avere dei risvolti positivi. Abbiamo avuto mesi interi lo scorso anno in cui abbiamo riscoperto la bellezza di stare in casa, abbiamo visto che ricchezza può essere avere uno spazio esterno in cui trascorrere del tempo, abbiamo capito quante cose si riescono a fare grazie alla tecnologia. Abbiamo imparato a fidarci dei governanti, anche quando le loro indicazioni non erano perfettamente coerenti. Ci siamo fidati della scienza e (almeno a gran parte di noi) abbiamo scomesso sulla ricerca e sui vaccini.

Personalmente, chiuso in casa senza neanche la compagnia delle partite di calcio, ho scoperto le serie di Netflix, ho divorato libri, ho ascoltato molta buona musica. Adesso però, ad un anno di distanza, senza grandi miglioramenti in vista, cosa c’è ancora da scoprire? Cosa c’è ancora da tirar fuori di buono da questa situazione? La sensazione è che abbiamo già ampiamente raschiato il fondo del barile. Qualsiasi situazione, se si protrae nel tempo, perde le spinte propulsive, si avvita su se stessa e tende alla stagnazione. E quindi, cari viaggiatori ermeneutici, cos’altro possiamo ancora imparare? Io penso sia un qualcosa che attiene alla pazienza. Quando non c’è altro da fare, possiamo ancora coltivare l’attesa, con pazienza, che le cose cambieranno. Perché tutto passa sulla scena del mondo, anche una pandemia planetaria come questa.

  • Lo sa come si fa a riconoscere se qualcuno ti ama? Ti ama veramente dico?
  • Non ci ho mai pensato
  • Io sì
  • E ha trovato una risposta?
  • Credo che sia una cosa che ha a che vedere con l’aspettare. Se è in grado di aspettarti, ti ama

(Alessandro Baricco)

Resurrezione

Non ho paura di morire. E’ solo che non vorrei essere lì quando succederà. (Woody Allen)

Resurrexit sicut dixit. Il nostro essere cristiani, in estrema sintesi, si racchiude lì. Tutto il resto potremmo dire che è importante, ma non fondamentale. La religione che è nata dopo, l’etica che ne abbiamo dedotto, il modo di pensare che ha permeato gran parte della società moderna. Venti secoli di storia che hanno portato il cristianesimo ad ogni angolo della terra, fecendone lo scopo di vita di miliardi di persone, ma anche lo scudo dietro il quale si sono nascosti interessi, sopraffazioni, guerre. Tutto questo, ridotto ai minimi termini, si riduce a quel determinato fatto storico. Un uomo che sconfigge la morte, che come aveva detto ai suoi amici, va incontro ad una fine terribile e dopo tre giorni risorge dal suo sepolcro.

Essere cristiani è credere in questa narrazione. Non lo siamo perché seguiamo dei riti, se andiamo a messa o ci sposiamo in Chiesa. Non lo siamo se ci comportiamo in una modo o in un altro, se seguiamo dei comandamenti o no. Tutto questo è (o almeno, dovrebbe essere) solo una conseguenza. Siamo cristiani se crediamo in questo fatto che va contro ogni logica, ogni ragionevolezza, ogni sapere scientifico. Credere a dei racconti, scritti una cinquantina d’anni dopo i fatti accaduti, da persone probabilmente non presenti ai fatti (a parte probabilmente uno, perché se volessimo attenerci alla ragionevolezza, è difficile credere che solo uno dei quattro racconti di un fanciullo che scappa nudo dalla scena più drammatica della storia, se non è lui stesso quel fanciullo), che però a partire proprio dai fatti narrati hanno cambiato drasticamente la loro vita.

La vita che vince la morte. Questo è l’annuncio di chi incontra il risorto. E due millenni dopo quest’annuncio è scandalo per i religiosi (un Dio non può morire) e stoltezza per i sapienti (un uomo non può risorgere), ma resta la discriminante fra chi è cristiano e chi no. Credere che Gesù di Nazareth vince la morte e torna a bere vino e a mangiare del pesce arrosto fra i suoi spaventatissimi amici va al di là di ogni religione e di ogni ragione. Mi avete giò sentito citare Kant e la domanda da cui parte la sua Critica della Ragion Pura: cosa ci è lecito sperare? Cosa la nostra ragione rende plausibile sperare? Ecco, la resurrezione è una speranza illecita, perché illogica. Ma caro il mio Immanuel, la speranza può forse avere dei limiti? Può arrivare ai confini del lecito e non oltrepassarli? E allora che speranza è! La vera speranza invece punta proprio al di là, in un Dio uomo che si lascia assassinare e in un uomo Dio che vince la morte.

Poteva restare un altro po’? Oltre a mangiare del pesce avrebbe potuto farsi un giretto a Gerusalemme, sbeffeggiare Caifa e rasserenare Pilato. I suoi stessi amici avrebbero voluto un condottiero da seguire, come gli dice Giuda in Jesus Christ Superstar, troppo cielo e poca terra nei suoi discorsi. Se rimaneva forse ci avrebbe dato qualche strumento in più per capire orrori come Auschwiz o follie come i bambini che muoiono di cancro. Forse sì. Ma non saremmo stati dei burattini nelle sue mani? Non sarebbe stata la più odiosa delle imposizioni? Invece se n’è andato subito, così alla chetichella, lasciandoci liberi di credere o meno a questo folle racconto. Liberi di credere che la morte non sia la parola definitiva, oppure di dare ascolto alla logica e alla ragionevolezza. Tutto si gioca qui, tutto deriva da qui.

Questi siamo noi

Ultimamente sono stato letteralmente rapito da This is us. Una serie TV che racconta la storia di una famiglia americana che riesce ad illustrare i personaggi nello scorrere del tempo, seguendoli nella loro crescita. Per chi vuole approfondire qui un bell’articolo riassuntivo. Comunque una serie bellissima, che vi consiglio di recuperare, se non l’avete vista. Le prime 4 serie sono sulla piattaforma di Amazon prime, mentre la 5 serie, iniziata a novembre su Fox, è stata interrotta e riprenderà la programmazione ad aprile. Ho letto che ne stanno girando anche un adattamento italiano, che mi incuriosisce molto, anche se nutro forti dubbi possa essere all’altezza dell’originale. Vedremo!

In questa 5 serie, ambientata ai giorni nostri, troviamo i protagonisti alle prese con mascherine e distanziamento: così come in Grace Anatomy, gli autori hanno ritenuto che non fosse possibile ignorare l’emergenza planetaria e, rispettando fino in fondo il titlo della serie, hanno deciso di farla entrare nella storia, con tutto il suo carico drammatico.

Scelta totalmente opposta quella fatta invece dagli autori di Un posto al sole, la serie italiana più longeva (a differenza delle due sere citate sopra non si può dire che la seguo, però sono vent’anni che mi guarda cenare, non posso neanche dire che la ignoro!), che ha fatto finta di nulla, continuando a proporci le sue storie come se nulla fosse accaduto. Storie molto realistiche, concrete, legate all’attualità di Napoli (città in cui è girata). Perché gli autori hanno deciso di far finta di nulla? E perché invece gli americani non hanno saputo/voluto estraniarsi da tutto quello che sta succedendo? Noi i maestri del cinema neorealistico, loro, al contrario, famosi per le favole hollywodiane, sempre con il lieto fine. Per questo mi è saltata agli occhi la differenza.

Il cinema, ma sempre di più oggi le serie TV, devono saperci distrarre, devono catturare la nostra fantasia, farci emozionare e possono farlo raccontando la realtà o ignorandola, distorcendola o ricostruendola. Vedendo mascherine intorno a noi e ascoltando le tragedie che raccontano i TG, potremmo preferire distrarci da tutto almeno quando seguiamo una storia in TV. Oppure al contrario, vedere i personaggi che abbiamo imparato a conoscere nelle storie precedenti, alle prese con le nostre stesse difficoltà, potrebbe aiutarci a superarle, in una sorta di catartica impersonificazione.

Entrambe le strade sono giuste se riescono nel loro intento e francamente non saprei quale preferire. Però questo discorso secondo me si ricollega a quello che diceva la mia amica Chiara nel suo ultimo post e in particolare la citazione finale tratta dal Diario di Etty Hillesum: “Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell’altra. Quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita. Fiorire e dar frutti in qualunque terreno si sia piantati – non potrebbe essere questa l’idea? E non dobbiamo forse collaborare alla sua realizzazione?

 

Che papà vuoi essere?

Nient’altro come i figli ti cambia la prospettiva della vita. O almeno, questa è la mia esperienza, ma non credo di essere molto originale in questa cosa. La vita cambia continuamente: cambiano le amicizie, gli obiettivi, le taglie, i gusti, le opinioni, ma niente riesce a cambiare le cose come l’arrivo di un figlio. Perché ti cambia il punto di vista, cambia l’angolazione. Non sei più tu il centro, non sei più tu la sostanza, il cuore, l’essenza del tuo tempo. E se ancora lo sei è solo perché strumentalmente serve a centrare meglio l’obiettivo. Che non sei più tu.

In questo discorso non credo faccia molta differenza essere madre o padre. Anche se forse una differenza c’è (qualcuno dice che madri si nasce e padri si diventa, ma non so se essere completamente d’accordo). Quello che sicuramente fa differenza è la declinazione concreta di questo principio. C’è chi vuole che suo figlio diventi un uomo affermato, realizzato nel lavoro e pieno di soldi e chi gli insegna l’onestà, perché l’onestà prima di tutto. Chi vuole che diventi il numero uno, perché non c’è posto per i secondi e chi non gli insegna nulla perché ognuno deve trovare la sua strada da solo. Chi lo porta allo stadio e ai concerti rock e chi lo segue passo passo. Chi vuole fare l’amico e chi pensa che si impara solo sbagliando. Chi ha paura di sbagliare e chi è sicuro di essere nel giusto. Chi fa troppo e chi troppo poco.

Ma forse, se volessimo provare a fare una grande suddivisione di cui tutte le altre sono solamente dei sottoinsiemi, direi che la differenza più grande è fra chi vuole che i figli realizzino i sogni che noi non siamo riusciti a concretizzare e chi invece gli lascia inseguire i loro (che molto spesso non coincidono con i nostri). Un padre non dovrebbe seguire il figlio per spingerlo e non dovrebbe precederlo e per spianargli la strada. Dovrebbe camminare al suo fianco, tenendogli la mano.