Non esiste alternativa

Come si fa a non far rimpiangere chi ci ha preceduti? Bisogna rinnovare, mantenendo quel che è stato, bisogna togliere e aggiungere, ricomprendere facendo un passo avanti. Siamo nani sulle spalle dei giganti, ma proprio perché siamo sulle loro spalle possiamo diventare più alti di loro.

Non è facile, non tutti ci riescono. Ad esempio, la povera Letizia, potrà mai superare le minchiate di Gallera? Qualcuno dubita che potrà arrivare alle sue vette, ma io dico che ce la può fare. Diamole tempo e vedrete che ci darà tante soddisfazioni….

P.S. Lo spettacolo indecoroso di un governo sopraffatto da un compito più grande di lui, che va cercando voti a destra e sinistra come quando giravamo per le strade a chiedere i soldi per la gita dei 100 giorni. Un’alleanza con un partito che esprime il populismo più becero, nato sulla balzana idea che le competenze non servano (uno vale uno è un principio che non è accettabile neanche a calcetto il giovedì sera) che è destinato a scomparire e ad essere ricordato come una cosa bizzarra, il frutto di una sbornia collettiva. La prospettiva di far continuare a gestire un’emergenza terribile ed insieme una massa imponente di risorse, tale da poter risollevare il Paese, ad una classe dirigente non all’altezza. Tutto vero, tutto giusto, non possiamo dormire sogni tranquilli. Ma non dimentichiamoci mai, mai, mai, mai, mai di quale sarebbe l’alternativa. Di chi rappresenta l’alternativa. Dei danni irreparabili che sarebbero in grado di fare gli emuli dei nazisti dell’Illinois de noantri.

Ma davvero “scusa” è la parola più difficile?

Con l’amica “raccoglitrice differenziata” si discuteva amabilmente della sottile, ma sostanziale differenza fra il chiedere scusa ed il ringraziare. Sottoscrivo molte delle cose che dice (andate a leggere, le trovate esattamente qui): meglio, molto meglio ringraziare che chiedere scusa. Entrambi andrebbero fatti non a sproposito, sono talmente importanti che non bisogna abusarne, ma comunque l’una si fa preferire all’altra. E in definitiva, come concordavamo, la gratitudine è davvero uno stato d’animo meraviglioso, l’augurio più bello che si possa fare a qualcuno.

Detto questo, citando una famosa canzone di Elton John, davvero “scusa” è la parola più difficile? In alcuni frangenti sembrerebbe proprio il contrario: come un colpo di panno sulla polvere o una cancellino sulla lavagna, chiedere scusa sembra essere la strada più semplice per uscire da una situazione difficile. Certo, quando urti per sbaglio qualcuno in ascensore (quando ancora si poteva stare in ascensore con qualcun altro!) oppure quando sbagli numero telefonico, cavarsela con un “mi scusi” è davvero la cosa più semplice. Ma quando, anche inavvertitamente, ferisci davvero qualcuno? Quando, anche con le migliori intenzioni, tradisci le sue aspettative? Quando, pur senza volerlo, non riesci a mantenere un impegno preso? Per errori, colpe ed omissioni, quant’è difficile chiedere scusa? Ed è davvero risolutivo? Serve a qualcosa?

Troppe domande! Ma parto da quest’ultima. Spesso si sente dire che le scuse sarebbero inutili, che bisognerebbe pensarci prima, che comunque non risolvono la situazione, non restituiscono quanto tolto in precedenza. E così, trincerandosi dietro la presunta inutilità, in realtà ci si arrende alla oggettiva difficoltà del chiedere scusa. Perché in realtà diciamoci la verità: chiedere scusa costa! In ogni situazione possiamo trovare tutti gli alibi di questo mondo: le migliori intenzioni con cui abbiamo fatto o non fatto qualcosa, l’oggettiva difficoltà in cui ci trovavamo, il non poter immaginare tutte le conseguenze di un’azione, la mancata conoscenza di quel dettaglio che poi si è rilevato determinante.

Chiedere scusa e ammettere l’errore è pesante, costa impegno e fatica, perché ci mette di fronte ai nostri limiti, alle nostre incapacità, alle nostre imperfezioni. Ma i limiti esistono, anche se non vogliamo ammetterli. Al di là degli alibi, delle giustificazioni, delle attenuanti. Chiedere scusa, prima ancora che per provare a ricomporre il rapporto con l’altro, serve a trovare un accordo con se stessi, serve a riappacificarci con quello che siamo, che è il primo passo per essere felici. Dobbiamo chiedere scusa, per non trovare scuse. Perché siamo nati per essere felici. O almeno per provarci.

Sognai talmente forte che mi uscì sangue dal naso

Forse avevo mangiato pesante. Forse avevo così tanta fantasia che mi avanzava. Oppure così poca. C’è chi sogna perché non ha abbastanza fantasia per raccontare le realtà e chi sogna perché ce ne ha troppa e vuole inventarsene una nuova di realtà. Fatto sta che ho una grande confusione in testa e i contorni del sogno e quelli della realtà si fondono e si confondono come una specie di Alice nel Paese delle meraviglie. Magari avrò bevuto troppo. O forse troppo poco.

Insomma mi sono trovato dentro questo sogno: l’invasione degli extraterrestri. Da un giorno ad un altro cambiavano tutte le nostre priorità. Dovevamo mettere da parte tutte le distinzioni, tutte le cose che ci separavano, che ci rendevano nemici, per sentirci tutti dalla stessa parte. Russi e americani, arabi ed europei, cinesi, indiani, gli Stati Uniti del Mondo, tutti uniti contro il nemico comune, la minaccia venuta dallo spazio. Improvvisamente un senso di fratellanza che unisce tutti, che ti fa sentire la parte di un tutto, che coinvolge tutte le nazioni, tutti i continenti, senza distinzioni. Va be’ davvero era un sogno.

Niente più piccole preoccupazioni, gli immigrati che ci rubano il lavoro, i zingari che ci rubano in casa, gli arbitri che ci rubano le partite. Nessuno dava più peso a queste cose, perché l’avversario era troppo potente, troppo spietato e mieteva più vittime di una guerra atomica, non c’era posto per le divisioni, tutti erano dalla stessa parte. Sembrava quasi di essere in un film.

Un film, un sogno, come una specie di favola. Ad un certo punto Pinocchio non era più un burattino, non era neanche un bambino, no. Era un ermafrodito.

  • Papà, cos’è un ermafrodito?
  • E’ uno che sembra una cosa e invece è un’altra, anzi è una cosa ed il suo contrario, un po’ complicato da spiegare, sei ancora piccolo“.
  • Ma no, papà ho capito, è un po’ come Renzi“.

Oppure un sogno americano alla rovescia. Sono gli indiani che assaltano il fortino, con i loro copricapi con le corna (ma quelli non erano i vichinghi?), si riprendono le terre strappate dall’uomo bianco e cacciano via gli invasori. Che però non somigliano mica a John Wayne, anzi hanno dei buffi capelli color carota, tipo Pippi Calzelunghe. Mamma mia che strani sogni!

Ma non divaghiamo. Gli extraterrestri ci invadono da più parti, la Cina trema, la Russia si arrende, l’Europa vacilla, l’America sembra cadere, ma improvvisamente gli scienziati di tutti i Paesi, le menti più brillanti del pianeta, si uniscono e trovano una soluzione inventando l’arma globale, a base bruschetta con aglio, porchetta di Ariccia e vino dei castelli. “Ma sarà vero? Funzionerà? Io non mi fido, non l’hanno mica testato, in così poco tempo e poi chissà che ci mettono dentro la porchetta“. C’era chi era scettico, ma l’arma globale funzionava! Gli extraterrestri erano allergici alla porchetta e non sopportavano l’alito pesante e prima pian piano, poi sempre di più, cominciavano a fuggire, per tornarsene nel loro pianeta.

Sui titoli di coda tutta la gente usciva fuori e continuando a bere vino come se non ci fosse un domani, cominciava a ballare per strada Gimme some Loving di Steve Winwood.

  • Ehhhh certo ce ne hai di fantasia! E secondo me il vino dei castelli ha dato in testa a te, mica agli extraterrestri.
  • Sì, forse avrò anche molta fantasia. Ma purtroppo mai quanto la realtà.

 

 

 

La befana vien di notte

Quindi ci sarebbe questa brutta vecchietta. Ma non solo brutta, bruttissima, una befana, che se ne va in giro di notte con questo freddo e per giunta con le scarpe rotte. Ma non se ne va in giro che so, con l’autista e un comodo macchinone no! Se ne va in giro a cavallo di una scopa. Questa vecchietta brutta come un rutto d’oca, le scarpe rotte, se ne va in giro di notte con questo freddo, a cavallo di una scopa, per regalare dolci e giocattoli ai bambini buoni. Solo a quelli buoni, perché a quelli cattivi calci in culo. No, scherzo, per quelli cattivi, carbone. Dicono che contro l’aereofagia sia un portento. Magari quei bambini resteranno carogne, ma almeno eviteranno di scoreggiare.

Oltre ad essere brutta come un cesto di fave, andare in giro con le scarpe rotte, con questo freddo, a cavallo di una scopa, dove li va a mettere questi dolcetti per i bambini buoni? Non dentro una scatola o in una busta, no, troppo facile! Li metto dentro le calze. Chi non mette dentro le calze dolci o giocattoli? Un posto davvero calzante.

Ecco, noi siamo cresciuti credendo a questo personaggio. E io voglio ancora crederci. Stanotte mi mettero alla finestra e aspetterò fiducioso il passaggio di questa simpatica vecchietta, brutta come la coccia del pecorino, con la sua scopa e i suoi regali. Del resto, se c’è chi crede che nei vaccini ci siano i microchip, io non posso credere alla befana?

Tuttavia la città

Sono i giorni del tuttavia. Il resto che avanza e cambia le prospettive, l’irriducibile pezzetto che apre nuovi scenari e fa riconsiderare le cose. I 44 gatti stanno in fila per sei, tuttavia quei due rimangono fuori e non sai dove piazzarli. Li metti in fila per sette, tuttavia rimangono fuori lo stesso e allora lasci perdere, si mettessero come gli pare. Meglio farsi i gatti propri.

La situzione non è semplice, tuttavia è arrivato il vaccino e in tempi brevi ne saremo fuori finalmente. Tuttavia non so se voglio tornare a fare la fila sulla Colombo alle 8 della mattina (ecco, i gatti potremmo metterli in fila per otto, tuttavia ne rimarrebbero fuori quattro). Tuttavia anche stare a casa tutto il giorno e tutti i giorni forse non è proprio il massimo come avevo pensato.

Renzi ha ragione quando dice che 65 miliardi di euro del recovery plan non possono andare in navigator e bonus monopattini. Tuttavia ha torto, perché Renzi ha torto anche quando ha ragione. Tuttavia sarei più sicuro se questi fondi li gestisse uno che per dieci anni ha retto l’economia dell’Europa, piuttosto di uno che è andato al governo con la compagine peggiore della storia repubblicana.

Arriva la Befana, detta anche Epifania, che tutte le feste si porta via. Tutte via, non ce ne lascia neanche una. Ma si sa, dobbiamo percorrerla tutta, questa via. E forse torneremo a cantare con l’Equipe 84, “tutta via la città, un deserto che conosco“. La canzone non faceva proprio così, tuttavia essendo la traduzione di Blackberry Way dei Move, possiamo anche far finta che sia giusto così. E se anche non lo sapevate, allora sentite qua…

Cosa resterà di questo duemilaventi

Diciamo la verità, non vediamo l’ora che finisca! Penso che raramente si sia trovata un’uniformità di opinioni così generalizzata. In un sondaggio avremmo percentuali bulgare, come si diceva una volta. E se volessimo sintetizzare al massimo, questo sentimento diffuso nei confronti dell’anno che sta per terminare, saremmo tutti d’accordo: al massimo potremmo concederci una variante poetica o chissà, grammaticale. Ma insomma il giudizio sarebbe unanime

Penso che questo 2020 anche in futuro ci servirà da termine di paragone: “sì, d’accordo quest’anno non è stato un granché, ma ricordatevi allora il duemilaventi“! Anche nei ricordi sarà per sempre l’anno orribilis, l’innominato, il parente da dimenticare, lo zio di cui vergognarsi, il cugino che facciamo finta di non conoscere.

Anche a me certamente non lascia in bocca un sapore dolce, né complessivamente un ricordo piacevole. Eppure, nella sua particolarità, forse nella sua unicità, debbo riconoscere che mi ha insegnato tante cose, mi ha fatto riscoprire e apprezzare cose che davo per scontate, oppure che non conoscevo affatto. Per esempio, pur avendo l’abbonamento da anni, non avevo mai visto Netflix. Non sono un grande amante della TV, ma debbo dare ragione ai miei ragazzi: Netflix è veramente fico! Ma anche il balcone. Prima di quest’anno chi era mai stato in balcone?

Ho riscoperto la bellezza dei parchi cittadini, delle piste ciclabili e del cucinare. Ho avuto conferma che c’è gente che non si lava (nemmeno le mani!!!) e che in fondo i Korenai che da sempre girano per Roma con le mascherine, non sono poi così sociopatici come credevo. Ho capito la fortuna di vivere in un Paese in cui non bisogna aprire un mutuo per curarsi. Ho capito (ma questo in fondo lo sapevo già) che ho una grande fiducia nella scienza. Che magari non risolverà tutti i problemi, ma certo qualche soluzione per semplificarci la vita, ce la dà. D’altra parte sono cresciuto con l’idrolitina, potrei mai aver paura di un vaccino?

Ho capito sempre di più quanto sia bello vedersi di persona e abbracciarsi, poter stare insieme alle persone a cui voglio bene. Ho capito quanto non sia scontato avere la libertà di andare dove mi pare, all’ora che mi pare, senza dover dare spiegazioni a qualcuno. Ho avuto una nostalgia dei viaggi, che neanche quelli ermeneutici me l’hanno fatta passare. Non ho ancora nostalgia per il traffico e l’ufficio, ma chissà, se la cosa durasse ancora per qualche mese….no, mi correggo. Quella non credo che mi verrà mai!

Ho capito quanto sono fortunato che comunque la mia vita si sia potuta evolvere adeguandosi alla nuova situazione. Perché invece per tanti intorno a me non è cambiato proprio nulla: hanno continuato la solita vita, solo con il terrore quotidiano di ammalarsi. Insomma, questo duemilaventi mi ha tolto tante cose, ma forse senza volerlo me ne ha date tante altre. Riuscirò a tenerle anche in futuro? Riuscirò a riprendermi la vita di prima, senza però dimenticare quello che ho imparato?

Insomma, non penso convenga a nessuno buttare nel dimenticatoio l’anno che se ne sta andando, anzi, al contrario, converrà tenerlo bene a mente. Anche perché in fondo lo sappiamo: tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, passano solo 24 ore. Cosa volete che cambi veramente?

Scusi lei, si ama un po’?

Ma noi ci vogliamo bene? Questa domanda mi veniva in mente ripensando a Maradona. All’assurdo dibattito che si è scatenato dopo la sua morte, sulla valutazione del personaggio, sulle sue scelte autolesionistiche, che insieme ad un posto nell’Olimpo delle stelle assoluto, gli hanno dato anche una vita piena di guai. E’ vero, i geni e gli artisti dovrebbero interessare per quello che hanno saputo esprimere, per quello che hanno lasciato al futuro, per le emozioni che hanno suscitato, con uno spartito, con un pennello in mano o con una palla fra i piedi. Però è indubbio che se si fosse voluto un po’ più bene, avrebbe fatto altre scelte.

E partendo da lui, allargando il discorso, mi tornava in mente quello che ci hanno insegnato fin da bambini: da sempre mi è stato detto che è molto più importante quello che si è, rispetto a quello che si ha. Avere o essere, prima ancora di diventare un libro di successo di Fromm, è stata l’alternativa più chiara per separare i giudizi basati sull’autenticità, da quelli che invece si lasciano condizionare dall’esteriorità.

Puoi avere tutte le ricchezze del mondo, gli abiti più alla moda, le macchine che fanno status symbol, i gioielli più preziosi, ma se sei una persona gretta, meschina, maleducata, nulla potrà far cambiare il giudizio degli altri. Ed è giusto individuare nell’essere, nelle caratteristiche di quello che siamo, il centro di noi, ciò che davvero ci qualifica. D’altra parte non è neanche così semplice separare i due aspetti: una persona con un bel conto in banca, proveniente da una famiglia benestante, avrà più possibilità di sviluppare le proprie doti, avrà accesso con maggiore facilità ad un’istruzione che lo aiuterà anche a diventare ricco di essere, oltre che di avere.

E’ corretto quindi valutare le persone per quello che sono? Perché alla fine, lasciando da parte Maradona e tutti i geni che hanno sfidato il tempo con le loro opere, mi convinco sempre di più che l’essenziale non è l’avere, ma nemmeno l’essere, le proprie doti o capacità. Quello che davvero ci qualifica in maniera determinante sono le nostre scelte. Se fosse possibile una riduzione ai minimi termini dell’esistenza, tolte le doti naturali, tolto quello che abbiamo costruito intorno a noi, quello che resta, ciò che dimostra in modo chiaro chi siamo davvero, sono le alternative che scegliamo, le opzioni che facciamo diventare realtà, i sì, i no, i silenzi, le decisioni. Abbiamo voluto bene? Ancora di più, ci siamo voluti bene?

Alla fine non importa quante cose abbiamo e nemmeno le capacità o i talenti naturali: noi siamo le nostre scelte. In altre parole, nel bene o nel male, siamo quello che scegliamo di essere.

Buon Natale a tutti i viaggiatori ermeneutici!

Nonno, raccontami ancora quel Natale nell’anno della pandemia

Nonno, mi racconti ancora il Natale nell’anno della pandemia? Cos’era il duemilatrenta?

Duemilaventi, figliolo, duemilaventi. Ma che ti devo raccontare…

E’ vero che era vietato giocare a tombola?

Vietatissimo. E pure a rubamazzo e a sette e mezzo. Azzardammo giusto un mercante in fiera per le scale, ognuno nel suo pianerottolo, con quello del terzo piano però che provava a barare nelle aste, perché mi voleva rifilare l’arabo e pesci&uva che notoriamente escono subito. Nel cenone della vigilia non si poteva usare il peperoncino, a meno ché non fosse calabrese, ma solo quello dello Jonio. In compenso si poteva cantare sul balcone, anche se faceva meno quattro e chi non aveva preso il covid se la rischiò grossa con la polmonite per la botta di freddo.

Ma perché dovevate cantare sul balcone?

Questo in realtà non era chiarissimo. Ma erano giorni particolari, non ci facevamo troppe domande, eravamo lì, davanti alla TV e qualcuno improvvisamente diceva “vi regaliamo i soldi, domani tutti a fare spese“. Poi l’indomani arrivava un altro e diceva “ma come, vi accalcate tutti a fare spese? Domani tutti a casa!” Quindi nei giorni pari si poteva andare in macchina, ma solo uno davanti e uno dietro, con la mascherina. Invece nei giorni dispari potevi prendere il monopattino truccato e andare a 80 all’ora facendo le pinne sull’olimpica. Il problema era proprio questa confusione di informazioni: si può stare insieme ma solo in due, no anzi, in tre, ma solo congiunti. Ma chi erano i congiunti?

Però si poteva fare sport. Da soli. In due potevi giocare a palla al muro, ma solo se il secondo era il muro. Per capodanno, se stavi nelle regioni gialle, era vietato indossare le mutande rosse, a meno ché non fossi un tifoso della Roma, allora si sapeva che avevi cattivo gusto e quindi era tollerato. Se invece eri in zona arancione, come al semaforo, o ti sbrigavi a passare oppure ti fermavi e aspettavi il rosso. Gli spostamenti erano un problema un po’ per tutti.

Poi c’erano i negazionisti.

Sul serio? E che dicevano?

Loro negavano. Negavano l’esistenza del Molise, dell’aglio sulla bruschetta e persino l’esistenza dei fantasmini bianchi, quelli che tanto si vedono lo stesso. Non volevano mica portare le mascherine! Ah su quello proprio non sentivano ragioni. Ma io avevo capito il loro ragionamento: voi che sulla bruschetta mettete l’aglio è giusto che usiate la mascherina, perché vi puzza l’alito. Ma noi che non lo mangiamo, perhé dovremmo portarle? E’ un’ingiustizia!

Non c’erano zampognari perché tu capisci, i strumenti a fiato con la mascherina era un problema mica da poco. Persino quel simpatico urlo che ti sveglia la domenica mattina prima delle nove arrivava ovattato “onnu u rrivutu l’urrutunu!” che invece dei coltelli da cucina pensavi fossero passati dei pastori sardi, magari per vendere del pecorino. Ma anche quello era vietato, perché qualcuno sosteneva che favoriva gli assembramenti. C’era qualcuno che seguiva quello che dicevano i dottori, ma anche loro mica davano indicazioni proprio chiarissime.

Le feste di Natale quindi passarono, i problemi arrivarono sotto capodanno, quando i virologi ormai avevano soppiantato gli astrologi che piuttosto che fare l’oroscopo del 2021 provarono a vendere i segni zodiacali ad un’asta in TV. La raccolta fondi stava anche andando bene, ma scoperto che dietro c’erano Fedez e la Ferragni, arrivò il Codacons che denunciò tutti e lancio una class action contro quelli che non mettevano bene la mascherina.

Finalmente arrivò capodanno e siccome ne avevo tutti le palle piene del 2020 si decise che l’anno finiva prima: alle 22, tutti rigorosamente a casa propria, pronti per il trenino alzammo i calici per dare il benvenuto al 2021. Insomma, un anno veramente di merda, però, come sempre quando uno si ricorda i bei tempi andati, posso dirti che almeno i trenini arrivavano in anticipo.

 

54, come le facce del cubo di Rubik

E così siamo arrivati a 54. Il cappello, secondo la smorfia napoletana. Infatti, sarà l’età che avanza, saranno i capelli che diminuiscono, d’estate per non scottarmi, d’inverno per non sentire freddo, il cappello è uno di quegli oggetti sconosciuti fino a qualche tempo fa, che ora invece fanno parte del mio abbigliamento.

54 sono le carte dei mazzi francesi, 54 sono le facce del cubo di Rubik che da ragazzino non riuscivo mai a concludere. 54, ancora per poco più vicino a 50 che a 60. Ma in effetti, come ho letto su una vignetta di Shultz, quest’anno l’ho usato poco quindi forse potrei non conteggiarlo.

Come per tutti è stato un anno davvero strano, sospeso in una realtà irreale, con tanto lavoro, ma senza ufficio. Con tanta voglia di muoversi, ma con la necessità di stare fermi. Sentendo più vicini i lontani e stando più lontani dai vicini. Senza la possibilità di dare calci ad un pallone, che resta una delle cose più belle che si possono fare su questa terra, ma con possibilità di fermarsi e di riflettere su quello che è veramente importante. Ad esempio, fino a qualche anno fa, chi l’avrebbe detto che oltre il pallone, mi sarebbe mancata una bella nuotata?

Qualche post fa scrivevo che abbiamo bisogno di un sogno ribelle e forse la notizia è proprio questa qui. Cambiano i sogni, ma nonostante tutto quella che non cambia è la voglia di sognare. Non sogno più di completare il cubo (detto in amicizia, caro Rubik, il tuo cubo era veramente una grandissima sfracassatura! E poi, perché mai bisognava farl? Qualcuno l’ha mai saputo?). Invece sogno l’estate che verrà e una tranquilla nuotata in una calda notte estiva. Magari con il sottofondo dei Rem. Potrebbe essere un bel regalo per i 54. Sempre meglio di un cappello. O di un cubo di Rubik.

The photograph reflects, every streetlight a reminder. Nightswimming deserves a quiet night, deserves a quiet night.

 

La privacy è bella ma non ci vivrei

Diciamolo chiaramente: la privacy è fondamentale. Peccato che non esiste più. Tutti noi, più o meno consapevolmente, più o meno deliberatamente, abbiamo deciso di farne a meno di fronte alle comodità che la tecnologia moderna ci offre. Gli esperti dicono che con 5 like Facebook è in grado di sapere i nostri gusti. Con 10 è probabile che sappia il nostro orientamento sessuale e le nostre simpatie politiche. Con 20 like ci conosce come un parente o un amico di infanzia. Con 50 like ci conosce meglio di noi stessi ed è in grado di prevedere e quindi influenzare i nostri desideri in fatto di acquisti e non solo.

Lasciamo stare Facebook. Avete idea di quante cose conosce di noi Google attraverso le ricerche che facciamo in rete? O vogliamo parlare di Amazon, che sapendo lo storico dei nostri acquisti, riesce ad indicarci esattamente il libro o il cd (per quanto mi riguarda) che vogliamo, prima ancora che noi stessi sappiamo di volere. La storia di Cambridge Analitica (se ne volete sapere di più, leggete qui) ci dice che la combinazione delle informazioni in possesso dei colossi dell’informatica, i cosiddetti OTT (Over The Top) è in grado, non solo di prevedere, ma anche di influenzare le scelte politiche di buona parte dei un elettorato medio.

Volete un altro elemento interessante? Nel vostro telefonino c’è google maps. Utilissimo per trovare la strada migliore per arrivare in un determinato posto. Se però cliccate su “spostamenti” e navigate indietro, vi accorgete che, probabilmente a vostra insaputa, il vostro cellulare (quindi nel mio caso il sistema Android, oltre che Google) ha registrato fedelmente i nostri spostamenti giorno per giorno e quindi potrebbe dirci, per esempio, che l’anno scorso oggi, io dalle 10 e 49 alle 11 e 17 ero andato al club Nomentano, poi avevo guidato per 11 minuti, percorrendo 2,6 km ed ero tornato a casa.

Quindi, se ci sta a cuore davvero la privacy, non solo non dovremmo scaricare le app, ma non dovremmo proprio avere un cellulare. Non dovremmo avere un profilo sui social, nè fare acquisti online. Anzi, non dovremmo proprio navigare in internet. Se facciamo una sola di queste cose, abbiamo già implicitamente abbandonato l’idea di avere una riservatezza su di noi e sulle nostre scelte.

La cosa consolatoria è che nessuna Superpotenza mondiale, nessuna CIA, FBI, KGB, Spectre è realmente interessata singolarmente ad ognuno di noi. Siamo semplicemente un numero ed una merce. Non possiamo fare quasi nulla contro questo stato di cose. L’importante è esserne consapevoli e comportarsi di conseguenza.

Quindi se siete fra quelli che non ha scaricato Immuni, perché altrimenti quei cattivoni del governo chissà cosa venivano a sapere di voi, rasserenatevi: se volessero ne saprebbero già abbastanza. E già che ci siamo, penso siate pronti a scoprire un’altra verità: la fatina dei denti erano mamma e papà.