#nellUovoVorrei. Ovvero, qual è la tua sorpresa sorprendente?

Avete in mente nulla di più inspiegabilmente insulso e scientificamente inutile delle sorprese dentro le uova di pasqua? Perché, dico io? Perché continuiamo a sperare in chissà cosa, quando dovremmo ormai aver imparato? La sopresa nell’uovo di Pasqua è un po’ come il tempo a pasquetta, come il gratta & vinci che compri al bar, come il compito di recupero per evitare di essere rimandati o come quando la tua squadra gioca contro la capolista. Situazioni in cui riponi speranze che già sai saranno deluse. Ma allora perché?

Forse perché non possiamo non sperare in un finale diverso. Non possiamo non sperare, che le cose non andranno come sono sempre andate e come la ragione ci porterebbe a pensare. Non possiamo non sperare, almeno una volta, di essere sorpresi. Che la sorpresa ci sorprenda positivamente.

Su Twitter hanno lanciato l’hastag #nellUovoVorrei e sono venute fuori cose carine. Chi vorrebbe trovarci la salute, chi preferirebbe quella stradina che porta diretta al mare. Chi vorrebbe trovare i propri vent’anni e chi quel momento prima del bacio. E voi, lettori ermeneutici, cosa vorreste trovare nell’uovo? Qual è la sorpresa che vi sorprenderebbe sul serio? Quella cosa che sotto sotto aspettate che accada, senza però crederci troppo?

Ed io che vorrei trovarci? Nulla che sia già stato detto. Altrimenti che sorpresa sarebbe? Una vera sorpresa non può che essere sconosciuta, inaspettata, non pianificata. Come mi diceva qualche giorno fa una cara amica, capace di non farsi schiacciare da un bellissimo passato, per aprirsi alla possibilità di un nuovo domani: la sorpresa sorprendente sarebbe riuscire a immaginare una storia diversa. In fondo, restando in tema pasquale, che cos’è la resurrezione, se non la cosa più nuova di tutte? Perché come il grande Schulz fa dire al suo bracchetto filosofo, un’intera montagna di ricordi non eguaglierà mai una sola piccola speranza.

Sull’onda delle emozioni

È una vela la mia mente
prua verso l’altra gente
vento, magica corrente
quanto amore!

Ascoltiamo le future generazioni. La scorsa settimana, oltre all’ormai famoso “non me sta bene che no. Io so de Tore Maura e nun so d’accordo“, esemplare perifrasi che riempiva il cuore e lanciava uno squarcio di luce sul tenebroso futuro che sembra profilarsi, da Formigli un altro ragazzo, stavolta da Casal Bruciato (altra ridente località nella periferia della città eterna), prendeva l’applauso del pubblico in studio, affermando che “no, i Rom nun so uguali a noi“.

Al di là del fatto che i Rom non sono uguali a noi se mettiamo a confronto il loro stile di vita, i loro usi e costumi, la loro cultura (senza voler dire che la nostra sia migliore della loro), quello che lascia perplessi è l’applauso che ne è scaturito. Ma quello che lascia ancora più perplessi è che dopo la netta presa di distanza da quella affermazione dello stesso Formigli, lo studio applaudiva nuovamente. Non sono un frequentatore di studio televisivi, non so quanta spontaneità ci sia e quanto sia reale il trasporto da parte del pubblico, però sentire applaudire nel giro di due minuti, una tesi ed il suo esatto contrario, al di là che avrebbe fatto felice Hegel sulla verità della dialettica, mi ha lasciato davvero confuso.

Ma che vi applaudite? Ma avete capito quello che hanno detto? No che non avete capito! Ma il guaio è che non è importante se abbiate capito a no. Un po’ come nei social network: non importa se una notizia sia vera o falsa, non importa se uno ha letto tutto un articolo o solo il titolo. L’importante è la reazione emotiva. Il like o la faccina arrabbiata. L’emozione vince su tutto. L’emozione che registra uno stato d’animo e poi passa avanti, va a quella successiva. Che può anche essere l’esatto contrario di quella che l’ha preceduta, non ha importanza, tanto è già pronta ad essere sostituita da quella che arriva dopo. E così ancora e ancora e ancora.

Non mi sta bene che i Rom siano discriminati, i Rom non sono uguali a noi, siamo tutti fratelli, prima gli Italiani, Forza Lazio (già che c’ero, ci sta sempre bene). Siamo prigionieri della velocità. Slogan, anzi, ancora meglio, immagini. Per questo Facebook è vecchio, è roba superata, molto meglio Instagram, molto più intuitivo, più immediato, più emozionante. Siamo sempre sull’onda delle emozioni: la rabbia e l’esaltazione, l’entusiasmo e lo sdegno. Attenzione però: cosa c’è di più facilmente influenzabile delle emozioni? Basta un nonnulla, uno slogan, una foto. Spegni il cervello, comanda la pancia. E ti ritrovi Salvini e Di Maio alla guida del Paese.

E vogliamo commentare cosa sta scatenando l’incendio di Notre Dame? I commenti di chi ce l’ha con i francesi, chi con Charlie Ebdò, chi si scandalizza, chi invece se la prende con chi si scandalizza. Siamo in grado di governare le emozioni o davvero ci lasciamo trascinare come fuscelli? Perché l’emozione sarà anche un’onda, ma per restare a galla sarebbe utile una barca. O forse basterebbe anche solo una tavola da surf. Sempre ammesso che siamo in grado di governarla.

Il decalogo dell’amore vero (sempre ammesso che esista per davvero)

You can’t hurry love, no, you’ll just have to wait. She said, love don’t come easy, but it’s a game of give and take.

In questi 5 anni di Blog i post scritti hanno avuto storie e destini differenti. Molti sono legati a commenti sull’attualità e quindi nascono e finiscono presto nel dimenticatoio, altri ogni tanto riemergono dal passato e rivivono in nuovi commenti. E poi ce ne sono alcuni che sembra abbiano quasi una vita propria ed ogni mese hanno un certo numero di lettori, a volte persino superiori ai post appena pubblicati. In assoluto fra tutti, il post con maggiori letture e maggiori consensi è quello sull’amore vero. Un post fortunato, che certamente non esaurisce l’argomento, che in effetti ritorna anche in tanti altri post del blog. Ma allora mi sono chiesto, perché non dargli un seguito? Magari con un bel decalogo in grado di identificare con assoluta certezza le prove del vero amore.

Non gesti estremi, non prove di valore assoluto: piccoli gesti, segnali quotidiani, che però non mentono. Sono bravi tutti a comprare un diamante, ma chi è che porta giù la mondezza ogni sera? Chiunque può regalare dei fiori o sa scrivere ti amo sulla sabbia, ma chi è disposto a cucinarti la trippa, anche se gli fa schifo solo l’odore? Questo intendo. E dopo lunga e attenta riflessione sono in grado di indicarvi quelli che secondo me sono dieci segnali inequivocabili del vero amore

  1. Chi ti ama veramente, non apre l’acqua calda in cucina mentre ti stai facendo la doccia.
  2. Chi ti ama veramente, quando ne rimangono solo due, si mangia il diplomatico e ti lascia l’ultimo bignè con la crema.
  3. Chi ti ama veramente, non lascia il rotolo di carta igienica vuoto in bagno senza aver preso quello nuovo.
  4. Chi ti ama veramente, evita di dire “me lo hai già detto” e ti ascolta per ore come fosse la prima volta.
  5. Chi ti ama veramente, scende in cantina per andare a trovare quel paio di scarpe che non sai che fine abbiano fatto.
  6. Chi ti ama veramente, porta fuori il cane quando piove.
  7. Chi ti ama veramente, si lascia spremere i punti neri senza fiatare.
  8. Chi ti ama veramente, ti avvisa con discrezione quando hai un pezzo di prezzemolo in mezzo ai denti durante una cena.
  9. Chi ti ama veramente, non compra le birre piccole (unica eccezione, se prende la confezione da tre, allora va bene)
  10. Chi ti ama veramente, si ricorda di mettere la registrazione alla puntata di Grey’s quando tu sei fuori a cena.

Il corollario al decalogo, visto che l’amore è un sentimento che si spera reciproco, è questo: se continui ad amarlo, nonostante non rispetti in tutto o anche solo in parte questo decalogo, allora sei tu che lo ami veramente.

Accetta il mistero

Così mi ha scritto un’amica su FB (una che da quello che leggo, se aprisse un blog varrebbe la pena seguire….se lo fa ve lo dico, promesso). Va be’ la sua era una citazione ed il senso era indubbiamente ironico, ma non mi pare un suggerimento così peregrino.

Accetta il mistero. Certe cose effettivamente non vale mica la pena comprenderle. Per esempio la stupidità. O la presunzione, che in fondo ne è una declinazione. Che stai lì a perder tempo per cercare di capire o di spiegare. Ma anche la bellezza. Il fascino, l’attrazione che sentiamo per qualcuno. Dobbiamo per forza trovarne una ragione?

Accetta il mistero. Così com’è, tutto intero, nella sua rotonda imperscrutabilità. Che poi in fondo, per noi cattolici romani, inattuali e estranei alle logiche del principe del mondo, in attesa della beata speranza che tarda ad arrivare, l’incompleta ragionevolezza della realtà, dovrebbe essere quasi un dato scontato.

E invece non è così. Non dormiamo la notte, soffriamo di gastrite di giorno, abbiamo ansie e insofferenze. Perchè i misteri vanno svelati. Perchè il mistero sembra defraudarci di qualcosa, sembra quasi un insulto, un’offesa alla nostra intelligenza. Ma come campiamo male! Accettiamo il mistero. Anzi lasciamoci avvolgere dal mistero. Partiamo insieme al tricheco, all’ippopotamo, al gallo e al coniglio per il magico viaggio nel mistero!

10 domande sulla felicità

“A scuola mi domandarono cosa volessi essere da grande nella vita. Io scrissi “Essere felice”. Mi dissero che non avevo capito il compito. Ma forse erano loro che non avevano capito la vita.” (John Lennon)

Si può morire a causa della felicità? Essere felici può essere una colpa? Si può nascondere la felicità, facendo finta che non esiste? La felicità è un diritto/dovere un po’ come il voto? Essere felici vuol dire fare un torto a qualcuno? E voi, di fronte all’infelicità altrui, vi siete mai sentiti colpevoli di essere felici? La felicità degli altri vi provoca mai infelicità? Esattamente al contrario, cosa c’è che può renderci più felici della felicità di chi amiamo? E invece, non pensate che sia impossibile, quasi una contraddizione in termini, essere felici da soli? Ed infine, posto che fino a prova contraria, in qualche modo si deve morire, non pensate sia una bella morte, morire col sorriso sulle labbra?

Il revenge porn questo sconosciuto

E voi, simpatici lettori ermeneutici magari vi state chiedendo: “ma che cazz’è il revenge porn?” Sarà una nuova tecnica di accoppiamento mutuata dai canguri? Sarà forse un gioco erotico ispirato a giochi senza frontiere? O un profumo cin presunte doti afrodisiache…”cara spruzzati un po’ di revenge porn, vedrai il risultato!” Oppure magari è un nuovo canale sky per adulti basato sugli episodi dei Teletubbies? Niente di tutto questo!

Il revenge porn è una pratica schifosa messa in atto da gente abietta e spregevole che per vendicarsi di chissà quali torti amorosi subiti, diffonde sulla rete immagini intime e private di qualcuno (principalmente ex). Il classico comportamento da repressi frustrati che però rischia seriamente di marchiare a vita qualcuno. Un crimine odioso, penserete voi miei cari lettori. Invece no. I nostri geniali governanti hanno appena declassificato la cosa. Non è un crimine perseguibile. Se qualcuno vi entra in giardino per rubarvi una mela potete tranquillamente sparargli, ma se invece qualcun altro diffonde foto o video di qualche incauto adolescente a cui verrà probabilmente rovinata la vita per sempre, non succederà nulla.

Ora, considerato che siamo persone educate, che rifuggiamo il turpiloquio, che non alziamo mai i toni e che all’insulto preferiamo argomentare, possiamo dire, garbatamente, con tatto e delicatezza, che questo governo di fascisti di merda ha veramente rotto il cazzo?

Che fretta c’era, benedetta primavera

Prima le donne poi i bambini, prima pagina, prima l’uovo o la gallina, prima classe, prima il dovere poi il piacere, prima linea, prima la frutta poi il dolce, prima serata, prima il nome poi il cognome, prima alla scala, prima legge della termodinamica, prima lettera ai Corinzi, prima guerra mondiale, prima la musica poi le parole, prima i tuoi poi gli altri se puoi, prima noi, prima io.

Cos’è questa smania di arrivare prima? Da dove ci viene? Sarà il retaggio della corsa di quell’unico spermatozoo tra migliaia? Sarà quella paura di rimanere esclusi che ci spinge fin da bambini a fare classifiche mettendo in fila le cose, le persone, i valori? Ma questa non è una gara, non vince chi arriva prima. Tutt’al più vince chi lo capisce prima. Chi capisce che in realtà più che al prima dovremmo pensare al dopo. A chi verrà poi, a quelli che sono appena partiti, anzi a chi ancora deve partire.

E così, mentre c’è chi blatera sul prima gli Italiani, dobbiamo ringraziare un bambino egiziano per aver evitato la peggior tragedia che potesse succedere dalla fine della seconda guerra ad oggi sul suolo italiano. Allora adesso via, di corsa a dargli la cittadinanza, contro quelle assurde, perverse, illogiche norme che loro stessi hanno messo. Presto, diamogliela prima degli altri! Meno male che finalmente, senza fretta e con i suoi tempi, come sempre, è arrivata la primavera. La prima vera bella notizia di questa settimana.