Io non sono così. Però

Non ho paura di morire. E’ solo che non vorrei essere lì quando succederà (W. Allen)

Io non sono così, però….Se volete individuare come siano fatte le persone guardate quel però: tutto quello che sta dopo quel però, indica chiaramente com’è fatto qualcuno, nonostante abbia appena negato di esserlo.

Ci sono i superstiziosi che non sono superstiziosi, ma toccano ferro. I razzisti che non sono razzisti però odiano gli zingari, i permalosi che non sono permalosi, ma si offendono con una parola. I rancorosi che non portano rancore, ma si ricordano quello sgarbo ricevuto durante la ricreazione in seconda media. Gli impiccioni che non si fanno gli affari degli altri e poi sanno vita morte e miracoli di tutto il circondario. I giudici che non vogliono giudicare, ma poi condannano tutti. Quelli “buoni e cari” che non perdono la pazienza, che poi invece scannerrebbero il gatto del vicino rumoroso.

Il bello è che davvero la quasi totalità è convinta della prima affermazione ed è pronta a derubricare come eccezione straordinaria quella che è invece la prova provata che nega quanto affermato in precedenza. Ma come abbiamo una percezione distorta della realtà e di chi ci circonda, allo stesso modo, abbiamo un’idea di noi che non collima esattamente con quello che siamo veramente, nel profondo.

E quindi preferiamo crearci delle “dovute eccezioni”, che ci mettono con la coscienza a posto come chi fa la dieta e però il sabato sera si sfonda con fritti/pizza/birra/dolce/amaro. Solo il sabato sera però! Forse la sincerità assoluta è una chimera irraggiungibile. E forse, anche solo per questo, dovremmo essere più indulgenti con gli altri. E anche con noi stessi.

 

 

Ritornerò, in mutande da te (parte seconda)

Solo un’altra volta, in questi 53 anni di vita, mi era capitato di non giocare a calcio per 4 mesi. Quando mi ero rotto il perone, mentre giocavo! (cosa che avevo raccontato con dovizia di particolari qui).

C’è voluta una pandemia mondiale per tenermi lontano dai campi e da una delle cose più belle che si possa fare su questa terra. Ma stasera si ricomincia. E come successe l’altra volta, mi sembra di ricominciare a vivere sul serio, come se fino ad oggi ci fosse stata una sorta di sospensione, un intervallo fra un prima e un poi. Ecco, finalmente ora è arrivato il poi. Si volta pagina ed inizia una nuova storia o meglio, un nuovo capitolo della mia storia.

Per quale motivo il calcio, visto, giocato, parlato, abbia tutta questa importanza nella mia vita continua ad essere una cosa che non riesco a spiegare (prima di tutto a me stesso). Ma d’altra parte potremmo spiegare perché ci piace la musica? O perché ci affascinano i colori del tramonto? Forse perché, come tutte le cose che ci appartengono da sempre, non hanno bisogno di avere un motivo per esserci. Sono parte di noi, senza avere la necessità di una spiegazione. E probabilmente senza possibilità di essere compresi da altri (che forse, giustamente, ci considerano mezzi scemi).

Per questo penso che la metafora definitiva l’abbia detta Bill Shankly, allenatore dei Reds di Liverpool fra gli anni 60 e gli anni 70: “alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più“.

Pecore nere, pecore bianche

Essere omologati non è mai una bella cosa. Sarebbe sempre meglio ragionare con la propria testa, invece di farsi influenzare dalle mode, seguendo la corrente come ciocchi di legno sulla corrente del fiume. E’ però abbastanza scontato che idee giuste, abbiano grande seguito. Se quindi è da deplorare o almeno da guardare alzando un sopracciglio chi fa la fila da Apple per comprare l’ultimo Iphone, non allo stesso modo può essere valutato chi decide di aderire all’ondata di solidarietà che ha suscitato la campagna Black lives matter. Anzi. Finalmente viene sottolineata una questione mai risolta, almeno negli Stati Uniti dove, numeri alla mano, 150 dopo la fine della segregazione razziale, le differenze sostanziali fra bianchi e neri continuano a persistere.

Grande adesione anche da parte delle stelle del cinema, dello sport, in tutti i Paesi, in tutti gli ambiti. Al punto da diventare quasi una moda? Forse sì. C’è sempre un sovraccarico di retorica, soprattutto quando vogliamo partecipare a questioni che in teoria ci riguardano molto da lontano. E’ quello che deve aver pensato Samantha Leshnak Murphy, una giocatrice di calcio americana, secondo cui “All lives matter“, tutte le vite contano, mica solo quelle dalle pelle scura. E così ha deciso di non uniformarsi.

Scelta coraggiosa, che non voleva essere contro quella campagna (la fanciulla lo ha dichiarato apertamente), ma semplicemente di chi non vuole omologarsi. Scelta rispettabile soprattutto perché, non so voi, ma io di tutto questo sdegno di cui sono pieni i social, di tutte queste indignazioni a comando, non ne posso proprio più! Un giorno gli immigrati buoni, un altro gli immigrati cattivi che mangiano i gatti, un altro i vitalizi, poi i vaccini, Je sui Charlie, gli agnelli a Pasqua, i rigori per la Juve, i Marò, Bibbiano e allora il PD? L’Amazzonia, il buco dell’ozono, si stava meglio quando si stava peggio, signora mia non le dico……BASTA!!!

Prima di sposare qualsivoglia causa, ognuno di noi, in somma onestà, guardandosi allo specchio, dovrebbe domandarsi: ho fatto o comunque sarei disposto a fare personalmente qualcosa per contrastare questa cosa che mi indigna tanto, oltre a scrivere qualche stronzata su FB? E quindi, anche se forse verrai strumentalizzata da qualche razzista dell’Illinois, brava Samantha che almeno ci hai messo la faccia!

 

Manuale per andare in altalena. O giù di lì

Commentando un post della mia amica Sonia, meravigliosa autrice del blog Mispiego, mi è tornato alla memoria un episodio dell’infanzia. Strani i ricordi! Stai leggendo qualcosa ed improvvisamente le sinapsi fanno un collegamento con un fatto accaduto 50 anni prima e te lo fanno rivivere come fosse accaduto ieri. Ve lo racconto anche a voi.

In quel periodo abitavamo in una casa in affitto in via Nemorense, nel quartiere Trieste, prima della nascita di mio fratello, quindi dovevo avere al massimo 4 anni. Il parco Nemorense era il mio campo giochi, gli scivoli, le altalene, le prime amicizie. Come accadrebbe anche adesso però il centro della mia attenzione era sempre correre dietro ad un pallone rotolante. Ricordo perfettamente mio padre che vigilava su di me che gridava le sue raccomandazioni: “stai attento Rò, non passare davanti alle altalene“. Ed io, che già allora forse non ero poi così sveglio come pensavo, ma in compenso seguivo i buoni consigli (non potendo seguire il cattivo esempio), non passai davanti ai bambini che andavano su e giù sulle altalene: ci passai dietro.

Ricordo come fosse successo ieri la bambina, il calcio in testa, il sangue, la corsa al Pronto Soccorso, i punti. Ricordo la preoccupazione e poi l’arrabbiatura di mio padre, forse più con se stesso che con me. Negli anni poi l’episodio è stato spesso tirato fuori per sottolineare la mia dabbenagine, ma a rigor di logica io mi ero scrupolosamente attenuto alle indicazioni ricevute. Se fossi passato davanti alle altalene, chi lo sa, forse i bambini che ci stavano sopra mi sarebbero volati addosso, quindi passando dietro…

Chissà quante volte ho dato io indicazioni che mi sembravano chiare e invece non erano chiare affatto. Come quando spieghi la strada ad uno sconosciuto (allora, è facilissimo, gira a destra, vai dritto, poi la seconda a sinistra) e poi ti rendi conto alla prima svolta che prende, che in realtà non ha capito nulla. E passi con gli sconosciuti, ma temo che succeda pure con chi ci sta affianco, ad esempio con i figli.

Il linguaggio è ingannevole, ha mille sfaccettature, mille significati e a volte quelli più ovvi, quelli più scontati, si nascondo proprio perché sono davanti ai nostri occhi. Se per esempio vi chiedo cosa ha quattro lettere, solitamente undici e mai tre? Tutti voi, ci scommetto, cominciate a pensare a chissà cosa, scervellandovi per trovare la risposta. Che in realtà è semplicemente “sì”. Cosa ha 4 lettere (C O S A), solitamente ne ha undici e mai invece ce ne ha tre.

E qui sta la morale della storia, anzi le tre morali della storia. Quando è troppo complicato specificare tutti i dettagli di un problema, forse sarebbe meglio dare un’indicazione generica, perché anche le indicazioni più chiare possono nascondere insidie. A volte per fuggire da una minaccia, rischiamo di fare peggio cadendo dalla padella alla brace. Ma soprattutto: bisogna fidarsi degli altri, bisogna seguire i consigli che ci danno, ma se poi facciamo di testa nostra è meglio!

Tutte le mie manie (per tacer del cane)

Una delle eredità più nefaste che ci lascerà questo maledetto virus sarà l’emergere ed il consolidarsi di psicosi collettive. Ognuno di noi ha delle radicate convinzioni, dei modi di fare e di pensare, il più delle volte basati su esperienze, conoscenze dirette o indirette, che hanno una qualche base certa. Ci sono poi idee fisse o meglio vere e proprie manie, che non hanno fondamento alcuno o se pure ce l’hanno, vengono esagerate dalle nostre nevrosi.

Come Rose (la mia cagnetta) che ha paura del vento. E’ un cane coraggioso, non ha paura dei botti, né dei temporali, affronta colossi 10 volti più grandi di lei con sfacciataggine, ma se c’è una alito di vento che fa muovere una tenda o sbattere una finestra, te la ritrovi tremante dentro la cuccia. Un po’ come vorrei fare io quando devo farmi un prelievo del sangue.

Già li vedo i maniaci del distanziamento, gli squilibrati che se potessero si metterebbero le mascherine di amianto, anzi andrebbero in giro con lo scafandro da sub, che temono il contatto anche visivo. Vi vedo, disturbati mentali, contenti che questo virus finalmente (nella vostra testa bacata) ha ristabilito le giuste distanze fra voi e il mondo (ostile, brutto, cattivo e soprattutto infetto). Al contrario vedo anche tutti coloro che non riescono a parlare senza toccare l’interlocutore, secondo i quali il giusto distanziamento equivale a una sorta di rapporto sessuale. In questo momento devono reprimersi, sono frustrati dalla situazione attuale e perciò diventano mine vaganti, pronti ad esplodere attaccandosi agli altri come patelle ad uno scoglio. L’incontro fra i due archetipi ha segnato una delle gag più esilaranti della comicità cinematogafica.

Che poi, per carità, ognuno ha le sue. Io ad esempio diffido delle persone che puzzano e degli uomini che non hanno la patente (sono maschilista, le donne che non guidano non mi danno la stessa inquietudine. Quelle che puzzano però sì). Potrai essere la persona più amabile di questo mondo, la più colta, ironica, generosa, ma se non ti lavi o se non sai portare la macchina il mio sesto senso entra in allarme, suona un campanello inconscio che mi dice “attenzione Rò, stanne alla larga, nun te fidà”. Chissà, magari tra un po’ mia figlia che studia per diventare psicologa potrà spiegarmi le vere ragioni, ammesso che ce ne siano. Fino a quel momento portiamo pazienza e speriamo che il virus non abbia fatto troppi danni. Anche se in realtà temo proprio il contrario.

Indignazione a comando

La polemica iconoclasta di cui già scrivevo nel precedente post non accenna a diminuire. Anzi, a macchia d’olio si allarga fino a comprendere luoghi e volti della memoria collettiva di ogni ordine e grado. Negli Stati Uniti dalle statue di Colombo era facile prevedere che si sarebbe passati a quelle dei generali confederati (non si salva nemmeno Via col vento!). In Europa ci si interroga su figure orrende come Leopoldo del Belgio (uno dei peggiori carnefici dell storia coloniale) e da noi infuria la polemica montanelliana che già però si allarga ad altri personaggi, come Pasolini.

Interessante ascoltare le motivazioni dei sostenitori e dei detrattori dell’uno e dell’altro. Come sempre è molto più facile indignarsi per le nefandezze altrui, rispetto a quelle dei cosiddetti “nostri”, verso i quali invece si cerca sempre di essere indulgenti, al limite della rimozione. Il problema di fondo è che l’esercizio critico è un lavoro faticoso, una cosa seria, che prevede approfondire le questioni, perdere tempo, senza utilizzare facili scorciatoie: è cosa c’è di più facile dell’indignazione?

Non si tratta nemmeno di contestualizzare (che chissà perché vale per qualcuno, ma per qualcun altro no, vedi appunto Montanelli Pasolini, oppure se volessimo allargare i discorsi, potrebbe valere per Pinochet e magari non per Pol Pot): alcune cose vanno condannate in assoluto, soprattutto se hanno ancora una loro propagine nell’attualità. Non ha senso prendersela con Colombo perché nessuno vorrebbe oggi imbarcarsi per scoprire un continente, come non avrebbe senso tirar giù la Colonna Traiana perché neanche a Salvini verrebbe in mente di invadere la Tracia. Discutere sulla pedofilia di Montanelli (o Pasolini), ne ha molto di più: questo senza togliere i grandi meriti storici ed artistici dell’uno o dell’altro.

Mi sembra strano anzi che ancora non si sia riaccesa l’annosa questione del cosiddetto Foro Italico. A cui  abbiamo semplicemente cambiato il nome (si chiamava Foro Mussolini), ma per il resto continua ad essere il monumento per esaltare i trionfi (?) dell’era fascista così come l’avevano pensato e costruito ottanta anni fa. Sarebbe bello poterlo definitivamente confinare dentro i libri di storia, un po’ come la Colonna Traiana. E probabilmente ci saremmo anche riusciti, se non ci fosse qualche decerebrato che poi, magari proprio dentro le curve dello stadio lì vicino, non continuasse ad esaltarne le idee, come fossero riproponibili oggi.

Purtroppo non siamo (più) un popolo di santi eroi e navigatori. Siamo soprattutto un popolo di tifosi. Che parteggia o attacca acriticamente personaggi o idee senza mai metterli veramente in discussione. Come in un recente passato, riusciamo a passare da piazza Venezia a piazzale Loreto con una facilità disarmante e la memoria storica di un pesce rosso. Altrimenti non avremmo seguito con tanta facilità tutti i vari imbonitori cantastorie che promettevano ciò che non avrebbero potuto mantenere, soluzioni facili a problemi complessi. Riusciamo a valutare criticamente un personaggio del passato, apprezzandolo per i suoi meriti e censurando con fermezza opinioni o azioni personali discutibili? Indignarsi sui social è molto più semplice. Sarà per questo che va tanto di moda.

Damnatio memoriae

Fa molto scalpore in questi giorni questo furore iconoclasta, che indirizza la rabbia delle persone verso figure del passato che più o meno legittimamente sono indicati come simboli di torti o nefandezze del presente. Ricordo un fenomeno analogo dopo la caduta del Muro di Berlino, con le nazioni delL’Europa dell’est che staccandosi dal comunismo volevano cancellare le tracce di anni di dominio sovietico abbattendo le statute dei vari Stalin, Lenin e compagnia bella.

Quello fu un momento di liberazione vera e propria e davvero dietro al discorso simbolico c’era un anelito di novità, l’esigenza di voltare pagina e cancellare un recente passato odioso. Ma ora, cosa dovrebbe significare abbattere la statua di Cristoforo Colombo? Perché ha portato le patate e i pomodori in Europa? Perché ha diffuso il pesto alla genovese fra i nativi americani? Mi sembrano delle lotte molto pretestuose, frutto più della rabbia post Covid con il relativo impatto economico, che altro.

Discorso analogo, ma diverso, quello che sta accadendo da noi sulla figura di Montanelli. Personalmente mi piace ricordare più l’uomo con la schiena dritta, che pur di non piegarsi ai diktat berlusconiani, ebbe il coraggio di lasciare il suo Giornale, piuttosto dello stupratore di africane minorenni. Ma certo in lui c’erano entrambe le facce. E come ha detto giustamente più d’uno, non è tanto il ventenne in armi che va condannato, quanto l’uomo maturo che 50 anni dopo non riusciva a riconoscere ed ammettere l’orrore compiuto.

Il padre era talmente anticlericale da scegliere per lui un nome che non fosse appartenuto a nessun santo del calendario della Chiesa (lo voleva chiamare Cilindro, da cui poi venne fuori Indro), ma addirittura fra i suoi secondi nomi, il profetico genitore gli appioppò anche quello di Schizogene, nome coniato dal greco che significa “generatore di separazione”, ovvero, più volgarmente, ’seminatore di zizzania’. Non si può certo dire che non gli calzò a pennello.

In ogni caso, secondo me, quel vecchio scureggione si starà facendo grasse risate alla faccia di discepoli e detrattori, perché se me lo ricordò un po’ e se ho imparato a conoscerlo leggendo i suoi libri ed i suoi articoli, non sarebbe certo stato d’accordo ad essere ricordato con un monumento. Forse non gli sarebbe piaciuta neanche la colata di rosso, perché magari gli avrebbe ricordato l’attentanto di cui fu vittima proprio lì vicino per mano delle Brigate Rosse, ma chissà.

In ogni caso, come aveva detto bene Pertini riguardo l’episodio di Piazzale Loreto, i nemici vanno affrontati da vivi: imbrattare o abbattere statue mi sembra un bel modo per sfogare la rabbia, non certo per combattere idee sbagliate.

 

 

Tanti auguri Brò

Lo scorrere del tempo è un’esperienza personale, che però diventa sempre più evidente nel confronto con gli altri. Detta in altri termini, il modo in cui il tempo scorre sugli altri è sempre più chiaro rispetto a quanto succeda a noi stessi: banalmente forse è perché noi abbiamo molto più tempo per abituarci ai cambiamenti, avendo la nostra immagine davanti agli occhi ogni giorno. Rivedere qualcuno dopo un po’ di tempo invece ce lo fa subito confrontare con la sua ultima immagine, magari di qualche mese o addirittura anno precedente e così il cambiamento è più evidente.

Ma prescindendo dall’immagine, lo scorrere del tempo risulta inesorabile per noi in rapporto agli altri anche in senso astratto. Mi rendo conto in maniera chiara della mia età non tanto se ragiono sui miei 53 anni (Quanti sono 53? Che significato hanno? Quanti sono rispetto a 43 o 63?), quanto se penso che mio figlio sta preparando la maturità: quel frugoletto guanciottone che non voleva dormire da solo fra un po’ andrà all’Università. Questo è davvero significativo. Questo mi dà il senso dei miei anni, molto più di quanti ne abbiano di per sè.

Tutto questo preambolo per dire che oggi il mio migliore amico compie 50 anni. E questa cosa davvero mi sciocca e mi meraviglia, come se fosse una cosa senza senso. Perché lui, molto più dei miei figli, è sempre stato piccolo. Sì, lo so che è cresciuto, lavora, ha 4 figli, ma comunque davvero non può avere 50 anni! Lui c’è sempre stato e sempre ci sarà, di poche altre cose sono così certo. Siamo molto diversi, eppure siamo molto simili. Camminiamo allo stesso modo e poi abbiamo la stessa taglia. Ma le somiglianze più importanti, nelle differenze, sono altre. Perché di fondo l’assonanza fra noi risulta evidente forse proprio nelle differenze.

D’altra parte il fatto di avere lo stesso patrimonio genetico può avere avuto una qualche influenza. Se ci pensate è buffa questa cosa: non la persona che amate, non vostro padre, vostra madre, i vostri figli. Solamente con i fratelli abbiamo un patrimonio genetico identico. Che poi questo non significa automaticamente andare d’accordo. Senza arrivare a Caino e Abele, conosco fratelli che conducono vite totalmente distanti e anzi, un minimo di sentimento reciproco, riesce a rimanere vivo proprio nella lontananza. Noi no. Noi siamo sempre stati vicini, non solo fisicamente. Per me è un punto di riferimento, come l’ago della bussola: in ogni situazione so che lui c’è. Tanti auguri brò. Comunque, potrai pure compiere 50 anni…resterai sempre il mio fratellino!

A volte essere un fratello è ancora meglio che essere un supereroe” (M. Brown)

La voce del silenzio

Mi piacerebbe saper trovare le parole giuste, per dire quello che sarebbe giusto dirti, anche al di là di quello che so. Così succede invecchiando che hai bisogno degli occhiali per leggere, perchè la distanza rende chiare le cose lontane, mentre confonde quelle che abbiamo sotto gli occhi. Per capire davvero ti devi allontanare, anche se fa male, anche se costa tanta fatica e forse non ne sei capace.
Ma d’altra parte, il fatto che io non ne sia capace, non significa che non puoi farlo tu: fai quel che dico, non quello che faccio. Anzi, forse proprio quello che non riesco a fare mi appare chiaro ed evidente nella sua necessità, come una musica nel silenzio, che riesci ad ascoltare perfettamente, senza distrazioni o disturbi. Proprio dove io non arrivo è il tuo traguardo. Il fatto che io non l’abbia raggiunto non lo sminuisce, anzi forse ai miei occhi lo rende più prezioso. E se lo raggiungi tu sarà anche una mia vittoria. Perché forse aveva ragione Lacan, amare è donare quello che non si ha.
Volevo stare un po’ da solo, per pensare tu lo sai
E ho sentito nel silenzio una voce dentro me
E tornano vive tante cose che credevo morte ormai
E chi ho tanto amato, dal mare del silenzio
Ritorna come un’onda nei miei occhi,
E quello che mi manca nel mare del silenzio mi manca sai molto di più
Ci sono cose in un silenzio che non mi aspettavo mai
Vorrei una voce ed improvvisamente
Ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto
Ed io ti sento amore, ti sento nel mio cuore,
Stai riprendendo il posto che tu non avevi perso mai
Che non avevi perso mai, che non avevi perso mai!

E saper fuggire un cretino

Ormai si sa, la pazienza è una grande virtù. Sopportare con pazienza le persone moleste è non a caso una delle opere di misericordia spirituale. Ma fino a che punto? Perché è vero, bisogna calarsi nei panni degli altri, bisogna cercare di vedere la realtà dal loro punto di vista, la molestia spesso nasce dalle paure, dalle insicurezze. A volte è importante rassicurare, alcune volte bisogna farsi spalla, altre volte è sufficiente essere orecchio. Devi saper contare fino a cento, a volte invece meglio far finta di non vedere, né sentire le persone moleste.

Ma moleste come? Come una caccola nel naso che non va né su, né giù? Come quelli che a Tresette bussano con il tre secondo? O come chi non riparte quando scatta il semaforo verde? Non c’é un’indicazione in questo senso. Bisognerebbe sopportare tutti, anche chi ha l’alito cattivo e si ostina a non tenere il distanziamento sociale. Perché in realtà la questione vera è un’altra: fino a che punto pazientare e quando invece provare con una capocciata sui denti?

In ogni caso, una volta che la razionalità ha percorso tutte le sue strade, alla fine dobbiamo ricorrere alla poesia. E nel nostro tempo, chi meglio del sommo poeta Giulio Rapetti, in arte Mogol, ci può dare un’indicazione chiara su come andare avanti?

Se è il caso lottare, più spesso lasciare
Saper aspettare chi viene e chi va
E non affondare se si può in nessuna passione
Cercando di ripartire, qualcosa accadrà
Curare il giardino e saper fuggire un cretino
Usare poco i motori e poco gli allori
Non temere la notte, non temere la notte
Però amando più il giorno
E partire senza mai pensare, ad un sicuro ritorno