Mo te la do ‘na pizza!

Ma quindi ha fatto bene o no, il prode Willbur a schiaffeggiare l’oltraggioso comico che aveva fatto dell’ironia sulla sua dolce metà? E voi, nei suoi panni, che avreste fatto?

Ho letto varie opinioni al riguardo. C’è chi sta col marito vendicativo, chi dice che la consorte avrebbe dovuto difendersi da sola, chi in ogni caso ritiene deprecabile il ricorso alla violenza e c’è pure chi non è neanche a conoscenza dell’accaduto. Per costoro riepilogo rapidamente i fatti. Alla notte degli oscar il comico Chris Rock, presentando gli ospiti ha fatto una battuta di dubbio gusto sul fatto che la moglie di Will Smith è affetta da alopecia. Per tutta risposta l’attore si è alzato, l’ha raggiunto sul palco e gli mollato uno schiffone in diretta mondovisione, intimandogli di non provare più a nominare la consorte.

Come sa chi mi conosce non sono incline alla violenza. Non credo che avrei reagito allo stesso modo. Magari avrei provato a rispondere per le rime. In fondo la lingua sa essere più affilata della spada e poi la battuta era davvero squallida che forse si commentava da sé. Ovviamente non conosco che tipo di relazione ci sia fra i due contendenti, magari c’erano dei trascorsi, forse non è stato un episodio isolato. Non conosco nemmeno come la signora Smith stia vivendo questa sua malattia: probabilmente non molto bene, considerata appunto la reazione del marito.

Qui ritorna il tema della libertà d’espressione, della presunta liceità del comico che non deve sottostare alle regole: qualcuno è convinto che non ci debba essere censura, che si possa e in un certo senso si debba ironizzare su qualsiasi cosa. Ma resta il fatto che colpire chi è debole, colpirlo nella sua fragilità, su una cosa che gli procura dolore, esattamente nel suo punto debole, non si fa. E fosse stata mia moglie, uno dei miei figli, un amico, non cambia la sostanza. Mi sarei sentito coinvolto. E una bella pizza, con la lingua forse più che con le mani, gli avrei data sicuramente anche io!

“Arzete, arzete, a cornuto arzete!” j’ho detto!… (Willbur Smith che cita Borotalco imitando il mitico Mario Brega)

Hacker russo nun te temo

Amici servizi segreti bulgari, non sparate più al Papa ma dedicatevi al Pipppero.”

Questa settimana, come ampiamente documentato da giornali e televisioni, il sistema informatico delle Ferrovie dello Stato ha subito un attacco informatico che ha messo temporaneamente in tilt la biglietteria ed anche i sistemi di informazione nelle stazioni. Dietro l’attacco sembrerebbe esserci un gruppo di pirati informatici russi che avrebbe chiesto un riscatto di 5 milioni di euro. La richiesta di riscatto per sbloccare il sistema sarebbe stato inviato attraverso il canale Telegram ai tecnici delle ferrovie. Fin qui la notizia ufficiale.

Sembra però che questa notizia, che ovviamente avrebbe dovuto rimanere riservata, sia stata, non si sa come, non si sa da chi, resa pubblica e qualche smanettone informatico abbia cominciato ad inviare messaggi agli hacker russi. Qualche insulto, qualche incoraggiamento all’Ucraina, ma ad un certo punto lo spirito umoristico italico, reso forse più pungente dalle recenti disavventure calcistiche, ha alzato il livello.

Ma non ti vergogni all’età tua a stare tutto il giorno a giocare con il computer?”

Fatti una vita, segaiolo che non sei altro”

Ti piace vincere facile? Te la prendi con le Ferrovie Italiane, perché non provi ad hackerare la CIA?

Peccato che gli hacker russi non sembrino avere un grande senso dell’umorismo e l’abbiano presa così male da raddoppiare la richiesta da 5 a 10 milioni, incolpando le povere FS di aver divulgato la notizia. Ma tutto è bene quel che finisce bene: le FS hanno assicurato di non aver versato neanche un euro, ristabilendo la funzionalità del sistema grazie al lavoro dei propri tecnici informatici.

Una risata vi seppellirà! Saremo pure fuori dal mondiale, abbiamo i sistemi informatici impenetrabili come la difesa della nazionale, dovremo ritirare fuori le candele per illuminarci, ma almeno la soddisfazione di spernacchiare i pirati russi ce la siamo tolta!

Domani sarò felice anche per te

Questi ultimi due anni ci hanno insegnato o meglio, avrebbero dovuto insegnarci, a riscoprire e riapprezzare la normalità. La libertà di andare dove vogliamo, di stare insieme a chi vogliamo, uscire con gli amici, i baci, gli abbracci. Ed ora, di fronte ad una possibile crisi energetica, magari apprezzeremo di più uno doccia calda, i termosifoni accesi, la possibilità di fare un pieno e andare dove ci porta la macchina senza lasciarci lo stipendio. Sono cose banali, che abbiamo da sempre e per questo, inevitabilmente, abbiamo dato per scontato. Quando vengono a mancare o anche solo l’ipotesi del loro venir meno, ce le fa apprezzare nuovamente, ci fa comprendere appieno la loro importanza.

Ma queste emergenze mi sollecitano anche un’altra considerazione. Anche chi non ha avuto il Covid ha vissuto la pena di quelle bare, l’angoscia di quei giorni in cui eravamo in balia di un male sconosciuto. Così come anche noi che vediamo la guerra solo da lontano viviamo e soffriamo l’angoscia di quei poveretti. La compassione, il sentire come nostro il dolore altrui, è un sentimento che ci appartiene in quanto esseri umani e proprio in questi momenti di difficoltà si riaccende e ci fa capire quanto non siamo soli, quanto in realtà facciamo parte di un tutto.

Ma non solo. Se riusciamo a partecipare, mentalmente, ma soprattutto emotivamente, alle difficoltà e al dolore altrui, perché non gioire con loro per una guarigione o per una salvezza riuscita. Se riusciamo a con-patire, perché non dovremmo con-gioire? Questo è quello che avremmo dovuto imparare da questi due anni di tragedie. Non soffriamo da soli e non gioiamo da soli. Magari domani sarà una giornataccia, pioverà, ma forse dalle tue parti splenderà il sole ed io potrò con-gioire con te. E’ vero, esiste l’invidia: c’è chi gode delle disgrazie altrui e chi non riesce proprio a gioire dell’altrui felicità. Ma al di là delle considerazioni morali, costoro andrebbero compatiti, perché si perdono molte cose belle. E si autoescludono da un evento globale.

Infatti, quando arriverà il momento favorevole, quando arriverà Il giorno della salvezza, non sarà un evento individuale. Come insegnano le favole, alla fine vissero tutti felici e contenti. Tutti, non solo alcuni. E se non siamo ancora tutti felici e contenti, significa solo che ancora non siamo alla fine.

Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora è il momento favorevole, ecco ora è il giorno della salvezza“. (2Cor, 6,2)

Il kalashnikov e il lecca lecca

È vero che in questi ultimi anni ci sono state molte guerre: Siria, Afghanistan, Cecenia, diversi Paesi africani, ma è evidente che un conflitto all’interno dell’Europa ci colpisca e ci coinvolga in maniera diversa. Non vedo dove sia lo scandalo. Il mio prossimo, letteralmente, è colui che mi sta vicino, che mi tocca, che è in contatto fisico con me.

Quindi, mentre da noi ci si preoccupa perché il costo della benzina tocca punte mai viste, mentre qualcuno comincia a fare scorte neanche fossimo di fronte ad una carestia, io non riesco a non smettere di pensare a questa bambina, con il Kalashnikov e il lecca lecca. Alla sua infanzia rubata, che comunque vada a finire questa guerra, non tornerà mai più e segnerà in maniera irrevocabile la sua vita. Vorrei prenderla fra le braccia e stringerla forte. Vorrei dirle che questo orrore passerà e che di fronte a lei ha tutta una vita. Vorrei riuscire a convincerla, ma soprattutto vorrei crederci anche io.

Anche voi vi sentite un po’ obsolescenti?

Dopo una lunga militanza è caduta anche lei. L’ultima rimasta, venticinque anni di onorato servizio, ma alla fine si è dovuta arrendere. Più noi che lei a dir la verità, perché forse lei con un nuovo intervento sarebbe andata avanti anche stavolta. Parliamo della lavatrice, una Bosh quasi indistruttibile, come probabilmente non ce ne sono più in giro. E infatti ne abbiamo comprata un’altra, della stessa marca, ma si vede subito che non è la stessa cosa: materiali diversi, solidità diversa e quindi anche durata.

“Queste nuove nascono già con un data di scadenza”, dice il tecnico che ce l’ha installata. Ma non solo loro, se è per questo: gli elettrodomestici, le automobili, i cellulari, non c’è ormai nulla che duri più di quanto hanno già stabilito che deve durare. Si chiama “obsolescenza programmata” ed è una di quelle cose per cui i miei amici delle Associazioni dei consumatori ce l’hanno su con le grandi ditte produttrici di beni.

Ma d’altra parte, allargando il discorso, forse influenzato da questa strisciante atmosfera da fine del mondo (prima la pandemia, poi una guerra nel cuore dell’Europa, quindi l’asteroide che sfiora la terra…), mi veniva da pensare che in fondo tutti noi siamo obsolescenti programmati, nati con una data di scadenza. Sconosciuta (grazie al cielo), sempre più lontana (grazie alla medicina), ma comunque questa data c’è. E noi cerchiamo di funzionare al meglio fino a quel momento. Un po’ come la mia lavatrice.

E le relazioni, i sentimenti, i rapporti? Anche loro hanno una obsolescenza programmata o hanno qualche possibilità di durare più di quanto immaginiamo? Mi piacerebbe dire di no. Mi piacerebbe credere che a differenza degli elettrodomestici e dei più sofisticati apparecchi elettronici, le nostre relazioni possano durare domani come sono oggi o com’erano ieri. Ma non è così, perché non c’è nulla di immobile, che resti identico a se stesso con il trascorrere del tempo che passa.

A differenza di quello che pensavo in passato però questo non è un male, perché noi e la nostre relazioni, a differenza degli elettrodomestici, possiamo rinnovarci. Possiamo evolvere e quindi andare oltre la data di scadenza. Lo possiamo fare, anzi lo dobbiamo fare, se vogliamo superare l’obsolescenza: costruiamo il presente lasciando andare il passato, senza smettere mai di pensare al futuro. Come d’altra parte cantavano i Fleetwood Mac cinquantanni fa. Perché forse l’unica cosa che non diventerà mai obsolescente è proprio la bella musica.

Don’t stop thinking about tomorrow, Don’t stop, it’ll soon be here, It’ll be better than before, Yesterday’s gone, yesterday’s gone

Morire per Danzica

Vale la pena morire per Danzica? Così si chiedevano i politici francesi nel settembre del 39. Qualche mese dopo i tedeschi marciarono su Parigi e la occuparono per quattro anni. La situazione non è proprio la stessa, ma certo la storia sembra divertirsi a riproporre situazioni analoghe, percorsi già battuti, scenari già visti.

E noi oggi cosa siamo disposti a fare per Kiev? Al di là delle dichiarazioni di disapprovazione, al di là dei 5 minuti di ritardo delle partite di serie A (immagino Putin roso dalla rabbia e dal timore dopo aver saputo che Salernitana Bologna cominciava alle 15,05 invece che alle 15….). Con l’uso delle armi non si risolvono le dispute internazionali: lo dimostra l’Afghanistan, lo dimostra la questione palestinese, la storia è piena di esempi da citare al proposito. La guerra è solo “un gran giro de quatrini“, come diceva saggiamente Trilussa, sulla pelle della povera gente. Allora che fare? I valori della libertà e dell’autodeterminazione dei popoli vanno affermati in tutti i modi e con tutti i mezzi, tranne quello.

Ma i mezzi e i modi utilizzati devono essere efficaci, altrimenti si limitano ad una solidarietà pelosa, l’indignazione a comando. Mettere sanzioni e poi escludere l’unica sanzione che conta, che senso ha? Chiudere i rubinetti del gas, quella sarebbe l’unica vera azione efficace. Certo, questo significherebbe chiudere i riscaldamenti delle case, farsi il bagno con l’acqua bollita, lasciare ferma la macchina: siamo pronti a farlo per un giorno, una settimana, un mese? Siamo propensi a metterci davvero qualcosa del nostro per affarmare quei valori? Siamo disposti, non dico a morire, ma almeno a pagare in prima persona per difendere Danzica, Kiev e qualsiasi altro piccolo della storia? Altrimenti stiamo zitti e per favore, almeno evitiamo il “Je suis qualchecosa” e le bandiere ucraine sui nostri profili di FB.

Centro di gravità temporaneo

Ovviamente il riferimento è alla bellissima canzone di Battiato, tratta da un album meraviglioso, che ad ogni ascolto mi fa tornare all’estate dei miei sedici anni, con una valanga di ricordi se possibile ancora più belli di quando li ho vissuti.

Caro Franco, tu volevi un centro di gravità permanente, “che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose, sulla gente” (ammettetelo, leggendola l’avete canticchiata!), ma ora abbiamo bisogno di un centro di gravità temporaneo, che ci apra la mente, che non la atrofizzi nei pensieri già pensati, nei giudizi già dati: ci serve un centro di gravità capace di farci cambiare idea sulle cose e soprattutto sulla gente.

Partendo da un centro temporaneo forse non riusciremo a incontrare la vecchia bretone, con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù. Probabilmente neanche i Gesuiti Euclidei vestiti come dei bonzi, per entrare a corte degli imperatori della Dinastia dei Ming. Pazienza, ce ne faremo una ragione. Però così forse saremmo in grado di giudicare meglio chi ci sta di fronte, dandogli un’altra possibilità rispetto alla prima impressione, valutando fatti e situazioni senza preconcetti.

In questi giorni i venti di guerra soffiano sull’Europa e ci hanno riportato indietro di cent’anni, a sensazioni che pensavamo di esserci ormai lasciati definitivamente alle spalle. Un po’ come la pandemia: la realtà concreta che si prende una rivincita sul virtuale e rende nuovamente reali gli incubi del passato. Per questo non possiamo dare nulla per scontato, ma dobbiamo essere pronti a cambiare percorso, come i furbi contrabbandieri macedoni, cercando strade nuove. Chissà, forse anche Franco (che in effetti già allora non sopportava i cori russi) sarebbe d’accordo con me.

Ancora a proposito di meritocrazia

Ci sono cose giuste e cose sbagliate. E poi ci sono cose giuste fatte male. Ora sarà un caso, saranno state le circostanze avverse, la congiuntura sfavorevole, il destino cinico e baro, la pandemia, “ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette”…Fatto sta che i due provvedimenti creati, scritti e fortemente voluti dai 5 stelle, si sono rivelati fonti di truffe smisurate.

Dare un sussidio a chi è rimasto, spesso suo malgrado, fuori dal mondo del lavoro, dargli la possibilità di un’esistenza dignitosa in attesa di rimettersi in gioco, è un provvedimento sacrosanto. Non a caso presente, in varie forme, in tutti i Paesi occidentali, soprattutto (ma non solo) in quelli socialdemocratici, che ritengono fondamentale una funzione dello Stato, non solo come arbitro della partita del libero mercato, ma anche come equo riparatore delle storture del libero mercato stesso.

Altrettanto sacrosanto, soprattutto in un momento in cui va rilanciata l’economia, è un provvedimento che aiuta le imprese, accompagnando il Paese verso una gestione più efficiente delle risorse energetiche. Ma se uno vale uno e a scrivere le leggi ci va uno che fino a quel momento ha fatto tutt’altro nella vita, quale pensi sarà il risultato? Se il merito, le conoscenze, la professionalità non contano più, ci si può stupire di esiti come questo? Come si è potuto pensare che non fare selezione potesse essere la soluzione?

La sincera ingenuità di alcuni mi lascia sempre perplesso. Non so, è come se nel momento in cui scoppiasse una pandemia mondiale, la gente invece di affidarsi ai medici e alla scienza decidesse di seguire le cure del primo scemo che scrive sui social. No, mi sa che ho sbagliato esempio. (Il primo che indovina la citazione e lo scrive sui commenti vince un premio e una menzione speciale!)

Del dormire sul pavimento, del cambiare l’ordine delle cose

Bisogna saper planare sulle cose con un cuore senza macigni (Italo Calvino)

C’è chi pensa di trasgredire simulando un Battesimo e chi si traveste da donna per dire cose troppo sagge (o troppo scontate) se dette da un uomo. Chi si stupisce del Papa che va in TV e chi si stupisce delle domande che gli fanno. C’è chi crede sia tutto un complotto, Mourinho se la prende con gli arbitri e qualcuno pensa addirittura che i 5 stelle dovevano ribaltare il sistema. Con le mani, con la testa, con i piedi, con il cu…ciaociao.

E’ chiaro che le cose e gli eventi, assumono un significato diverso a seconda del contesto in cui si svolgono: ci sono modi e tempi giusti per fare o per dire (quasi) qualsiasi cosa. E la notizia, la fonte della meraviglia di qualcosa, accade proprio quando, più o meno volutamente, si sbagliano questi modi o questi tempi. Quando si sbaglia contesto.

Lo si può fare per volontà di trasgressione o per sciatteria. A volte semplicemente per sbadatagine. Oppure sbagliando prospettiva. Perché la vita non è una formula algebrica. E a volte è sufficiente cambiare l’ordine delle cose, per avere esiti completamente differenti. Non ci credete?

e sarebbe molto semplice! vivere questo vorrebbe dire: essere affannati, pieni di sensi di colpa senza colorare le giornate con tutta la bellezza

Dipende da noi. Siamo noi che scegliamo e nessuno può farlo al posto nostro. Possiamo prendere ogni cosa e fuggire, possiamo decidere di rinunciare a tutto, dormire sul pavimento per inseguire l’amore. Ad esempio possiamo scegliere di leggere quelle frasi dal basso in alto.


Prendete la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.

Il futuro che ci viene incontro

Siamo abituati a pianificare il nostro tempo. Ad organizzare il futuro, gli impegni, le cose da fare, riempiendo l’agenda di appuntamenti, incontri, luoghi, persone. Chi più, chi meno, ovviamente. Qualcuno ama allungare lo sguardo oltre l’orizzonte, altri hanno una visuale più circoscritta, preferiscono non fare il passo troppo lungo. Conosco persone che sanno (o forse meglio, pensano di sapere) cosa faranno fra dieci anni, altri che a mala pena ti dicono se sono libere il prossimo sabato sera.

Chi pianifica non ama le sorprese, vuole avere sempre la situazione sotto controllo, non gli piace improvvisare. Nel momento del bisogno spesso ha pure un piano B a cui ricorrere, perché farsi trovare impreparato di fronte a quello che gli succede è la peggior cosa che gli può capitare. Chi vive alla giornata è più adattabile alle situazioni, più malleabile rispetto agli imprevisti. Probabilmente vive meglio!

Come chi vive senza orologio: sta sereno, alza gli occhi, si regola con la luce, quando ha fame mangia, quando ha sonno va a dormire. Io, ad esempio, non ne sono capace, perché invece sono uno a cui piace pianificare. Poi va anche bene l’imprevisto, a volte le sorprese possono anche rivelarsi piacevoli. Ma senza esagerare.

Perché per chi organizza il tempo il contrattempo raramente porta novità soddisfacenti. A volte sono le circostanze avverse, a volte (spesso) sono gli altri, che hanno altri progetti rispetto ai nostri. E tu ti devi adeguare, oppure andare allo scontro. Vale la pena resistere, tenere il punto, o forse è meglio abbandonarsi all’imprevisto? Mantenere i nostri progetti o aprirsi a strade nuove?

Che poi, a volte, possono anche essere strade già percorse. Come ad esempio quando hai terminato un lavoro, raggiungendo pure degli ottimi risultati, pianifichi un futuro senza problemi, pregusti il meritato riposo e invece magari ti ritrovi a dover rifare il Presidente della Repubblica.