Le dieci cose (minchione) che cambierei delle Olimpiadi

Ancora euforico per i successi dei nostri atleti (neanche nel più pindarico dei voli della fantasia avrei mai creduto di vedere un italiano trionfare sui 100 metri!), volevo rendere omaggio allo spirito olimpico con un bel post sui giochi a cinque cerchi. Poi però mi sono ricordato che già nella precedente edizione mi ero cimentato e così ho pensato di riesumare questo vecchio post, anche perché su per giù, cinque anni dopo, non è che le cose siano tanto diverse. Magari tra tre anni a Parigi mi verrà una nuova ispirazione, ma per il momento, questa lista di cose penso che sia ancora più che valida.

Le Olimpiadi mi piacciono molto. Ma a chi non piacciono? Capitano sempre d’estate, mentre si è in vacanza e quindi già sei ben predisposto verso il mondo. Tirano fuori questi sport sconosciuti, di cui non frega nulla a nessuno se non, appunto, ogni quattro anni, quando tutti si riscoprono esperti di fioretto o di tiro al piattello. E proprio il gusto che si prova quando un italiano trionfa in uno di queste discipline di nicchia e l’impegno che vedi ci mettono, anche quando non capisci il come o il perché, ti fa capire quanto siano belle le Olimpiadi. Lo sport fine a se stesso, fatto solo per il gusto di gareggiare.

E però, anche loro hanno i loro difetti, le cose migliorabili. Da qui la mia classifica minchiona delle 10 cose che cambierei nelle Olimpiadi.

La prima sono le gare in piena notte. Avranno anche il loro fascino, faranno tanto atmosfera, ma io c’ho sonno. Non mi posso svegliare alle 3 per vedere la Pellegrini! Federica, capiscimi: non so cosa fai quando non nuoti e neanche mi interessa poi tanto, ma quando nuoti evita di farlo in piena notte, su bella de casa!

Poi vieterei le interviste post gara. Già questi poveri atleti non è che siano proprio dei fini dicitori, ma se poi vai ad intervistarli in evidente debito di ossigeno, con il sangue concentrato sui muscoli invece che sulla zucca, cosa mai pensi che ti diranno? Ehh, ciao mamma, sono arrivato uno! Poveretti, dai evitiamo.

In generale eliminerei i cinesi. Li farei partecipare perché fanno numero, però poi li squalificherei per non farli vincere. E dai, sono troppi, grazie che vincono sempre! E poi si somigliano. Chi ci dice che sono davvero loro? E se fosse sempre lo stesso che fa diversi sport, chi se ne accorgerebbe? Non c’avevate mai pensato eh!

Invece gli americani li separerei. Che fate, siete 50 stati solo quando vi conviene? Troppo facile! Provate a gareggiare come Texani, Californiani, Connecticutiani e via dicendo e poi vediamo se vincete tutte quelle medaglie!

Venendo agli sport eliminerei il rugby femminile. Belle de’ papà, ma quando eravate piccole…il salto con la corda? La campana? Al limite, ma proprio al limite, palla prigioniera no? Capisco le cicc… le diversamente secche che tirano con l’arco. Passi per le chiatt… per le diversamente smilze che fanno lancio del peso. Ma voi, perché il rugby? Non so se ve l’hai mai confessato qualcuno (magari no) ma non è che vi renda proprio attraenti. Oh, poi fate un po’ come volete.

D’altra parte anche il nuoto sincronizzato maschile. Eh no! Va be’ la parità, va be’ il fascino e l’eleganza, ma tutto ha un limite. Il sincronetto no dai! E su, va a tirare calci a un pallone, sii bravo.

In generale invece, maschile o femminile che sia, lo sport che proprio eliminerei del tutto è il sollevamento pesi. Lo trovo veramente stupido. Ma che senso ha? E poi hai visto che faccia che fanno mentre? E quei strilli che fanno? E mi dicono che tirano fuori anche delle scoreggione fragorose. Te credo! Lasciatevelo dire, siete veramente  bruttissimi. E poi, secondo me, fa pure male. Via!

Per altri sport farei piccole variazioni. Ad esempio: è proprio necessario mettere quelle discese in bicicletta? Non vi sembra un po’ fuori luogo? Ma allora, se proprio volete, dategli due racchette, mettete le bandierine e fategli fare lo slalom.

Qualcuno, magari mentre fa la telecronaca, potrebbe spiegare quando è fallo a pallanuoto e quando no? Se ne danno di santa ragione, botte da orbi e nessuno dice niente, poi magari uno tocca un altro, espulsione. Non è chiaro! Fateci capire anche a noi.

E infine una figura ambivalente. Da una parte la abolirei, d’altra forse invece va preservata. Perché ognuno di noi nella vita si sarà sentito a volte inutile, di peso, fastidioso, oggetto di rancore e di astio. Saputello, sputasentenze e forse troppo chiacchierone, poco partecipe delle altrui traversie. In quei momenti, pensiamo a quello piccoletto della canoa se ne sta bello tranquillo a strillare agli altri omaccioni nerboruti, “oh oh, oh oh, dai su forza”. Ecco, pensiamo a lui.

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Consigli di lettura non richiesti / 26. Wilson, Woods, Rosof, Cleave

Da qualche tempo mi sono iscritto ad una newsletter della rivista Internazionale, dedicata agli Stati Uniti (giust’appunto si intitola Americana). Ogni domenica racconta i principali fatti accaduti negli States e ha degli approfondimenti molto interessanti su fatti accaduti nel passato, che hanno un qualche rapporto con l’attualità. Nell’ultimo numero prima delle vacanze riferisce l’usanza dei presidenti di raccontare le loro letture: da quelle si poteva ricostruire gli interessi privati di queste grandi figure pubbliche. Dai tempi di Lincoln fino a Nixon, Reagan, Clinton, Obama: quest’ultimo poi, ogni anno dal 2009, scrive un articolo in cui descrive quali saranno le sue letture estive, un po’ una sorta di consigli di lettura.

E così mi sono detto, ma se lo fa il good-old Barack, perché io no? E quindi ho riesumato questa rubrichetta del blog che ogni tanto, in modo del tutto non richiesto, vi racconta i miei consigli di lettura, stavolta da utilizzare sotto l’ombrellone.

Partiamo con Kevin Wilson ed il suo I bambini sono calmi. Romanzo molto divertente che allo stesso tempo fa riflettere: un’amicizia nata fra i banchi di scuola, due amiche che hanno preso strade diverse, anche per una scelta fatta allora, che ne ha condizionato i percorsi. Una strana richiesta che porta una delle due, la protagonista che racconta in prima persona tutta la storia, ad accudire due bambini apparentemente normali. Basta non farli innervosire, altrimenti prendono fuoco! Dentro questo paradosso, metafora di tante difficoltà di un’infanzia difficile, il lettore viene proiettato in un susseguirsi di vicende fino alla non così banale conclusione della storia. Molto bello, vi assicuro che non riuscirete a staccarvi fino alla fine.

Passiamo a John Woods, con Lady Chevy, un romanzo di tutt’altro tono e sapore. Se il primo va giù liscio come uno Spritz, quest’altro ha bisogno invece di un buon digestivo di acocmpagnamento. Specchio dell’America attuale, delle sue fobie, delle sue grandi contraddizioni, racconta la storia di un’adolescente alle prese con problemi più grandi di lei, (un disastro ecologico, un omicidio involontario, un senso di colpa enorme) e soprattutto una serie di adulti che non le sono di nessun aiuto. Molto bello anche questo, nonostante l’amaro che vi lascerà in bocca.

Con Meg Rosof ed il suo Un attimo perfetto, torniamo invece a temi più leggeri. Romanzo che racconta la storia di un’estate e di una vacanza familiare, sempre con una ragazza adolescente come voce narrante. In questa numerosa famiglia allargata accadono fatti che segneranno per sempre il futuro di molti e faranno uscire la protagonista dall’innocenza per proiettarla nel caotico mondo degli adulti. Una storia molto bella, che riesce ad essere originale, pur nel pieno solco della tradizione dei romanzi di formazione (che come avrete intuito, mi piacciono molto).

Termino questa carrellata di consigli con Chris Cleave ed il suo I coraggiosi saranno perdonati. Romanzo ambientato a Londra (e poi in parte a Malta) agli inizi della seconda guerra mondiale, con i bombardamenti sulla capitale inglese e quella paura di un’incombente invasione dell’isola da parte dei tedeschi. In questo contesto una ragazza della High Society decide di uscire dal suo mondo dorato per darsi da fare in aiuto degli altri. Anche i fatti più tragici non riusciranno ad abbatterla, anche grazie ai legami che riuscirà a stabilire con persone appartenenti a mondi totalmente lontani dal suo. La storia rievoca quella dei nonni dell’autore e ha il pregio di far luce su un punto di vista non troppo banale: i tedeschi avrebbero davvero potuto vincere la guerra? Come sarebbe finita senza l’intervento degli USA? Lettura interessante e dai ritmi più cadenzati rispetto alle precedenti. Ideale per il periodo estivo!

Mi rendo conto solo ora che vi ho consigliato 4 romanzi con 4 protagoniste femminili. Forse è un caso, forse no. Il punto di vista che racconta la storia non è mai neutro rispetto alla storia stessa e probabilmente il punto di vista femminile riesce ad essere molto spesso più originale e più profondo rispetto a quello maschile.

Cari viaggiatori ermeneutici, buona lettura e buone vacanze!

L’altro lato della vicenda (a proposito di no vax)

E’ sempre interessante provare a scoprire cosa c’è sull’altro versante dei luoghi o delle situazioni. Andare a vedere Il lato oscuro della luna, come cantavano poeticamente i Pink Floyd, o semplicemente l’altro lato, molto meno poetico dei RHCP. Ognuno di noi ha in sé la curiosità di Cristoforo Colombo, che ci spinge ad avvicinarci allo sconosciuto, al diverso, per conoscerlo, per scoprire com’è, per comprenderlo.

Ma se nel bel mezzo di una pandemia che solo in Italia ha fato 130 mila morti (centotrentamila, un’intera città come Salerno), c’è gente che manifesta contro i vaccini. Gente che scende in piazza gridando “libertà”, perchè convinta che il Greenpass sia un’orrenda limitazione. Gente che pensa sia tutto un complotto delle plutocrazie mondiali per controllare le nostre vite (che poi, diciamocelo fra noi: ma che fate di così strabiliante nelle vostre vite? Ma davvero pensate che uno come Soros o come Zuckenberg possa essere minimamente interessato a spiarvi?).

Insomma, se questo è l’altro lato, come potremmo esserne incuriositi? Come potremmo aver voglia di scoprire le loro ragioni? Ma soprattutto, come possiamo ancora sperare di metterci d’accordo in una riunione di condominio?

(Not) in my name

Il portabandiera è un simbolo. Un’immagine che rappresenta tutti, che racchiude in sè una moltitudine di individui. Tutti diversi, ma tutti riuniti, tutti compresi all’interno di un insieme.

Una volta era in battaglia, oggi per fortuna solo alle Olimpiadi, ma comunque seppure solo ai giochi, il portabandiera è il rappresentante di una nazione. Ci rappresenta tutti perchè tutti ci possiamo riconoscere in lui. Ma oltre il portabandiera nazionale ci sono poi quelli olimpici, che non rappresentanto il singolo Paese, ma tutto il mondo, tutte le nazioni insieme.

Ma ora ditemi, con tutta l’apertura mentale possibile, come faccio a riconoscermi in Paola Egonu? Fatemi capire, l’avete scelta come portabandiera perchè rappresentasse non solo tutti gli italiani, ma tutti i cittadini del mondo? Ma l’avete mai sentita parlare? Come potrei mai riconoscermi in lei? Come potrei mai sentirmi rappresentato da una come lei? Una che parla con quel dialetto Veneto? E dai su, non scherziamo!

P.S. Invece sto a scherza’ Paole’. Faje vede’ chi sei! Sentire Adinolfi e tutti i nazisti dell’Illimois de noantri che schiumano rabbia non ha prezzo…..daje Paoletta, daje!

Cose da ricordare

Non uscire nelle ore calde e bere molto (andranno bene anche gli alcolici?), chiudere il gas quando si va via (perché si dovrebbe aprire autonomamente il rubinetto del gas quando non ci siamo? E’ un tipo dispettoso?), comprare il pecorino per la carbonara (a me non piace il pecorino, non trovate che puzza in modo inverecondo?), inginocchiarsi contro il razzismo (ma se invece si mettessero ad improvvisare un passo di danza, non sarebbe più scenografico?), i diritti delle minoranze (anche i rovesci delle maggioranze però non andrebbero trascurati).

L’umido con l’umido la plastica con la plastica (versione ecologica di mogli e buoi dei paesi tuoi?), fare l’orlo ai pantaloni (se portate i bermuda avete risolto un problema), i fantasmini con le scarpe estive (che comunque si vedono, voi fate finta di no, ma vi assicuro che si vedono), non fischiare gli inni nazionali (forse andrebbe anche evitato di cantarci sopra, soprattutto se siete stonati come campane ubriache), mettersi la mascherina quando si entra al bar (però ragionavo l’altro giorno con la mia sorellina che al bar della spiaggia, mezzi nudi con la mascherina si sfiora appena appena il ridicolo).

Andare in ferie ad agosto (io mi ostino ad andarci anche a luglio e poi mi arrivano 47 email in un giorno e mi girano), comprarsi una maschera da snorkeling (che nonostante il nome sembri una parolaccia detta mentre stai starnutendo, è molto utile, anche per una mezza sega del nuoto come me), comperare El Camino dei Black Keys (grande gruppo, ve lo consiglio). Ma soprattutto mai e poi mai chiedere favori ai figli adolescenti (vi si riproporranno per giorni e giorni, più pesanti di una peperonata).

Noi e la perfida Albione

Ecco perché vincerete voi

Giocheremo la finale a Wembley, il tempio del calcio, la storia, la tradizione. D’altra parte questo gioco l’avete inventato voi.

Avete vinto la Champions League e non poteva essere altrimenti perché in finale avevate portato addirittura due squadre. Ormai da anni i vostri club dominano in qualsiasi competizione europa.

Avete avuto i Beatles, i Rolling Stones, i Queen, i Genesis, i Pink Floyd, gli ELO, i Supertramp, gli Oasis, gli Smith, i Cure, i Clash, i Kasabian, i Muse, i Mumford & Son e Elton John. Dice, ma che c’entra la musica? Lascia fare, la musica c’entra sempre.

Siete una nazionale multietnica, in squadra di inglesi doc ce ne saranno 3 o 4, gli altri sono tutti della seconda generazione, sono giovani, sfrontati e hanno fame di successi.

54 anni fa eravate diventati campioni del mondo, nella finale di Wembley, con un goal palesemente irregolare. C’era la Regina Elisabetta al trono e l’Italia aveva un governo di larghe intese.

Ecco perché vinceremo noi.

E’ vero, il calcio l’avete inventato voi, ma come ricordava giustamente Luciano De Crescenzo, “quando voi vivevate ancora sugli alberi e vi dipingevate la faccia, noi eravamo già froci”.

Sì, avete vinto la Champions, ma siete usciti dall’Europa. Non è che qualcuno vi ha cacciati, avete votato e a maggioranza siete voluti uscire. Mo che volete?

E’ vero, avete i Beatles, i Rolling Stones e compagnia cantando, ma non avete il bidè. Mi dispiace, ma io difficoltà a dare credito a gente che non si fa il bidè.

Sì, siete una bella squadra, siete multietnici, ma in porta avete una specie di pupazzo gnappo e in difesa fate abbastanza ridere. Se Ciruzzo si sveglia, non c’è partita.

54 anni, c’era la Regina Elisabetta al trono e l’Italia aveva un governo di larghe intese, ma avevate vinto la finale rubando la partita ai tedeschi. Ai tedeschi! Pensate di riuscire rubarla anche a noi? Rubarla. A noi. Sicuri, sicuri?

Considerazioni casuali

Si stava meglio quando si stava peggio. Uno dei proverbi più idioti che esistano: se ora si sta male, non è che l’idea che si stava male anche in passato mi faccia stare meglio. Neanche un po’. Quando si stava peggio si stava male e ora cerchiamo piuttosto di stare meglio, di apprezzare quello che abbiamo oggi, qui e ora, senza pensare a quello che era ieri o quello che potrebbe essere domani.

Hic et nunc, godendocelo fino in fondo, assaporandolo con gusto e senza fretta, perché magari ora non sembra, forse non pensiamo che sia chissà cosa, ma invece potremmo rimpiangerlo. Potremmo arrivare a pensare che quel peggio non era poi così male. Anzi.

Oggi pomeriggio incidente sulla tangenziale, tragitto ufficio casa due ore e 48 minuti. Siamo proprio sicuri che il lockdown fosse così male? Così, tanto per dire. Per fortuna avevo il cd dei Lumineers….”il cielo aiuti lo stupido che si innamora

Oh, Ophelia
You’ve been on my mind girl since the flood
Oh, Ophelia
Heaven help a fool who falls in love

Quando tutto era ancora da scrivere

Una foto su FB che ti proietta indietro nel tempo, insieme ad una valanga di ricordi, molti dei quali ormai dimenticati. In un periodo talmente lontano che sembra quasi appartenere a qualcun altro, come se non fosse davvero la tua storia, ma il pezzo di un film. Un film che hai girato tu, a volte da protagonista, a volte solo come comprimario, ma che fai difficoltà ad inserire all’interno della tua vita.

Ma quando i ricordi sono condivisi ognuno ne tira fuori un pezzetto, che magari teneva da parte in qualche tasca e come fosse un puzzle, una tessera alla volta si ricompone il quadro complessivo e allora sì che lo riconosci, che ridiventa parte della tua storia.

Trentacinque anni fa, la fine del liceo, il primo anno universitario, l’ultimo capitolo, probabilmente il più bello, della vita spensierata, quando tutte le strade erano ancora aperte e tutte le possibilità dovevano diventare realtà. Poi pian piano cominci a fare le tue scelte, disegni il percorso che ti ha portato dove sei ed ora, senza rimpianti e senza rimorsi, puoi tornare indietro cercando di riassaporare quel gusto di libertà, quello scenario tutto da scrivere.

Come scrivevo qui già qualche anno fa (https://viaggiermeneutici.com/2015/06/05/sono-stato-felice-sotto-molti-cieli/), sono stato felice sotto molti cieli, ma non c’è nulla di male a riconoscere che nessun cielo è stato così ampio come quello. Perché sotto quel cielo davvero qualsiasi cosa era possibile. Qualsiasi. E quel gran genio del mio amico mi convinse che potevamo perfino diventare allenatori di pallavolo e guidare una squadra di splendide fanciulle. Qualsiasi cosa era possibile, al punto che convincemmo anche loro. Davvero qualsiasi cosa era possibile!

Il tempo che ci vuole

Quando ero piccolo, come tutti i ragazzini, ero assai cacacazzi (non che ora invece…). In particolare non ero capace di pazientare, di attendere le cose o le situazioni (non che ora invece…). “Quanto manca?” era una mia domanda ricorrente: quanto manca ad arrivare al mare? Quanto manca alle vacanze? Quanto manca alla cena? E via così a cercare di misurare la distanza temporale fra il presente e l’evento atteso.

Ci sono bambini che si fissano con i perché, con i motivi delle cose, ti snervano e ti sfiniscono fino a che non gli spieghi le cause e gli effetti, la concatenazione delle cose, le ragioni per cui qualcosa è così e non in altro modo. Io no, la mia preoccupazione invece era cronologica. E più la distanza era indefinita, più saliva l’attesa e la voglia di stabilirne le misura.

Una misura non sempre significativa. Non è vero che tutte le ore sono uguali, ma neanche tutti i minuti durano allo stesso modo. Questa è una cosa che ho imparato abbastanza presto: “partiamo la prossima settimana“, oppure “mangiamo tra due ore“, “il tuo compleanno è tra un mese“. Ma che vuol dire in realtà? Oltre l’orologio, c’è uno strumento, magari meno preciso, ma più significativo per misurare il tempo? In chili? In chilometri? Oppure semplicemente in quante altre volte dovrò chiederti quanto manca? 

Una misura non sempre possibile. Quanto tempo ci vuole per diventare amici?

Poi ad un certo punto della vita ti accorgi che quest’ansia del futuro, questa aspettativa per quello che verrà, che a volte neanche ti fa apprezzare veramente quello che stai vivendo ora, si attenua e diventa nostalgia per quello che è passato, per quello che hai vissuto.

Tra l’attesa del futuro e il ricordo del passato, la domanda più importante allora è quanto tempo ci vuole a vivere fino in fondo ed apprezzare il presente. Ed ogni volta mi torna in mente una risposta ricorrente di mia madre. Una risposta che mi faceva innervosire non poco, perché mi sembrava semplicemente un modo per eludere la domanda. Ma forse non era così, forse quella era l’unica risposta giusta. Quanto manca, o meglio, quanto tempo ci vuole ancora? Ci vuole il tempo che ci vuole.

Domani ci sarà altra gente
Occhi diversi e voci
E un cuore per segnare le ore lente
E gli anni veloci
Noi domani andremo un po’ più in fretta
Riprenderemo fiato
Dentro un’altra sigaretta
E domani è passato

Proprio come gli aquiloni

Proprio come gli aquiloni che galleggiano nell’aria, c’è un momento in cui aspettiamo un soffio di vento per spiccare il volo. Chi prima, chi dopo, non c’è una regola ferrea. Ne basta poco per staccarsi da terra, poi però c’è bisogno di continuità. Qualcuno ce la fa da solo, con le proprie abilità, qualcun altro ha bisogno di altre spinte e qualcuno non riesce proprio a stare in volo e ritorna giù come fosse attratto dal terreno.

L’aquilone ha un filo che lo tiene ancorato. Un filo leggero, ma resistente, che è un vincolo, ma è anche l’unica opportunità per rimanere in volo: quello stesso legame che sembra l’ostacolo maggiore alla piena libertà è la condizione di possibilità per rimanere davvero liberi. Piedi a terra e testa fra le nuvole, perfetto equilibrio tra ciò che possiamo e ciò che vogliamo fare.

Certo, a volte la tentazione di tagliare il filo può diventare molto forte, come forte poi sarà la possibilità di precipitare a terra o di perdersi definitivamente nelle vastità del cielo. Per questo qualcuno, spaventato da queste possibilità, decide di legarsi con molti fili, ma anche questo ha i suoi pericoli: molti fili, molti vincoli, che possono sovrapporsi, intrecciandosi fra loro, ostacolando il volo.

Ma anche stabilire quanti e quali fili siano indispensabili e quali invece siano ostacoli, mica è così facile! Anche perché nessuno ti insegna a parole come volare: devi aspettare il vento giusto e guardare gli altri, trovando il tuo volo fra tutti quelli possibili. Voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali

(ringrazio la splendida R&D per l’ispirazione di questo post)