Figli di una vecchia canzone

Ultimamente il mio giovin virgulto, tra pochi giorni diciottenne, ha scoperto Venditti. Invece di trapanarmi i timpani con cantanti inascoltabili, dai nomi improbabili e dalle voci sgraziate, in macchina ricerca i pezzi storici del buon vecchio Antonello. Con cui, fin da sempre ho un rapporto controverso: da una parte, come menestrello della parte giallorossa della capitale, non ho mai potuto digerirlo, dall’altra però sono cresciuto con le sue canzoni, conosco a memoria interi album, mi ricordo perfettamente quando uscirono.

Così, saranno queste canzoni che hanno accompagnato la mia adolescenza, sarà che lui sta frequentando il suo ultimo anno di liceo, stamattina quando l’ho lasciato davanti all’entrata della scuola, vedendo la solita folla di ragazzi che si attardavano prima di affrontare la giornata fra i banchi, mi è presa un’ondata di nostalgia. Avrei voluto parcheggiare e nascondermi in mezzo a loro per intrufolarmi dentro un’aula qualunque.

Soprattutto mi piacerebbe fargli capire che deve assaporare queste giornate fino in fondo, gustarsi ogni singola ora, perché al di là delle scocciature dei compiti, al di là delle ansie per le interrogazioni, questi sono giorni indimenticabili, con sensazioni che nessun altro contesto riuscirà anche lontanamente ad avvicinare. Dopo la scuola nasceranno tante amicizie, spesso anche più profonde di quelle nate fra i banchi di scuola. Troverà persone con più affinità, sceglierà quelle più vicine al suo modo di pensare. Perché in fondo i compagni di classe sono come i parenti, mica puoi sceglierteli! Te li ritrovi a 14 anni, appena più di bambino e cinque anni dopo li lasci appena meno che uomo. Ma quel percorso che hai fatto insieme, quel legame che ti ha unito, ti segna per tutta la vita.

Ed è per questo che trent’anni dopo ti ritrovi a capire che quel legame che c’era è rimasto inalterato. Che il tempo passato ha cambiato tantissime cose, che forse se quelle stesse persone le incontrassi oggi per la prima volta non ti direbbero e non ti darebbero nulla, ma invece sono loro, sono i tuoi amici, un pezzo di te e della tua storia, di quello che sei, di come e perché sei così e non in altro modo. Come scrivevo qualche tempo fa, sono stato felice sotto molti cieli, ma sicuramente mai più quanto fra i banchi di scuola.

Ed il rock passava lento sulle nostre discussioni
Diciotto anni son pochi, per promettersi il futuro
Ma tutto quel che voglio, dicevo, è solamente amore
Ed unità per noi che meritiamo un’altra vita
Violenta e tenera se vuoi
Nata sotto il segno, nata sotto il segno dei pesci

Come stare fuori dal tempo

Oggi ho incontrato dei compagni delle elementari, amici che non vedevo esattamente da 42 anni. Una di quelle rimpatriate favorite dai social network, che possono rivelarsi grandi occasioni per riscoprire piacevoli ricordi o tristi occasioni di confronto con un passato remoto ormai dimenticato. Fortunatamente per noi si è trattato del primo caso! Siamo stati bene, ci siamo riscoperti e ritrovati, diversi, ma in fondo simili a quelli che eravamo.

Soprattutto è stato buffo confrontare l’idea che loro avevano di me, in base ai loro ricordi, con l’io attuale, le similitudini e le differenze che i percorsi della vita ci hanno fatto fare. La memoria non appartiene alla mente, perché i ricordi sono etimologicamente ri-cordi. Il muscolo protagonista è il cardio, il cuore. Per questo i ricordi più autentici sono i sentimenti che ti assalgono, ti circondano e piegano le tue resistenze. Rivedi quei volti, ascolti i loro ricordi e improvvisamente hai di nuovo undici anni. E tutto sembra bello.

Prima di ogni scelta, prima di ogni bivio, prima di ogni sbaglio. Tutta sembra bello. Hai tanta confusione in testa, ma insieme l’entusiasmo folle di sentirti padrone della tua vita. Quando è più forte la voglia di provarci della paura di fallire, perché il futuro è una pagina bianca e tu hai fretta di cominciare a scrivere. Tutto sembra bello.

Tu stesso sei uno sconosciuto, che potrebbe diventare chiunque. Ancora non conosci la musica che farà da colonna sonora alla tua vita, non conosci gli autori che cambieranno il tuo modo di pensare, non hai incontrato le persone che accompagneranno la tua vita, eppure paradossalmente sono già lì accanto a te. E tutto sembra bello.

  • Ciao!
  • Ciao. E tu chi sei?
  • Io sarei tu. So che può suonare strano, ma io e te siamo la stessa persona. Io sono quello che sarai tu fra 40 anni.
  • Se va be’, mi stai prendendo in giro!
  • Ero così diffidente a 11 anni? Mica mi ricordo. Però certo, mamma mia com’ero piccolo!
  • Ehi! Non è che sei diventato tanto più alto eh!
  • Anche questo è vero! Ora sì che mi riconosco.
  • Insomma, tu verresti dal futuro? Ma sul serio?
  • Sul serio
  • E dimmi, com’è?
  • Incasinato.
  • Allora è come adesso
  • Peggio! Non puoi avere un’idea! Il traffico è impossibile
  • Sì, perché ora invece? Se tu sei me, dovresti ricordarti com’era
  • Ti assicuro che poi sarà peggio
  • E poi? Che mi puoi dire del futuro?
  • Tutti abbiamo un telefono e
  • Ma anche ora tutti abbiamo il telefono!
  • No, non hai capito! Tutti abbiamo un telefono portatile, che però non è un semplice telefono. Puoi leggerci qualsiasi notizia, puoi scrivere messaggi, ascoltare musica, vedere le partite
  • Abbiamo vinto qualche altro scudetto?
  • Sì! E pure una Coppa delle Coppe e diverse Coppe Italia
  • Dai! Fico
  • Sì, ma siamo anche andati in serie B e ci sono capitate una quantità di sventure che forse ti converrebbe diventare della Juve. Sei ancora in tempo
  • Che sei scemo? Della Juve…figuriamoci!
  • Va be’, hai ragione, sei me, come potresti fare una scelta così logica?
  • Che vuoi dire? Che non farò scelte logiche nella vita?
  • Sì, cioè no. Va be’, è complicato spiegarlo a un ragazzino di 11, anche se quel ragazzino sono io
  • Mica mi hai convinto tanto su questa cosa. Ma oltre questi telefoni magici, poi che avete fatto. Le macchine volano? L’avete trovata una cura contro il cancro?
  • Ancora no, però ci stanno provando. Ma poi ci stanno tante novità, non ci sarà più la lira, ma una moneta unica in tutta Europa, tutti i partiti che conosci ora spariranno e ce ne saranno di nuovi
  • Ok, ma per esempio, Tex ci sarà ancora?
  • Certo! E continuerai a comprarlo, tutti i mesi. A che numero sei arrivato?
  • 159
  • Qualche giorno fa ho comprato il 701. L’unico problema è che non so dove metterli! Mia moglie mi ha obbligato a tenerli dentro delle scatole che teniamo sotto il letto
  • Allora mi sono sposato! E chi è?
  • Meglio che non te lo dico. Lo scoprirai pian piano
  • Ma già la conosco ora?
  • Non te lo dico!
  • E che lavoro farò? Mi sono laureato in archeologia?
  • Ah sì, mi ricordo che avevo quell’idea! No, poi hai fatto altre scelte, ma non ti dico neanche questo, non voglio influenzarti
  • Senti, ma in vacanza andiamo sempre a Santa Severa? Sono diventato bravo a suonare il piano? E ho imparato a nuotare?
  • A Santa Severa no, anzi da un po’ di anni ci siamo spostati in montagna. Il piano l’hai suonato per 8 anni, poi però ti sei stufato e invece a nuotare hai imparato, giusto l’anno scorso
  • Ma come? 8 anni e poi ho lasciato perdere…e il nuoto ho imparato a 50 anni?
  • Te l’ho detto che non farai sempre le scelte più logiche
  • E senti, loro ci stanno ancora?
  • Neanche questo penso sia giusto dirti ora. Qualcuno ormai non c’è più, ma qualcuno è arrivato e riempe la tua vita, su questo puoi stare tranquillo. E poi ancora giochi a pallone, tutte le settimane e sei ancora bravino
  • Sì va be’, ma insomma, non mi dici le cose più importanti. E poi anche il futuro che racconti, non è poi così entusiasmante. In sintesi, cosa puoi dirmi che potrebbe servirmi?
  • Eh, non è facile…così su due piedi…
  • Mica ti ho detto io di tornare dal futuro!
  • Allora qualcosa te la dico. La prima è che non devi avere paura
  • Va be’, questo me lo dice pure papà.
  • Lo so, me lo ricordo. Però ha ragione lui. E invece altre volte non ce l’ha, come forse hai già capito da solo. Ma qui ha davvero ragione: non devi aver paura. Soprattutto di restare solo, perché invece scoprirai che si può star bene anche da soli. Anche se a dir la verità non ci starai mai.
  • E poi?
  • Poi scoprirai quant’è bello avere un cane.
  • Un cane? Ma io non voglio un cane
  • Me lo ricordo. Adesso è così, ma quando succederà capirai che è una delle cose più belle che possa succederti
  • E terzo?
  • Non c’è un terzo
  • Ma di solito sono sempre tre le cose no? Un po’ come i desideri di Aladino
  • Terzo ascolterai sempre tanta bella musica. E ricordando questi momenti tutto sembrerà bello. Persino le canzoni di Gianni Togni.

Love Me Two Times (ancora un 21 gennaio)

Avevo questo antifurto della macchina, una specie di ombrello che bloccava il volante con il pedale del freno. Stavamo ascoltando una raccolta dei Doors nella mitica 127 sotto casa di Ale, dove avevi abitato anche tu per anni. Come al solito conoscevi tutte le storie delle canzoni, quando erano state scritte, il loro significato: i doppi e forse anche tripli significati di Light my Fire, la storia del ragazzo che deve partire per il Vietnam e chiede alla sua ragazza di amarlo due volte, una per l’oggi e una per quando non ci sarà più.

Come ho già raccontato altre volte (qui parlando di Plant e Gabriel e qui parlando di Beatles) in fatto di musica (ma non solo) eri veramente un pozzo di scienza. Insomma, eravamo lì che ascoltavamo Jim Morrison e compagni quando venne fuori questo strano attrezzo, che tenevo proprio sotto il sedile. In realtà avrebbe appunto dovuto essere un antifurto, ma era talmente complicato che da tempo immemore era del tutto fuori uso. E poi chi mai avrebbe avuto l’ardire di provare a rubare una 127 vecchia di vent’anni e con quasi 300 mila chilometri?

  • No, come antifurto non lo uso mai, però contro i malintenzionati può sempre essere utile, non trovi?

E mi ricordo come fosse ora, mi hai guardato come fossi un marziano, con quegli occhi chiari che ti sembrava riuscissero a guardarti dentro e mi hai risposto, come se non parlassi con me, come se stessi ragionando a voce alta.

  • Ma tu pensi che saprei usarlo contro qualcun altro? Anche se mi trovassi in pericolo, non credo che ne sarei capace. 

Non ero riuscito a risponderti, forse perché appunto, stavi parlando con te stesso e non con me. Nella tua consueta disarmante sincerità, stavi raccontando, prima di tutto a te stesso, quello che eri. No, non saresti stato capace di usarlo contro nessuno, ne sono certo. Non so se ne sarei stato capace neanche io, ma fortunatamente non ce n’è mai stata la necessità e qualche tempo dopo lo rottamai insieme alla povera 127.

32 anni dopo, continuaimo ad ascoltare quella canzone, amico mio, raccontami ancora i suoi significati, i suoi come ed i perché. Ed io starò lì a starti a sentire

Love me two time baby
Love me twice today
Love me two times girl
I’m goin’ away
Love me two times girl
Once for tomorrow, once just for today
Love me two times
I’m goin’ away

Che ne è stato delle estati?

E così mi attacco anche io a questa catena, lanciata dal mitico Barone Rosso e proseguita dall’altrettanto mitologico Zeus, per raccontare quel che succedeva qualche tempo addietro, quando le estati duravano quattro mesi e noi rientravamo in classe agli inizi di ottobre, non prima di aver tolto gli ultimi granelli di sabbia dai polpacci. Ovviamente non seguirò assolutamente nessuna delle regole del tag, ma mi limiterò a seguire la traccia dei miei illustri predecessori, con qualche piccola personale variazione (anch’essa molto arbitraria).

Gioco in cortile

Giocavamo in cortile? Mah! In realtà no, non in senso stretto. E così chiariamo subito la location delle mie vacanze infinite. Tra i 6 ed i 14 anni, per otto estati consecutivamente le nostre vacanze si svolgevano in una località senza nome, fra Santa Severa e Santa Marinella. Una manciata di case, palazzine, villette lungo il litorale a nord di Roma, comprese fra l’Aurelia e il mare, una striscia di terra lunga e stretta, fra prati e strade non asfaltate. Mio padre e mia madre, entrambi impiegati, si costringevano a ferie separate pur di lasciarci lì due mesi interi, anche con il supporto di zie e nonne. Un posto abbastanza selvaggio allora (chissà ora com’è diventato, sono più di trent’anni che non ci vado più), che però dava a noi ragazzi una libertà infinita. Quindi altro che cortile, noi giocavamo in questi spazi aperti dove scorazzavamo in bicicletta senza vincoli né confini. Anzi, all’interno di due confini precisi, come già detto, il mare e la statale Aurelia, entrambi invalicabili. Su quelle stradine bianche giocavamo a qualsiasi cosa, dal nascondino, al pallone, muovendoci sempre in bicicletta da una casa all’altra. Organizzammo anche una specie di Olimpiadi un anno, con tutte le discipline, dalle corse, ai lanci e ai salti con tanto di medaglie di premiazione. Poi c’erano ben due campetti di calcio, creati in due prati incolti sopravvissuti al cemento, dove si svolgevano delle sfide clamorose, che potevano durare ore ed ore.

Gioco in spiaggia

la particolarità di quel posto è che la spiaggia non ha sabbia. O meglio la sabbia c’è, ma sotto uno strato di sassi, che rendono l’acqua del mare trasparente, ma impediscono qualsiasi gioco di movimento. Infatti l’unico modo di spostarsi in spiaggia erano quelle scarpette di gomma dai colori fluo, dette “ragnetti” perché davano un’abbronzatura variegata ai piedi, simili a ragni. Anche i famosi castelli di sabbia per noi avevano l’insolita variante di essere fatti di pietre, non facilmente assemblabili fra loro. A cosa giocavamo quindi in spiaggia? Andavamo a pesca, sia con la canna, sia con le fiocine per prendere i polpi. Ce n’erano molti, anche vicino alla riva, nascosti appunto sotto i sassi, insieme ad una quantità sproporzionata di granchi. Con la canna invece si prendeva ben poco. Mi ricordo che come esca preparavamo un pappone con la mollica del pane ed il pecorino che ti lasciava le mani puzzolenti per giorni e secondo me faceva schifo anche ai pesci, visto che non prendevamo praticamente mai nulla.

Fumetto

In quell’epoca (ma perché ora invece?) ero un vero patito, sia dei super eroi della Marvel, all’epoca pubblicati dall’editoriale Corno, sia soprattutto degli eroi di casa Bonelli. I pomeriggi dopo pranzo, quando c’era l’obbligo materno del coprifuoco, almeno fino alle 4, divoravo volumi e volumi di Tex, Zagor, Mister No, Comandante Mark, e poi l’Uomo Ragno, Capitan America, I Fantastici 4, Thor. Quelle letture mi rapivano totalmente e a volte quasi non volevo uscire per finire qualche storia in sospeso. A Santa Severa poi c’era un’edicola che aveva molti arretrati di Tex (il mio preferito!) e quindi ogni occasione per andare in paese diventava tappa obbligata per acquistare qualche vecchio numero. Ce li ho ancora, la collezione completa dal numero 1 all’attuale 693, tutti belli stipati dentro scatole di Ikea sotto al letto, unico posto consentito dalla dolce metà e dalle dimensioni della casa!

Cibo

La particolarità ed uno dei ricordi più belli di quelle vacanze erano i picnic organizzati dai parenti. Noi in effetti eravamo arrivati in quel posto perché avevano acquistato delle case una sorella ed un fratello di mia madre, che passavano le vacanze lì con le rispettive famiglie. Famiglie molto numerose, quindi capitava anche abbastanza spesso che ci trovavamo insieme ad uno stuolo di zii, cugini, affini e andavamo sui prati delle colline di Tolfa (un paesino che sta nell’entroterra di quel litorale), organizzando dei barbecue pantagruelici. Il piatto forte era la carne alla brace, preparata all’argentina, il cosiddetto “asado”, retaggio degli anni passati dall’altra parte dell’oceano dai nonni materni (ma chi ha letto il mio ultimo romanzo qualcosa dovrebbe sapere!). Un’altra particolarità di queste gite in collina era la raccolta di more: ce n’era una quantità industriale, di tutte le dimensioni e ne mangiavamo fino a sentirci male. Un ultimo ricordo legato al cibo erano le lumache. Si sa, quando piove al mare, non c’è da essere felici, però noi già pregustavamo sia la raccolta (comunque divertente), sia soprattutto la mangiata successiva. La moglie di uno zio, originaria di Foligno, cucinava queste lumache in una maniera divina, con un sugo dal sapore impareggiabile.

Libro

Mi ricordo quelli di Salgari, l’epopea di Sandokan, tornata d’attualità con la serie televisiva di Kabir Bedy ed anche i gialli per ragazzi, una serie di libricini che si trovavano anche in edicola. Ricordo che ce n’erano di diversi tipi: a me piacevano in particolare quelli della serie dei Tre Detective. Ne leggevo parecchi, ma certo non regge il paragone con i fumetti

Film

A Santa Severa c’era un arena all’aperto, ma ci andavamo poco. Mi ricordo però l’estate che uscì Grease, che praticamente rimanemmo dalle 15 fino all’ora di cena, rivedendolo tre volte di seguito. Allora era consentito. Saremmo ancora rimasti lì, incantati da Sandy, che da quel momento sarebbe diventato l’ideale della bellezza femminile, etereo ed irraggiungibile.

Gioco da tavolo

Nelle già ricordate giornate di pioggia due giochi ci tenevano incollati al tavolino per ore ed ore: Monopoli e Risiko, in rigoroso ordine cronologico, perché il primo, più antico, fu poi soppiantato dal secondo. E soprattutto quelle grandi sfide a Risiko sono un ricordo piacevole, perché in fondo chi è che non ha mai sognato di invadere la Kamtchaka? L’altro gioco da tavola che ci appassionava molto, anche nelle belle giornate, era il ping pong. Lì emergeva una delle distinzioni ontologiche più significative fra noi: i pallettari e gli schiacciatori. I primi difensivisti giocavano sull’errore dell’avversario, gli altri votati all’attacco, volevano chiudere il punto con acrobatiche schiacciate. Possiamo dire che era la trasposizione sportiva della distinzione fra formiche e cicale, fra  chi affronta la vita cercando di adeguarsi alle situazioni e chi vuole prenderla per le corna e domarla ai suoi voleri.  Inutile dire che se questi ultimi non erano particolarmente bravi, pur essendo sicuramente più esteti e belli da vedere, erano destinati alla sconfitta.

Televisione

Semplicemente non esisteva, non era contemplata nelle mie giornate. A parte qualche partita dei mondiali di calcio e qualche epica partita di tennis del torneo di Wimbledon che allora (incredibile a dirsi ora) era mandata in onda dalla Rai. Mi ricordo bene la finale del 74 Germania Olanda, dove a parte il sottoscritto tifavano tutti per gli “orange”, belli e perdenti. Un altro ricordo nitido erano le sfide Borg McEnroe, anche se il mio campione preferito era Jimbo Connors, un mancino pazzo e spericolato, forse meno forte dei primi due, ma sicuramente più simpatico. Altre cose in TV non me ne vengono in mente

Canzone

Qui si potrebbe scrivere un post a parte. Il ricordo nitido che ho si riferisce al venerdì verso mezzogiorno e mezzo quando immancabilmente ci sintonizzavamo alla radio per ascoltare la Hit Parade e poi commentavamo la classifica, chi era cresciuto, le nuove entrate, le uscite, neanche fosse la classifica del campionato del mondo. Mi ricordo il riepilogo dal 10 al 2 posto e poi la proclamazione del vincitore della settimana e il brivido quando si trattava di una new entry che in soli 7 giorni aveva scalzato tutti, entrando direttamente al primo posto. Era l’epoca delle radio libere, ma sicuramente Radio 1 con quella trasmissione penso abbia fatto dei record di ascolto mai più raggiunti in seguito. Se devo ricordare qualche canzone in particolare, non posso non citare Heart of Glass dei Blondie, che ancora oggi appena la sento mi fa ritornare lì nella spiaggia dei sassi di Santa Severa. Poi ci sarebbe da citare il mitico Umberto Tozzi, che ogni anno arrivava inevitabilmente al primo posto con il suo “giro di do” e qualche parola buttata lì a caso: Ti amo, Tu, Gloria, Stella stai, hanno scandito le estati di una generazione.

Life

E che life poteva esserci secondo voi? Non c’era neanche una bar, se volevi comperare una rosetta o un litro di latte, un giornale o semplicemente un gelato dovevi comunque prendere la macchina ed arrivare a Santa Severa. Per noi ragazzi era precluso qualsiasi contatto con il mondo al di fuori. Qualche ardito si avventurava di nascosto sull’Aurelia in bicicletta, la distanza non era molta, non più di un paio di chilometri, ma obiettivamente il pericolo era davvero reale, perché si tratta di una statale trafficatissima. Infatti quel posto da paradiso per ragazzini diventò inevitabilmente una prigione per adolescenti. Infatti ricordo l’estate del passaggio fra le medie ed il liceo, con grande insofferenza. Non a caso, non solo per le mie intemperanze, fu l’ultima che passammo lì. Era l’estate delle Olimpiadi delle polemiche, quella senza gli Americani, che le boicottarono per l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS. L’estate della strage di Bologna. Ricordo perfettamente quel 2 agosto, eravamo in spiaggia, quando arrivò quella notizia terribile. Fu un’estate strana, con tante inquietudini anche per vicende familiari e così l’anno dopo decidemmo per un posto diverso e per una serie di circostanze non tornammo più lì.

Potendo tornare indietro, che cosa porteresti oggi? 

Che ne è stato di quelle estati? Tanti bei ricordi, alcune amicizie che durano ancora oggi, la consapevolezza acquisita con gli anni, di riuscire a vivere ogni momento come irripetibile. Perché poi la vita va avanti, cambiano i periodi, le situazioni, la percezione stessa delle cose, le persone che ci stanno intorno e purtroppo corriamo il rischio di vedercele sfilare via come un treno in corsa, senza apprezzarle veramente. Non ho nostalgie particolari, ma se potessi mi piacerebbe recuperare l’espressione curiosa del me stesso ragazzino di questa foto. Se ben ricordo risale all’estate del 79, alla premiazione di quelle Olimpiadi di cui dicevo prima. A rivederlo ora mi sembra proprio l’espressione soddisfatta, un po’ ironica ed un po’ interrogativa di uno che è curioso. Ecco, se potessi tornare indietro, mi porterei oggi la curiosità di allora.

E concludiamo così con i tag. Mi piacerebbe proprio leggere i ricordi di LucyIomeTiffanyFlò, ma chiunque altro voglia collegarsi alla catena è ben accetto!

Lanciatori di coriandoli uniamoci!

Passano gli anni e tante cose non sono più quelle di una volta. Si cambia, si evolve. Ma fra le tante cose che non cambiano, una cosa che non tradisce, è il mio fisico da lanciatore di coriandoli. Basta uno sbalzo di temperatura, il giusto mix tra primi caldi e repentine rinfrescate ed eccomi qui con qualche linea di febbre a tossire come un vecchio tabagista, con la gola in fiamme e il naso più otturato di un lavandino rotto.

Eppure qualcosa in realtà è cambiato, perché in effetti, se c’è una cosa che rimpiango dell’infanzia, è quello stato di sospensione del mondo che entrava in vigore a casa mia appena il mercurio superava la soglia del 37. Neanche a dirlo, il giudice supremo che decretava questo stato di cose era mia madre. Mio fratello ed io eravamo esentati da qualsiasi cosa. Anzi, eravamo costretti a letto, da dove potevamo alzarci esclusivamente per andare in bagno (anche se a dire il vero ho raccapriccianti ricordi di vasini in stanza….). Persino i pasti si svolgevano a letto grazie a uno scomodissimo vassoio che inevitabilmente lasciava le lenzuola pieno di briciole e altri resti vari.

Giornate passate a leggere fumetti dalla mattina alla sera, scandite da rituali sempre uguali. E finché la febbre non spariva pensare di rimettersi in piedi era assolutamente impensabile. La cosa più terribile però era la notte, perché inevitabilmente facevo lo stesso incubo. Un castello in montagna ed io che correvo inseguito da chissà cosa o chissà chi e poi precipitavo nel vuoto. Risvegliarsi nel proprio letto a quel punto era la sensazione più bella del mondo.

Fanciulle care, è inutile che ora rompete le scatole ed ironizzate sul fatto che un 37 e 1 a noi maschietti ci lascia dolenti neanche avessimo scalato l’Everest in costume da bagno. La colpa è la vostra! Prima ci abituate così, poi che pretendete?

And I’m on my way, I still remember
Those old country lanes
When we did not know the answers
And I miss the way you make me feel, it’s real
We watched the sunset over the castle on the hill
Over the castle on the hill
Over the castle on the hill

Era meglio Peter Gabriel o Robert Plant?

“Fino alla fine, ci giurammo amicizia eterna, sulle strade secondarie, nascondendoci sulle strade secondarie…”

Trent’anni sono una giusta distanza. Il tempo è davvero un grande medico, che cura le ferite, ma soprattutto cristallizza i sentimenti, aiutando a dimenticare i ricordi che fanno male, restituendo invece intatti quelli più belli. Almeno per me funziona così. Come dice il mio saggio amico Pank, ogni cosa è illuminata all’interno della memoria. Ci sono stati anni che questo 21 gennaio era un incubo: il giorno più brutto dell’anno. Il dolore, il senso di colpa, la sensazione di impotenza. Un mix venefico di tristezza nera e acidità che dalla stomaco arrivava al cervello.

Ora non è più così. Non so perché, non so come sia successo. Forse semplicemente sono riuscito a fare pace con me stesso. E quindi anche con te. Forse perché ora ho dei figli quasi di quell’età, forse perché ho capito ormai che certe cose non si possono capire, fatto sta che non sono più arrabbiato. Non sono più arrabbiato con me stesso per quello che avrei potuto/voluto/dovuto fare o dire. Non sono più arrabbiato con te per quello che hai fatto, per quello che non mi hai detto, banalmente per non avermi chiesto aiuto. Non ho più nemmeno quell’energia di per sé positiva, che mi dava la forza per andare avanti, per affermare che tu eri nel torto ed io avevo ragione, che tu avevi sbagliato tutto ed io te lo avrei dimostrato con la mia vita. Anche quella non c’è più. Non voglio e non devo dimostrarti nulla. Vorrei solo riaverti qui.

Vorrei averti qui per ricominciare una delle nostre lunghe disquisizioni musicali (una ve l’ho già raccontata qui a proposito dei Beatles). Come quella notte in cui stavamo lì, ubriachi di sonno, a sentire alternativamente i Led Zeppelin ed i Genesis, per cercare di dimostrare l’uno a l’altro chi fosse la voce del rock tra Peter Gabriel e Robert Plant (per la cronaca, continuo a pensare che Gabriel sia inarrivabile, ma tu ora continuerai a dire il contrario). Eh sì. Di musica eri un grande esperto.

Molto meno di motori. Un’altra cosa che ci accomunava. Ricordo un pomeriggio che andammo a prendere un gelato al bar del tennis, al Foro Italico, con Federica e Ale. Come spesso accadeva la già ricordata 127 decise di non ripartire. “Proviamo a spingere!“……”ma com’è che non parte, eppure quando lo facciamo con papà funziona“. E meno male che, non ricordo chi delle fanciulle, ci disse che se non avessimo ingranato la seconda, con la macchina in folle, avremmo potuto continuare a spingerla dallo stadio fino a Tor di Quinto! Non capivamo nulla di macchine e motori. Eppure ne abbiamo percorse di strade secondarie e molte altre ne faremo ancora. Ciao indimenticabile amico.

We swore forever friends on the backstreets until the end. Hiding on the backstreets, hiding on the backstreets, hiding on the backstreets, hiding on the backstreets, hiding on the backstreets, hiding on the backstreets…”

 

Di 127 celestine, confronti fra quindicenni e versioni di greco

Mi fa impressione pensare che in realtà sono nato in un’altra epoca. Guardo mio figlio a 15 anni e ripenso all’estate dell’81, quando avevo io la sua età. Eravamo andati in vacanza ad Alassio: per la prima (ed anche unica) volta i miei avevano abbandonato la comodità del litorale romano per avventurarsi in un posto completamente diverso. Con la nostra 127 celestina ci mettemmo in cammino lungo l’Aurelia in un viaggio che non finiva mai. In quel mese di agosto, oltre a godere il mare, girammo molto, visitando da Genova a Ventimiglia, tutto quello che c’era da vedere.

Staccammo da tutto. Quei 500 km da Roma era come se ci avessero portati in un’altra dimensione, lontana da ogni cosa o persona della nostra quotidianità. Per un mese non sentii nessuno, amici, parenti, conoscenti. Forse un po’ mi mancavano, ma era così, un dato di fatto. Ora mio figlio chatta con i suoi amici di classe, si vede su Skipe con quelli del mare e condivide su FB le giocate che fa alla PS con gente che neanche conosce. 35 anni fa chi avrebbe mai pensato che si potesse essere in contatto quotidiano con qualcuno d’altra parte del mondo? Che avremmo potuto condividere con filmati e foto le nostre giornate, raccontando ogni singola emozione?

Nell’estate dell’81 c’era stato da poco l’attentato al Papa, l’anno prima l’URSS aveva invaso l’Afghanistan e c’era stato il boicottaggio delle Olimpiadi, la guerra fredda rischiava di diventare calda da un momento all’altro. Cosa avremmo detto se ci avessero detto che trent’anni dopo il comunismo non esisteva più e noi avremmo avuto paura dei mussulmani? Che i nostri anziani sarebbero stati assistiti da un esercito di polacche o rumene e che interi quartieri delle nostre città sarebbero stati pieni di negozi cinesi?

Cominciavano a prendere piede le prime televisioni private, mezza Italia era stata inchiodata in una diretta TV interminabile quando un povero bambino era caduto dentro un pozzo a Vermicino. Come avremmo reagito se ci avessero detto che avremmo avuto a disposizione informazioni, testi, immagini, in tempo reale su qualsiasi argomento? E se ci avessero detto che avremmo avuto centinaia di canali TV, liberi e a pagamento, tematici e generici?

Sempre qualche mese prima il referendum sull’aborto aveva mandato un chiaro segnale verso un’Italia sempre più laica. Ma chi avrebbe pensato che avremmo avuto matrimoni fra persone dello stesso sesso, che avrebbero avuto tranquillamente anche dei figli?

Le Brigate Rosse stavano per essere spazzate via, la contestazione aveva fatto il suo tempo, arrivava l’epoca dell’edonismo reaganiano. Ma se ci avessero detto che Grillo, sì, quel comico che faceva “Te la do io l’America” avrebbe guidato il primo partito d’Italia, che sarebbe stato l’avversario di una cosa che riuniva insieme la Dc, il Pci, il Psi e tutti gli altri partiti esistenti, chi ci avrebbe creduto? Chi avrebbe creduto che una parte d’Italia avrebbe chiesto la secessione?

Sono passati solo 35 anni, ma il mondo è cambiato più di quanto non fosse successo nei duecento anni precedenti. Lo strappo che ha creato internet e la rete è paragonabile forse alla scoperta del fuoco o all’invenzione della ruota. Cosa è rimasto uguale? Già una volta mi ero divertito a trovare le 10 cose che non cambieranno mai, ma rispetto al 1981 cosa posso dire sia rimasto invariato? Se Lele avesse fatto il classico starebbe traducendo il greco usando il Rocci. Appena può corre a tirare calci ad un pallone. Il Boss fa concerti che durano 4 ore. Nella carbonara non ci va né l’aglio, né la cipolla. Poco altro. Però chissà, se avessi ancora la 127 celestina, un salto ad Alassio ce lo farei volentieri un’altra volta.

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