Back to the Future. I 10 motivi per tornare nel 1985

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Ma chissà che delusione per Marty e Doc, partiti dal 1985 con la mitica DeLorean, in viaggio nel futuro, ritrovarsi in questo 2015! Perché, sì è vero, rispetto a trent’anni fa oggi abbiamo tante cose in più, la vita si è arricchita, si è allungata, si è facilitata. La rete ha annullato le distanze, prima i cellulari, poi internet hanno creato quel villagio globale che ci permette di dialogare tranquillamente con il famoso aborigeno australiano. E però, diciamocela tutta, potevamo fare meglio!

Allora, a parte il fatto che avevo 19 anni (che già di per sé questo basterebbe per prendere la DeLorean di quei due e tornarsene indietro), ho trovato dieci buoni motivi per essere delusi del 2015 e tornare al 1985.

Partiamo dai trasporti cittadini. Trent’anni fa i miei lavoravano all’Eur e noi abitavamo a Montesacro, dall’altra parte di Roma. Tempo di percorrenza media un’ora. Oggi io lavoro all’Eur e abito a Montesacro, tempo di percorrenza medio un’ora. Nel frattempo la tangenziale è stata collegata all’Olimpica, sono state create due gallerie nuove, il Gra è stato allargato con la terza corsia, un trenino urbano funziona anche abbastanza bene, la metro B ha una nuova diramazione e da pochi mesi hanno aperto la C. Ma non c’è niente da fare, Roma resta una città bella, bellissima, la più bella di tutte. Da venirci come turista.

In politica, uno che arrivasse qui oggi dall’85 farebbe fatica ad orientarsi: DC, PCI, PSI, PLI, PRI, MSI…Cazzaniga, nun te regghe più! Tutti morti e sepolti. Il guaio è che anche i nuovi non reggiamo più. Ma soprattutto, come Doc allora si meravigliava che era diventato presidente USA un attore di film western, pensate come si stupirebbe ora vedendo un cabarettista che ha aspirazioni da premier.

Sul cibo è una vera e propria tragedia. L’influenza aviaria, la mucca pazza, il merluzzo con il mercurio, le salsicce sono cancerogene (anche se io, a dire il vero, non le ho mai fumate), il salame fa venire i brufoli (va be’ quello anche trent’anni fa). Però, io dico, ma sul serio l’unica salvezza possibile è mangiare lattuga, carote e farro? Il tofu e il seitan sono il solo possibile futuro?

E restiamo in tema. Possibile che con tutte queste scoperte, con tutti questi scienziati, in questi trent’anni non si è ancora trovata una cura contro il cancro? Non doveva essere una, anzi, la priorità assoluta? Siamo sicuri che ad esempio, era proprio necessario perdere tempo con Saddam Hussein, Bin Ladem e i Talebani? Era davvero necessario finanziare le ricerche sulla coltivazione di alghe marine o mandare i satelliti su Marte?

Forse il cancro era troppo difficile. Ma almeno qualcosa contro l’alitosi e la puzza di ascelle? Niente eh! Va be’, ma allora ditelo!

In fatto di calcio si è avverato uno dei miei incubi peggiori. La seconda squadra della capitale in mano a dei paperoni americani. E lascia stare che essendo americani, sono anche un po’ farlocchi e per il momento si sono limitati a buttare soldi dalla finestra. Ma questi sono più ricchi del monopoli: dai e dai temo che prima o poi ci azzeccheranno. E allora la nostra già bistrattata città sarà in mano all’orda dei barbari .

In fatto di moda ha ragione Verdone. In questi trent’anni “se li semo tajati, se li semo allungati, l’avemo arricciati, l’avemo stirati, ma che ce dovemo più inventa’?” Effettivamente però, lo shatush, farsi i capelli a strisce colorate, ancora non l’avevamo visto. E avremmo preferito continuare a non vederlo.

In televisione abbiamo il grande fratello, gli amici di Maria de Filippi, c’è posta per te, uomini e donne, la prova del cuoco…devo continuare? Aridatece “quelli della notte”!!!

Sulla musica che dire? Nell’85 il concerto più bello a cui sarei potuto andare era quello del Boss. Oggi invece è esattamente lo stessa cosa.

Insomma, in questi trent’anni il progresso ha cambiato le nostre vite, ma non al punto da stravolgerle. Perché ha cambiato le cose, ma non le emozioni. E vorrei vedere le facce di Marty e Doc, atterrati qui nel 2015, speranzosi in macchine volanti, teletrasporto e chissà quali altri grandi invenzioni della scienza, scoprire che l’ultima meraviglia della tecnica sono dei bastoni di alluminio per farsi le foto da soli.

Anche loro avrebbero concordato che era meglio tornare nell’85!

 

 

Tua la Prinz senza ritorno. Ovvero, il post nostalgia

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Ci sono tanti modi per stabilire l’età delle persone. L’aspetto fisico, certamente: il colore dei capelli (chi ancora ce li ha!), le rughe in viso o sulle mani. Poi c’è il modo di vestire, la scelta di un capo piuttosto che un altro. Arrivato alla soglia dei 50 (oddio come suona male questa cosa), un’età in cui una volta eri assolutamente adulto, (oggi pure, solo che ancora non lo sappiamo o facciamo finta), mi fanno molto sorridere i tentativi di chi pensa di ingannare la carta d’identità tingendosi i capelli, tirandosi un po’ qua e un po’ là,  vestendosi in modo improbabile.

Ma al di là di ogni possibile trucco, al di là di ogni finzione, di ogni apparenza, ci sono cose che ci inchiodano e ci identificano in modo inequivocabile. Noi diversamente giovani quasi cinquantenni di oggi facciamo cose apparentemente inspiegabili, diciamo espressioni oggettivamente strane, che solo noi capiamo.

Noi che abbiamo sulla spalla quella specie di bubbone, risalente alla vaccinazione contro il vaiolo (ma sul serio non volete vaccinare i vostri figli per contrastare le lobby farmaceutiche? E ditemi, avete paura anche delle scie chimiche? E degli UFO?). Altro che lobby farmaceutiche! A noi ci marchiavano come i vitelli! ma anche noi avevamo le nostre leggende metropolitane: alzi la mano chi non ha sentito la storiella dell’amico che aveva avuto una struggente notte d’amore con una passionaria bomba sexy, che alla mattina si era dileguata lasciando nello specchio del bagno l’inequivocabile scritta “welcome to the Aids world“: è vero ti dico, me l’ha raccontata mio cugino! Perché ai nostri tempi i cugini erano importanti. E anche le cugine, a dire il vero.

Noi se incontriamo qualcuno che si è appena tagliato i capelli ancora oggi sentiamo una specie di bisogno fisico  di dargli un bel “colletto” (ovvero una sberla sul collo “nudo” ed esposto agli elementi dopo il taglio). E quando qualcuno compie gli anni abbiamo un impeto irresistibile a tirargli le orecchie.

Noi e solo noi possiamo nominare i munghi. Questo finché c’era ancora qualcuno che diceva “e chi so’ i munghi?” e tutti in coro si rispondeva “so’ li …zzi così lunghi“. Che spesso si diceva fossero amici di Eros: “e chi è Eros?” e il coro rispondeva “il …zzo coi camperos“. Ecco, mia figlia diciassettenne neanche sa cosa sono i camperos. I munghi indicavano problemi insorgenti, situazioni complicate da affrontare oppure persone particolarmente brave o comunque capaci di svolgere particolari attività. E ho detto tutto.

Noi di fronte ad una scelta difficile possiamo esclamare convinti “ma che c’ho scritto Joe Condor”? Espressione che  arriva dritta dritta da Carosello, mitica trasmissione di quando eravamo piccoli. C’era questo personaggio, a cartone animato, che combinava casini a non finire, veniva preso in castagna e diceva questa frase che su per giù voleva dire “mica so’ un cojone!” e per questo veniva poi utilizzata per indicare cosa non si doveva fare, ciò che mai e poi mai avremmo fatto, nemmeno sotto tortura.

Noi che quando passava qualcuno in motorino, ovviamente un Boxer o un Sì, rigorosamente blu, urlavamo dai facci una pinna! La pinna o impennata si faceva alzando il motorino e quindi riuscendo a camminare solamente con la ruota davanti. Solo i più bravi, quelli con maggiore dimestichezza con il mezzo, riuscivano. E più a lungo si riusciva ad andare con una sola ruota, più si dimostrava la propria bravura. Al contrario, non c’era niente di più esilarante di chi ci provava e poi finiva per terra!

Ma soprattutto noi che se per caso passava quella fatidica macchina, magari di colore verdino, ci precipitavamo addosso al primo malcapitato, tirandogli una sberla sulle spalle, urlando “Tua la Prinz senza ritorno!!!” Infatti,  se dicevi solo “tua“, l’altro poteva restituirtela. Era oggettivamente brutta e in più, la voce del popolo diceva che portasse jella. Per essere brutta era brutta. Ma non più brutta di tanti altri modelli, tipici di quegli anni, Qualcuno dice che in realtà la fama iettatoria derivasse dal fatto che avendo il serbatoio davanti ed il motore dietro in caso di incidente diventasse molto più pericolosa di altre macchine.

Ma chissà! In ogni caso, cari coetanei e soprattutto splendide coetanee: lasciate stare i trucchi, buttate nel secchio le creme e le tinture. Rivendichiamo la nostra storia, le nostre stranezze, i nostri miti. Indossiamo le Clarks, imbracciamo una tolfa, continuiamo a ballare la nostra musica e lasciamo stare i vari “scialla” o “bella pe’ te” ai pischelli di oggi. Perché tanto non saranno mai fichi, né tanto meno sexy quanto lo eravamo noi!

E tu chi vuoi essere?

Incontriamo nella nostra vita persone che anche senza parlare ci interrogano. Colpiscono la nostra mente, il nostro cuore, le nostre viscere. Sono persone di cui potremmo innamorarci oppure di cui potremmo avere paura, perché mineranno le nostre sicurezze, i nostri modi di pensare, il nostro rapporto con il mondo. Per come affrontano la vita, per come non hanno paura del dolore, per quanto sanno ascoltare, per la fiducia e la speranza che ripongono nel futuro. Perché non fanno sconti, non scendono a compromessi. E perché ci costringono ad interrogarci, mettendoci davanti ad uno specchio, chiedendoci “tu chi vuoi essere? Cosa vuoi fare della tua vita?”

Mi ricordo una spiaggia di Anzio, un gruppo di ragazzi spensierati, acciambellati intorno ad un fuoco. Mi ricordo che qualcuno tirò fuori una chitarra e un ragazzo gentile ed ironico, con gli occhi del colore del cielo, cominciò. Cominciò e noi sperammo che non smettesse più, mentre una dopo l’altra suonò Tunnel of Love, Romeo & Juliet e poi le altre, fino a Hand in Hand. Tutta la prima facciata di Making Movies, l’album dei Dire Straits che la puntina del piatto del mio stereo aveva praticamente consumato quell’inverno.

Quel ragazzo era speciale, non bisognava essere un genio per capirlo. Come speciale era la ragazza con cui stava insieme. La loro storia non poteva non diventare speciale, anche se sono certo che entrambi sarebbero d’accordo nel non definirla così. Ma forse aveva ragione Dalla a dire che oggi l’impresa eccezionale è essere normale. Una storia eccezionale allora, che sfida il tempo e che parla oggi come allora e ti dice che il tempo passa e ci cambia: cambia le persone, cambia le storie, cambia tutto. Tranne l’essenziale. Perché l’amore vero esige eternità. Profonda, profonda eternità.

Ritorno al futuro

Sotto la curva del cielo, in un applauso di stelle, ho salutato la mia gioventù, per ritornare bambino, procedendo in avanti.

Ma che cosa buffa i ricordi! Ho sempre pensato che l’interruttore migliore per riaccenderli fossero i profumi. Dicono che l’olfatto fa parte della parte più antica della cervice, quella più ancestrale, che sta prima della razionalità. In effetti è il nostro senso più animale, infatti i nostri amici a 4 zampe si orientano molto più con il naso che con la vista o l’udito. Poi ci sono le canzoni. Come scrivevo l’altro giorno, ascolto gli Elo e torno adolescente. Venditti è l’esame di maturità. Gli Eurithmics l’anno successivo. Potrei scrivere una colonna sonora della mia vita con le canzoni che ascoltavo mentre succedevano i fatti più importanti.

Con i luoghi sì, mi era già successo, ma mai in maniera così profonda, così estrema e totalizzante come mi è capitato ieri sera. Le scale non sono più quelle, i corridoi li hanno rifatti, la porta è totalmente diversa. Bellissima serata, gli amici di sempre finalmente di nuovo insieme, ricordi, battute, sono mesi che ne parliamo, eppure non ero mica preparato. Si apre quella porta e bam! doppio carpiato all’indietro. Non c’è più il passato, siamo tornati nel 1985, ho appena preso la patente e fra pochi giorni c’è l’esame di maturità. E’ stato un riflesso condizionato, siamo andati in automatico a sederci ai “nostri” posti. Dario da una parte, Silvia dall’altra, Cecilia davanti che si gira ogni tre minuti ad esorcizzare il tempo con quel ritornello “a Ro, che ore so?” E anzi, mi sono stupito di non trovare sotto il banco le mie cose, l’astuccio, i libri, il panino con la mortadella.

Che sono in fondo trent’anni? C’è chi si laurea, chi fa figli, chi gioca a pallone, chi fa ancora il cazzone. Che sono trent’anni? Va be’ qualche chiletto in più, qualche capello in meno, ma in fondo la sostanza è quella. Come la voglia di stare insieme. Con qualche cicatrice in più, con qualche certezza in meno, ma con il desiderio di risentirsi uniti, vicini come allora, per condividere i sogni e le paure, le cazzate e le speranze. Nessun “Fabbris” nella nostra classe, come temevo all’inizio di questa storia. Nessuno si è arreso perché non riusciva a riconoscere qualcuno. Ci siamo riconosciuti perché siamo l’evoluzione coerente di quelli che eravamo all’ora. E nonostante gli anni, le esperienze diverse, le strade percorse per arrivare fin qui, ti accorgi che i sentimenti più autentici, quelli più profondi, sono rimasti gli stessi. Proprio come l’emozione di ascoltare vecchie canzoni come questa

Sono stato felice sotto molti cieli

Pomeriggi danzanti con la musica degli Elo, luci stroboscopiche caserecce e ragazze belle e inavvicinabili che noi adolescenti imbranati guardavano come si sfoglia il National Geographic: contemplando mondi nei quali dentro di te sai che non avrai mai la possibilità di andare.

Mi ricordo polvere e sudore tirando calci ad un pallone. Ricordo grandi delusioni e gioie sfrenate, ginocchia sbucciate, finte e contro finte, fughe dalla classe e scontri al limite del regolamento. “La sezione B è la meglio di tutte” e poi le eterne sfide classico scientifico, molto più sentite dei derby. Ricordo gite e settimane bianche da favola. Magari passate a letto con l’influenza, ma l’importante era esserci, mica sciare.

Ricordo versioni e poi versioni e ancora versioni. E un prete folle che per diletto torturava alunni, quando non creava parole crociate. Una delle menti più notevoli che abbia mai incontrate. Ma quante te ne abbiamo dette! Ciao Padre Del Re, io penso che saresti stato un mostro anche con il computer e magari ti aprivi un profilo su FaceBook.

Ricordo quei pomeriggi d’inverno, quando alle 4 è buio, infreddoliti su quel muretto a far passare le ore. E poi le sere d’estate, sempre lì, a prendere il fresco della sera decidendo dove andare, le macchine parcheggiate alla bene e meglio.

Ricordo di essere stato felice sotto molti cieli. Ricordo quella sensazione di onnipotenza, di orizzonte libero, quando tutte le porte erano ancora aperte e poche possibilità erano già diventate realtà. Quando avevo pochi ricordi e molte speranze. Ho ancora speranze, ma ho anche tanti bei ricordi, all’angolo fra via Livorno e la Circonvallazione Nomentana. Perché come dice Flaiano, “ci sono molti modi di arrivare ed il migliore è non partire.”

E ora andiamo incontro al nostro passato.

No, m’arendo e tu chi dovresti da esse?

Trent’anni fa. E se in questo articolo vi ho raccontato un giorno in particolare, oggi parlo invece di un periodo. Generico e specifico insieme.

Ci sono due teorie, due filosofie, due impostazioni di vita diametralmente opposte. Un po’ come destra sinistra, doccia o bagno, mamma o papà, mare o montagna: chi ama i “ritorni al passato”, chi cerca gli amici delle elementari su FacciaLibro, chi vuole rincontrare pezzi delle sue vite precedenti e chi invece odia tutto ciò.

Alcuni dicono “Ma se non ci siamo più visti da trent’anni, ci sarà un motivo?” Logica stringente la loro, indubbiamente. Ma che come tutte le cose logiche e ragionevoli a me non convince. Ci possono essere cause occasionali o semplicemente casi della vita che ci allontanano. La vita è un treno in corsa, le situazioni cambiano, le cose e le persone sono in movimento. Eppure, alcune cose rimangono sempre uguali. Almeno per me. Sarò un’eccezione? Sarò un caso di scuola? Sarò semplicemente un uomo con poca fantasia? Può darsi. Però…

Però se mi fermo a riflettere, non posso non riconoscere che, se escludo i figli, sono poche le cose o le persone veramente fondamentali che la vita mi ha aggiunto in questi ultimi trent’anni (“ancora co ‘sti trent’anni? Ma che c’entra?” Tranquilli, ora ve lo spiego). Amo la stessa donna (o quasi: a voler essere pignoli lei arrivò giusto un anno dopo), i miei amici, le persone a cui sono più legato sono le stesse, leggo ancora Tex, sono un filosofo della minchioneria e la Lazio è in grado ancora di esaltarmi o di deprimermi. Uomo di poca fantasia, senza dubbio.

Fatto sta che trent’anni fa, in questo momento, se non ero ubriaco, probabilmente ero sui libri a studiare. Per la maturità. Altro fatto è che stasera uno dei miei migliori amici, l’unico che avrebbe potuto farlo, ha mandato una email a tutti (e quando dico tutti, significa proprio tutti. O quasi), dandoci un appuntamento nella nostra vecchia scuola per una serata “all together, again“.  Un po’ come una specie di “Compagni di scuola” o del più nobile “Il grande freddo” (ma sono sicuro che non sarà né l’uno, né l’altro).

E’ vero, le persone con cui ero più legato continuo a sentirle (spesso) e a vederle (molto meno di quanto vorrei). Ma sono proprio contento lo stesso, anche di vedere tutti gli altri. Fosse anche per una sera soltanto, saremo di nuovo tutti insieme. Sarò insieme alle persone con cui ho vissuto gli anni più belli della mia vita, quando il mondo era un quaderno bianco su cui scrivere, quando tutto sarebbe stato ancora possibile.

E il fatto di non avere rimpianti, il fatto di essere tutto sommato soddisfatto del percorso fatto da allora ad oggi, della storia scritta su quel quaderno, non toglie la nostalgia delle sensazioni che provavo allora. Non c’è contraddizione fra le due cose: possiamo essere pienamente realizzati, possiamo essere legittimamente orgogliosi di quello che abbiamo costruito e possiamo non avere alcun rimpianto per quello che poteva essere e non è stato. Ma nulla, nulla al mondo mi potrà impedire di sorridere sognante ed incantato, ripensando a quell’anno, a quel leggendario, straordinario, irripetibile, millenovecentottantacinque.

A questo punto avrei voluto chiudere con il video di “Compagni di scuola” quando Angelo Bernabucci non riesce a riconoscere il povero Fabris (No, m’arendo e tu chi dovresti da esse), ma youtube dice che il video non può essere visto nel nostro Paese per una questione di diritti (è un po’ anche di rovesci, della medaglia). Allora metto questa canzone, che lo stereo della macchina di allora ad un certo punto metteva su da solo, tanto la ascoltavo. Mentre la aspettavo sotto casa sua. Il boss mi prestava le parole e le emozioni. E se anche non andò come avrei voluto, fa lo stesso, perché come dicevo prima non è tempo di rimpianti. E’ tempo di ricordi. Belli, intesi, autentici, nostri. Che nessuno potrà mai portarci via.

La veste dei fantasmi del passato

Il dollaro sale, il petrolio scende, arriva il freddo dei giorni della merla e insieme si porta il picco dell’influenza, eleggeranno un nuovo presidente della Repubblica, qualcuno smette di fumare, qualcuno piange per amore e qualcuno altro si segna in palestra. Sento vecchi amici, ma fortunatamente siamo ancora più amici che vecchi. E intanto la terra continua a girare.

E così, dopo un contenzioso lungo vent’anni la Lazio, la mia Lazio, sabato scorso si ripresenta con la maglia degli anni 80, quella con l’aquila stilizzato sul petto. Ed io non potevo non essere allo stadio per festeggiare questa ricorrenza. Lo so, non ve ne frega assolutamente niente, ma a me sì. Ma più che a me, la cosa interessa soprattutto il mio subconscio. Quella maglia è bella, stilisticamente perfetta. Ma non è una questione estetica. Quella maglia mi riporta dritto dritto a quando avevo quindici anni. Mi riporta ad una squadra che sopravviveva fra la serie A e la serie B, schiacciata da squadre più belle, più forti, più glamour. Tifare Lazio in quegli anni era una specie di iattura, un affare per stomaci forti o forse più per disadattati. La Roma più vincente della storia a confronto con la Lazio più scarsa di sempre. Immaginate come poteva sentirsi un quindicenne, più basso del più basso della classe, con gli occhiali, l’apparecchio ai denti e la sensazione di essere perennemente fuori posto. Giustappunto tifoso della squadra dei perdenti. Non c’era via d’uscita, non c’era possibilità di redenzione. Sembrava davvero che nessun Dio sarebbe venuto a salvarci.

Il dollaro sale, il petrolio scende. Domani mi interroga e non so un cazzo. Diventeremo grandi e resteremo amici? Questo maledetto 37 non passa mai, potevo farmi dare un passaggio da Dario in motorino. Israeliani e Palestinesi riusciranno mai a vivere in pace? Ma soprattutto, se sabato pomeriggio le chiedo di uscire accetterà o farà finta di avere già un impegno? Devo ricordarmi di sentire Filo, così confrontiamo le versioni e speriamo di averci azzeccato. Poi domani vado a comprare i biglietti per il concerto degli Spandau. E intanto la terra continua a girare.

Ricordo un pomeriggio di maggio, dell’83. La Roma aveva appena vinto lo scudetto, cortile della scuola invaso da ragazzi festanti, giallorosso imbandierati, ubriachi di felicità. Io in un angolo, incazzato con il mondo. Si avvicina un vecchio sacerdote che vedendomi così stonato rispetto al contesto mi chiede: “e tu non vai a festeggiare?” “No padre. Io sono della Lazio.” E lui, con sguardo perplesso “E perché?“. Io, più perplesso di lui che non so cosa rispondere. Lo guardo e me ne vado. E ancora mi chiedo se quel “e perché?” volesse dire “perché il fatto di essere della Lazio ti impedisce di essere felice come gli altri?”, oppure, ancora più drasticamente “perché mai tu dovresti essere della Lazio (soprattutto se questa cosa ti impedisce di essere felice)?”. Povero padre Sommazzi, quella volta non riuscii a dargli una risposta sensata. E in fondo neanche oggi saprei dargliela, qualunque senso avesse quella domanda.

A volte i ricordi sparano e feriscono proprio come fosse fuoco amico. Primo tempo della partita, la Lazio attacca, ma il Milan segna, va in vantaggio e sembra reggere il passo. Il ritorno della maglia antica risveglia antichi fantasmi: noi continuiamo ad attaccare, ma non c’è niente da fare, non sembra proprio esserci via d’uscita. Riusciremo mai a crescere, a diventare grandi, riusciremo a costruire qualcosa? Riusciremo a vincere qualcosa? Riusciremo mai ad essere felici?

Il Comune di Roma apre alle unioni civili, in Emilia Romagna arrestano 117 affiliati alla ‘Ndrangheta, in Grecia vincono i comunisti mentre in Libano gli Hezbollah uccidono due soldati Israeliani. Dopo trent’anni gli Spandau a marzo saranno nuovamente in tournée, la Confindustria si auspica la fine della crisi, mentre io per iscrivere Elisa in 4 liceo sono obbligato a pagare un contributo volontario di 130 euro. La Lazio batte 3 a 1 il Milan. E intanto la terra continua a girare.