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Inspiegabile magica miscela

Ed eccoci arrivati. Sapevo che sarebbe stata dura, ma d’altra parte sarà solo il primo di tante cose. Il tuo primo compleanno, poi ci sarà il primo Natale e poi via via tutto il resto. La certezza di pensarti felice insieme al tuo amore, a festeggiare insieme finalmente di nuovo, mi consola solo in parte. La serenità non cancella la mancanza e tu mi manchi ogni giorno. Mi manca la telefonata delle 10 della mattina, mi manca la visita prima di cena, la telefonata della buona notte.

Sto facendo i conti con questa nuova situazione di orfano. E’ buffo pensarsi così quando si è ben oltre i cinquantanni, i veri orfani sono bambini, adolescenti, insomma non le persone adulte. Ma c’è poco da ragionare, senza i genitori si torna bambini. Ed è una strana sensazione, quasi dimenticata in questi ultimi anni in cui i ruoli si erano necessariamente invertiti ed eri tu il bambino da accudire. Ma anche debole, anche bisognoso di cure e di attenzioni, eri comunque la mia roccia e il mio scudo, la persona che mi ha sempre sostenuto senza mai il minimo dubbio. In fondo che cos’altro è l’amore se non questo strano miscuglio, questa inspiegabile magica miscela di dare e ricevere, di accogliere ed essere accolti, di cercare riparo ed insieme essere scudo?

Non deve essere un brutto giorno oggi. Anzi, tutt’altro, festeggeremo, magari con qualche lacrima, ma alzeremo i calici e brinderemo perché così starete facendo lassù e perché così avresti voluto quaggiù. Tanti auguri Pietro nonno, come disse qualche anno fa la mia Elisa. E da domani continueremo ad andare avanti, al meglio delle nostre possibilità. Un po’ più soli, ma con la certezza che tu sarai sempre con noi ugualmente.

Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l’ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.” (Le Confessioni, Agostino di Ippona)

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Caro Diario

Abbiamo sempre saputo che papà aveva un agenda su cui segnava le cose. Ogni anno sotto Natale, fra le mille incombenze a cui mi sottoponeva, c’era anche quella della ricerca dell’agenda: doveva essere giornaliera e non settimanale, preferibilmente con l’indicazione dei santi, non tanto grande, né tanto piccola perché doveva entrare in uno specifico porta agenda in pelle.

Cosa realmente segnasse su queste agende però non era molto chiaro. Sicuramente i compleanni e gli anniversari: si ricordava di tutti e per ognuno era sempre il primo a telefonare per fare gli auguri. Poi sapevamo che segnava le cose che doveva comprare, o meglio, le cose che io dovevo comprargli! Dalle medicine alle cose da mangiare, liste della spesa per ogni cosa. Poi le partite nazionali e internazionali, con i risultati, meglio di tutto il calcio minuto per minuto.

Mettendo a posto le sue cose mi sono capitate anche queste famose agende. Tutte messe in fila una dopo l’altra, almeno quelle degli ultimi quindi anni. Ma a questo punto dico, peccato che abbia buttato le precedenti. Perché in realtà sono dei veri e propri diari della sua vita. Ci sono commenti su quello che accadeva, sui fatti di cronaca, sugli eventi sportivi. Ci sono particolarità da Settimana Enigmistica, curiosità e cose che segnava per chiedere spiegazioni poi a qualcuno. Parole in inglese scritte come si pronunciano, oppure termini tecnici a lui sconosciuti. Oltre ovviamente ai commenti su quello che accadeva a noi, ai nipoti, quello che aveva mangiato a casa di tizio o di caio, se era andato al bagno, se quel giorno aveva piovuto o se faceva molto caldo.

E così, sfogliandole fra un sorriso e una lacrima, mi scorre davanti la quotidianità delle sue giornate: le partite di calcio viste in Tv, quelle a carte con noi, con i nipoti o con gli amici del centro anziani. Uno dei suoi rammarichi più grandi era stato quello di non avere imparato ad usare il computer. Ma queste agende mi fanno rivalutare il mondo analogico e restituiscono una fotografia della sua vita che nessun computer, neanche il più potente, avrebbe potuto ricreare.

Laura Pausini è dimagrita di 16 chili. Renzi bischero. Bar Voce gelato 3,30 (ladri). Eris Dio della discordia. Megastore, negozio gigantesco. San Sebastiano, grande festa in India. Mohamed e Blanco festival S. Remo. PNRR Piano nazionale di ripresa e resilienza. Novembre 2008 visita ad Arcevia. Misogeno che non ama le donne. Salvini Meloni due ragazzi che giocano con la storia. 23 anni Halland norvegese 100 milioni. SLA grave forma di sclerosi. S. Pietroburgo la Neva fiume grande come il Volga. Pisicologia la scienza dell’anima. Cumulonembi nuvole dei temporali (viola). Mancini sbruffone Gnonto italiano in Svizzera. Matteo Zuppi Cei. Uganda Tanzania oleodotto. Crisma olio per la cresima. Spremuta di melograno. Monza in serie A Berlusconi. Smach colpo di tennis

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Le tante, meravigliose vite di Pietro

Poi Abramo spirò e morì in felice canizie, vecchio e sazio di giorni, e si riunì ai suoi antenati. Genesi 25,8

Pensare a te papà, alla tua vita, non può non partire da un ringraziamento. Come i patriarchi dell’Antico Testamento, hai vissuto intensamente la tua vita e ti sei addormentato circondato dall’affetto dei tuoi cari, sazio di giorni. Per questo oggi, al di là delle frasi di circostanza, al di là della tristezza che non può non esserci, è un giorno di ringraziamento, nel quale essere grati per la vita che hai vissuto. Per le tante vite che hai vissuto, sempre piene di affetti, di cose belle, di idee, di progetti. Nei tuoi primi 37 anni, hai vissuto la vita del ragazzo degli anni 50: in giro per l’Europa, con la 600 fino in Svezia, in Germania, a Bruxelles per la prima Expò. A ballare al circolo marchigiano di viale Regina, a guardare le corse alle Capannelle, con il lavoro alla tipografia a piazza del Collegio Romano. Un Ricky Cunningham in salsa italiana.

Poi per i successivi 34 anni hai vissuto un matrimonio bellissimo, sei stato marito fedele e innamorato e un papà presente e affettuoso. A modo tuo. Capace di gentilezze dolcissime e insieme allergico a qualsiasi “smanceria”, perché noi “siamo uomini forti”. Chissà se ci credevi davvero! Nella sua terza vita, per 24 anni sei stato un nonno a tempo pieno, orgoglioso dei tuoi nipoti che hai amato fino all’inverosimile, senza remore, né limitazioni.

Insomma, come dicevo all’inizio, hai avuto una vita piena, in cui sei riuscito a trarre il meglio di ogni momento, fin nei dettagli. Perché i dettagli per te hanno sempre fatto la differenza. Le scarpe lucide, il pettine, la caramella offerta, non lasciavi nulla al caso. E allo stesso tempo, riuscivi a dare il giusto peso alle cose. Alleggerendo le situazioni, passando sopra ad ogni cosa. Eri incapace di portare rancore, raramente ti abbiamo visto arrabbiato per più di due ore. Per essere felici bisogna avere una memoria corta e una salute di ferro, diceva Audrey Hepburn. Ecco, tu ce l’hai insegnato vivendolo.

Ora dobbiamo lasciarti andare. Ti lasceremo andare perché sappiamo che starai bene, perché raggiungerai mamma, la tua amata e mai dimenticata Maria, e insieme a lei troverai tutte le persone a te care; lasceremo andare la tua mano di papà grande nel tuo essere uomo; ti sei lasciato conoscere in ogni aspetto nelle cose belle e in quelle un po’ più tristi.

Ti lasceremo andare perché siamo onorati di poter portare avanti il tuo valore di famiglia, il tuo insegnamento di come si può amare per sempre la propria sposa. E infine lasceremo andare la tua mano perché ci hai insegnato cosa vuol dire l’amore fraterno, l’amore per i genitori, per gli amici e per la vita. Quello che hai seminato ha germogliato e ha portato molti frutti.

Sarai sempre con noi. Grazie papà, buon viaggio.

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Atom Heart Mother (un altro 21 gennaio)

Chi frequena questo blog da un po’ forse ricorderà che per me oggi non è una giornata come le altre. Ormai 36 anni fa persi un amico carissimo proprio oggi. Una di quelle cose che ti segnano in maniera irreversibile, una data che fa da spartiacque fra un prima e un poi, dove il poi diventa inesorabilmente molto diverso dal prima. Ma tutti questi anni, forse altrettanto inevitabilmente, cambiano anche la valutazione delle cose. Il cambiamento lo trovo evidente rileggendo a ritroso tutti i post che ho scritto negli anni in questo 21 gennaio.

L’unica cosa bella del morire a vent’anni – se mai ce ne fosse una – forse è che rimani sempre ragazzo. Quando penso a te (e capita ancora molto più spesso di quanto si potrebbe immaginare) è chiaro che tu sei come eri. Ma se penso che ormai sei più piccolo di mio figlio, la cosa si fa davvero strana. Anche perché io con te continuo a parlare da pari livello, da ventenne a ventenne, certo non come se un adulto parlasse ad un ragazzo!

Anche il ricordo di oggi ha un tema musicale. Non è un caso, perché come ho detto più volte, la musica ci ossessionava, era l’argomento di conversazione continuo, permanente ed invadente. Se anche andavamo a parlare di donne o di politica (di calcio no, perché a te proprio non ti interessava), comunque, in un modo o nell’altro, si finiva a parlare di musica. Stavolta rigurda i Pink Floyd, forse il tuo gruppo preferito, anche se (me lo sento nelle orecchie), avresti precisato subito che era impossibile fare una classifica. Ad ogni modo, adoravamo i Pink Floyd, li ascoltavamo moltissimo, soprattutto i primi album. Perché c’era questa moda snob di privilegiare album meno famosi, rispetto a quelli più noti e più di successo. Anche noi ne eravamo vittime: “Sì, The Wall è bello però, vuoi mettere con “Obscured by Clouds?

Ad esempio, eravamo assolutamente convinti che la suite di Atom Heart Mother, fosse un capolavoro inarrivabile: altro che The dark side of the Moon, altro che Wish You Were Here, quello era il vertice assoluto. E ci infervoravamo su quei discorsi, avremmo potuto scendere in piazza e tenere una comizio per avvalorare la nostra tesi. Perché avevamo appunto vent’anni. E solo a quell’età puoi fare una battaglia (inutile) per una causa (persa) di quel genere. Recentemente ho letto una dichiarazione di Gilmour, proprio su quel pezzo, definito dal suo stesso autore “un tentativo di raschiare il fondo del barile con della merda psichedelica“.

E riascoltandola ora, in effetti, mi trovo abbastanza d’accordo con il buon Dave: se non fosse stato un film muto, sarebbe perfetta come colonna sonora della Corazzata Potiomkin. Ma questo significa avere vent’anni: avere certezze assolute ed essere disposti ad andare contro il mondo per affermarle. Non importa se poi si rivelano cagate incommensurabili. Ecco perché forse continuo a discutere con te, amico fraterno: mi aiuta a non dimenticare com’ero.

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Buoni e cattivi

Una storia d’altri tempi, di prima del motore, quando si correva per rabbia o per amore…”

Un post su FB per ricordare la fine della prima guerra mondiale mi ha risvegliato ricordi dei racconti di famiglia su fatti e vicende di tanti anni fa, che però richiamano situazioni sempre attuali. Mi devo basare sui racconti, perché non vissuto, né conosciuto personalmente le persone coinvolte, anche se inevitabilmente un’idea me la sono fatta. Un’idea che però non è detto sia quella giusta, forse perché il tempo che passa tende ad attenuare i giudizi e comunque pone i fatti in prospettive diverse.

Nonno G. era un uomo integerrimo, con la schiena dritta, un uomo d’altri tempi, potrei definirlo (ed essendo nato alla fine dell’800, non è solo un modo di dire). Emigrato in Argentina per tentare fortuna, rientrato in Italia aderì convinto al fascismo, quando ancora nessuno era fascista. Nel 1936, quando poi tutti erano diventati fascisti, restituì la tessera, perché non si ritrovava più con le persone e con gli ideali che quel movimento portava avanti. Una scelta drastica che gli costò il posto di lavoro e costrinse la numerosa famiglia (aveva sette figli) ad un periodo di stenti e difficoltà non da poco.

Nonno R. era tutt’altro tipo. Frequentava le osterie, era un tipo irascibile, aveva lavorato come minatore, poi aveva fatto la grande guerra, rimediando una ferita che lo lasciò leggermente invalido per il resto della vita. Non era fascista, anzi penso proprio fosse fortemente contrario al regime. Durante la guerra lo arrestarono per borsa nera, roba di poco conto, ne uscì dopo una settimana. Fatto sta però che forse proprio grazie a qualche traffico ai limiti della legalità, riuscì a non far mancare mai nulla alla famiglia (lui aveva “solo” quattro figli). E poteva vantarsi di essere diventato un romano autentico, perché era salito per i “tre scalini” di Regina Coeli!

Nessuno dei due era una persona facile, forse i padri di allora non avevano questa confidenza e questa intimità con i figli come siamo abituati oggi. Entrambi erano legatissimi alla famiglia e in un periodo difficile come quello fecero scelte diverse, forse addirittura opposte. Chi può dire oggi se siano state giuste o sbagliate? Lampi di luce e zone d’ombra. Era nel giusto chi, per non scendere a compromessi, ha messo in difficoltà i suoi cari o chi, proprio grazie a questi compromessi, gli ha garantito una relativa tranquillità? E cosa avrei fatto io? Non ho risposte certe. Ripensando a queste storie però mi rendo conto di come si dovrebbe sempre sospendere il giudizio ed evitare opinioni troppo affrettate. “Bisogna stare nelle scarpe dell’altro per capire le sue scelte“, dicevano i nonni. E forse, almeno su questo, non avevano affatto torto.

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Quando tutto era ancora da scrivere

Una foto su FB che ti proietta indietro nel tempo, insieme ad una valanga di ricordi, molti dei quali ormai dimenticati. In un periodo talmente lontano che sembra quasi appartenere a qualcun altro, come se non fosse davvero la tua storia, ma il pezzo di un film. Un film che hai girato tu, a volte da protagonista, a volte solo come comprimario, ma che fai difficoltà ad inserire all’interno della tua vita.

Ma quando i ricordi sono condivisi ognuno ne tira fuori un pezzetto, che magari teneva da parte in qualche tasca e come fosse un puzzle, una tessera alla volta si ricompone il quadro complessivo e allora sì che lo riconosci, che ridiventa parte della tua storia.

Trentacinque anni fa, la fine del liceo, il primo anno universitario, l’ultimo capitolo, probabilmente il più bello, della vita spensierata, quando tutte le strade erano ancora aperte e tutte le possibilità dovevano diventare realtà. Poi pian piano cominci a fare le tue scelte, disegni il percorso che ti ha portato dove sei ed ora, senza rimpianti e senza rimorsi, puoi tornare indietro cercando di riassaporare quel gusto di libertà, quello scenario tutto da scrivere.

Come scrivevo qui già qualche anno fa (https://viaggiermeneutici.com/2015/06/05/sono-stato-felice-sotto-molti-cieli/), sono stato felice sotto molti cieli, ma non c’è nulla di male a riconoscere che nessun cielo è stato così ampio come quello. Perché sotto quel cielo davvero qualsiasi cosa era possibile. Qualsiasi. E quel gran genio del mio amico mi convinse che potevamo perfino diventare allenatori di pallavolo e guidare una squadra di splendide fanciulle. Qualsiasi cosa era possibile, al punto che convincemmo anche loro. Davvero qualsiasi cosa era possibile!

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Ma il cielo è sempre più blu

Uno dei ricordi più nitidi dell’adolescenza. Non ricordo dov’ero quel 2 giugno del 1981, non ricordo cosa stavo facendo, ma come l’anno prima per John Lennon, anche per Rino ricordo benissimo come mi sentii quando seppi la notizia. Lennon però era lontano, era in un altro mondo: lui, New York, per quanto mi fece male, non era assolutamente paragonabile a quello che provai per Rino Gaetano. Che al contrario sentivo vicino, come fosse uno di noi, che abitava a Montesacro, che conosceva le coincidenza del 60 notturno, come me.

Rino Gaetano era un amico più grande. Un poco saggio, un poco matto, sopra le righe, ma su cui potevi fare affidamento. L’incidente in cui perse la vita avvenne all’incrocio della Nomentana con Viale XXI aprile, esattamente il punto in cui prendevo l’autobus tutti i giorni per tornare a casa da scuola. E nei mesi successivi, aspettando il 60 (o il 37, che tanto non passava mai) non potevo non pensare a quello che era successo.

Erano tempi violenti, sono contento che i miei figli siano cresciuti in una Roma diversa: noi avevamo gli scontri in piazza tutti i giorni, le camionette dei Carabinieri, le botte per strada, i lacrimogeni. Valerio Verbano, Angelo Mancia, Paolo Di Nella, ragazzi di destra e di sinistra ammazzati sulle strade del quartiere per ideali che oggi sembrano ancora più assurdi di allora. Anche Rino era cresciuto in quell’aria avvelenata, ma con le sue canzoni era riuscito a raccontare con ironia una realtà diversa, perché probabimente era riuscito a vedere oltre. Per questo le sue canzoni sembrano scritte solo qualche giorno fa: sono attuali anche oggi perché lui convinto da molte lune dell’inutilità irreversibile del tempo, sapeva raccontava la realtà nella sua essenzialità.

Rispetto ad altri cantautori “impegnati” le sue canzoni sembravano più ingenue, senza contenuti profondi, ma proprio quella leggerezza (che era la grande assente fra le discussioni di allora), era la sua ricchezza, la capacità di raccontare la verità dei ragazzi di allora e di ogni tempo. Una verità che non era nè di destra, né di sinistra, che non era di Mario e non era di Gino, forse una verità sorella di un figlio unico. La verità di un Paese diviso, più nero nel viso, più rosso d’amore. Una verità che non crede che Chinaglia (ma oggi forse diremmo Ronaldo) possa passare al Frosinone. La verità che Rino aveva capito per primo è che, al di sopra tutto, il cielo è sempre più blu!

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Manuale per andare in altalena. O giù di lì

Commentando un post della mia amica Sonia, meravigliosa autrice del blog Mispiego, mi è tornato alla memoria un episodio dell’infanzia. Strani i ricordi! Stai leggendo qualcosa ed improvvisamente le sinapsi fanno un collegamento con un fatto accaduto 50 anni prima e te lo fanno rivivere come fosse accaduto ieri. Ve lo racconto anche a voi.

In quel periodo abitavamo in una casa in affitto in via Nemorense, nel quartiere Trieste, prima della nascita di mio fratello, quindi dovevo avere al massimo 4 anni. Il parco Nemorense era il mio campo giochi, gli scivoli, le altalene, le prime amicizie. Come accadrebbe anche adesso però il centro della mia attenzione era sempre correre dietro ad un pallone rotolante. Ricordo perfettamente mio padre che vigilava su di me che gridava le sue raccomandazioni: “stai attento Rò, non passare davanti alle altalene“. Ed io, che già allora forse non ero poi così sveglio come pensavo, ma in compenso seguivo i buoni consigli (non potendo seguire il cattivo esempio), non passai davanti ai bambini che andavano su e giù sulle altalene: ci passai dietro.

Ricordo come fosse successo ieri la bambina, il calcio in testa, il sangue, la corsa al Pronto Soccorso, i punti. Ricordo la preoccupazione e poi l’arrabbiatura di mio padre, forse più con se stesso che con me. Negli anni poi l’episodio è stato spesso tirato fuori per sottolineare la mia dabbenagine, ma a rigor di logica io mi ero scrupolosamente attenuto alle indicazioni ricevute. Se fossi passato davanti alle altalene, chi lo sa, forse i bambini che ci stavano sopra mi sarebbero volati addosso, quindi passando dietro…

Chissà quante volte ho dato io indicazioni che mi sembravano chiare e invece non erano chiare affatto. Come quando spieghi la strada ad uno sconosciuto (allora, è facilissimo, gira a destra, vai dritto, poi la seconda a sinistra) e poi ti rendi conto alla prima svolta che prende, che in realtà non ha capito nulla. E passi con gli sconosciuti, ma temo che succeda pure con chi ci sta affianco, ad esempio con i figli.

Il linguaggio è ingannevole, ha mille sfaccettature, mille significati e a volte quelli più ovvi, quelli più scontati, si nascondo proprio perché sono davanti ai nostri occhi. Se per esempio vi chiedo cosa ha quattro lettere, solitamente undici e mai tre? Tutti voi, ci scommetto, cominciate a pensare a chissà cosa, scervellandovi per trovare la risposta. Che in realtà è semplicemente “sì”. Cosa ha 4 lettere (C O S A), solitamente ne ha undici e mai invece ce ne ha tre.

E qui sta la morale della storia, anzi le tre morali della storia. Quando è troppo complicato specificare tutti i dettagli di un problema, forse sarebbe meglio dare un’indicazione generica, perché anche le indicazioni più chiare possono nascondere insidie. A volte per fuggire da una minaccia, rischiamo di fare peggio cadendo dalla padella alla brace. Ma soprattutto: bisogna fidarsi degli altri, bisogna seguire i consigli che ci danno, ma se poi facciamo di testa nostra è meglio!

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Figli di una vecchia canzone

Ultimamente il mio giovin virgulto, tra pochi giorni diciottenne, ha scoperto Venditti. Invece di trapanarmi i timpani con cantanti inascoltabili, dai nomi improbabili e dalle voci sgraziate, in macchina ricerca i pezzi storici del buon vecchio Antonello. Con cui, fin da sempre ho un rapporto controverso: da una parte, come menestrello della parte giallorossa della capitale, non ho mai potuto digerirlo, dall’altra però sono cresciuto con le sue canzoni, conosco a memoria interi album, mi ricordo perfettamente quando uscirono.

Così, saranno queste canzoni che hanno accompagnato la mia adolescenza, sarà che lui sta frequentando il suo ultimo anno di liceo, stamattina quando l’ho lasciato davanti all’entrata della scuola, vedendo la solita folla di ragazzi che si attardavano prima di affrontare la giornata fra i banchi, mi è presa un’ondata di nostalgia. Avrei voluto parcheggiare e nascondermi in mezzo a loro per intrufolarmi dentro un’aula qualunque.

Soprattutto mi piacerebbe fargli capire che deve assaporare queste giornate fino in fondo, gustarsi ogni singola ora, perché al di là delle scocciature dei compiti, al di là delle ansie per le interrogazioni, questi sono giorni indimenticabili, con sensazioni che nessun altro contesto riuscirà anche lontanamente ad avvicinare. Dopo la scuola nasceranno tante amicizie, spesso anche più profonde di quelle nate fra i banchi di scuola. Troverà persone con più affinità, sceglierà quelle più vicine al suo modo di pensare. Perché in fondo i compagni di classe sono come i parenti, mica puoi sceglierteli! Te li ritrovi a 14 anni, appena più di bambino e cinque anni dopo li lasci appena meno che uomo. Ma quel percorso che hai fatto insieme, quel legame che ti ha unito, ti segna per tutta la vita.

Ed è per questo che trent’anni dopo ti ritrovi a capire che quel legame che c’era è rimasto inalterato. Che il tempo passato ha cambiato tantissime cose, che forse se quelle stesse persone le incontrassi oggi per la prima volta non ti direbbero e non ti darebbero nulla, ma invece sono loro, sono i tuoi amici, un pezzo di te e della tua storia, di quello che sei, di come e perché sei così e non in altro modo. Come scrivevo qualche tempo fa, sono stato felice sotto molti cieli, ma sicuramente mai più quanto fra i banchi di scuola.

Ed il rock passava lento sulle nostre discussioni
Diciotto anni son pochi, per promettersi il futuro
Ma tutto quel che voglio, dicevo, è solamente amore
Ed unità per noi che meritiamo un’altra vita
Violenta e tenera se vuoi
Nata sotto il segno, nata sotto il segno dei pesci

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Come stare fuori dal tempo

Oggi ho incontrato dei compagni delle elementari, amici che non vedevo esattamente da 42 anni. Una di quelle rimpatriate favorite dai social network, che possono rivelarsi grandi occasioni per riscoprire piacevoli ricordi o tristi occasioni di confronto con un passato remoto ormai dimenticato. Fortunatamente per noi si è trattato del primo caso! Siamo stati bene, ci siamo riscoperti e ritrovati, diversi, ma in fondo simili a quelli che eravamo.

Soprattutto è stato buffo confrontare l’idea che loro avevano di me, in base ai loro ricordi, con l’io attuale, le similitudini e le differenze che i percorsi della vita ci hanno fatto fare. La memoria non appartiene alla mente, perché i ricordi sono etimologicamente ri-cordi. Il muscolo protagonista è il cardio, il cuore. Per questo i ricordi più autentici sono i sentimenti che ti assalgono, ti circondano e piegano le tue resistenze. Rivedi quei volti, ascolti i loro ricordi e improvvisamente hai di nuovo undici anni. E tutto sembra bello.

Prima di ogni scelta, prima di ogni bivio, prima di ogni sbaglio. Tutta sembra bello. Hai tanta confusione in testa, ma insieme l’entusiasmo folle di sentirti padrone della tua vita. Quando è più forte la voglia di provarci della paura di fallire, perché il futuro è una pagina bianca e tu hai fretta di cominciare a scrivere. Tutto sembra bello.

Tu stesso sei uno sconosciuto, che potrebbe diventare chiunque. Ancora non conosci la musica che farà da colonna sonora alla tua vita, non conosci gli autori che cambieranno il tuo modo di pensare, non hai incontrato le persone che accompagneranno la tua vita, eppure paradossalmente sono già lì accanto a te. E tutto sembra bello.

  • Ciao!
  • Ciao. E tu chi sei?
  • Io sarei tu. So che può suonare strano, ma io e te siamo la stessa persona. Io sono quello che sarai tu fra 40 anni.
  • Se va be’, mi stai prendendo in giro!
  • Ero così diffidente a 11 anni? Mica mi ricordo. Però certo, mamma mia com’ero piccolo!
  • Ehi! Non è che sei diventato tanto più alto eh!
  • Anche questo è vero! Ora sì che mi riconosco.
  • Insomma, tu verresti dal futuro? Ma sul serio?
  • Sul serio
  • E dimmi, com’è?
  • Incasinato.
  • Allora è come adesso
  • Peggio! Non puoi avere un’idea! Il traffico è impossibile
  • Sì, perché ora invece? Se tu sei me, dovresti ricordarti com’era
  • Ti assicuro che poi sarà peggio
  • E poi? Che mi puoi dire del futuro?
  • Tutti abbiamo un telefono e
  • Ma anche ora tutti abbiamo il telefono!
  • No, non hai capito! Tutti abbiamo un telefono portatile, che però non è un semplice telefono. Puoi leggerci qualsiasi notizia, puoi scrivere messaggi, ascoltare musica, vedere le partite
  • Abbiamo vinto qualche altro scudetto?
  • Sì! E pure una Coppa delle Coppe e diverse Coppe Italia
  • Dai! Fico
  • Sì, ma siamo anche andati in serie B e ci sono capitate una quantità di sventure che forse ti converrebbe diventare della Juve. Sei ancora in tempo
  • Che sei scemo? Della Juve…figuriamoci!
  • Va be’, hai ragione, sei me, come potresti fare una scelta così logica?
  • Che vuoi dire? Che non farò scelte logiche nella vita?
  • Sì, cioè no. Va be’, è complicato spiegarlo a un ragazzino di 11, anche se quel ragazzino sono io
  • Mica mi hai convinto tanto su questa cosa. Ma oltre questi telefoni magici, poi che avete fatto. Le macchine volano? L’avete trovata una cura contro il cancro?
  • Ancora no, però ci stanno provando. Ma poi ci stanno tante novità, non ci sarà più la lira, ma una moneta unica in tutta Europa, tutti i partiti che conosci ora spariranno e ce ne saranno di nuovi
  • Ok, ma per esempio, Tex ci sarà ancora?
  • Certo! E continuerai a comprarlo, tutti i mesi. A che numero sei arrivato?
  • 159
  • Qualche giorno fa ho comprato il 701. L’unico problema è che non so dove metterli! Mia moglie mi ha obbligato a tenerli dentro delle scatole che teniamo sotto il letto
  • Allora mi sono sposato! E chi è?
  • Meglio che non te lo dico. Lo scoprirai pian piano
  • Ma già la conosco ora?
  • Non te lo dico!
  • E che lavoro farò? Mi sono laureato in archeologia?
  • Ah sì, mi ricordo che avevo quell’idea! No, poi hai fatto altre scelte, ma non ti dico neanche questo, non voglio influenzarti
  • Senti, ma in vacanza andiamo sempre a Santa Severa? Sono diventato bravo a suonare il piano? E ho imparato a nuotare?
  • A Santa Severa no, anzi da un po’ di anni ci siamo spostati in montagna. Il piano l’hai suonato per 8 anni, poi però ti sei stufato e invece a nuotare hai imparato, giusto l’anno scorso
  • Ma come? 8 anni e poi ho lasciato perdere…e il nuoto ho imparato a 50 anni?
  • Te l’ho detto che non farai sempre le scelte più logiche
  • E senti, loro ci stanno ancora?
  • Neanche questo penso sia giusto dirti ora. Qualcuno ormai non c’è più, ma qualcuno è arrivato e riempe la tua vita, su questo puoi stare tranquillo. E poi ancora giochi a pallone, tutte le settimane e sei ancora bravino
  • Sì va be’, ma insomma, non mi dici le cose più importanti. E poi anche il futuro che racconti, non è poi così entusiasmante. In sintesi, cosa puoi dirmi che potrebbe servirmi?
  • Eh, non è facile…così su due piedi…
  • Mica ti ho detto io di tornare dal futuro!
  • Allora qualcosa te la dico. La prima è che non devi avere paura
  • Va be’, questo me lo dice pure papà.
  • Lo so, me lo ricordo. Però ha ragione lui. E invece altre volte non ce l’ha, come forse hai già capito da solo. Ma qui ha davvero ragione: non devi aver paura. Soprattutto di restare solo, perché invece scoprirai che si può star bene anche da soli. Anche se a dir la verità non ci starai mai.
  • E poi?
  • Poi scoprirai quant’è bello avere un cane.
  • Un cane? Ma io non voglio un cane
  • Me lo ricordo. Adesso è così, ma quando succederà capirai che è una delle cose più belle che possa succederti
  • E terzo?
  • Non c’è un terzo
  • Ma di solito sono sempre tre le cose no? Un po’ come i desideri di Aladino
  • Terzo ascolterai sempre tanta bella musica. E ricordando questi momenti tutto sembrerà bello. Persino le canzoni di Gianni Togni.