Resoconto semiserio di 3 giorni a New York

Il nostro soggiorno a New York comincia in un altro Stato e più precisamente a Hoboken, ridente cittadina del New Jersey che si affaccia di fronte a Manhattan da cui è divisa dall’Hudson. Un amico che ha dei parenti lì mi aveva suggerito questa soluzione, che ha alcuni benefici, ma anche degli indubbi svantaggi. Avevamo preso un bell’appartamento ad un prezzo che senza dubbio a Manhattan non avremmo trovato e la sera eravamo nella cittadina che ha dato i natali a Frank Sinatra, in una zona molto tranquilla, a cinquanta metri dal famoso Mago delle torte, di cui abbiamo saggiato le indubbie capacità.

Lo svantaggio maggiore è stato il fatto che, pur essendo a 15 minuti di metro dal centro di Manhattan, le linee che collegano Hoboken non fanno parte del circuito cittadino di New York. Hanno lo stesso prezzo (una corsa 2,75 dollari), ma non rientrano nell’abbonamento settimanale, che con 30 dollari è indubbiamente la soluzione più economica per girare la Grande Mela. E poi certo, girando tutto il giorno, una volta tornati a casa la sera, difficilmente ti vien voglia di uscire nuovamente e tornare a NY per un giro notturno. Insomma, pro e contro. Non so se rifarei la stessa scelta, però doveste fare un giro da quelle parti, comunque un salto lì ve lo consiglio.

Vedere NY in tre giorni, se escludiamo i musei come avevamo deciso fin da subito, è abbastanza soddisfacente. Ovviamente ci si potrebbe rimanere una settimana e più e non correresti il rischio di annoiarti, ma con un programma ben definito, si riescono a vedere le maggiori attrazioni anche con soli tre giorni. Il primo giorno abbiamo girato a piedi nella zona centrale di Manhattan: Broadway, Times Square e zone limitrofe, partendo ovviamente dalla mitica 5th Avenue.

Rispetto a 25 anni fa mi ha fatto tutta un’altra impressione: caotica, piena di gente, ma tutto sommato tranquilla. Quell’inquietudine generale che ricordavo aver provato allora, quel senso di insicurezza generale, non l’ho proprio avvertito, né girando per le strade, né in metropolita. Sarà che allora eravamo giovani e sprovveduti, che non avevamo poi girato il mondo più di tanto, sarà che ormai con internet e un telefono in mano azzeri qualsiasi distanza, in ogni caso mi è sembrata quasi familiare. Nel pomeriggio siamo saliti sulla Freedom Tower, il grattacielo che ha preso il posto delle Torri Gemelle, con un panorama mozzafiato su tutto il circondario.

Nella salita in ascensore fino al 101 piano viene proiettato sulle pareti l’evoluzione dello skyline di NY ad un ritmo accelerato, dagli inizi del 900 ad oggi: il tutto in meno di 30 secondi! Veramente emozionante.

Il secondo giorno l’abbiamo dedicata a Upper Manhattan. Siamo arrivati ad Harlem, visitando la grande cattedrale cattolica costruita dalla fine dell’800 fino agli anni 50: la più grande Chiesa del mondo la definiscono. Non so se sia così, ma indubbiamente è gigantesca (come quasi tutto, del resto).

Abbiamo girato un po’ per il quartiere e poi ci siamo infilati nel Central Park, dove abbiamo fatto un bel percorso fra i luoghi più famosi del parco.

La mattina del terzo giorno siamo andati a Downtown, visitando il World Trade Center e il Memorial delle Torri Gemelle

Poi un po’ di shopping a Century 21 un outlet fornitissimo dove soprattutto i marchi americani si comprano ad ottimi prezzi. Nel pomeriggio immancabile giro in barca alla Statua della Libertà e poi a Ellis Island, il punto in cui gli immigrati erano tenuti in quarantena e dove veniva deciso il loro destino: accolti o rifiutati!

Il quarto giorno avevamo l’aereo per Phoenix dove sarebbe cominciato il nostro giro per i parchi, ma nella mattinata abbiamo fatto in tempo a fare un ulteriore salto a NY per vedere più da vicino il famoso Ponte di Brooklin

Come dicevo, NY si fa conoscere ed apprezzare anche con un tempo così ridotto. Le distanze non sono poche, ma con la metropolitana si gira abbastanza bene in tempi ragionevoli e poi ovviamente si cammina tanto! Gli efficientissimi smartphone ci hanno documentato una media di 13 kilometri al giorno, con il picco di 18 il primo giorno. Ci ritorneremo, perché vale la pena calarsi meglio nella realtà cittadina, ma come primo assaggio soprattutto per i ragazzi, possiamo ritenerci soddisfatti. E poi questo era appunto solo il trampolino di lancio verso la meta vera e propria: nel pomeriggio siamo tornati a Newark e ci siamo imbarcati per la tanto desiderata Arizona!

Te la do io l’America

Quello che abbiamo viaggiato insieme, nessuno potrà più portarcelo via

Se c’era un sogno nella mia vita, che prima o poi ero certo di realizzare, era quello di tornare in Arizona. C’ero stato in viaggio di nozze, venticinque anni fa, il viaggio della vita. E così non mi sono lasciato scappare l’occasione dei festeggiamenti per la ricorrenza per tornare. “Ma con tutte le mete e le destinazioni esistenti. Con tutti i posti che non hai ancora visto, perché tornare dove sei già stato?”

Bella domanda. A cui però non c’è una risposta. Non lo so perché: forse perché il viaggio più autentico è sempre un ritorno, forse perché ognuno di noi ha un posto del cuore ed è lì che vuole sempre ritornare. Oppure magari è vero che ho letto troppi fumetti western! In ogni caso se mi avessero chiesto, potendo fare un viaggio, dove vorresti andare? Non avrei avuto dubbi, in Arizona! E così da un annetto circa ho cominciato a pianificare il viaggio, scegliendo l’itinerario, individuando le cose da vedere, monitorando le tratte aeree e le sistemazioni migliori. Per l’occasione anche i figli, dopo qualche discussione e qualche concessione, hanno deciso di seguirci e poi si sono agginti anche alcuni amici carissimi. Alla fine eravamo in sette: come i magnifici sette, le sette meraviglie i giorni della settimana o se preferite i nani di Biancaneve.

Fosse stato per me avrei concentrato il viaggio nel selvaggio west, ma che fai, vai in America e non passi a New York? E così la prima tappa era scontata. Per rientrare in Italia poi bisognava comunque arrivare in California e non vuoi fare un salto a Las Vegas? E così anche la penultima e l’ultima tappa erano stabilite e direi quasi obbligate: 18 giorni in tutto, perché di più non avrebbero retto né il nostro portafogli, né la pazienza dei figli che volevano essere in Italia per Ferragosto.

E’ stato un viaggio fantastico, quasi meglio di come me l’ero immaginato, con qualche contrattempo, che però è quasi inevitabile, ma con moltissime cose belle che ci rimarranno dentro per molto tempo. Dividerò il resoconto a tappe, seguendo il nostro itinerario, così da non appesantire la lettura dei miei pazienti viaggiatori ermeneutici. Per cominciare confermo quello che scrivevo qui riguardo l’America e gli americani, per il resto vi rimando alla prima tappa, che ovviamente riguarderà la grande mela: New York City!

 

 

Dittico Western. 2 – Knockin’ on the Heaven’s Door

 Ci sono due modi per tornare da una battaglia: con la testa del nemico o senza la propria

 

Domenica 25 giugno 1876. C’era un ombra fra le tue certezze. Fra le tue certezze di uomo di successo. Di uomo abituato a raggiungere tutti gli obiettivi con il massimo dei voti. Con il massimo dei voti e il plauso degli astanti. La tua lunga chiamo bionda, i tuoi baffi, tutto trasuda successo, anche il più piccolo particolare. L’immagine conta, eccome se conta e tu lo sai bene. Hai costruito la tua immagine giorno per giorno, senza tralasciare nulla, per arrivare ad essere quello che sei. Un mito, un eroe. E hai faticato per arrivarci, hai lavorato sodo, perché nessuno ti regala nulla. Ma c’era un’ombra. Ero io.

Mi hai difeso, hai cercato di proteggermi a volte. E mi hai spronato, hai provato a tirar fuori il meglio da me. Hai provato a darmi fiducia, mi hai insegnato a non accontentarmi perché c’è sempre da migliorare. Ma io non ero come te. Io non sono e non sarò mai al tuo livello. Tu sei una montagna troppo alta da scalare. Alla tua ombra mi sono riposato quando mi sentivo stanco e mi sono protetto quando fuori era troppo dura per stare. Ma non puoi chiedermi di essere alla tua altezza, di essere montagna come te.

Ci hai guidato tutta la notte, come sempre sei stato il primo, quello che ha dato l’esempio. Oggi ci sarà battaglia, hai detto. Oggi entreremo nella storia.  Ma stavolta George hai fatto male i tuoi calcoli. Stavolta il grande George ha sbagliato! Lo vedo nei tuoi occhi, l’ho visto tante volte quando guardavi me. Quando mi compativi e mi disprezzavi, perché non ero come avresti voluto. Ma ora finalmente è diverso. Ora stai guardando te stesso e la tua sconfitta.

Pensami come qualcuno che non ti sei mai immaginato. Ricordami come un eroe incompiuto.  C’ho provato George, fino all’ultimo, ma non ci riesco. Per essere eroe devo essere te. Per questo ora, nel giorno della tua sconfitta, ti salverò. E’ stato facile colpirti alle spalle, ti fidavi di me. E facevi bene, perché io non ti ho mai tradito. Deluso sì, forse, ma tradito mai. Ecco, ora che sei qui inerme sembri quasi un bambino. Ho tagliato i tuoi capelli mentre dormivi, nessuno si accorgerà dello scambio.  Finalmente potrò restituirti un po’ di quello che mi hai dato. Io guiderò il 7 cavalleggeri al massacro, io ti farò entrare nella storia e nella gloria. E mio sarà lo scalpo che stasera adornerà la tenda del nemico.

 

Dittico western. 1 – Liliwhite Lilith

Cantami o diva dei pellerossa americani, le gesta erotiche di squaw pelle di luna.

Piccolo Falco non era ancora mai stato con una donna.

Sempre in giro per il selvaggio west con il suo papà, il grande capo dei Navajo, il mitico Aquila della notte, a combattere indiani cattivi, fuorilegge, banditi, rapinatori e chi più ne ha più ne metta. Sparatorie, scazzottate, risse, pericoli di ogni genere. Anche volendo, quando avrebbe avuto il tempo di inseguire qualche gonnella? Mica come quel gran furbone dello zio Kit, che da giovane aveva fatto stragi di cuori. Almeno a sentir lui. Certo, nonostante gli anni e il pizzetto bianco le donne ancora lo attiravano. Eccome se lo attiravano. Il padre no. Morta la moglie aveva chiuso con certe cose. Aveva ben altro a cui pensare!

Ed il regime monastico a cui si era votato era stato esteso automaticamente anche al giovin virgulto che lo seguiva come un ombra adorante. E così, Piccolo Falco cresceva forte e intrepido, leale e generoso come un cavaliere medievale, ma casto come un monaco di clausura. Ma non era mica giusto! Anche il fedele Tiger Jack gliel’aveva detto tante volte:

Smettila di portartelo sempre dietro! Fagli frequentare giovani e soprattutto fanciulle della sua età.

Alla lunga qualche dubbio si era insinuato anche nel grande capo, che aveva chiesto consiglio al saggio Sakem del villaggio Nuvola Rossa. Quest’ultimo convocò il giovane e lo fece sedere intorno al fuoco sacro, interrogandolo:

Piccolo Falco, sei diventato ormai un guerriero, forte e coraggioso, quasi come tuo padre. Adesso è ora però che diventi uomo.

Grande Sakem, ma io sono già un uomo!

Non ancora!

Ma, che devo fare ancora?

Parti verso ovest, nella direzione del sole che tramonta, parti da solo e vedrai che il grande spirito ti illuminerà e ti dirà che cosa dovrai fare.

Così Piccolo Falco partì sul far del tramonto, seguendo il percorso del sole che andava a morire dietro le colline. Sopraggiunse la notte e lui trovò riparo in una radura sul limitare del bosco. Si era appena addormentato quando fu svegliato dal rullo di un tamburo in lontananza. Per il suo orecchio abituato era fin troppo chiaro cosa volesse dire: qualcuno in quel momento era al palo della tortura. La curiosità superava ogni prudenza, doveva vedere chi era il malcapitato. Con tutte le accortezze che la lunga esperienza gli aveva insegnato si avviò verso il suono e…non si era sbagliato. In una radura poco distante una trentina di indiani stavano intorno ad un palo a cui era legata una vecchia orripilante.

Strega dei boschi, ormai non ci scappi più! Questa notte te ne tornerai nell’inferno da cui sei uscita e così finirai di tormentare i prodi guerrieri Apache!

E così dicendo fecero per dare fuoco agli arbusti messi ai piedi della vecchia legata, che da parte sua urlava sempre più. Ma come detto la prudenza non era fra le virtù principali di Piccolo Falco, che senza pensarci due volte si precipitò lì in mezzo, armi in pugno.

Vi ci sapete mettere, in trenta contro una povera vecchia eh! Ma dovrete fare i conti con me.

Il suo arrivo improvviso colse tutti di sorpresa e per un momento calò un silenzio che poteva essere preludio di uno scontro. Piccolo Falco era pronto a battersi, ogni muscolo teso per parare i possibili colpi, quando inaspettatamente, quello che doveva essere il capo degli Apache scoppiò in una risata fragorosa, ben presto seguito da tutti quanti. Piccolo Falco era completamente allibito…

Giovane cucciolo Navajo, cosa pensi di fare?Piombi qui da solo in mezzo a trenta guerrieri per fare cosa? Pensi di spaventarci?

Non permetterò questo crimine! Questa povera donna…

Sei pazzo! Non sai in che guai ti stai mettendo! Questa è la strega Lilith, che con i suoi sortilegi ha rovinato più d’uno di noi. Ora siamo riusciti a catturarla e a fissarla nel suo vero volto, ma se la liberi si trasformerà di nuovo e per te sarà la fine!

Io sono Piccolo Falco, figlio del grande Aquila della Notte e non ho paura delle vostre superstizioni!

Conosco tuo padre e so che è un guerriero saggio. Allora se è così ti concedo di liberare questa donna, ma tu sarai responsabile per lei. Dovrà restare con te ed io ti considererò responsabile di qualsiasi cosa potrà accadere in futuro per colpa sua.

E così sia, lei viene via con me ed io sarò responsabile per lei.

Detto questo liberò la vecchia e si allontanò da loro. Certo, non sarà stata una strega, come dicevano quegli sciocchi, ma per essere brutta lo era davvero! Pochi capelli bianchi ricoprivano un teschio ricoperto da una pelle gialla piena di macchie scure, sul viso scavato spiccava un naso aquilino sormontato da un porro enorme o forse una pustola.

Grazie, giovane guerriero Navajo. Ti devo la vita!

Quei codardi! Prendersela con una povera signora, come lei…

L’educazione impartitagli, il senso cavalleresco innato lo facevano parlare così, ma non gli impedivano di restare inorridito dalla bruttezza assoluta della donna, né potevano impedirgli di sentire quell’odore nauseabondo di formaggio andato a male, che emanava il corpo della vecchia, che per i troppi strapazzi piombò a terra svenuta. Il ragazzo rimase un attimo perplesso: l’aveva salvata, forse avrebbe potuto riprendere il suo cammino e…No, certo che non poteva abbandonarla! E così si fece forza, si turò il naso e chinatosi la prese facilmente in braccio per portarla al riparo. Trovò una grotta nei pressi del bosco e lì, ormai al sicuro, si addormentò. Ma quella notte evidentemente non doveva essere fatta per riposare, dopo neanche un’ora Piccolo Falco fu svegliato da una voce che lo chiamava per nome

Piccolo Falco, vieni qui, ho freddo, vieni qui vicino a me!

Il ragazzo si tirò su di botto, pensando ancora di dormire. La vecchia non c’era più e al suo posto c’era una bellissima ragazza dai lunghi capelli neri, la pelle d’argento e gli occhi verdi che brillavano alla luce della luna che con un gesto della mano lo attirava a sé.

Fu così che Piccolo Falco divenne uomo, come gli aveva detto il vecchio Nuvola Rossa.

Quando stava quasi per terminare quella notte magica e le prime luci dell’alba stavano diradando le tenebre, la ragazza gli parlò

Piccolo Falco, io sono davvero una strega! Hai visto i miei due volti, perché purtroppo doppia è la mia natura. Tu sei stato gentile con la mia parte orribile, mi hai salvato e non mi hai abbandonata nonostante sappiamo bene quanto possa essere terribile. Per questo ho deciso di svelarti anche la mia seconda faccia. Ora siamo legati per sempre, ma tu dovrai rispettare questa mia doppia natura. Per metà del tempo sarò una vecchia repellente e per l’altra metà sarò una splendida fanciulla. Tu avrai però la possibilità di scegliere quale dei due aspetti dovrò assumere di giorno e quale di notte.

Povero Piccolo Falco, che scelta crudele! Una donna meravigliosa al suo fianco durante il giorno, quando era con i suoi amici, ed una stregaccia orripilante la notte? O forse la compagnia della megera di giorno e una fanciulla incantevole di notte con cui dividere i momenti di intimità? Cosa scegliere?

Il nobile Piccolo Falco disse alla strega che avrebbe lasciato a lei la possibilità di decidere per se stessa. Sentendo ciò, la strega gli sorrise, e gli annunciò che sarebbe rimasta bellissima per tutto il tempo, proprio perchè lui l’aveva rispettata e l’aveva lasciata essere padrona di se stessa.

 

Non importa se la tua donna è bella o brutta, se è intelligente o stupida. Dentro di sé è sempre una strega (proverbio Navajo)

 

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Trilogia battistiana – Planando sopra boschi di braccia tese

Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati. (B. Brecht)

–  Corri, corri, corriiiiiiii!!!! Alfredo urlò con quanto fiato aveva in gola. Paolo lasciò in terra tutte le cose, il secchio, la colla, i manifesti e cominciò a correre, a correre a perdi fiato. Sentiva Alfredo che urlava sotto i colpi, i pugni, i calci, le bastonate. Villa Paganini, corso Trieste, ce l’aveva fatta, non l’avrebbero più raggiunto.

Mi chiamo Paolo. E sono un fascista. Lo so cosa pensate di me. Li vedo i vostri sguardi di disapprovazione o di sufficienza. “Fascista! Cosa ne vuoi sapere tu del fascismo, ragazzino!” Ma per me non è così. Certo a volte anch’io ho qualche dubbio, anche io penso che questa violenza sia sbagliata, ma che dobbiamo fare? Noi ci dobbiamo pur difendere. Perché siamo attaccati ovunque. A scuola con le parole e con il disprezzo, la notte con le botte. Gli altri non capiscono, pensano che noi siamo violenti, razzisti. Ma è una minoranza, la gran parte di noi non è affatto razzista. Noi stiamo con gli indiani d’America contro le giubbe blu, siamo con gli scozzesi contro l’Inghilterra, siamo con i palestinesi oppressi dai sionisti. Hitler ci fa schifo, come Stalin, come tutti i dittatori. Mussolini era un’altra cosa.

– Come sta?

– Ha qualche costola rotta, una lesione al polmone, probabilmente perderà un occhio. Ma ce la farà.

– Posso vederlo?

– Certo, ha chiesto di te.

– Perché Alfredo?

– Mi chiedi perché? Perché non voglio arrivare tra trent’anni a pensare che la mia vita non abbia un senso. Non voglio diventare come mio padre che riesce a essere felice solo la domenica se vince la Lazio. Che tradisce mia madre e pensa che avere figli possa essere un buon motivo per non lasciarla. Noi abbiamo un obiettivo Paolo, abbiamo uno scopo! Non te lo dimenticare!  E se per raggiungerlo dobbiamo picchiare qualcuno o essere picchiati, comunque ne sarà valsa la pena. Ricorda Nietzsche, “bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella che danza”!

L’altro giorno parlavo con Giorgio. Lui è una zecca, dovrebbe essere il nemico, ma siamo cresciuti insieme, eravamo amici già all’asilo, usciamo insieme, andiamo allo stadio. Ma neanche lui riesce a capirmi…neanche lui si sforza di capire le mie ragioni. Gli voglio bene, è mio amico, solo che non capisce nulla. Pensa che per essere felici dobbiamo cancellare le differenza, che dobbiamo essere tutti uguali. Stronzate! Siamo tutti diversi invece. E io voglio essere libero, non mi voglio omologare alla massa. L’unica cosa che ci unisce, oltre alla Lazio, è l’amore per la natura: le passeggiate in montagna, le corse a cavallo. Ma per il resto non capisce niente!

 – E insomma quella stronza, hai capito?

– Ma sicuro? Con Marco? Non ci posso credere!

– L’ho vista con i miei occhi! Ero in motorino, lei non potevano vedermi, ma non ci sono dubbi. E poi tu dovresti essere contento no? Anche Marco è una “zecca” come te, voi compagni volete abolire la proprietà comune, chiedigli se te la presta per una serata…

– Sei proprio un fascio di merda.

– E me ne vanto! Ma tu invece, non ti vergogni ad essere una zecca?

Mi chiamo Paolo, sognavo di cambiare il mondo. Di cambiarlo come dicevamo noi. Noi sparuta minoranza, noi che eravamo legati all’onore, al rispetto, alla tradizione. Noi che avremmo dato la vita per non tradire. Noi orgogliosamente sbagliati. Sono stato ucciso in seguito ad un colpo, probabilmente di spranga, nell’inverno dell’83. Io che odiavo la violenza e che ero un ambientalista, un verde. Magari un nero verde… Quella sera ero lì, a viale Libia e stavo affingendo manifesti per chiedere l’apertura pubblica di Villa Chigi, una villa del 700 con un bellissimo giardino. Mi consola solo in parte il fatto che dopo la mia morte è stata restaurata e resa parco pubblico. 

Mi chiamo Paolo, trent’anni dopo, chissà forse se potessi vi direi che probabilmente, anzi certamente eravano dalla parte del torto. E in fondo lo sapevamo già allora. Ma forse anche per questo mi è sembrato giusto raccontare la mia storia.

 

Trilogia battistiana – E’ una vela la mia mente

Tu non cambi mai. Un braccio, cos’altro vuoi? Un’ora me la dai, l’amore è qualcosa di più, del vino, del sesso che tu, prendi e dai…

In fondo è come con i ristoranti.

Ti parlano di quel posto, non lo conosci, ci vai e…mangi divinamente! Una vera sorpresa, mai ti saresti immaginato di mangiare così bene! E allora ci torni. Cambi il menù, una volta carne, un’altra pesce e poi i primi, i dolci. Tutto fantastico. Un po’ ne vorresti parlare agli altri, vorresti consigliarlo, un po’ sei geloso, vorresti tenerlo per te per paura di perdere qualcosa. Alla fine neanche scegli tu cosa mangiare, perché ti fidi talmente tanto da lasciar fare e prendi quello che ti portano.

Da quel posto ti aspetti sempre il massimo. Potrà succedere che un giorno ti porteranno la pasta un po’ scotta o la carne mezza bruciacchiata e forse rimarrai deluso, perché non sei stato abituato così. Ci rimarrai male? Forse, o forse cercherai una spiegazione, un motivo. La volta dopo sei certo che ti ritroverai bene, anzi ti aspetti che cercheranno di farsi perdonare e starai anche meglio. Te lo aspetti perché ormai conosci quel posto, lo apprezzi e sai quanto ci tengono.

Frequenti anche altri ristoranti. Qualcuno perché si spende poco: non ti avvelenano, non devi prenotare, c’è un parcheggio comodo c’è sempre un posto libero. Anche se sai che vale poco. Quell’altro invece fa una cosa buona, la specialità. E sa fare solo quella, guai a chiedere qualcos’altro. Basta saperlo. Sai cosa aspettarti.

Il vantaggio dei vecchi ristoranti, di quelli che conosci da tanto tempo in fondo è questo. Sai cosa aspettarti e hai meno possibilità di errore: hai meno possibilità di chiedere cose che non saranno come le volevi. D’altra parte saranno quelli che potranno darti le fregature maggiori, perché potrebbero non rispettare le legittime aspettative che avevi su di loro.

Se invece sei abituato a mangiare a mensa, magari neanche capirai la differenza. Se per te mangiare è un fatto meccanico, come mettere la benzina nella macchina, allora ti accontenterai del primo posto che capita: non ti aspetti nulla e prendi quello che ti danno.

Già altre volte mi ero intrattenuto sul tema delle aspettative, più o meno legittime, che possiamo avere sugli altri e su noi stessi (l’ultima qui https://giacani.wordpress.com/2014/01/05/i-il-rubinetto-della-doccia-e-la-domanda-kantiana/).

La conoscenza, la stima, il quanto ci teniamo a qualcuno, ci fa avere della aspettative. E queste ultime saranno tanto più alte quanto maggiori saranno appunto quelle. Allo stesso tempo, più stimiamo, più teniamo a qualcuno, più corriamo il rischio di essere delusi. E insieme, corriamo il rischio di pretendere quello che non potrà darci. La conoscenza è basilare, anche se poi le persone cambiano, così come i gestori dei ristoranti. E allora non potrai mai essere certo se la tua attesa sarà una freccia verso il basso che quindi finirà nella delusione, oppure troppo alta, arrivando ad essere una pretesa irrealistica.

E’ complicato? Certo che lo è! Ma d’altra parte, siamo sempre liberi di non subire delusioni e di non correre il rischio di avere pretese assurde. In fondo possiamo sempre andare a mangiare al Mac Donald.

 

Trilogia battistiana – Sogno il mio paese infine dignitoso

“Gli Italiani vincono una partita di calcio come se fosse una guerra e perdono la guerra come se fosse una partita di calcio.” (W. Churchill)

Spesso si è detto che il calcio è metofora della realtà. Vero! Una bella metafora: compagni, avversari, obiettivi, spirito di appartenenza, rispetto delle regole, generosità, estro. E purtroppo anche tante altre cose meno belle: furbizie, violenze, nemici.

Quello che è successo sabato sera poi le riepiloga tutte (quelle negative). Gli avversari che diventano nemici, addirittura nemici che in quella gara neanche giocano. E poi le curve dei violenti che decideno se, come e quando si debba giocare. E la polizia che guarda impotente. Forti con i deboli, deboli con i forti. Certo, è più facile prendersela con uno studente inerme che con Genny a’ carogna.

La cosa più innocua, ma forse simbolicamente la peggiore di tutte, l’intero stadio che fischia l’inno. Ma siamo nel piano della realtà o in quello della metafora? E’ cos’è meglio e cosa peggio?

Cos’è peggio, il calcio o la realtà? Siamo sicuri che Genny e tutti i Genny che popolano le curve siano peggio, ad esempio, della classe politica? E il grido “lavali col fuoco” è forse peggio di certe invettive che si sentono nelle tribune politiche? Il “devi morire” cantato all’avversario a terra, è forse peggio degli insulti che si sentono in tutti gli incroci sulle strade, alla prima scorrettezza al volante?

Purtroppo questo è il calcio che meglio simbolizza la nostra realtà quotidiana. Nessuna discontinuità, inutile scandalizzarsi, ipocrita gridare alla scandalo. Fischiamo l’inno perché forse ancora abbiamo un sussulto di dignità. Fischiamo noi stessi. Fischiamo noi che abbiamo votato per vent’anni Berlusconi e ora crediamo alle farneticazioni di Grillo. Fischiamo i Bertolaso e gli Anemone che brindavano a poche ora dal terremoto. Fischiamo tutte le mafie che impestano e infestano il nostro paese. Fischiamo per paura e per vergogna, con gli occhi aperti nella notte scura.

Ma tranquilli, tra un paio di mesi c’è il mondiale. E ci riscopriremo tutti amanti della patria, tutti uniti, mano nel cuore sulla maglia azzurra, a cantare Fratelli d’Italia, percé noi siamo il paese con la memoria storica di un pesce rosso. E questo è il calcio che ci meritiamo.