Giona 2013. 2 La Fuga

Lo so, tocca  a me.

Nun lo sto a di’ a te

E’ inutile che insisti

Nun me va e io scappo.

Saranno pure tutti tristi

Ma nun me sento n’vijacco

 

La fuga è disonorevole! Non si scappa al proprio destino! Fuggire non è una soluzione!

Un par di palle.

Ci sono quelle situazioni in cui non c’è nulla di disonorevole, nulla di biasimevole o semplicemente di sbagliato nella fuga. Salvatores nel film Mediterraneo ne fa un elogio, dedicandolo “a tutti quelli che stanno scappando”. Il film si conclude con una famosa frase di Henri Laborit (“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”).

Di fronte agli orrori del mondo, di fronte alle barbarie, o semplicemente alle scelte sbagliate, cos’altro sarebbe saggio, cos’altro sarebbe sano? Per mantenersi vivi, per continuare a sognare, per dire no, not in my name!

C’è una nobiltà anche nella fuga, un’intrinseca giustizia. Non è paura, non è pigrizia. Ci vuole coraggio anche a scappare. Ci vuole voglia, ci vogliono gambe e fiato.

Quante ce ne possiamo raccontare! E quanto siamo bravi. A parlare. Perché finché si tratta di parlare non ci batte mica nessuno.

Prima o poi però, i conti vanno fatti, i pesci vengono a galla (per vedere la palla di pelle d’Apollo, fatta da Apelle, figlio d’Apollo, ma questa è un’altra storia), la polvere sotto il tappeto magicamente riappare. Le scuse si sciolgono come Viennette dimenticate aperte sul tavolo, lasciando colare quell’impiastro di panna e cioccolato squagliato che miseramente sgocciola sul pavimento della cucina. Ma quale cucina! Della coscienza. Che non ti fa dormire la notte. Che ti chiude lo stomaco. Che ti lascia quel sapore in bocca che con un soffio tireresti giù una zanzara.

E invece giù ci va il tuo umore e cominci a fare strane congetture, improbabili associazioni di idee, per cui è colpa tua se non è successo quello. Ma anche quell’altro e pure quell’altro ancora. Perché la catena delle conseguenze è come i pistacchi al bar con l’aperativo. Una droga! Quando cominci non la finisci più! Te le deve strappare il barista con una faccia cattiva, neanche fossero i suoi, ‘sto morto de fame. Cominci a vedere quello che non va anche nelle cose giuste, perché niente ha più valore. Niente ha più una sua luce. Tutto è sbagliato, tutto è nero e buio.

Neanche fossi dentro il culo d’una balena.

 

 

Giona 2013. 1 La chiamata

Lo so, tocca  a me.

Nun me va, ma tocca me.

Lo devo fa’ io.

E nun ce posso mannà niciuno ar posto mio.

Ci sono quelle situazioni nella vita in cui senti che devi fare una determinata cosa. Non ci sano santi che tengano. Non è tanto un obbligo morale, sì anche quello, ma non solo. Sono le circostanze, la tua storia, quello che sei. Oppure il tuo futuro, quello che vorrai essere. Non ci sono alternative (l’ho già detto che io odio le alternative?), non ci sono scorciatoie. Sai benissimo la via da prendere. Sai benissimo come arrivarci.

Il problema è che non ti va. Non ti va proprio per nulla.

Non ti va perché è dura. Non ti va perché pensi di non farcela. Non ti va perché magari invece sei sicuro che alla fine ce la farai, ma a che prezzo? Ne vale la pena?

Ma sono domande inutili. Perché lo “devi” fare. È la tua strada e lo sai che non hai scelta. Provi a cogliere gli aspetti positivi, io provo sempre a cogliere gli aspetti positivi. Come quando sei lì che devi spalare una montagna di merda con un cucchiaino in mano. E va be’, a mani nude sarebbe stato peggio. Se era diarrea non ne parliamo.

Invece questa è proprio una bella montagna fumante ed io ho proprio un bel cucchiaino pronto all’uso.

Provi a prendere tempo. Lo farò, prima o poi. Come faccio io con la colonscopia. Eppure lo sai che tanto prima o poi ti tocca. Senti in giro altri, ma niente, nessuno sa dirti quello che vuoi sentirti dire. E se pure te lo dicono, peggio! Tanto non ci credi.

Lo impone la situazione (le situazioni so’ tremende! So’ proprio delle grandissime zoccole le situazioni!), ti ci costringono gli altri (è sempre colpa degli altri! Figli, mogli, genitori, amici, colleghi…un’isola deserta già sarebbe troppo affollata), il destino (notoriamente cinico, baro e anche un poco stronzo) il Padreterno (quel grande Umorista che manda i figli prediletti a morire in croce…cosa possiamo aspettarci da uno così?). Insomma ce devi annà! Ma perché io? Che t’ho fatto?

Non ci sono cazzi. Lo devi fa’ tu.

Personalmente di persona, come direbbe Catarella a Montalbano. Non ci puoi mandare nessuno al posto tuo, forse qualcuno ti aiuterà, ma sai che poi al dunque sarai tu, con il tuo bel cucchiaino in mano e il deretano stretto stretto.

Vai ragazzo (va be’, ragazzo così, per dire), convertili tu.

Ninive, la grande città ti aspetta.