Quel che resta

Cosa resta del bambino settant’anni dopo, dei progetti iperbolici nati nel buio delle notti insonni, dei buoni propositi di inizio settembre, le spinte costruttive, gli sforzi incessanti, le vittorie e le sconfitte.

Cosa resta degli amori mai nati, delle ipotesi mai realizzate, i sogni mai baciati, i baci sognati, le parole studiate, provate e riprovate e mai pronunciate, le reazioni immaginate e mai verificate.

Cosa resta delle amicizie assolute, delle menti in sintonia, le anime trasparenti, le mutande condivise, i viaggi senza meta, le pacche sulle spalle, le spalle su cui piangere.

Cosa resta degli amori finiti, delle attese, le promesse, le speranze, i progetti, le paure, il cuore oltre l’ostacolo, gli sguardi, le promesse, i sussulti del cuore, le carezze rubate, le lacrime e le risate.

Ma perché mai le ipotesi dovrebbero essere più importanti della realtà? E perché quello che finisce dovrebbe avere meno valore di quello che dura? Ma in questo forse la parola definitiva la disse un tedesco duecento secoli fa…quel che resta lo fondano i poeti.

Era uno sguardo d’amore la spada è nel cuore e ci resterà. Sei bella in questo momento, più bella adesso che il vento ti allontana da me. Era uno sguardo d’amore la spada è nel cuore. Mi sento morire morire per te.

 

 

Frigidità sentimentale

– Ogni tanto mi chiedo cosa mai stiamo aspettando.
Silenzio
– Aspettiamo che sia troppo tardi, madame
Alessandro Baricco, Oceano Mare

Studiando insieme ai figli tornano alla mente cose dimenticate e se ne scoprono di nuove. Ad esempio, l’altro giorno, con Elisa rivedevamo insieme Scienze (materia, per altro, che mi era indigesta allora…e rimane indigesta anche ora!) e si parlava di genetica, di incroci, piselli rossi e piselli bianchi, varianti dominanti e recessive. Fra le altre viene fuori questa cosa particolare: la talassemia, o anemia mediterranea probabilmente non è stata debellata, a differenza di altre malattie che avevano una trasmissione ereditaria, perché i portatori sani risultavano immuni alla malaria, altra malattia molto diffusa e molto più pericolosa.

E’ come se il corpo, per evitare il pericolo di essere colpito da una malattia grave, preferiva piuttosto portare in sé una malattia, per lui innocua, ma molto pericolosa per gli eventuali figli. A volte sappiamo (anche inconsciamente) essere molto egoisti, perfino rispetto ai nostri figli. Infatti queste cose non sono scelte consapevoli dei singoli individui. Probabilmente qualcuno che ne sa più di me su queste cose potrebbe spiegare molto meglio questo fenomeno, che però, più ci penso e più mi sembra poi non così raro. Pensiamo solo alla questione ambientale. Con i nostri comportamenti siamo portatori sani (sani si fa per dire), di svariati disastri che inevitabilmente pagheranno le future generazioni. Se ci spostiamo in economia oramai lo scontro generazionale fra chi difende i propri diritti acquisiti (che in realtà non sono altro che privilegi) e chi non se li potrà permettere, è evidente.

Ma parliamo invece di sentimenti.

Gassman diceva che il male del nostro tempo è la frigidità sentimentale. E in effetti il contesto in cui viviamo sembra volerci insegnare che per vivere bene è meglio non avere grandi passioni. Sugli amici ci si può contare, ma fino ad un certo punto, i parenti lasciamoli stare che sanno solo rompere, i colleghi occhio che vogliono solo fregarti. L’amore non esiste (questo l’ho pure scritto l’altro giorno). E sempre l’altro giorno mi son sentir dire “io non mi fido più di nessuno”, da una persona di cui mi fido ciecamente. In politica destra e sinistra sono uguali. Avere un cane? Che sei matto e poi in vacanza come fai. Allo stadio? Ma perché ancora vai dietro a quei ragazzini viziati? I concerti oramai sono troppo cari e poi alla Palaeur non si sente nulla.

Ma sì, spegniamo tutte le passioni, senza dubbio così evitiamo la malaria. Noi portatori sani siamo molto saggi. O così ci atteggiamo. Ne abbiamo viste molte, ne abbiamo vissute troppe e quindi ci mettiamo in cattedra e vorremmo spiegare agli altri come si fa. Come si vive, cosa vale la pena e cosa no. Senza approfondire che razza di vita sarebbe questa, l’aspetto più inquietante, è proprio quello ereditario. Perché noi saremmo pure portatori sani, avremmo anche fatto gli anticorpi necessari a convivere con questa malattia, ma cosa trasmettiamo a loro? Cosa impareranno guardandoci?

Che per non soffrire è meglio cauterizzare i sentimenti. Che per non illudersi è meglio non sperare. Che le emozioni vanno bene, ma senza esagerare (tanto poi è facile riattivarle, magari con qualche pasticca colorata e un bicchiere di più). Portatori sani di tutto il mondo, attenzione quindi. Forse a  volte conviene correre il rischio di ammalarci noi. Per non rovinare definitivamente loro.

Ma non ti accorgi che è solo la paura che inquina e uccide i sentimenti…

Trilogia battistiana – Planando sopra boschi di braccia tese

Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati. (B. Brecht)

–  Corri, corri, corriiiiiiii!!!! Alfredo urlò con quanto fiato aveva in gola. Paolo lasciò in terra tutte le cose, il secchio, la colla, i manifesti e cominciò a correre, a correre a perdi fiato. Sentiva Alfredo che urlava sotto i colpi, i pugni, i calci, le bastonate. Villa Paganini, corso Trieste, ce l’aveva fatta, non l’avrebbero più raggiunto.

Mi chiamo Paolo. E sono un fascista. Lo so cosa pensate di me. Li vedo i vostri sguardi di disapprovazione o di sufficienza. “Fascista! Cosa ne vuoi sapere tu del fascismo, ragazzino!” Ma per me non è così. Certo a volte anch’io ho qualche dubbio, anche io penso che questa violenza sia sbagliata, ma che dobbiamo fare? Noi ci dobbiamo pur difendere. Perché siamo attaccati ovunque. A scuola con le parole e con il disprezzo, la notte con le botte. Gli altri non capiscono, pensano che noi siamo violenti, razzisti. Ma è una minoranza, la gran parte di noi non è affatto razzista. Noi stiamo con gli indiani d’America contro le giubbe blu, siamo con gli scozzesi contro l’Inghilterra, siamo con i palestinesi oppressi dai sionisti. Hitler ci fa schifo, come Stalin, come tutti i dittatori. Mussolini era un’altra cosa.

– Come sta?

– Ha qualche costola rotta, una lesione al polmone, probabilmente perderà un occhio. Ma ce la farà.

– Posso vederlo?

– Certo, ha chiesto di te.

– Perché Alfredo?

– Mi chiedi perché? Perché non voglio arrivare tra trent’anni a pensare che la mia vita non abbia un senso. Non voglio diventare come mio padre che riesce a essere felice solo la domenica se vince la Lazio. Che tradisce mia madre e pensa che avere figli possa essere un buon motivo per non lasciarla. Noi abbiamo un obiettivo Paolo, abbiamo uno scopo! Non te lo dimenticare!  E se per raggiungerlo dobbiamo picchiare qualcuno o essere picchiati, comunque ne sarà valsa la pena. Ricorda Nietzsche, “bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella che danza”!

L’altro giorno parlavo con Giorgio. Lui è una zecca, dovrebbe essere il nemico, ma siamo cresciuti insieme, eravamo amici già all’asilo, usciamo insieme, andiamo allo stadio. Ma neanche lui riesce a capirmi…neanche lui si sforza di capire le mie ragioni. Gli voglio bene, è mio amico, solo che non capisce nulla. Pensa che per essere felici dobbiamo cancellare le differenza, che dobbiamo essere tutti uguali. Stronzate! Siamo tutti diversi invece. E io voglio essere libero, non mi voglio omologare alla massa. L’unica cosa che ci unisce, oltre alla Lazio, è l’amore per la natura: le passeggiate in montagna, le corse a cavallo. Ma per il resto non capisce niente!

 – E insomma quella stronza, hai capito?

– Ma sicuro? Con Marco? Non ci posso credere!

– L’ho vista con i miei occhi! Ero in motorino, lei non potevano vedermi, ma non ci sono dubbi. E poi tu dovresti essere contento no? Anche Marco è una “zecca” come te, voi compagni volete abolire la proprietà comune, chiedigli se te la presta per una serata…

– Sei proprio un fascio di merda.

– E me ne vanto! Ma tu invece, non ti vergogni ad essere una zecca?

Mi chiamo Paolo, sognavo di cambiare il mondo. Di cambiarlo come dicevamo noi. Noi sparuta minoranza, noi che eravamo legati all’onore, al rispetto, alla tradizione. Noi che avremmo dato la vita per non tradire. Noi orgogliosamente sbagliati. Sono stato ucciso in seguito ad un colpo, probabilmente di spranga, nell’inverno dell’83. Io che odiavo la violenza e che ero un ambientalista, un verde. Magari un nero verde… Quella sera ero lì, a viale Libia e stavo affingendo manifesti per chiedere l’apertura pubblica di Villa Chigi, una villa del 700 con un bellissimo giardino. Mi consola solo in parte il fatto che dopo la mia morte è stata restaurata e resa parco pubblico. 

Mi chiamo Paolo, trent’anni dopo, chissà forse se potessi vi direi che probabilmente, anzi certamente eravano dalla parte del torto. E in fondo lo sapevamo già allora. Ma forse anche per questo mi è sembrato giusto raccontare la mia storia.

 

Trilogia battistiana – E’ una vela la mia mente

Tu non cambi mai. Un braccio, cos’altro vuoi? Un’ora me la dai, l’amore è qualcosa di più, del vino, del sesso che tu, prendi e dai…

In fondo è come con i ristoranti.

Ti parlano di quel posto, non lo conosci, ci vai e…mangi divinamente! Una vera sorpresa, mai ti saresti immaginato di mangiare così bene! E allora ci torni. Cambi il menù, una volta carne, un’altra pesce e poi i primi, i dolci. Tutto fantastico. Un po’ ne vorresti parlare agli altri, vorresti consigliarlo, un po’ sei geloso, vorresti tenerlo per te per paura di perdere qualcosa. Alla fine neanche scegli tu cosa mangiare, perché ti fidi talmente tanto da lasciar fare e prendi quello che ti portano.

Da quel posto ti aspetti sempre il massimo. Potrà succedere che un giorno ti porteranno la pasta un po’ scotta o la carne mezza bruciacchiata e forse rimarrai deluso, perché non sei stato abituato così. Ci rimarrai male? Forse, o forse cercherai una spiegazione, un motivo. La volta dopo sei certo che ti ritroverai bene, anzi ti aspetti che cercheranno di farsi perdonare e starai anche meglio. Te lo aspetti perché ormai conosci quel posto, lo apprezzi e sai quanto ci tengono.

Frequenti anche altri ristoranti. Qualcuno perché si spende poco: non ti avvelenano, non devi prenotare, c’è un parcheggio comodo c’è sempre un posto libero. Anche se sai che vale poco. Quell’altro invece fa una cosa buona, la specialità. E sa fare solo quella, guai a chiedere qualcos’altro. Basta saperlo. Sai cosa aspettarti.

Il vantaggio dei vecchi ristoranti, di quelli che conosci da tanto tempo in fondo è questo. Sai cosa aspettarti e hai meno possibilità di errore: hai meno possibilità di chiedere cose che non saranno come le volevi. D’altra parte saranno quelli che potranno darti le fregature maggiori, perché potrebbero non rispettare le legittime aspettative che avevi su di loro.

Se invece sei abituato a mangiare a mensa, magari neanche capirai la differenza. Se per te mangiare è un fatto meccanico, come mettere la benzina nella macchina, allora ti accontenterai del primo posto che capita: non ti aspetti nulla e prendi quello che ti danno.

Già altre volte mi ero intrattenuto sul tema delle aspettative, più o meno legittime, che possiamo avere sugli altri e su noi stessi (l’ultima qui https://giacani.wordpress.com/2014/01/05/i-il-rubinetto-della-doccia-e-la-domanda-kantiana/).

La conoscenza, la stima, il quanto ci teniamo a qualcuno, ci fa avere della aspettative. E queste ultime saranno tanto più alte quanto maggiori saranno appunto quelle. Allo stesso tempo, più stimiamo, più teniamo a qualcuno, più corriamo il rischio di essere delusi. E insieme, corriamo il rischio di pretendere quello che non potrà darci. La conoscenza è basilare, anche se poi le persone cambiano, così come i gestori dei ristoranti. E allora non potrai mai essere certo se la tua attesa sarà una freccia verso il basso che quindi finirà nella delusione, oppure troppo alta, arrivando ad essere una pretesa irrealistica.

E’ complicato? Certo che lo è! Ma d’altra parte, siamo sempre liberi di non subire delusioni e di non correre il rischio di avere pretese assurde. In fondo possiamo sempre andare a mangiare al Mac Donald.

 

Trilogia battistiana – Sogno il mio paese infine dignitoso

“Gli Italiani vincono una partita di calcio come se fosse una guerra e perdono la guerra come se fosse una partita di calcio.” (W. Churchill)

Spesso si è detto che il calcio è metofora della realtà. Vero! Una bella metafora: compagni, avversari, obiettivi, spirito di appartenenza, rispetto delle regole, generosità, estro. E purtroppo anche tante altre cose meno belle: furbizie, violenze, nemici.

Quello che è successo sabato sera poi le riepiloga tutte (quelle negative). Gli avversari che diventano nemici, addirittura nemici che in quella gara neanche giocano. E poi le curve dei violenti che decideno se, come e quando si debba giocare. E la polizia che guarda impotente. Forti con i deboli, deboli con i forti. Certo, è più facile prendersela con uno studente inerme che con Genny a’ carogna.

La cosa più innocua, ma forse simbolicamente la peggiore di tutte, l’intero stadio che fischia l’inno. Ma siamo nel piano della realtà o in quello della metafora? E’ cos’è meglio e cosa peggio?

Cos’è peggio, il calcio o la realtà? Siamo sicuri che Genny e tutti i Genny che popolano le curve siano peggio, ad esempio, della classe politica? E il grido “lavali col fuoco” è forse peggio di certe invettive che si sentono nelle tribune politiche? Il “devi morire” cantato all’avversario a terra, è forse peggio degli insulti che si sentono in tutti gli incroci sulle strade, alla prima scorrettezza al volante?

Purtroppo questo è il calcio che meglio simbolizza la nostra realtà quotidiana. Nessuna discontinuità, inutile scandalizzarsi, ipocrita gridare alla scandalo. Fischiamo l’inno perché forse ancora abbiamo un sussulto di dignità. Fischiamo noi stessi. Fischiamo noi che abbiamo votato per vent’anni Berlusconi e ora crediamo alle farneticazioni di Grillo. Fischiamo i Bertolaso e gli Anemone che brindavano a poche ora dal terremoto. Fischiamo tutte le mafie che impestano e infestano il nostro paese. Fischiamo per paura e per vergogna, con gli occhi aperti nella notte scura.

Ma tranquilli, tra un paio di mesi c’è il mondiale. E ci riscopriremo tutti amanti della patria, tutti uniti, mano nel cuore sulla maglia azzurra, a cantare Fratelli d’Italia, percé noi siamo il paese con la memoria storica di un pesce rosso. E questo è il calcio che ci meritiamo.

 

 

Costruire una casa

Non è mica facile costruire una casa. Diamo per scontato che sei un ingegnere e pure architetto. Insomma lo sai fare. O comunque, presumi di saperlo. Anche perché per far bene una casa devi essere convinto di essere bravo. Questo è il presupposto, altrimenti meglio lasciar perdere.

Come la farai la tua casa? Cercherai di farla solida, fondata sulla roccia, che duri nel tempo? Oppure preferirai che sia bella? Ma dovrà essere bella per te che la guardi, per chi gli passa davanti e dice, “guarda questo che bella casa che ha costruito“, oppure la vorrai fare bella in sé, che la sua bellezza basti a se stessa?

Sarà una casa appariscente, che ruberà la scena a quelle intorno, che spiccherà sulla massa, oppure sarà in armonia con lo scenario che la circonderà? La riempirai di particolari per farla essere unica, ma capirai quando fermarti per non esagerare, per non soffocarla di cose belle, ma anche inutili?

Cercherai di curarne i particolari, scegliendo per lei i materiali più pregiati, quelli di valore, oppure preferirai la semplicità, le cose funzionali, quelle che servono per rendere comoda la vita?

Quando ne costruirai un’altra ti baserai sull’esperienza accumulata e cercherai di replicarla o avrai la pazienza e la fantasia di ricominciare da capo, sapendo che nessuna casa sarà mai uguale ad un’altra?

Nel costruire una casa può capitare di accorgersi che poi vien fuori un’infiltrazione o una crepa. Allora che succederà, darai la colpa ai materiali, al destino cinico e baro? Cercherai di metterci una pezza, ti vergognerai del tuo errore o avrai il coraggio di vincere gli imbarazzi e ammettere che hai fatto uno stronzata?

E poi, ad un certo punto della tua vita, ti fermerai alle case che hai costruito, penserai di aver concluso e ti sentirai soddisfatto del lavoro oppure saprai rimetterti in discussione e avrai l’incoscienza e la fiducia di credere che ci sarà sempre un’altra casa da costruire?

Costruire una casa può essere molto faticoso, ma senza dubbio vale la pena provarci. Che poi qualcuno pensa che in fondo sia la cosa più semplice del mondo. Come bere…più facile che respirare.

Costruire l’inedito

“E tu forse parlerai di orizzonti più vasti dove uomini celesti portandoti dei figli ti diranno: “Scegli!” ben sapendo che ridendo tu…tu a loro ti unirai.”
(L. Battisti – Gli uomini celesti)

Eccomi qui! L’arrampicata è stata dura, ho ancora il fiatone, però ce l’ho fatta sono arrivato in cima. Ho avuto paura, ho temuto davvero di dover tornare indietro. Sono sfinito, ma ne è valsa la pena, avevi ragione tu. Questo panorama è meraviglioso: il cielo azzurro e queste nuvole viola che corrono veloci trasportate dal vento. L’aria fresca mi sbatte nel viso e mi dà questa sensazione elettrizzante ed insieme rilassante. Ma come può fare così freddo? Perché questo sole così forte non riesce a scaldarmi? Eppure i suoi raggi mi bruciano il viso, la loro luce accecante mi stordisce come fosse una droga.
-Sono stanco, dove trovo le forze per andare avanti?
-Per arrivare in cima non bisogna guardare la vetta, ma solo avanti a te, passo dopo passo.
Avevi ragione…ed ora rimango così, immobile come una lucertola, confuso ed intontito dal freddo, dal sole e dal vento, dall’altezza di questa montagna dall’antichità di queste pietre. Pietre pesanti, che trasudano storia: una volta erano riparo ora sono ruderi. Solo questa torre è rimasta in piedi, sentinella del passato, rifugio sicuro per cercatori come me. Il fischio sordo del vento si insinua fra le rovine della torre e mi estranea, mi isola, mi eleva: al di sopra del mondo e dell’uomo.
-Come pesa il cammino! Come fare per andare avanti?
-Diventa leggero: leggero, leggero, leggero…
Mi gira la testa, sarà quest’aria rarefatta o forse questo vento impetuoso che brucia la mia pelle con il suo soffio gelido. Ma alla fine avevi ragione: sono arrivato alla vetta, sono in mezzo alla luce, nella torre più alta del mondo. Questo mi hai chiesto? Per questo sono giunto fini qui?
Mi hai chiesto di essere limpido e sono diventato trasparente.
Mi hai chiesto di essere forza e mi son caricato tutto sulle spalle.
Mi hai chiesto di essere coraggio e ho affrontato tutte le paure.
Mi hai chiesto di essere migliore e ho scalato la montagna.
Che devo fare ancora?
-Devi credere nell’utopia!
-Sono arrivato alla vetta… non basta?
Mi affaccio di sotto: com’è buio, ho le vertigini, ho paura, quanta non ne ho mai avuta prima. Rispondimi, rispondimi! Che altro devo fare ancora? Sono in cima, sono il primo, il più alto, ho superato tutti, tutto: non ho più passi avanti a me.
-Allora adesso sei pronto.
– Perché è così difficile?
-Perché non dipende più da te! Fin ora hai costruito e lo hai fatto con le tue forze. Ora devi lasciarti andare, devi cancellare, dimenticarti tutto e buttarti!
-Perché è così difficile…
-Perché devi fidarti…
Mi sto arrampicando sul ciglio dell’abisso: non avrei mai creduto di essere capace di tanto. Chiudo gli occhi. Sono più vicino al paradiso che alla terra. Mi lancio…
Sto precipitando, mi manca il fiato, sento le viscere che salgono su, fino alla bocca, il mio cuore sta battendo all’impazzata, il cervello si è bloccato nel pensiero fisso che prima o poi questa caduta finirà e mi schianterò al suolo. Fra qualche istante sarò morto. E tutto questo per cosa? Per la smania di conoscere? Per l’ansia di seguirti, di essere come mi volevi: è per questo?
-Non aver paura, sono accanto a te, prendi la mia mano: afferrala!
– Angelo sei qui?
-Certo che ci sono: non vedi, stiamo volando, tu stai volando!
-Sto volando, sto volando! Ma è questo che significa credere nell’utopia?
-Sì. Credere nell’utopia significa costruire l’inedito.