(Not) in my name

Il portabandiera è un simbolo. Un’immagine che rappresenta tutti, che racchiude in sè una moltitudine di individui. Tutti diversi, ma tutti riuniti, tutti compresi all’interno di un insieme.

Una volta era in battaglia, oggi per fortuna solo alle Olimpiadi, ma comunque seppure solo ai giochi, il portabandiera è il rappresentante di una nazione. Ci rappresenta tutti perchè tutti ci possiamo riconoscere in lui. Ma oltre il portabandiera nazionale ci sono poi quelli olimpici, che non rappresentanto il singolo Paese, ma tutto il mondo, tutte le nazioni insieme.

Ma ora ditemi, con tutta l’apertura mentale possibile, come faccio a riconoscermi in Paola Egonu? Fatemi capire, l’avete scelta come portabandiera perchè rappresentasse non solo tutti gli italiani, ma tutti i cittadini del mondo? Ma l’avete mai sentita parlare? Come potrei mai riconoscermi in lei? Come potrei mai sentirmi rappresentato da una come lei? Una che parla con quel dialetto Veneto? E dai su, non scherziamo!

P.S. Invece sto a scherza’ Paole’. Faje vede’ chi sei! Sentire Adinolfi e tutti i nazisti dell’Illimois de noantri che schiumano rabbia non ha prezzo…..daje Paoletta, daje!

Noi e la perfida Albione

Ecco perché vincerete voi

Giocheremo la finale a Wembley, il tempio del calcio, la storia, la tradizione. D’altra parte questo gioco l’avete inventato voi.

Avete vinto la Champions League e non poteva essere altrimenti perché in finale avevate portato addirittura due squadre. Ormai da anni i vostri club dominano in qualsiasi competizione europa.

Avete avuto i Beatles, i Rolling Stones, i Queen, i Genesis, i Pink Floyd, gli ELO, i Supertramp, gli Oasis, gli Smith, i Cure, i Clash, i Kasabian, i Muse, i Mumford & Son e Elton John. Dice, ma che c’entra la musica? Lascia fare, la musica c’entra sempre.

Siete una nazionale multietnica, in squadra di inglesi doc ce ne saranno 3 o 4, gli altri sono tutti della seconda generazione, sono giovani, sfrontati e hanno fame di successi.

54 anni fa eravate diventati campioni del mondo, nella finale di Wembley, con un goal palesemente irregolare. C’era la Regina Elisabetta al trono e l’Italia aveva un governo di larghe intese.

Ecco perché vinceremo noi.

E’ vero, il calcio l’avete inventato voi, ma come ricordava giustamente Luciano De Crescenzo, “quando voi vivevate ancora sugli alberi e vi dipingevate la faccia, noi eravamo già froci”.

Sì, avete vinto la Champions, ma siete usciti dall’Europa. Non è che qualcuno vi ha cacciati, avete votato e a maggioranza siete voluti uscire. Mo che volete?

E’ vero, avete i Beatles, i Rolling Stones e compagnia cantando, ma non avete il bidè. Mi dispiace, ma io difficoltà a dare credito a gente che non si fa il bidè.

Sì, siete una bella squadra, siete multietnici, ma in porta avete una specie di pupazzo gnappo e in difesa fate abbastanza ridere. Se Ciruzzo si sveglia, non c’è partita.

54 anni, c’era la Regina Elisabetta al trono e l’Italia aveva un governo di larghe intese, ma avevate vinto la finale rubando la partita ai tedeschi. Ai tedeschi! Pensate di riuscire rubarla anche a noi? Rubarla. A noi. Sicuri, sicuri?

Il giorno in cui smisi di fumare

Roma, maggio 2026

Ti ricordi quando mi dicevano “perché ti sei fissato con questa difesa a 4! Cambia ogni tanto!” Oppure quelli pronti a criticare “perché sostituisci sempre chi è ammonito?” e quegli altri invece che mi rimproveravano qualche acquisto “fai giocare sempre gli stessi, fai qualche cambio ogni tanto”. Meno male che sono andato dritto per la mia strada.

Perché a me non mi basta vincere, a vincere sono buoni tutti. Mi piacciono le iperboli, le idee che viaggiano sulle gambe degli uomini e quando il pallone disegna sul campo quello che hai per la testa, mi sembra di essere dentro una poesia di Bukowsky.

E’ stata dura, ma non mi sono arreso, neanche quando mi rinfacciavano il credo politico. Che poi pure Maestrelli era di sinistra, ma questi son pischelli, magari neanche sanno chi è Maestrelli. Certo forse pure io potevo evitare di andare sotto la curva con il pugno alzato, ma ero troppo felice, avevamo appena vinto il derby. Contro quell’antipatico di portoghese poi, giusto in tempo prima che lo cacciassero…che gusto!

Come questa sigaretta. La devo assaporare per bene, fino al filtro. Quando uno fa una promessa è quella, anche se solo con se stesso: avevo detto, se vinco lo scudetto qui basta, smetto di fumare. Che mi diceva la testa! Forse non ci credevo neanche io. Oppure invece proprio al contrario: ero sicuro! Ed ero anche sicuro che quello sarebbe stato il miglior modo di smettere. D’altra parte i numeri erano dalla nostra parte: 74, 00, 26 succede ogni ventisei anni. Adesso però è ora. Ultimi 90 minuti, andiamo a scrivere la storia.

(Originally published su https://sulpratoverdevola.biancocelesti.org/)

Possiamo essere chiunque

“All’uomo piace più tradir gli amici che i nemici, essendo il tradimento fatto agli amici più vero di quello fatto ai nemici.“ Curzio Malaparte

Possiamo essere chiunque. Possiamo provare ad inseguire qualsiasi obiettivo. Possiamo scegliere di esere liberi oppure di sottostare ad un ideale, ad una religione, ad un amore. Possiamo diventare santi, eroi o semplici persone per bene. Possiamo mirare al successo oppure ai soldi. Oppure possiamo cercare di evitare i problemi, le seccature, gli impegni troppo gravosi. Possiamo scegliere una vita semplice, oppure impegnativa. E fra gli impegni possiamo scegliere quelli più scontati oppure quelli più originali. Possiamo provare ad andare d’accordo con tutti, oppure con nessuno. Possiamo scegliere di obbedire o di ribellarci. Possiamo decidere di cambiare oppure di rimanere coerenti. Possiamo tradire o possiamo restare fedeli. Possiamo continuare i percorsi già battuti o andare a ricercarne di nuovi. Possiamo scegliere e poi pentirci, possiamo avere rimorsi oppure decidere di non voltarci mai indietro. Possiamo diventare chiunque.

Sei nato a Piacenza, sei un professionista, pagato per il lavoro che fai. Nessuno ti aveva chiesto di essere qualcos’altro. Hai cambiato idea ed è legittimo, l’ho gà detto possiamo diventare chiunque. Dopo Giordano con la maglia del Napoli, dopo Nesta con la maglia del Milan, non sarai certo tu con quella dell’Inter a farmi perdere il sonno. Potevi essere unico, hai scelto di essere uno qualunque. Ciao Simone, senza rancore e senza rimpianti.

Ritornerò, in mutande da te (parte seconda)

Solo un’altra volta, in questi 53 anni di vita, mi era capitato di non giocare a calcio per 4 mesi. Quando mi ero rotto il perone, mentre giocavo! (cosa che avevo raccontato con dovizia di particolari qui).

C’è voluta una pandemia mondiale per tenermi lontano dai campi e da una delle cose più belle che si possa fare su questa terra. Ma stasera si ricomincia. E come successe l’altra volta, mi sembra di ricominciare a vivere sul serio, come se fino ad oggi ci fosse stata una sorta di sospensione, un intervallo fra un prima e un poi. Ecco, finalmente ora è arrivato il poi. Si volta pagina ed inizia una nuova storia o meglio, un nuovo capitolo della mia storia.

Per quale motivo il calcio, visto, giocato, parlato, abbia tutta questa importanza nella mia vita continua ad essere una cosa che non riesco a spiegare (prima di tutto a me stesso). Ma d’altra parte potremmo spiegare perché ci piace la musica? O perché ci affascinano i colori del tramonto? Forse perché, come tutte le cose che ci appartengono da sempre, non hanno bisogno di avere un motivo per esserci. Sono parte di noi, senza avere la necessità di una spiegazione. E probabilmente senza possibilità di essere compresi da altri (che forse, giustamente, ci considerano mezzi scemi).

Per questo penso che la metafora definitiva l’abbia detta Bill Shankly, allenatore dei Reds di Liverpool fra gli anni 60 e gli anni 70: “alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più“.

Posto fisso, partite Iva, odiatori seriali e altre fantastiche creature

I titolari di stipendio fisso, autoproclamatisi unici pagatori di tasse nel nostro Paese, contro le partite IVA, evasori fiscali conclamati: Se ci sono stati tutti quei morti per i tagli alla sanità è colpa vostra che non pagate le tasse! L’anno scorso hai dichiarato diecimila euro, com’è che ora in due mesi dici di averne persi venti?

Le partite IVA, autoproclamatisi unici lavoratori nel nostro Paese, contro quegli scansafatiche del posto fisso che rubano i soldi non facendo una beneamata ceppa dalla mattina alla sera: Che vi importa a voi della pandemia, tanto il 27 del mese comunque vi arriva lo stipendio sul conto! Tu dici di pagare le tasse, ma poi hai fatto imbiancare il salotto senza fattura!

Senza dimenticare i delatori da mancanza di mascherina, quelli che denunciano i vicini rei di barbecue, i fun di Burioni contro i no vax, i leghisti contro a prescindere, chi vuole ricominciare il campionato contro chi vuole finirla qui, bella ciao dal balcone contro runner impenitenti, amanti di Teams contro amici di Zoom, Samsung contro Iphone, apriamo i barbieri chiudiamo le messe, viva il papa, no meglio quell’altro.

Insomma, che la pandemia ci facesse comprendere che siamo tutti nella stessa barca era auspicabile. Che questa disgrazia planetaria accomunasse le persone nella difficoltà era augurabile. Che ci rendesse più buoni, va be’ era utopistico. Ma che addirittura tirasse fuori i peggiori istinti, scatenando questo tutti contro tutti, magari potevamo evitarlo.

Siamo riusciti a dividerci e ad insultarci anche sull’unica bella notizia, che avrebbe potuto accomunare tutti quanti: Silvia Romano, una giovane ragazza liberata dopo un rapimento durato un anno e mezzo. Per evitare di scendere sullo stesso piano di mentecatti decerebrati craniolesi, non voglio commentare, non conoscendo i fatti, la sua conversione all’Islam, anche perché non cambia di una virgola il discorso. Parliamo invece dello “scandalo riscatto”.

Ed io, proprio per superare questo clima d’odio, invece di abbandonarmi al turpiloquio (oddio, quanto mi andrebbe!), vorrei fare un gesto pacificatorio. Vorrei tranquillizzare quelli odiatori seriali, preoccupati che i soldi spesi per liberarla serviranno a comprare armi per la Jahad. State sereni, quei soldi torneranno da noi. Potete dormire sonni tranquilli! Considerando che siamo uno dei Paese in cima alla classifica della vendita di armi ai Paesi del terzo mondo, quei soldi torneranno all’ovile. E anche voi, tornate al vostro mojto mentre sfogliate Libero, che domani magari, dopo la carriera da virologi e quella da negoziatori internazionali, chissà a quale altro delicatissimo incarico di fiducia sarete chiamati!

Radical virus

Nessuno lo dice, ma il vero problema è che abbiamo a che fare con un virus molto intelligente. Ma soprattutto selettivo, direi quasi un po’ snob: radical chic forse è la definizione giusta. Ad esempio è un virus che non prende i mezzi pubblici. La metropolitana gli fa proprio schifo: cascasse il mondo, lui in un vagone affollato con puzze di ascelle e aliti pesanti non ci entra neanche sotto ricatto.

Lui ama diffondersi in luoghi acculturati, le scuole o le Università per esempio, oppure in luoghi di svago come i cinema, i teatri, gli stadi. Difficilmente lo vedrete fare la fila nei supermercati: naaa, troppo plebeo, troppo proletario! Di conseguenza è un virus nostalgico: basta smancerie, niente baci, no strette di mano, reintroduciamo il saluto romano. Quello sì che era igenico e denotava alto lignaggio. D’altra parte si chiama corona-virus, poteva mai essere democratico?

E poi, diciamo le cose come stanno: è un virus sfacciatamente razzista! Lui i meridionali non li sopporta: “mi dispiace, ma io mi diffondo solo sopra il Po, è inutile che insistiate, io con i cafoni romani e i pizza e mandolino partenopei non voglio avere nulla a che fare“, sembra abbia dichiarato.

Non sono un esperto, anzi sono un gran minchione e non capisco una cippalippa di tante cose, figuriamoci se posso dire qualcosa di pur minimamente intelligente su questa situazione. Ma a voi non sembra che ci stiano prendendo tutti per il culo?

Se noi diventiamo come loro

E’ stato un derby anomalo, esattamente come tutti i derby. Quando mai un derby è uguale a quelli precedenti? E’ uguale la tensione che mi prende già una settimana prima, è uguale la voglia che passi presto, che si cancelli nel modo più indolore possibile, è uguale la paura di perderlo, che per quanto mi riguarda è sempre maggiore della voglia di vincerlo, ma per il resto ognuno è una storia a sé, ognuno racconta una storia diversa.

Questo è il derby che ricorderò come quello in cui noi abbiamo provato a diventare come loro. Arroganti, sicuri di una superiorità evidente, supponenti al punto che non volevamo solo vincere, ma anche dominarli. E poi coatti nelle dichiarazioni, volgari ed offensivi negli striscioni dei giorni precedenti. Prima della partita sembravamo loro. E lo so che purtroppo questa distinzione ontologica in questi ultimi anni sembra un po’ sfumata, ma io la rivendico sempre, perché almeno da un punto di vista storico è esistita e ha avuto un suo peso.

Poi la partita è iniziata, preceduta da una scenografia (no coreografia, non è un balletto) degna delle nostre migliori tradizioni, almeno quella. In campo invece abbiamo continuato a sembrare loro, almeno loro della partita di andata: timidi, surclassati fisicamente e mentalmente. Fonseca ha incartato la partita ad Inzaghi disponendo i suoi uomini meglio, bloccando ogni nostra fonte di gioco, sacrificando qualche senatore, ma che contro di noi avrebbe faticato. Insomma azzeccando tutte le mosse.

Abbiamo proseguito a sembrare loro, pareggiando immeritatamente con un gollonzo che dire fortunato è poco. Un goal che rientrerà negli annali come il goal più assurdo della storia dei derby. Quando mai siamo stati fortunati nel derby? E anche nel secondo tempo sembravamo loro: addirittura il Var interviene per togliere un rigore (inesistente) assegnato alla Roma. Quando mai il Var ci ha avvantaggiati?

Per diventare esattamente come loro mancava un solo tassello: avremmo dovuto vincere in modo spudoratamente immeritato, che so, su autogoal o nell’unica occasione della partita. Ed  effettivamente ci siamo andati vicini, perché a due minuti dalla fine il tiro di Milinkovic ha fatto la barba al palo a portiere battuto. Ma noi non siamo loro e alla fine, come  la carrozza di cenerentola ridiventa zucca, come superpippo finito l’effetto delle noccioline, la sbornia è passata e ognuno è tornato ad essere quello che è. L’auspicio anzi è quello di tornare ad essere noi stessi al più presto, perché quelli di ieri eravamo veramente troppo brutti per essere veri.

Avanti Lazio!

P.S. Per fortuna anche gli Emiliano-Romagnoli hanno ricominciato ad essere quelli che sono sempre stati!

 

Se vuoi far ridere Dio, raccontagli che piani hai

C’è ancora da imparare dalla più grande metafora della realtà che siamo stati in grado di inventare negli ultimi 150 anni? Una metafora che una volta era un gioco che faceva sognare ed ora forse solamente un business per fare i soldi? Ma andiamo con ordine.

La nostra vita è regolata da regole. Che detta così sembra una specie di tautologia, se non fosse che il 90% di queste regole sono convenzioni, valgono in un tempo ed in uno spazio limitato. Persino i dieci comandamenti, principi validi un po’ per tutti, hanno comunque un periodo e un luogo di nascita. Ma insomma, che siano principi immutabili come il decalogo o siano semplici convenzioni contingenti come il codice della strada, le regole valgono per tutti i componenti di una determinata comunità.

Saremmo persi senza le regole, anche quelle che infrangiamo, anche quelle più antipatiche, perché in ogni caso ci servono come bussole per orientarci. Perché insieme alla regole, direttamente discendenti da loro, ci sono le nostre convinzioni: quei modi di pensare, quei modi di fare consolidati da anni, che stabiliscono i confini fra ciò che si può fare e ciò che sarebbe meglio evitare.

Dalle regole e dai modi di pensare derivano gli obiettivi che vogliamo raggiungere, ma anche i sogni chiusi in un cassetto. I programmi che ci siamo fatti per il futuro, dove possiamo arrivare e come possiamo arrivarci. Ma come dice la frase del titolo del post (un vecchio proverbio yiddish), le regole sono fatte per essere violate, così come le convinzioni sono fatte per essere modificate e dei nostri progetti, dei programmi, degli schemi, il Grande Capo lassù penso si faccia grasse risate. Perché la realtà può essere spesso molto più fantasiosa della nostra fantasia. E soprattutto, se non è ancora successo, non significa che non potrà succedere in futuro. Anzi.

Potrà succedere persino di vincere al 97esimo, una partita che al 93 stavi perdendo. Il calcio, nonostante tutto resta la più grande metafora della realtà. Forse non servirà a nulla, forse non ti farà arrivare in paradiso, ma se ci credi fino in fondo, tutto si può ribaltare perché niente è così definitivo, niente è così immutabile che non possa essere cambiato. Se non è ancora successo, può ancora succedere.

Il passo indietro (dedicato a DDR, ma non solo)

Quant’è difficile dire “è finita”! Ammettere che una storia si chiude, che una carriera è conclusa, che un compito finisce, che un obiettivo è raggiunto. Riconoscere, prima di tutto con se stessi, che è inutile insistere, andare avanti, far finta che ci sia altro tempo da spendere o altro spazio da occupare. Penso che in assoluto sia una delle cose più complicate del mondo. E vale in ogni situazione: nelle vicende amorose, come in quelle lavorative, nei rapporti fra le persone ed in quelli con il mondo che ci circonda.

Un caso eclatante (l’ennesimo) riguarda il capitano (o dovrei dire ormai l’ex) della seconda squadra della capitale. Il povero Daniele De Rossi, a forza di aspettare che il monumento della storia romanista togliesse le tende, è passato nel giro di un anno da capitan futuro a capitan passato, come se per lui non ci fosse mai stato un presente. Dicevo l’ennesimo caso perché di campioni che con il passare degli anni non riescono a capire che il loro tempo migliore è ormai alle spalle ne è piena la storia del calcio. Ma del resto, se è difficile per un politico o per un grande manager accettare che a settantanni (a volte anche più) sarebbe meglio dedicarsi ai piccioni ai giardinetti o ai cantieri della metro, come pretendiamo che un ragazzone di trentacinque anni, possa rassegnarsi a farsi da parte serenamente quando ha ancora una vita davanti?

Qualcuno riesce anche a reinventarsi in altri campi (mitico il portiere Sepp Maier della Germania campione del mondo nel 74 che diventò un clown o il milanista Weah che è diventato presidente della repubblica della Liberia), qualcuno rimanendo nel mondo del calcio addirittura ha una carriera migliore di quando giocava (quante seconde linee sono diventati grandissimi allenatori o addirittura presidenti di squadre). Ma tanti, soprattutto grandi campioni, hanno avuto difficoltà, perché non è facile quando si è all’apice del successo, quando si è raggiunti la cima, riuscire a trovare nuove motivazioni, nuovi traguardi.

Per questo fare un passo indietro, riconoscere che quella cosa è finita, saper dire basta è durissima. Per questo ci si ostina ad andare avanti lo stesso, facendo finta che il tempo non sia passato. Un po’ come chi si tinge i capelli o si tira le rughe. Oppure chi rimane attaccato alla poltrona come una patella ad uno scoglio. Ma dimettiamoci amici miei, togliamoci di torno! E facciamolo noi prima che siano gli altri a presentarci il ben servito. Non bariamo con il tempo, perché prima o poi verrà a vedere le carte e scoprirà il bluff, prendendosi il piatto e lasciandoci miseramente in mutande. Ripeto, non è facile, ma che soddisfazione, che dignità quando ci si riesce! Perché come dice Sun Tzu, ne “L’arte della guerra”, dobbiamo fare le battaglie che sappiamo di poter vincere. E contro il tempo, ahimè, non vince nessuno.

Detto questo, riconosco l’onore delle armi a DDR, avversario scomodo, duro, antipatico, ma con una dignità che altri non hanno avuto e gli auguro di trovare nuovi successi (anche perché calcisticamente parlando non è che….) e nuovi stimoli nella nuova vita che comincerà a breve.