Los Angeles: the End of Trial / 5

Los Angeles l’avevamo scelta principalmente perché era la tappa più semplice per rientrare in Italia. Nel viaggio di 25 anni fa eravamo stati a San Francisco, rimanendo lì per una decina di giorni ospiti di parenti, ora quindi avevamo qualche curiosità per la città degli angeli ed i suoi miti cinematografici. Diciamo subito che ci ha deluso molto. Dopo le grandi bellezze dei parchi e le follie di Las Vegas avevamo pensato di riposarci un paio di giorni nelle spiagge dell’oceano e quindi avevamo preso un appartamento alla famosa Venice Beach. E mal ce ne incolse! Purtroppo ingannati da qualche commento evidentemente pilotato siamo finiti in un posto assurdo, sporco, decadente, lontano parente rispetto a quello presentato nelle foto. Lezione da imparare e tenere a mente: le recensioni vanno lette tutte e soprattutto vanno valutate! Infatti fra i diversi giudizi positivi (tutti americani) ce ne era anche qualcuno molto negativo (guarda caso francesi e spagnoli). Morale della favola, nonostante avessimo già pagato l’intero importo, abbiamo deciso di andare via, scegliendo un albergo in un’altra zona.

Infatti, oltre ad essere una catapecchia la casa che avevamo scelto, siamo rimasti inorriditi anche dalla località. Speriamo che la nostra Venezia non si riduca mai come la sua omonima americana! Evitate di andarci e se proprio volete dargli un’occhiata vi consiglierei di farlo di giorno. Il ché non vi impedirà di vedere tossici e sbandati buttati per le strade, ma forse vi eviterà qualche guaio peggiore!

In effetti, come capita anche ad altre grandi città, ma in particolare in questo caso, parlare di Los Angeles è davvero un’astrazione. Basti pensare che la sua estensione geografica è pari alla regione Lazio: in realtà sono tante città messe insieme, l’una totalmente differente dall’altra, attraversate da strade gigantesche sempre, costantemente piene di un traffico senza regole se non quello del limite di velocità. Per il resto in quelle 5 o 6 corsie ognuno fa quel che vuole, superando sulla destra oppure uscendo o cambiando direzione senza mettere frecce. Il traffico è la metafora di come vivono gli americani: ognuno fa quel che vuole, (apparentemente) nessuno controlla, il più forte va avanti, gli altri rimangono indietro. In questo Los Angeles con i suoi eccessi e le sue contraddizioni è assolutamente esemplificativa. Puoi trovare le magnifiche ville di Beverly Hill ed insieme lo squallore più assoluto di Venice. Ma anche nella stessa Hollywood Boulevard, accanto o direttamente sopra le famose stelle delle star, incontri dei relitti umani abbandonati a se stessi come fossero rifiuti.

Personalmente sono sempre stato antiproibizionista. Ritengo che la legalizzazione delle droghe sarebbe un colpo mortale per le mafie di qualsiasi latitudine e non cambio opinione. Però girando per Las Vegas e ancor più a Los Angeles capisci che in ogni caso qualsiasi legalizzazione non dovrebbe mai significare un libero smercio senza regole. Quello che ho visto lì, la quantità di larve umane ad ogni angolo delle strade non può non farti riflettere. Ma passiamo alla descrizione di questi ultimi due giorni di viaggio.

Come detto il primo giorno, arrivati verso l’ora di pranzo, l’abbiamo perso per trovare una sistemazione migliore di quella già prenotata, poi in serata abbiamo fatto un giro a Manhattan Beach, altra località di mare, meno famosa, ma decisamente più frequentabile. Il giorno dopo ci siamo diretti al Griffith Observatory, uno dei punti migliori per vedere dall’alto la città e per ammirare la famosa scritta Hollywood che la contraddistingue.

Nel pomeriggio poi ci siamo spostati prima in Hollywood Boulevard, la già citata via delle stelle del cinema e poi a Rodeo Drive, la famosa via della moda di Beverly Hill.

In serata poi ci siamo spostati nuovamente al mare, stavolta a Santa Monica dove termina la Route 66.

Il giorno dopo, avendo il volo in tarda serata, abbiamo continuato il giro della città. In mattinata abbiamo visto Downtown, girando un po’ fra i grattaceli (niente a che vedere con New York) e alcune cose caratteristiche, come la biblioteca in stile tempio egizio, famosa per essere stata set di Ghostbuster.

Nel pomeriggio abbiamo fatto un tuffo in Messico, visitando il caratteristico El Pueblo, un mercatino etnico molto simpatico e poi ci siamo spostati nella famosa Melrose Avenue con i suoi caratteristici murales.

Voi direte, tutto qui? Ebbene sì! Certo, poi si potrebbero visitare gli Studios di Hollywood o andare a Disneyland, il primo parco a tema di questo genere, altrimenti  mi dicono molto bello anche il Getty Museum, il museo di arte contemporanea, ma al di là di questo, la – o meglio – le città che compongono Los Angeles non offrono molto altro. E così, 18 giorni e 6300 chilometri dopo, abbiamo lasciato la nostra macchinona al parcheggio della Alamo e ci siamo imbarcati per Roma, dove siamo atterrati quasi 24 ore dopo (11 di volo, 2 di ritardo, 9 di fuso orario).

Che dire in conclusione? Senza dubbio un viaggio indimenticabile, che ti lascia nella mente dei paesaggi indimenticabili e qualche interrogativo sull’America e gli americani.  Rispetto a 25 anni fa, per certi versi ho notato meno differenze: mi ricordo che rimasi letteralmente sconvolto dalla quantità di persone grasse, ma soprattutto dalla tipologia, perché gente in carne ce n’è anche da noi, ma persone così sformate dall’adipe è raro vederne. Allora erano molto più frequenti di oggi. In questo sono migliorati, anche se continuano ad avere un alimentazione esagerata di zuccheri e di grassi.

Basti pensare che la coca cola costa meno di un acqua minerale e soprattutto – delizia dei miei figli – il secondo (ma ho idea anche il terzo o il quarto) bicchiere di qualsiasi bibita gassata è gratuito, compreso nel prezzo del primo. A me certe cose sembrano contraddizioni enormi, come la lotta che fanno contro il fumo: le sigarette sono vietate ovunque, poi però come dicevo trovi tossici e sbandati al primo incrocio. Non esiste una mentalità ecologista di massa, non abbiamo trovato raccolta differenziata dei rifiuti da nessuna parte, in nessuno dei 6 Stati che abbiamo visitato. Però in compenso ho visto cani…con le scarpe!

Insomma, se è vero che loro sono qualche anno avanti a noi, auguriamoci di andare in un’altra direzione, perché non credo proprio che la loro sia quella giusta.

Spero di aver dato qualche suggerimento utile per chi volesse ripercorrere anche solo in parte il nostro percorso. Ovviamente se avete domande o curiosità specifiche su qualcuna delle località raccontate sarò ben felice di darvi qualche consiglio in più.

Viva Las Vegas! / 4

Las Vegas sembra uscita fuori dalla mente fantasiosa di un disegnatore di fumetti. Non mi sarei stupito se mi avessero detto che in realtà era nata come set di un film di Walt Disney! Di fatto, più che una città, è un gigantesco Luna Park con attrazioni ad ogni angolo della strada. E non a caso ho usato il singolare, perché in realtà la città è solo una strada “The Strip” lunga una decina di chilometri, con molte traverse che però di fatto non portano da nessuna parte. Tutto si svolge lì, lungo questa interminabile giostra, dove hanno riprodotto le più grandi opere architettoniche del mondo: dal Colosseo, alla Sfinge egizia, la Torre Eiffel o il campanile di San Marco.

Arrivando verso l’ora di pranzo, abbiamo deciso di dedicare il pomeriggio allo shopping, facendo un giro al North Premium Outlet, un grande centro commerciale dove i prezzi dei prodotti delle marche statunitensi, si trovano a prezzi inimmaginabili: magliette Lacoste o borse Michael Kors a meno di un quarto di quanto si trovino altrove. Una cuccagna per la parte femminile della nostra comitiva. Una specie di disgrazia per noi maschietti che non riuscivamo più a trascinarle via!

Nel tardo pomeriggio ho accompagnato il figliolo ad una meta per me sconosciuta, ma non per lui che si guarda queste trasmissioni strane che danno su Sky. Una di queste si chiama Gold & Silver Pawn – Affari di famiglia ed è girata proprio qui, in un negozio di pegni in cui si trovano grandi pezzi di antiquariato, stranezze e paccottaglie varie insieme a veri e propri cimeli: armi della guerra di secessione, piuttosto che oggetti appartenuti a quella o quell’altra star. Cinfesso che non l’avevo mai sentito nominare prima, ma mai avrei creduto di trovare una vera e proprio folla che visitava il negozio e fotografava l’insegna fuori neanche fosse un monumento famoso!

La sera poi abbiamo percorso un bel tratto della Strip, visitando qualche Casinò e quindi buttando qualche dollaro nelle famose slot machine. Che rispetto a quanto mi ricordavo hanno perso molto del loro fascino: non c’è più la famosa leva che faceva muovere il meccanismo del gioco, né ci sono più i gettoni. Tutto elettronico, tutto molto più silenzioso, ma anche molto meno “poetico”! Lo sono sempre state, ma adesso ancor più, possiamo dire che sono solamente macchinette mangia soldi. La cosa più bella sono i giochi d’acqua organizzati nella piscina del Bellagio, anche questa una perfetta ricostruzione di quello del Lago di Como.

Ogni quarto d’ora le fontane si scatenavano al ritmo di musica, ogni volta diversa: dall’immancabile Elvis al sempre azzeccato Glenn Miller, bisogna dire che è forse l’unica cosa veramente bella e non pacchiana. A parte questo il lusso degli alberghi-casino e le luci sfavillanti delle varie attrazioni fanno da stridente contraltare con tutto il resto: basta voltare un angolo, girare per le traverse che ti allontanano da questa enorme giostra e ti trovi davanti ubriachi o tossici buttati per strada, abbandonati a se stessi come da noi neanche un cane randagio. La presenza massiccia delle forze dell’ordine attutisce solo un poco il disagio e la sensazione di insicurezza che si prova, ma purtroppo questa è l’altra faccia della luna, che a Los Angeles avremo poi modo di vedere in tutta la sua drammaticità.

Ed è proprio quella la meta verso la quale ci dirigiamo il giorno dopo, per terminare il nostro lungo viaggio sulle spiagge della California!

I parchi dello Utah: Canyonland, Arches, Bryce Canyon / 3

Pur essendo Stati confinanti e tutto sommato molto simili geograficamente parlando, tra Arizona ed Utah la differenza salta agli occhi. Soprattutto se come noi passate dalla riserva Navajo! Da una parte casette mezze diroccate, baracche in legno e lamiera, terra deserta a perdita d’occhio, dall’altra villette con giardinetto e bandiera americana, campi coltivati anche in maniera intensiva. C’è poco da nascondere, purtroppo la situazione dei nativi americani è ancora molto critica, l’integrazione c’è stata solo marginalmente e la povertà generale è tangibile.

Al contrario lo Utah, terra dei mormoni, dà proprio una sensazione di prosperità, sembra quasi la nostra Emilia Romagna, gente laboriosa che ha saputo piegare la natura ai propri bisogni, senza stravolgerne le caratteristiche, ma senza dubbio cercando di trarne il meglio. Che i mormoni siano poi impaccati di soldi lo sappiamo bene anche a Roma, dove hanno costruito una cattedrale da fare invidia ai monumenti di Santa Romana Chiesa! Il primo approccio con loro ce l’abbiamo avuto a Bluff, paesino vicino al confine con l’Arizona, a circa venti chilometri dalla Monument Valley. Qui hanno creato una perfetta ricostruzione di un villagio dei pionieri che fa vedere il loro stile di vita, con tanto di filmati ed audio in tutte le lingue (compreso l’Italiano). Per i più minchioni disposti allo scherzo, c’è anche la possibilità di vestirsi come veri pionieri e posare in mezzo al villaggio (potevo perdermi l’occasione?)

Da lì ci siamo diretti a Moab, cittadina che si trova proprio nei pressi di due parchi: Canyonland e Arches. Il primo è una sorta di Grand Canyon in piccolo. Lo si riesce a visitare in un pomeriggio, sempre seguendo i percorsi in macchina che portano ai vari affacci.

Dovessi fare una classifica, fra i sei parchi che abbiamo visitato, forse questo è il meno caratteristico, però era lì a due passi, comunque offre scorci interessanti e dunque non posso dire che non ci sia piaciuto. Anche qui il fiume Colorado disegna dei percorsi molto caratteristici.

Tutt’altro discorso invece riguarda il parco di Arches, che poi era il vero obiettivo che ci aveva spinto da quelle parti. Come dice il nome, la cosa caratteristica, che si trova anche altrove ma che lì è davvero preponderante, è la presenza di archi di pietra, formati dall’erosione, dal vento e dall’azione di altri agenti naturali che si sono divertiti nel corso dei millenni a creare scenari molto suggestivi.

Anche questo parco è possibile visitarlo limitandosi a fare il giro in macchina nei vari affacci, oppure avventurandosi in alcuni sentieri che costeggiano le rocce più caratteristiche. Varrebbe la pena dedicarci una giornata intera, ma noi siamo capitati nella giornata penso più calda degli ultimi anni e quindi di passeggiate ne abbiamo fatte ben poche, perché il rischio di squagliarsi fra le rocce era tangibile. Gran peccato, perché alcune formazioni rocciose sono molto particolari e varrebbe la pena avvicinarsi il più possibile.

Hai la sensazione che un bambino gigante si sia divertito a fare delle costruzioni con dei massi enormi, come castelli di carta, mettendoli in equilibrio uno sull’altro. Per dire l’importanza di questo parco, basti pensare che il simbolo dello Utah è il Delicate Arch, una delle formazioni rocciose presenti qui, che noi abbiamo visto solo da lontano perché come vi dicevo avventurarsi a piedi sarebbe sato troppo complicato (qui sotto sulla sinistra).

Da Moab il giorno dopo di nuovo in macchina per l’ultima destinazione di questo giro naturalistico: il parco di Bryce Canyon. Sempre seguendo quella ipotetica classifica di cui vi dicevo, sarei tentato di mettere questo parco al primo posto fra tutte le bellezze che abbiamo visitato perché i colori che si vedono in quelle rocce, dal rosso all’arancione aragosta non hanno paragoni in nessun altro parco.

Anche in questo caso abbiamo fatto bene ad arrivare il giorno prima, in modo da avere poi una giornata completa per la visita. Come per il Grand Canyon l’organizzazione del posto è molto efficiente: anche qui ci sono delle navette che ti portano in quasi tutti gli affacci e poi da lì c’è la possibilità di scendere lungo sentieri oppure costeggiare il Canyon lungo un sentiero quasi sempre asfaltato. Che poi in realtà non si tratta di un Canyon vero e proprio, ma piuttosto di un enorme anfiteatro dentro il quale ci sono queste formazioni rocciose (chiamate Hoodoos), che sembrano gigantesche stalagmiti, formate nel corso dei millenni dall’erosione dell’acqua. Infatti originariamente tutta l’area era sommersa dal mare che poi, sempre a causa dei cambiamenti climatici, si è ritirato, lasciando questo spettacolo di rara bellezza.

Avremmo voluto scendere per i sentieri fino a raggiungere il fondo valle, ma il caldo anche in questo caso ci ha fatto desistere. Abbiamo percorso un tratto per un’oretta e debbo dire che poi risalire è stata davvero dura! Anche perché non bisogna dimenticare che ci troviamo a circa 2400 metri di altitudine e quindi anche l’aria è molto rarefatta (mi dicono che in inverno con la neve lo spettacolo è ancora più impressionante).

E così possiamo dire senza ombra di dubbio di aver concluso in bellezza la parte naturalistica del viaggio. Per chi volesse ripercorrere questo giro, riassumo mete e giorni:

  1. Visita di Williams e Seligman e arrivo nel pomeriggio a Grand Canyon
  2. Visita del grand Canyon
  3. Mattina visita del Grand Canyon, pomeriggio spostamento ad Holbrook
  4. Visita del Deserto Dipinto
  5. Spostamento con visita alla Monumenti Valley
  6. Visita di Bluff e spostamento a Moab, pomeriggio visita a Canyonland
  7. Visita di Arches
  8. Spostamento verso Bryce Canyon
  9. Visita Bryce Canyon

Se come vi dicevo aveste la possibilità di aggiungere un paio di giorni, così da vedere il Canyon de Chelly e Lake Powell, avreste chiuso il cerchio, visitando le maggiori attrazioni di Arizona e Utah. In ogni caso, con una macchina a disposizione, una decina di giorni sono sufficienti per girarli tutti. Ovviamente avendo qualche giorno in più si può decidere di fermarsi per visitare in modo più approfondito Grand Canyon e Brice Canyon, che sono quelli che offrono più possibilità.

Noi, prima del ritorno in Italia, abbiamo ancora altri due Stati da visitare con due mete, stavolta più civilizzate (“c’hai portato a vedere dieci giorni di sassi“…quel poeta di mio figlio): la prima è l’incredibile Las Vegas!

I parchi dell’Arizona: Grand Canyon, Foresta Pietrificata e Monument Valley / 2

La cosa più seccante di questo viaggio, l’unico vero inconveniente sono stati i ritardi aerei: sia il Roma NY che il NY Phoenix ci hanno fatto perdere più di sei ore! Così, dopo una lunga attesa siamo arrivati in Arizona in tarda serata. Il tempo di familiarizzare con un macchinone gigantesco e via a dormire in albergo. Dopo il gran caldo sofferto a NY dovendo girare per deserti e praterie temevamo un po’ le temperature che invece ci hanno piacevolmente stupito: una leggere pioggerellina ci ha fatto compagnia nel tratto che da Phoenix ci ha portato verso la mitica Mother Road, la Route 66, che con i suoi 3000 chilometri collega Chicago a Los Angeles. Prima di arrivare al Grand Canyon quindi ci siamo tuffati nelle atmosfere del mito americano, alla scoperta del west lungo questa celeberrima strada, visitando un paio di cittadine caratteristiche: Seligman e Williams.

Una delle idee iniziali per questo viaggio era proprio quella di percorrere tutta la Route 66. Si può fare, con qualche difficoltà perché in alcuni punti è quasi nascosta e in altri è stata soppiantata da alcune Interstate (diciamo, le nostre autostrade): avevo fatto un itinerario, con le varie tappe che coprivano i 18 giorni di viaggio attraverso i 3000 chilometri che la compongono, però alla fine ho desistito. Sarebbe stato bello, ma probabilmente vale la pena farla se si hanno più giorni a disposizione, altrimenti rischi di stare sempre in macchina. Al termine del viaggio abbiamo fatto più del doppio dei chilometri, ma spesso utilizzando le Interstate, che comunque hanno dei limiti velocità quasi accettabili (in media 110 km ora), mentre nelle strade normali non si va a più di 80.

Visitare il Grand Canyon si può fare in molti modi, a seconda del tempo che si ha e della voglia di scarpinare: noi arrivando la sera prima, avevamo poi un giorno e mezzo a disposizione. Diciamo subito che in teoria ci sono tre lati da cui si può visitare: il lato sud, che è quello più famoso, il più comodo ed il più attrezzato, il lato nord, più selvaggio e meno accessibile e poi recentemente sono stati aperti degli affacci su cosiddetto lato ovest, anche questo abbastanza scomodo da raggiungere. Come quasi la totalità dei visitatori quindi ci siamo concentrati sul South Rim.

L’entrata di tutti i grandi parchi è a pagamento, sempre intorno ai 30 dollari a macchina. Era un’informazione che non avevo raccolto prima di partire, altrimenti avrei fatto senza dubbio la tessera da 80 dollari che ti permette di entrare in tutti i parchi nazionali degli States (tranne la Monument Valley che si trova all’interno della riserva ed è gestita esclusivamente dai Navajo). In ogni caso, il biglietto di entrata è valido per una settimana, quindi ti permette di visitare il Parco con comodità. Rispetto a come ce lo ricordavamo 25 anni fa è molto cambiato: non certo nei panorami mozzafiato, ma nelle strutture di accoglienza. Oltre alla possibilità di girare con la propria macchina ora c’è un comodissimo servizio navetta, che ti porta in tutti gli affacci più importanti con una frequenza da fare invidia alla metropolitana di Roma: durante le ore diurne ogni quarto d’ora i pullman delle navette ti portano da un punto all’altro come fossero appunto stazioni della metro. I vari affacci sono raggiungibili anche a piedi, lungo un sentiero per la maggior parte dei tratti anche asfaltato.

Certo, la cosa più bella sarebbe scendere da uno dei diversi sentieri che si avventurano all’interno del Canyon ed arrivano al fondo valle, lungo il corso del fiume Colorado che nei millenni ha scavato le rocce formando questo scenario da sogno. Per percorrerlo tutto fino al fiume ci voglio tra le 10 e le 12 ore, ma arrivati ad un certo punto ci sono dei rifugi che – prenotando per tempo – danno la possibilità di dormire gratuitamente, per poter quindi risalire il giorno successivo. Ovviamente sono sentieri impegnativi, che non avevamo né il tempo, né la voglia di percorrere:  ci siamo limitati a scendere per un tratto, così per farci un’idea e toglierci anche questa curiosità.

Se ci si limita al percorso lungo il Rim, una giornata e mezza sono sufficienti. Il primo giorno abbiamo utilizzato la nostra macchina, per percorrere i 40 chilometri di affacci che vanno dal campo base alla Torre indiana (ricostruita negli anni 30 del secolo scorso). Nella mattinata del secondo giorno invece, con le navette (in questo tratto la circolazione dei veicoli privati è interdetta nei mesi estivi) abbiamo visitato la parte ad ovest del campo base, fino all’ultimo affaccio, Hermits Rest.

Lo spettacolo è davvero incredibile. Ci si scopre piccoli e quasi inermi di fronte a questo scenario imponente dove la natura sembra aver voluto dare sfoggio della sua maestosità.

Lasciato il Grand Canyon ci siamo diretti ad Holbrook, un’altra caratteristica cittadina lungo la Route 66. Da qui il giorno dopo abbiamo visitato il secondo parco, la Petriefed Forest and Painted Desert. Tutt’altro scenario rispetto a quello dei giorni precedenti: qui lasciati alle spalle i boschi del Grand Canyon e l’immensa prateria che costeggia la Ruote, ci troviamo proprio in mezzo al deserto, un deserto “dipinto”, grazie alle diverse stratificazioni rocciose che lo compongono, ma sempre deserto!

Nella parte conclusiva del parco poi si trovano tutta una serie di alberi letteralmente pietrificati. Il rapido quanto radicale mutamento climatico avvenuto qualche milione di anni fa ha determinato questo stranissimo fenomeno.

Una mattinata è sufficiente per compiere in macchina l’intero tragitto all’interno del Parco, compresa anche qualche breve passeggiata per vedere alcuni punti caratteristici. Nel pomeriggio abbiamo ripreso un po’ di fiato e di forze, girando per i negozietti di Holbrook, nuovamente dedicati alla Mother Road!

Il giorno successivo ci aspettava il terzo parco dell’Arizona, quello reso celebre da tanti film western, la Monument Valley. Come dicevo ci troviamo all’interno della riserva anzi della nazione indiana dei Navajo, la più grande degli Stati Uniti, anche se gran parte desertica. Anche questa l’avevamo visitata allora, ma qui le cose rispetto al Grand Canyon non sono cambiate più di tanto. Il percorso possibile è su per giù sempre lo stesso, attraverso una pista non asfaltata che corre lungo tutta la valle, incorniciata da queste strutture rocciose davvero bellissime.

Già che ci sono, due parole voglio spenderle anche per gli altri due parchi dell’Arizona che vedemmo venticinque anni fa. Stavolta non ci siamo stati perché abbiamo preferito vedere posti in cui non eravamo stati, ma doveste pianificare un viaggio lì, avendo un altro paio di giorni a disposizione, ve lo consiglio. Si tratta del Canyon de Chelly, un bellissimo Canyon molto più piccolo, in cui è possibile scendere ed attraversare con la propria macchina e il Glen Canyon, che sarebbe la parte alta del Grand Canyon, dove una gigantesca diga ha bloccato le acque del Colorado creando Lake Powell, un grande lago visitabile con dei barconi che risalgono il fiume fino al famoso Raimbow Bridge, un gigantesco arco di pietra, che sembra appunto un arcobaleno. Due scenari molto particolari, differenti dagli altri, che vale la pena visitare. Lasciata la Monument Valley si trova il punto esatto in cui il mitico Forrest Gump decide di smettere di correre. Inutile dire che ora è una meta imperdibile per una foto e dopo tanto girare, anche io ero “un po’ stanchino!”

Come dicevo purtroppo i giorni a disposizione non erano sufficienti per vedere tutto (ed altro ancora ci sarebbe!) e per noi era tempo di lasciare l’Arizona e dirigersi verso nord, per visitare i parchi dello Utah!

Resoconto semiserio di 3 giorni a New York / 1

Il nostro soggiorno a New York comincia in un altro Stato e più precisamente a Hoboken, ridente cittadina del New Jersey che si affaccia di fronte a Manhattan da cui è divisa dall’Hudson. Un amico che ha dei parenti lì mi aveva suggerito questa soluzione, che ha alcuni benefici, ma anche degli indubbi svantaggi. Avevamo preso un bell’appartamento ad un prezzo che senza dubbio a Manhattan non avremmo trovato e la sera eravamo nella cittadina che ha dato i natali a Frank Sinatra, in una zona molto tranquilla, a cinquanta metri dal famoso Mago delle torte, di cui abbiamo saggiato le indubbie capacità.

Lo svantaggio maggiore è stato il fatto che, pur essendo a 15 minuti di metro dal centro di Manhattan, le linee che collegano Hoboken non fanno parte del circuito cittadino di New York. Hanno lo stesso prezzo (una corsa 2,75 dollari), ma non rientrano nell’abbonamento settimanale, che con 30 dollari è indubbiamente la soluzione più economica per girare la Grande Mela. E poi certo, girando tutto il giorno, una volta tornati a casa la sera, difficilmente ti vien voglia di uscire nuovamente e tornare a NY per un giro notturno. Insomma, pro e contro. Non so se rifarei la stessa scelta, però doveste fare un giro da quelle parti, comunque un salto lì ve lo consiglio.

Vedere NY in tre giorni, se escludiamo i musei come avevamo deciso fin da subito, è abbastanza soddisfacente. Ovviamente ci si potrebbe rimanere una settimana e più e non correresti il rischio di annoiarti, ma con un programma ben definito, si riescono a vedere le maggiori attrazioni anche con soli tre giorni. Il primo giorno abbiamo girato a piedi nella zona centrale di Manhattan: Broadway, Times Square e zone limitrofe, partendo ovviamente dalla mitica 5th Avenue.

Rispetto a 25 anni fa mi ha fatto tutta un’altra impressione: caotica, piena di gente, ma tutto sommato tranquilla. Quell’inquietudine generale che ricordavo aver provato allora, quel senso di insicurezza generale, non l’ho proprio avvertito, né girando per le strade, né in metropolita. Sarà che allora eravamo giovani e sprovveduti, che non avevamo poi girato il mondo più di tanto, sarà che ormai con internet e un telefono in mano azzeri qualsiasi distanza, in ogni caso mi è sembrata quasi familiare. Nel pomeriggio siamo saliti sulla Freedom Tower, il grattacielo che ha preso il posto delle Torri Gemelle, con un panorama mozzafiato su tutto il circondario.

Nella salita in ascensore fino al 101 piano viene proiettato sulle pareti l’evoluzione dello skyline di NY ad un ritmo accelerato, dagli inizi del 900 ad oggi: il tutto in meno di 30 secondi! Veramente emozionante.

Il secondo giorno l’abbiamo dedicata a Upper Manhattan. Siamo arrivati ad Harlem, visitando la grande cattedrale cattolica costruita dalla fine dell’800 fino agli anni 50: la più grande Chiesa del mondo la definiscono. Non so se sia così, ma indubbiamente è gigantesca (come quasi tutto, del resto).

Abbiamo girato un po’ per il quartiere e poi ci siamo infilati nel Central Park, dove abbiamo fatto un bel percorso fra i luoghi più famosi del parco.

La mattina del terzo giorno siamo andati a Downtown, visitando il World Trade Center e il Memorial delle Torri Gemelle

Poi un po’ di shopping a Century 21 un outlet fornitissimo dove soprattutto i marchi americani si comprano ad ottimi prezzi. Nel pomeriggio immancabile giro in barca alla Statua della Libertà e poi a Ellis Island, il punto in cui gli immigrati erano tenuti in quarantena e dove veniva deciso il loro destino: accolti o rifiutati!

Il quarto giorno avevamo l’aereo per Phoenix dove sarebbe cominciato il nostro giro per i parchi, ma nella mattinata abbiamo fatto in tempo a fare un ulteriore salto a NY per vedere più da vicino il famoso Ponte di Brooklin

Come dicevo, NY si fa conoscere ed apprezzare anche con un tempo così ridotto. Le distanze non sono poche, ma con la metropolitana si gira abbastanza bene in tempi ragionevoli e poi ovviamente si cammina tanto! Gli efficientissimi smartphone ci hanno documentato una media di 13 kilometri al giorno, con il picco di 18 il primo giorno. Ci ritorneremo, perché vale la pena calarsi meglio nella realtà cittadina, ma come primo assaggio soprattutto per i ragazzi, possiamo ritenerci soddisfatti. E poi questo era appunto solo il trampolino di lancio verso la meta vera e propria: nel pomeriggio siamo tornati a Newark e ci siamo imbarcati per la tanto desiderata Arizona!

Te la do io l’America

Quello che abbiamo viaggiato insieme, nessuno potrà più portarcelo via

Se c’era un sogno nella mia vita, che prima o poi ero certo di realizzare, era quello di tornare in Arizona. C’ero stato in viaggio di nozze, venticinque anni fa, il viaggio della vita. E così non mi sono lasciato scappare l’occasione dei festeggiamenti per la ricorrenza per tornare. “Ma con tutte le mete e le destinazioni esistenti. Con tutti i posti che non hai ancora visto, perché tornare dove sei già stato?”

Bella domanda. A cui però non c’è una risposta. Non lo so perché: forse perché il viaggio più autentico è sempre un ritorno, forse perché ognuno di noi ha un posto del cuore ed è lì che vuole sempre ritornare. Oppure magari è vero che ho letto troppi fumetti western! In ogni caso se mi avessero chiesto, potendo fare un viaggio, dove vorresti andare? Non avrei avuto dubbi, in Arizona! E così da un annetto circa ho cominciato a pianificare il viaggio, scegliendo l’itinerario, individuando le cose da vedere, monitorando le tratte aeree e le sistemazioni migliori. Per l’occasione anche i figli, dopo qualche discussione e qualche concessione, hanno deciso di seguirci e poi si sono agginti anche alcuni amici carissimi. Alla fine eravamo in sette: come i magnifici sette, le sette meraviglie i giorni della settimana o se preferite i nani di Biancaneve.

Fosse stato per me avrei concentrato il viaggio nel selvaggio west, ma che fai, vai in America e non passi a New York? E così la prima tappa era scontata. Per rientrare in Italia poi bisognava comunque arrivare in California e non vuoi fare un salto a Las Vegas? E così anche la penultima e l’ultima tappa erano stabilite e direi quasi obbligate: 18 giorni in tutto, perché di più non avrebbero retto né il nostro portafogli, né la pazienza dei figli che volevano essere in Italia per Ferragosto.

E’ stato un viaggio fantastico, quasi meglio di come me l’ero immaginato, con qualche contrattempo, che però è quasi inevitabile, ma con moltissime cose belle che ci rimarranno dentro per molto tempo. Dividerò il resoconto a tappe, seguendo il nostro itinerario, così da non appesantire la lettura dei miei pazienti viaggiatori ermeneutici. Per cominciare confermo quello che scrivevo qui riguardo l’America e gli americani, per il resto vi rimando alla prima tappa, che ovviamente riguarderà la grande mela: New York City!

 

 

Resoconto semiserio di 4 giorni a Gerusalemme – Seconda parte

Era tantissimo tempo che avremmo voluto andare in Terra Santa e come scrivevo nel post precedente, l’occasione del trasferimento lì di Filippo, nostro amico carissimo, ci ha dato l’occasione giusta. Partendo presto il venerdì e tornando tardi il lunedì siamo riusciti a fare 4 giorni pieni, visitando Gerusalemme quasi da cima a fondo.

La cupola dorata della grande Moschea al tramonto

Per il trasferimento dall’aeroporto di Tel Aviv abbiamo preso lo Sherut, una sorta di taxi collettivo, che parte una volta riempiti i dieci posti a disposizione e poi ti lascia in città nel punto richiesto. Soluzione economica (circa 15 euro a persona), ma non comodissima a livello di tempi: sarebbe stato meglio prendere il treno che stanno allestendo, ma che ancora ha orari provvisori e giust’appunto il venerdì ha ancora poche corse. Con lo Sherut bisogna calcolare circa un’ora e mezza, perché oltre i chilometri c’è la variabile traffico: per capirne il livello a Gerusalemme posso affermare tranquillamente che al confronto Roma sembra Bolzano, un po’ più ordinata!

Piatto tipico, verdure speziate e al centro l’immancabile Humus di ceci

Gerusalemme si può idealmente dividere in tre zone: la parte propriamente israeliana, simile in tutto ad una moderna città occidentale, la parte araba in cui solitamente i turisti non vanno, né al di qua, né tanto meno al di là del muro e poi la città vecchia, circondata da mura in pietra risalenti alla dominazione ottomana, che racchiude buona parte delle cose da visitare. A sua volta la città vecchia è suddivisa in 4 zone: il quartiere cristiano, quello arabo, quello israeliano e quello armeno. Il vantaggio di visitare un luogo con una persona che ci abita ti permette di vedere cose che un turista normale magari non riesce a vedere e soprattutto di vivere la città, assaporando le sensazioni autentiche delle persone che la vivono tutti i giorni.

Porta di Damasco, una delle principali per entrare nella città vecchia

Al di fuori e proprio di fronte alla città vecchia si trova poi il monte degli ulivi, oggi confine con la parte araba, teatro di scontri violenti, ma luogo cardine di tutte e tre le religioni. Lì i vangeli raccontano eventi determinanti della storia di Gesù, anche in questo caso segnati da una serie di Chiese, ma quello è anche il luogo dove, sia secondo l’Islam, sia secondo l’ebraismo, ci sarà il giudizio finale della fine del mondo. Infatti, non a caso, è pieno di tombe di fedeli – soprattutto ebrei – che da tutto il mondo vogliono essere sotterrati lì per essere presenti quando succederà.

Ognuno di quei puntini bianchi è una tomba!

Anche qui, il vantaggio di essere fuori dai percorsi più propriamente turistici, ci ha dato modo di girovagare un po’ anche nella zona araba vera e propria. Nessun monumento, ma la vita di tutti i giorni di uomini e donne che vanno a lavoro, ragazzi che vanno a scuola e vivono all’apparenza una vita normale. Poi basta girare lo sguardo in qualche angolo e vedi gruppi di militari con i mitra spianati e capisci che la guerra non è mai finita. Poveretti che vivendo al di là del muro sono costretti ad ore di fila ai check point, che a volte chiudono senza motivo. Il muro ha diminuito drasticamente gli attentati, ma ha diviso in maniera brutale le persone, che si trovano divise dagli affetti o dal lavoro e che per andare in posti che in linea d’aria sono a cinque minuti di cammino, devono fare ore di viaggio.

Il “pinnacolo” del tempio, l’angolo delle mura più elevato visto dal monte degli ulivi

Sulla città vecchia ci sarebbe da parlare per ore, ma come ormai sapete questi sono resoconti semiseri, mica penserete di trovarci itinerari già pronti! La cosa più bella è girovagare per i vicoletti, passando dal suk arabo, alla parte israeliana, partendo dalla porta di Davide in alto, scendendo verso il già citato Kotel che si trova alla fine della città vecchia, sotto la spianata delle moschee di cui ho già parlato nel post precedente, così come della basilica del Santo Sepolcro. Oltre a questi la città vecchia ha una serie impressionanti di luoghi e riferimenti storici, soprattutto cristiani: si ha la possibilità di ripercorrere tappa su tappa tutto un insieme di eventi narrati nel Vangeli, con le varie stratificazioni storiche che si sono susseguite nei secoli.

Il suk arabo nella città vecchia

Dai romani, agli arabi, dai crociati ai turchi, tutti quelli che hanno avuto il controllo della città hanno lasciato tracce, spesso affastellate l’una su l’altra. Questa da una parte ha fatto sì che l’identificazione dei luoghi sia molto attendibile, dall’altra ha creato delle sovrapposizioni strane, in cui a volte si perde il senso del luogo originario. Non per voler parlare solo di quello, ma certo, anche in questo caso, la basilica del Santo Sepolcro è davvero emblematica. Si fa fatica ad immaginare la collina, l’orto, la tomba, dentro quest’insieme di cappelle, archi, monumenti, quadri. Ma per fortuna, come già detto, la nostra guida d’eccezione, ci ha portato in un posto fuori dalle mura in cui si trova la tomba della famiglia del Re Erode il grande, contemporaneo quindi di Gesù. E qui si capiscono davvero come dovevano essere i luoghi originari.

 

 

 

 

 

Chi ci sposterà la pietra?

 

In 4 giorni il mio solerte smartphone mi ha testimoniato che abbiamo percorso 56 km, ma comunque ti rimane la sensazione di essere riusciti a malapena a vedere solo le cose principali. Girare da soli ovviamente ci ha agevolato anche se dalla domenica abbiamo avuto la piacevole compagnia di un gruppo di ferraresi a cui il nostro amico Filippo doveva fare da guida. Con loro abbiamo visitato le basiliche presenti nel monte degli Ulivi che ricordano i momenti chiave della fede cristiana e degli ultimi giorni della vita di Gesù. Non è mancato neanche un giro a Mamilla Avenue e Jaffa Street nella parte più propriamente israeliana, piene di negozi del tutto simili a quelli che si trovano in ogni capitale europea, ma anche luoghi di incontri fuori dal comune, tipo quelli fotografati qui sotto.

Un Sefardita (a sinistra, originario della Spagna) e un Ashkenazita (originario dell’est europa)

Come forse avrete intuito è un posto che ti rapisce e che ti entra dentro. Non a caso è la città santa da migliaia di anni e per miliardi di persone. Troverà mai la pace? Domanda difficile, un po’ come chiedersi se gli uomini la troveranno mai. Se la troveremo mai noi! Nelle nostre vite, con i desideri inespressi e le ansie quotidiane, vincendo le nostre paure, mettendo da parte le voglie di rivalsa, i rimorsi ed i rimpianti. Mi vengono in mente le parole dell’Apocalisse, perché dobbiamo crederci che arriverà quel giorno, ma non penso sia ancora molto vicino.

Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. (Ap 21, 1-4)