Resoconto semiserio di 4 giorni a Gerusalemme – Seconda parte

Era tantissimo tempo che avremmo voluto andare in Terra Santa e come scrivevo nel post precedente, l’occasione del trasferimento lì di Filippo, nostro amico carissimo, ci ha dato l’occasione giusta. Partendo presto il venerdì e tornando tardi il lunedì siamo riusciti a fare 4 giorni pieni, visitando Gerusalemme quasi da cima a fondo.

La cupola dorata della grande Moschea al tramonto

Per il trasferimento dall’aeroporto di Tel Aviv abbiamo preso lo Sherut, una sorta di taxi collettivo, che parte una volta riempiti i dieci posti a disposizione e poi ti lascia in città nel punto richiesto. Soluzione economica (circa 15 euro a persona), ma non comodissima a livello di tempi: sarebbe stato meglio prendere il treno che stanno allestendo, ma che ancora ha orari provvisori e giust’appunto il venerdì ha ancora poche corse. Con lo Sherut bisogna calcolare circa un’ora e mezza, perché oltre i chilometri c’è la variabile traffico: per capirne il livello a Gerusalemme posso affermare tranquillamente che al confronto Roma sembra Bolzano, un po’ più ordinata!

Piatto tipico, verdure speziate e al centro l’immancabile Humus di ceci

Gerusalemme si può idealmente dividere in tre zone: la parte propriamente israeliana, simile in tutto ad una moderna città occidentale, la parte araba in cui solitamente i turisti non vanno, né al di qua, né tanto meno al di là del muro e poi la città vecchia, circondata da mura in pietra risalenti alla dominazione ottomana, che racchiude buona parte delle cose da visitare. A sua volta la città vecchia è suddivisa in 4 zone: il quartiere cristiano, quello arabo, quello israeliano e quello armeno. Il vantaggio di visitare un luogo con una persona che ci abita ti permette di vedere cose che un turista normale magari non riesce a vedere e soprattutto di vivere la città, assaporando le sensazioni autentiche delle persone che la vivono tutti i giorni.

Porta di Damasco, una delle principali per entrare nella città vecchia

Al di fuori e proprio di fronte alla città vecchia si trova poi il monte degli ulivi, oggi confine con la parte araba, teatro di scontri violenti, ma luogo cardine di tutte e tre le religioni. Lì i vangeli raccontano eventi determinanti della storia di Gesù, anche in questo caso segnati da una serie di Chiese, ma quello è anche il luogo dove, sia secondo l’Islam, sia secondo l’ebraismo, ci sarà il giudizio finale della fine del mondo. Infatti, non a caso, è pieno di tombe di fedeli – soprattutto ebrei – che da tutto il mondo vogliono essere sotterrati lì per essere presenti quando succederà.

Ognuno di quei puntini bianchi è una tomba!

Anche qui, il vantaggio di essere fuori dai percorsi più propriamente turistici, ci ha dato modo di girovagare un po’ anche nella zona araba vera e propria. Nessun monumento, ma la vita di tutti i giorni di uomini e donne che vanno a lavoro, ragazzi che vanno a scuola e vivono all’apparenza una vita normale. Poi basta girare lo sguardo in qualche angolo e vedi gruppi di militari con i mitra spianati e capisci che la guerra non è mai finita. Poveretti che vivendo al di là del muro sono costretti ad ore di fila ai check point, che a volte chiudono senza motivo. Il muro ha diminuito drasticamente gli attentati, ma ha diviso in maniera brutale le persone, che si trovano divise dagli affetti o dal lavoro e che per andare in posti che in linea d’aria sono a cinque minuti di cammino, devono fare ore di viaggio.

Il “pinnacolo” del tempio, l’angolo delle mura più elevato visto dal monte degli ulivi

Sulla città vecchia ci sarebbe da parlare per ore, ma come ormai sapete questi sono resoconti semiseri, mica penserete di trovarci itinerari già pronti! La cosa più bella è girovagare per i vicoletti, passando dal suk arabo, alla parte israeliana, partendo dalla porta di Davide in alto, scendendo verso il già citato Kotel che si trova alla fine della città vecchia, sotto la spianata delle moschee di cui ho già parlato nel post precedente, così come della basilica del Santo Sepolcro. Oltre a questi la città vecchia ha una serie impressionanti di luoghi e riferimenti storici, soprattutto cristiani: si ha la possibilità di ripercorrere tappa su tappa tutto un insieme di eventi narrati nel Vangeli, con le varie stratificazioni storiche che si sono susseguite nei secoli.

Il suk arabo nella città vecchia

Dai romani, agli arabi, dai crociati ai turchi, tutti quelli che hanno avuto il controllo della città hanno lasciato tracce, spesso affastellate l’una su l’altra. Questa da una parte ha fatto sì che l’identificazione dei luoghi sia molto attendibile, dall’altra ha creato delle sovrapposizioni strane, in cui a volte si perde il senso del luogo originario. Non per voler parlare solo di quello, ma certo, anche in questo caso, la basilica del Santo Sepolcro è davvero emblematica. Si fa fatica ad immaginare la collina, l’orto, la tomba, dentro quest’insieme di cappelle, archi, monumenti, quadri. Ma per fortuna, come già detto, la nostra guida d’eccezione, ci ha portato in un posto fuori dalle mura in cui si trova la tomba della famiglia del Re Erode il grande, contemporaneo quindi di Gesù. E qui si capiscono davvero come dovevano essere i luoghi originari.

 

 

 

 

 

Chi ci sposterà la pietra?

 

In 4 giorni il mio solerte smartphone mi ha testimoniato che abbiamo percorso 56 km, ma comunque ti rimane la sensazione di essere riusciti a malapena a vedere solo le cose principali. Girare da soli ovviamente ci ha agevolato anche se dalla domenica abbiamo avuto la piacevole compagnia di un gruppo di ferraresi a cui il nostro amico Filippo doveva fare da guida. Con loro abbiamo visitato le basiliche presenti nel monte degli Ulivi che ricordano i momenti chiave della fede cristiana e degli ultimi giorni della vita di Gesù. Non è mancato neanche un giro a Mamilla Avenue e Jaffa Street nella parte più propriamente israeliana, piene di negozi del tutto simili a quelli che si trovano in ogni capitale europea, ma anche luoghi di incontri fuori dal comune, tipo quelli fotografati qui sotto.

Un Sefardita (a sinistra, originario della Spagna) e un Ashkenazita (originario dell’est europa)

Come forse avrete intuito è un posto che ti rapisce e che ti entra dentro. Non a caso è la città santa da migliaia di anni e per miliardi di persone. Troverà mai la pace? Domanda difficile, un po’ come chiedersi se gli uomini la troveranno mai. Se la troveremo mai noi! Nelle nostre vite, con i desideri inespressi e le ansie quotidiane, vincendo le nostre paure, mettendo da parte le voglie di rivalsa, i rimorsi ed i rimpianti. Mi vengono in mente le parole dell’Apocalisse, perché dobbiamo crederci che arriverà quel giorno, ma non penso sia ancora molto vicino.

Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. (Ap 21, 1-4)

Resoconto semiserio di 4 giorni a Gerusalemme – Prima parte

Vengo da Gerusalemme senza ridere e senza piangere, vengo da Gerusalemme senza ridere e senza piangere, vengo da Gerusalemme senza ridere e senza piangere…

Non sapevo proprio come iniziare questo resoconto semiserio (minchione non ci sta bene vicino a Gerusalemme, per tutto quello che scriverò dopo), ma in effetti la filastrocca dell’infanzia non è così campata per aria per descrivere un posto unico al mondo, che nel bene e nel male non può essere paragonato con nessun altro. Quando poi uno dei tuoi migliori amici si trasferisce lì e ha la possibilità di farti da guida per qualche giorno, capite bene che è un’occasione da non perdere.

Un luogo – o forse si potrebbe dire meglio il luogo – in cui tutto è possibile: il ridere ed il piangere, la pace e la guerra, la santità e l’abiezione. All’interno di Gerusalemme ci sono tutte le contraddizioni del mondo, esasperate fino ai massimi livelli. La sacralità di quel luogo la si avverte anche solo camminando per i vicoli, l’aurea mistica che avvolge la città penso possa essere avvertita anche dal visitatore più laico o miscredente. Accanto, anzi, mischiato a questo però, si avvertono una serie infinita di conflitti non risolti, una contrapposizione permanente degli uni contro gli altri, che non fa sconti a nessuno. Arabi e ebrei, arabi cristiani e arabi mussulmani, ebrei ortodossi ed ebrei laici, cristiani latini e cristiani ortodossi e poi armeni e copti, siriani, evangelici. Riuscire solamente ad individuare le mille sfaccettature religiose presenti non è cosa semplice.

Fra le vie della Gerusalemme israeliana, metropoli occidentale a tutti gli effetti e le strade dissestate e confusionarie della Gerusalemme araba ci sono un paio di chilometri. Quelli che separano due continenti o se preferite due mondi incomunicabili. La segregazione razziale che si vede in maniera eclatante con la costruzione del muro ti fa tornare alla mente altri orrori. Com’è possibile che un Paese nato da quell’odio, un popolo devastato da quella malvagità, abbia potuto ripercorrere le stesse vie (se si escludono i campi di sterminio) per diventare da vittima a carnefice?

Ma tralasciando per un attimo il conflitto arabo israeliano, concentrandoci sulla parte cristiana, è emblematica la situazione della basilica del Santo Sepolcro. Il luogo più sacro e più importante della nostra fede, dove secondo una tradizione antichissima e molto attendibile, si trova il Golgota, la collina della crocifissione ed insieme il sepolcro dove fu deposto il corpo e dove avvenne la resurrezione, è un luogo dove le varie confessioni cristiane convivono a fatica. L’unico modo per non litigare è una ripartizione dei luoghi rigorosissima, fissata nel 1852 quando l’allora sultano mussulmano, stufo delle continue diatribe, stabilì il cosiddetto “status quo”. Da allora nulla può essere modificato, la ripartizione dei luoghi (ogni cappella commemorativa, ogni altare, ogni piccolo posto all’interno della basilica) e degli orari (lì dentro e solamente lì non entra nemmeno in vigore l’ora legale per non mutare gli equilibri) viene gestito dall’una o dall’altra confessione. E per sancire tutto ciò, mentre ortodossi, cattolici e armeni si alternano alle varie funzioni, le uniche chiavi della basilica ce le ha un guardiano mussulmano.

A pochi passi di lì gli ebrei vanno a pregare in un non luogo. Quello che comunemente chiamiamo “muro del pianto” o “muro occidentale”, (per loro semplicemente Kotel) è il contrafforte costruito per reggere la spianata dove c’era il tempio distrutto dai romani del 70 d.c. e dove ora si trova la Cupola della Roccia, la moschea con la Cupola dorata. Quel muro è il luogo più vicino a dove si trovava il sancta sanctorum all’interno del tempio. Proprio lì, secondo la tradizione Abramo stava per sacrificare Isacco e per i mussulmani, in quello stesso punto Maometto fu rapito in cielo. Non c’è un punto più sacro, sia per gli uni che per gli altri. Ma anche lì, invece di pregare insieme seppur in modi diversi, lo stesso unico Dio, se potessero si scannerebbero senza troppi complimenti.

D’altra parte le contraddizioni non sono solamente legate a eventi cruenti. Proprio il giorno del nostro arrivo abbiamo potuto assistere all’inizio dello Shabat (che cominci al tramonto del venerdì) ed è uno spettacolo emozionante perché capisci sul serio quanto per loro sia tenue il confine fra sacro e profano, fra vita quotidiana e credo religioso. Le contemplazione delle letture, con quel dondolio che indica il coinvolgimento del corpo alla mente in preghiera si alternano a girotondi, cori da stadio e lancio di caramelle, come fosse una festa per bambini. Lo Shabat è il giorno di festa. E loro festeggiano. Senza neanche un goccio d’alcol! Ma perché non potremmo stare tutti insieme, tranquilli, pregando ognuno il nostro Dio, senza star troppo a pensare a quello del nostro vicino?

Mi rendo conto di non aver fatto un resoconto autentico, ma che volete? se avete bisogno di una guida ce ne sono a bizzeffe! Domani però proseguo e prometto che vi racconto qualche dettaglio più pertinente al viaggio vero e proprio.

Resoconto semiserio di 7 giorni a Creta

Anche quest’anno, sulla scorta anche di quanto ci eravamo trovati bene lo scorso anno a Minorca, abbiamo deciso di programmare la vacanza con la triplice opzione estero/mare/isola. Così siamo atterrati a Creta. Una scelta che si è rivelata nient’affatto cretina (va be’, lo so, non dite nulla), perché abbiamo potuto apprezzare un mare davvero fantastico, per certi aspetti anche più bello di quello delle spiagge minorchine, che pure ci avevano affascinato lo scorso anno.

Abbiamo affittato una villa a due passi da Chania (La Canea, come la chiamavano i veneziani, di cui rimangono varie tracce), la seconda città dell’isola, piena di locali, ristoranti e negozietti vari e una vita notturna effervescente. Da lì avevamo a due passi diverse spiagge molto belle, ma in particolare la nostra preferita è stata Kalathas, che coniugava al meglio le comodità di una spiaggia attrezzata, le bellezze di un mare incantevole e una taverna che con meno di dieci euro ti permette di pranzare a base di pesce.

Così abbiamo alternato giorni sedentari lì a gite in giro per la zona più occidentale dell’isola, che è decisamente la più bella: Balos, Falasarna e soprattutto Elafonissi, un vero e proprio paradiso. Balos è una spiaggia raggiungibile a piedi dopo un percorso accidentato (strada sterrata per diversi chilometri e poi lunga camminata, non troppo comoda), oppure molto più comodamente imbarcandosi in un traghetto a Kissamos come abbiamo fatto noi. Il pacchetto comprendeva anche l’isoletta di Grambousa, sede di un forte veneziano che però ci siamo ben guardati di andare a visitare, visto che è proprio sul pizzo di una montagna. Forse sarebbe anche stato molto bello, ma abbiamo preferito guardarlo da lontano, accontentandoci di un bel bagno nella spiaggia sottostante. Da lì poi abbiamo ripreso il traghetto e siamo stati il pomeriggio a Balos, dove c’è una spiaggia simile ad una laguna, con l’acqua molto bassa, calda e trasparente come fosse la vasca di casa.

Elafonissi, che si trova a sud ovest, è decisamente la spiaggia più bella dell’isola, con dei colori che non hanno nulla da invidiare ai Caraibi. Peccato che ci sia spesso un vento terribile: il giorno in cui siamo andati noi era quasi impossibile rimanere in spiaggia, il vento era talmente forte che non si riusciva a fare qualsiasi cosa. Il posto però è talmente bello che proprio non si può non andare.

Infine la terza spiaggia da segnalare assolutamente è quella di Falasarna. Spiaggia molto lunga, ben attrezzata, anche qui con un mare dai colori da far invidia alle mete più esotiche.

Insomma, la vacanza ci è piaciuta davvero tanto. Una settimana forse è un po’ poco, ma è comunque sufficiente per apprezzare un mare da sogno in un’isola facilmente raggiungibile dall’Italia, con un costo della vita di gran lunga inferiore a quello delle nostre località più rinomate.

P.S. C’è poco da fare, ovunque si vada non si può non notarlo. E passi se vai in Germania o in Svezia, ma possibile che anche in Grecia ti salta all’occhio la pulizia della strade? Possibile che il nostro senso civico sia talmente infimo che in qualsiasi altro Paese si vada, ti sembra di stare su Marte in confronto alla mondezza di casa nostra?

 

Resoconto semiserio (ovvero minchione) di 7 giorni a Minorca

Chi l’ha detto che per andare d’amore e d’accordo bisogna avere gli stessi gusti? A volte è vero proprio il contrario. Se io preferisco la coscia e tu il petto, sicuramente ci divideremo il pollo in maniera molto più semplice. Ad esempio la mia dolce metà ed io sono trent’anni che stiamo insieme e ancora riusciamo a non essere d’accordo praticamente su nulla. Per me fa sempre troppo caldo, per lei fa sempre troppo freddo. Noi non siamo mai d’accordo su nulla. Io preferisco la montagna, lei il mare. Lei è sedentaria, io odio stare fermo in un posto. Io mi alzo sempre presto, lei quando può adora rimanere a letto. Insomma, noi discutiamo su tutto. Poi lei ha ragione e quindi andiamo avanti.

Scherzi a parte, una delle diatribe che da sempre ci appassiona riguarda le vacanze. Quest’anno siamo riusciti a trovare una sintesi. Vacanza al mare, ma da turisti. Tappa prescelta l’isola verde, Minorca!

Diciamo subito una cosa. Minorca è bellissima. Se non fosse per la quantità smisurata di italiani che ci si incontra sarebbe quasi un paradiso! Immaginate il mare della Sardegna, con l’organizzazione della riviera romagnola e l’educazione civica degli altroatesini. Il tutto con dei prezzi circa la metà di quelli che si trovano da noi. E così capisci perché ci siano così tanti compatrioti.

L’isola ha due coste completamente differenti: quella a sud è più turistica, con spiagge più lunghe ed attrezzate, quella a nord è più selvaggia, sempre spazzata dal vento (ma quello anche a sud), con poche spiagge accessibili. Sono bellissime entrambe, ma se volete fare un po’ di mare tradizionale e amate un po’ di vita notturna, senza dubbio il sud ha più alternative.

L’ideale sarebbe girarla tutta seguendo i Camin de Cavalls: dei sentieri che circumnavigano l’isola, complessivamente lunghi 180 km, che possono essere fatti a cavallo, in bicicletta o anche a piedi. Infatti l’isola ha delle coste molto frastagliate e per raggiungere le spiagge più belle bisogna comunque fare qualche bella passeggiata. Ma ne vale sempre la pena, perché i paesaggi sono in stile caraibico.

Qualche spiaggia del sud

Cala Galdana

Cala Mitjana

Cala Macarella

Per il nord va assolutamente vista Cala Pregonda

Noi abbiamo affittato una bella villa vicino Ciutadella, sulla costa ovest, (mentre l’altra città, Mao, dove c’è anche l’aeroporto è, sulla costa est) quindi abbiamo girato di più quella zona, che però penso sia anche la più bella dell’isola. Ogni giorno cambiavamo spiaggia, a volte anche due al giorno. E così poi ci siamo lasciati la possibilità di tornarci per vedere l’altro versante!

Resoconto semiserio di un viaggio a Cuba. 3 – l’itinerario

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Noi non siamo fortunati con le partenze! Come già ci successe nel nostro viaggio a Londra, arrivati a Fiumicino scopriamo che il volo è stato spostato di cinque ore: invece di arrivare alle 23, arriveremo all’Avana alle 4 del mattino. Perderemo qualche ora di sonno, ma se non altro il programma resta inalterato. Il volo Blu Panorama è lungo, noioso, scomodissimo, ma senza sorprese. L’unica paura me la prendo ogni volta che il cubano chiattone seduto avanti a me abbassa lo schienale, perché potrebbe sembrare a tutti gli effetti un approccio erotico. Il problema vero è che quando sei in aereo il tempo non vola…va be’, non lo dico più.

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Comunque tra una lettura sulla rivoluzione cubana, una biografia del Che, l’ultimo di Lansdale, un tentativo di sonnellino, un pasto improbabile, le dieci ore e tre quarti passano e finalmente arriviamo. Quelli che sembrano non arrivare sono i bagagli. Non so a voi, ma a me il nastro trasportatore ogni volta mette un po’ d’ansia. Penso sempre che il mio bagaglio si sia smaterializzato chissà dove e quindi, ogni volta che poi compare – rigorosamente fra gli ultimi – mi sembra come se avessi vinto alla lotteria. O come se lui (il bagaglio) avesse superato chissà quale prova. Come se avesse passato un duro esame e come si fa con i figli, mi verrebbe da gridare: “Eccolo è lui! Guardate quant’è stato bravo, ce l’ha fatta anche stavolta!”

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Insomma, recuperati i bagagli, superati i controlli di rito, abbiamo incontrato la nostra guida ed il nostro autista, Giuliano, di cui vi ho già parlato e Semir che nel tragitto verso l’albergo ci spiegano le varie tappe del nostro tour. Soprattutto Giuliano parla bene l’italiano, ha amici e parenti qui da noi e poi ci racconta che da sempre gli italiani sono i turisti più numerosi, forse solo recentemente superati dai tedeschi (che infatti incontreremo in ogni tappa). Dopo un paio d’ore di sonno ed una doccia abbiamo fatto il tour dell’Avana: la mattina la città vecchia, le 4 grandi piazze dov’è ben presente l’impronta della dominazione spagnola e quella dei moti di liberazione tra fine ottocento ed inizio novecento. Poi i luoghi di Hemingway, i bar, i ristoranti, gli alberghi con sue foto un po’ ovunque. Dopo un passaggio in una distilleria di Rum nel pomeriggio giro nella città nuova, con i luoghi della rivoluzione ed immagini del “Che” in tutte le salse.

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Il secondo giorno dedicato al sigaro, altra icona dell’isola. Prendiamo la Autopistas di cui vi ho già raccontato e dopo due ore di guida arriviamo a Pinar del Rio dove visitiamo una fabbrica del tabacco. Per il pranzo ci spostiamo a Vinales, dove c’è la riproduzione di graffiti preistorici: una cosa un po’ kitch, ma comunque scenografica. Nel pomeriggio visitiamo una piantagione di tabacco e poi rientriamo all’Avana. Serata dedicata al Buena Vista Social Club con l’orchestra di scatenati vecchietti e giovani ballerine e mojito come se piovesse. Tra l’altro qui è molto meno alcolico rispetto a quanto siamo abituati, ma sarà la menta, sarà lo zucchero di canna, sarà il Rum, mi sembra decisamente più saporito di quello che beviamo noi.

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Terzo giorno, lasciamo l’Avana e riprendiamo l’autopistas stavolta per andare verso est. Mattinata alla famosa Baia dei Porci, dove stava per scoppiare la terza guerra mondiale. Visitiamo un parco naturale con i coccodrilli e poi con un’improbabile barchetta giriamo per vari isolotti in un ambiente paludoso molto suggestivo visitando la ricostruzione di un villaggio indoamericano. Dei primi abitanti dell’isola non esiste più alcuna traccia perché furono sterminati dagli spagnoli nel giro di una cinquantina d’anni dopo l’arrivo di Colombo sull’isola. Nel pomeriggio arriviamo a Cenfuegos, graziosa cittadina di mare, molto più pulita ed ordinata della altre città visitate (è famosa per essere “la linda”), con la particolarità di avere diversi edifici in stile francese, a causa della presenza di un numerosa comunità emigrata qui nel 1700.

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Il quarto giorno è dedicato a Trinidad, la città museo, rimasta pressoché inalterata così come la fondarono gli spagnoli. Visitiamo la città, girovagando per i suoi vicoletti, la cattedrale ed anche un inquietante tempio della Santeria, un culto di origine africana ancora diffuso nell’isola. All’ora di pranzo l’immancabile, travolgente flusso degli studenti, con le loro divise colorate a seconda del ciclo di studi: rosso granata per le elementari, giallo ocra per le medie, azzurro per le superiori. Dopo pranzo visitiamo la bottega di un vasaio e poi una torre fatta costruire nel nulla da un signorotto spagnolo del 700, per vincere una gara e conquistare il cuore di una fanciulla. Il nostro albergo si trova sul mare: una sorta di villaggio all-inclusive dove riusciamo anche a fare un salto in spiaggia per il primo bagno nel Mar dei Caraibi!

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Ma il clou marino è il giorno seguente: due ore di navigazione sul Katamarano per arrivare su un isolotto in mezzo all’oceano, Cayo Macho (detto anche Cayo Iguana per la presenza abbondante di questi lucertoloni, brutti ma innocui, unici abitanti dell’isolotto). Giornata di mare, in completo relax fra bagni in un’acqua calda e trasparente e tanto sole, i nostri accompagnatori riescono anche a pescare un barracuda di circa un metro che la sera mangeremo in albergo.

20161105_120816La domenica passiamo dal mare alla montagna, facendo un bel tour al parco Tapes de Collantes. Dopo un breve tragitto con una vecchia 4×4 sovietica facciamo una lunga passeggiata nella foresta, in mezzo ad un’esplosione di piante esotiche e cascatelle d’acqua che creano piscine naturali dove qualche coraggioso si fa anche il bagno (io no, troppo freddo!). Dopo il pranzo presso una comunità montana, ci rimettiamo in macchina in direzione Santa Clara, la città del “Che”. Riusciamo a visitare la piazza della rivoluzione ed il Mausoleo dove riposano i resti mortali dell’eroe argentino di nascita, ma cubano di elezione.

img_2736Il giorno dopo, ahinoi l’ultimo di questa vacanza meravigliosa, lo dedichiamo ancora a Santa Clara, visitando il museo del treno blindato fatto saltare dai rivoltosi ed episodio clou della rivoluzione contro Batista e poi facendo un giro per la città, che con i suoi 800 mila abitanti è la terza dell’isola, dopo Cuba e Santiago. Nel pomeriggio, dopo un pranzo presso una Hacienda campesina, ci dirigiamo all’aeroporto dove, dopo 13 ore di volo, ritorneremo a casa.

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Se qualcuno fosse interessato a ripercorrere questo tour, vi segnalo che noi siamo andati con l’agenzia ufficiale Cubana (Havanatour). Il nostro amico Giuliano però si sta attrezzando per organizzare personalmente dei tour analoghi, sfruttando una rete di “case particular” di sua fiducia, personalizzandoli a seconda delle richieste: ad esempio qualche giorno di mare a Varadero o in qualche altra spiaggi famosa sarebbe valsa sicuramente la pena, ma noi non avevamo molti giorni di ferie. Chi fosse interessato può contattarmi in privato e gli do i riferimenti.

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Resoconto semiserio di un viaggio a Cuba. 2 – le curiosità

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Giuliano mi ha detto che gli spagnoli per Cuba hanno fatto solamente due cose buone: il rum e le mulatte. Sul rum niente da dire: mi ha consigliato di lasciar perdere l’Havana Club che si trova ovunque (anche alla Conad sotto casa mia, in effetti), indirizzandomi piuttosto sul Santiago, decisamente migliore degli altri (in particolare quello scuro, ovviamente più è invecchiato, meglio è). Sulle mulatte, ma dire in generale sulle donne cubane invece ci sarebbe molto da dire. Dov’erano quelle belle? Forse le avevano nascoste, oppure si erano mascherate, senza dubbio si erano leggermente (!) appesantite. Che poi, mangiando quasi esclusivamente riso, fagioli e pollo, ma come fanno ad ingrassare? Eppure vi assicuro che più dell’80 delle donne cubane è sovrappeso. E a parte qualche eccezione (decisamente notevole), lo standard di bellezza che abbia qui da noi, non collima esattamente con quello esistente lì.

Essendo praticamente tutti impiegati statali, il vero guadagno per chi svolge un’attività, sono le mance. Oddio, anche da noi ci sono. Ma lì sono una cosa esagerata! Se volete andare a Cuba sappiate che qualsiasi cosa vorrete fare ci sarà qualcuno che vi chiederà la mancia. Più puntuale di un esattore svizzero, più petulante di un testimone di Geova, il cubano sa che quella è la sua fonte di sostentamento primaria. E non mancherà modo di farvelo notare.

Le strade e in particolare l’autopistas sono una vera e propria attrazione. Dalle biciclette ai camion di qualsiasi fattura, dalle macchine assemblate in maniera insolita ai carretti trainati da animali, dai sidecar alle motociclette, potete incontrare qualsiasi mezzo di locomozione, in qualsiasi direzione, spesso anche contromano rispetto alla quella di marcia. Senza tralasciare la folla di gente che aspetta chissà chi, attraversa le corsie, chiede un passaggio con l’autostop. L’autostrada è un luogo conviviale, neanche fosse la piazza del paese. Un’esperienza talmente paradossale, a cui è difficile credere anche quando sei lì. La vedi e pensi, no dai, non è possibile!

Come vi dicevo internet quasi non c’è, la tv ha tre canali, cinema ne abbiamo visti pochi. Che fanno i cubani, a parte ballare la salsa, fumare il sigaro e bere Rum…….? Esatto! Fanno quello e quello hanno in testa! Del resto il nostro autista Semir è nonno a 35 anni e Giuliano, dall’alto dei suoi 4 matrimoni collezionati nei primi 33 anni di vita, appena rotto il ghiaccio, mi ha subito chiesto “hombre, te gusta la papaya?” che comprensibilmente non era il frutto tropicale. A parlare con lui sembrava di essere in una commedia italiana degli anni 50, perché è una vera miniera di barzellette sulle suocere, storie di corna, avventure amorose. Sapete quelle storielle con cui passavamo i pomeriggi della nostra adolescenza? Ecco, lì non gli passa mai. Ma sapete che vi dico? Beati loro! Beata la loro spensieratezza e la loro gioia di vivere!

C’è un però. C’è sempre un però. Un elemento che in chiusura devo sottolineare come un vero e proprio peso oscuro che grava sulla popolazione cubana e che angustia le loro giornate, che rovina ogni festa, che si insinua nell’intimità del desco familiare e nel luogo dove più di ogni altro si consumano i momenti conviviali. Come chi è stato già a Cuba avrà certamente capito sto parlando del cumino. Questa cazzo di spezia la mettono ovunque! In ogni piatto, in ogni pietanza, nel pollo, nel riso, nei fagioli (non è che ci sia poi molto altro eh!): non devi chiederti se ci sarà o no, ma solamente quanta ce ne sarà, quanto avvelenerà quello che stai mangiando con quel suo sapore di ascella sudata. Il cumino è stat l’unica vera nota stonata di questa vacanza.

Sì, ma dopo tanto chiacchierare, cosa hai visto di Cuba, si chiederanno i miei fedeli lettori? Per questo però dovete aspettare domani la terza ed ultima puntata di questi appunti di viaggio!

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Resoconto semiserio di un viaggio a Cuba. 1 – le impressioni

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“Cuba non è un luogo, ma un’utopia”. Questo scrivevo prima di partire e, una volta tanto, debbo dire di averci azzeccato. Potrei dire che è esattamente come me l’ero immaginata, oppure che è molto meglio. Quando sei lì sembra di essere in un caleidoscopio: colori, forme architettoniche, stili, tutto mischiato. Sulla stessa via dell’Avana, l’uno attaccato all’altro, trovi uno splendido palazzetto in stile coloniale, poi una baracca mezza scrostata con il tetto in lamiera e vicino un grattacielo relativamente moderno. Ma la stessa cosa potresti dirla degli abitanti: bianchi, neri, mulatti, turisti, anziani, bambini in divisa, povera gente e damerini impomatati. Tutto e il contrario di tutto. Come le macchine: fiat 126  che non vedevo dall’adolescenza, jeep sovietiche, macchinoni americani, tutti sulle stesse strade, a fianco di sidecar, carretti trainati da muli e motociclette di quarant’anni fa. Ma questa miscellanea di oggetti, persone, colori è talmente uniforme che non capisci mai quale sia la regola e quale l’eccezione, quale la cosa comune e quale la rarità. Non c’è un carattere predominante: Cuba sembra volerti dire, “sono quella che vuoi. Decidi tu ed io sarò esattamente quello che vorrai che io sia”.

Uno dei dubbi che avevo arrivando lì era capire come potesse funzionare un sistema così statalizzato che sembra quasi un residuo del passato. Ma soprattutto avevo la curiosità di capire come stesse la gente. Da quel che ho potuto vedere, da quello che raccontano loro stessi (la nostra guida, il mitico Giuliano, in questo è stata una fonte inesauribile di notizie) non stanno bene, ma neanche così male come pensiamo. Capiscono di essere indietro e per certi aspetti vorrebbero andare avanti, superare lo stallo attuale, ma sicuramente non vorrebbero snaturare quello che sono. Loro sono e si sentono ancora profondamente “Hijos de la revolucion“, quando parlano di Che Guevara gli viene la pelle d’oca, quando parlano degli Americanos si sentono fremere di rabbia. Poi certo, chi arrotola le 4 foglie di tabacco che servono a fare un sigari, 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana, guadagna 200 CUC (equivalenti all’euro) al mese, che possono arrivare anche al doppio se la produttività è buona. Ma d’altra parte ti dicono che nella loro isola non ci sono armi, non c’è droga, hanno una sanità pubblica di primissimo livello, una casa e un lavoro per tutti quelli che vogliono lavorare.  Perché dovremmo diventare qualcos’altro?

La scuola dell’obbligo porta ogni ragazzo cubano almeno fino al termine del liceo ed in ognuna delle 15 provincie in cui è divisa l’isola c’è una Università gratuita ed accessibile da chiunque. Per far capire quanto tengono all’istruzione basta dire che la leva obbligatoria prevede una ferma di due anni, che però si dimezzano per chi frequenta l’Università. Il loro problema primario è l’embargo, che nonostante proclami e promesse, continua a tenerli isolati dal resto del mondo: Giuliano ci diceva che dagli inizi di settembre, la carne di mucca è razionata e destinata solamente ad anziani e bambini perché le mucche sono poche e non arrivano da fuori. Quello che il resto del mondo continua giustamente a festeggiare come un evento di liberazione, la caduta del muro di Berlino e lo sgretolamento dell’Unione Sovietica, per loro è stata la mazzata peggiore che potesse capitare.

Un’altra contraddizione. Parlando con lui mi racconta quanto sia amatissimo Fidel Castro (un po’ meno il fratello), riconosciuto da tutti come vero protagonista della rivoluzione e della liberazione dalla tirannide. Eppure in giro di lui si vedono pochissime immagini, a differenza del Che che invece è ovunque. Non ci sono quadretti con la sua immagine, non ci sono magliette, targhe, spille, nulla. Forse un segno di deferenza verso il leader che è ancora in vita, nonostante non sia più capo dello stato. E’ lì con loro, non è ancora tempo per farne un’icona. Non hanno wifi, i telefoni lì ancora servono per telefonare ed in macchina non esiste navigatore, i bar, i ristoranti, i negozi, gli alberghi, tutto è in mano allo Stato. Noi potremmo chiamarlo regime, dittatura, per loro è una democrazia, figlia della rivoluzione. Dove i quattro figli di Che Guevara insegnano, sono veterinari, medici e avvocati: cubani uguali agli altri cubani.

Chiese ce ne sono ben poche, eppure raccontano con commozione ed orgoglio le visite degli ultimi tre papi. La maggioranza di loro non è certo cattolica, però a modo loro sono credenti. Siamo a novembre, è autunno anche qui, eppure comincia ora la stagione migliore. La differenza infatti non è fra caldo e freddo, ma fra stagione secca e stagione umida. Perché, come dicevo, Cuba può essere quello che vuoi, ma non puoi approcciarla con le tue categorie, con i tuoi concetti predefiniti, altrimenti rischi di non capire nulla. E mentre sono assorto in questi pensieri, rimango incantato a guardare il volo a planare di grandi uccelli che volteggiano sull’Avana.

  • Giuliano, quelli lì, cosa sono? Che belli! Sono dei falchi?
  • Quelli? Sono buitres, quelli mangiano gli animali morti. Come li chiamate voi?
  • Avvoltoi?
  • Giusto, avvoltoi.

Ecco, appunto. Si rischia di non capire nulla.

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