Sempre e per sempre

Come il negozio di alimentari che rimane aperto anche dopo l’ora di chiusura, perché sa che anche i ritardatari come te hanno bisogno di un pezzo di pane per cena.

Come quella banconota da 50 euro che tieni nel cassetto, perché non si sa mai, magari potrai averne bisogno quando non ti andrà di andare ad un bancomat.

Come quando alzi gli occhi di notte e trovi il grande carro dell’Orsa maggiore e la stella polare, perché anche se di astronomia non capisci nulla di astronomia, almeno quella la sai riconoscere, sai che è lei, sai che sta lì e non ti puoi sbagliare.

Come un bicchiere di rum, dopo una bella cena nel terrazzo d’estate con il vento tiepido che ti accarezza il viso e fa danzare il fumo di un buon sigarillo.

C’è una conseguenza nascosta nella situazione che stiamo vivendo. Più o meno consapevolmente, ogni giorno di più, ci rendiamo conto della nostra precarietà, del fatto che ogni cosa può cambiare in un attimo, ogni progetto può essere sconvolto, ogni previsione cancellata. I punti di riferimento vacillano, come un segnale intermittente, che dà e toglie la linea in maniera imprevedibile.

Forse impareremo, forse riusciremo ad apprezzare di più l’hic et nunc, godendo del presente, perché il futuro resta un’incognita. Forse sì. Ma il bisogno di certezze, la necessità di punti fermi, almeno per me resta imprescindibile. E certe cose, per fortuna, neanche una pandemia mondiale potrà portarmele via.

Come quella canzone, la tua canzone, che in qualsiasi stato d’animo ti possa sentire, appena la ascolti ricordi e sorridi, perché ha improgionato dentro le sue note e le sue parole i sentimenti più profondi, i ricordi più dolci, l’essenza di quello che sei stato ieri, di quello che sei oggi e di quello che sarai domani.

Pioggia e sole cambiano la faccia alle persone
Fanno il diavolo a quattro nel cuore e passano
e tornano e non la smettono mai
Sempre e per sempre tu ricordati
dovunque sei, se mi cercherai
Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai.

 

Viva l’Italia

L’Italia viva,
liberata, l’Italia
del valzer, l’Italia
del caffè, l’Italia
derubata e colpita al cuore, l’Italia
l’Italia viva
che non muore, l’Italia
presa a tradimento, l’Italia
assassinata dai giornali e dal cemento, l’italia
con gli occhi asciutti nella notte scura, l’Italia
che non ha paura, l’Italia.

Eh sì, le persone geniali le riconosci dalle sfumature, da quelle piccole grandi cose, quelle novità che rendono nuova, una cosa scontata. Che rinnovano il già vissuto, che rivoluzionano l’esistente e pur mantenendo la stessa melodia, ti danno l’illusione di aver scritto una nuova musica. D’altra parte, chiamarla Forza Italia forse pareva brutto.

 

Duemila parole, non di più

Vecchi appunti universitari e rimembranze delle lezioni del compianto prof. De Mauro, (ricordate? ne avevo parlato in questo post a proposito di giochi linguistici) mi ricordano che il vocabolario italiano è composto da circa 400 mila vocaboli. Un numero enorme simile a quello spagnolo e a quello tedesco, molte più del francese, molte meno dell’inglese. Ma questi numeri dicono poco, perché comprendono anche tutte le varianti di un singolo vocabolo (singolare, plurale, maschile, femminile) o la coniugazione di un verbo. Eliminando doppioni e variazioni inutili possiamo dire che il lessico comune comprende circa 50 mila vocaboli. Peccato che nel 95% dei nostri discorsi ne usiamo circa 2000 (circa il 4%), che è il cosiddetto lessico fondamentale. Facciamo un paragone con i soldi: è come se ogni mese potessimo usare cinquantamila euro, ma ci ostinassimo a vivere con duemila. Ci autoimpoveriamo.

E siccome il linguggio è lo specchio del pensare, la realtà è che abbiamo impoverito il nostro pensiero e di conseguenza la nostra realtà. Un linguaggio (e un pensiero) povero non c’entra solo con la grammatica e con l’azzeccare i congiuntivi, ma è molto più grave. Perché è un linguaggio che ha perso la fantasia, che ha smarrito le sfumature, che non viene più usato per comunicare pensieri, convinzioni e ragionamenti, ma solo per distruggere, offendere, ridicolizzare.

Duemila vocaboli sono funzionale alla semplificazione delle comunicazioni, all’abbandono dei grandi ideali (chi capirebbe oggi la lotta di classe o l’alienazione del proletariato?) e ha come conseguenza la banalizzazione della politica (ladri, onestà, immigrati). Un linguaggio che non fa più nessuno sforzo di capire le ragioni dell’altro, nessun distinguo, nessuna prospettiva di mediazione, che va avanti per slogan, per frasi fatte o per insulti.

Ma in una società in cui non si legge più nulla (ormai anche gli sms sono stati superati dalle emoticon di whatup e facebook stesso è già vecchio rispetto a Instagram), dove in TV ci teniamo informati guardando Striscia la Notizia e ci appassioniamo di chi sarà eliminato ad Amici,  come potremmo riappropriarci delle altre 48 mila parole dimenticate? Non sarà che questa è ormai una guerra già persa? Non dovremo forse inventarci nuove strade per esprimere la ricchezza del linguaggio e quindi del pensiero? Magari con le canzoni, o con i filmati, chi lo sa. Magari un fumetto ci salverà!

Nella canzone, “Il ’56” De Gregori ricorda la sua infanzia come il periodo in cui “tutto mi sembrava andasse bene tra me, le mie parole e la mia anima”. Ecco, oggi forse dovremmo recuperare questa armonia che non c’è più.

La presa della Bastiglia

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Dopo la lettura dell’ultimo post, la mia amica cazzeggiante poneva una domanda non da poco: “tu dici che sia possibile andare a prendere la Bastiglia?” Me la sono cavata con una battuta, ma se devo per un attimo fare la persona seria è ovvio che la risposta è assolutamente no!

Non siamo un popolo adatto alle grandi gesta, per fortuna o per sfortuna giudicate voi. Forse una volta, gli antichi romani, gli unici così fichi che erano fichi anche con un paio di sandali, ma poi dopo? Non abbiamo mai fatto una rivoluzione vera e propria, non siamo riusciti a liberarci delle varie dominazioni straniere se non grazie ad altri stranieri. Abbiamo una staterello ben impiantato proprio all’interno del centro vitale del Paese, che nel bene o nel male (anche qui, sospendo il giudizio) influenza quello che facciamo. Noi siamo il popolo che non è popolo. Che riscopre l’identità nazionale solo per una partita di calcio, anzi neanche più lì. Forse non è un dettaglio che siamo forse l’unica nazione che ha per colore identificativo (l’azzurro) un colore che non compare nella bandiera. Il blu Savoia: ma se i Savoia stanno sul cazzo a tutti? Ma lasciamo stare va!

Siamo il paese dei mille campanili: Pisa e Livorno, Potenza e Matera, Rocca di sopra contro Rocca di sotto, meglio un morto dentro casa che Tizio, Caio e Sempronio alla porta. Il paese delle contrade, dei Pali, dei derby. Altro che i Savoia, in realtà ci stanno sul cazzo tutti! Abbiamo questa singolare attitudine ad innamorarci del primo minchione che si atteggia a capetto, promettendo mari e monti, mentendo sapendo di mentire. Insomma no, ma quale Bastiglia vorremmo andare a prendere?

Siamo il popolo che si arrangia. Quelli delle regole da interpretare, delle norme da aggirare, senza senso civico, privi di qualsiasi senso del bene comune. Viviamo in una striscia di terra in cui si trovano il 70% delle opere d’arte di tutto il mondo e non siamo capaci non dico di valorizzarle, ma almeno di evitare che vadano in malora. Come dice la mia saggia amica Frà Squadra, “la magra consolazione è che qui da noi per le stragi non c’è bisogno del terrorismo islamico. Basta un binario unico, qualche politico corrotto e ce la caviamo benissimo anche da soli“.

Forse per questo le grandi imprese eroiche non fanno per noi. Siamo troppo poco tragici e troppo poco eroici. Ma forse siamo anche troppo saggi per pensare che basti prendere una Bastiglia per poter cambiare le cose. Perché la verità è che ci salva il buon senso, la capacità di saperci adattare, di stare con gli occhi asciutti nella notte scura: né santi, né eroi, forse navigatori, senza dubbio paraculi. Da noi vale il detto “non dire gatto se non c’è l’hai nel sacco“. Ma io soprattutto aggiungerei, mai e poi mai e per nessun motivo, non dire “mulo“.

A proposito di referendum

E poi la gente, perché è la gente che fa la storia, quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare.

Dopo l’ennesimo referendum che non raggiunge il quorum, non sarebbe il caso di rivedere qualcosa? O vogliamo continuare a buttare soldi dalla finestra, così per sport? Non sarà il caso, ad esempio, di aumentare il numero di firme necessarie per richiederlo? E non mi venite a parlare di disaffezione della gente. Quando la gente è coinvolta e interessata ci va a votare, così come infatti successe nel 2011, su una questione seria, comprensibile a tutti, ma che soprattutto non richiedeva conoscenze tecniche specialistiche da addetti ai lavori. Volete che la gestione dell’acqua sia pubblica o privata? Semplice, immediato, ma soprattutto vicino alle esigenze delle persone.

La gran parte dei quesiti degli ultimi 20 anni invece hanno riguardato questioni molto specialistiche, che richiedevano conoscenze che l’uomo comune non ha e non è nemmeno legittimo chiedergli. Questioni che poi regolarmente sono state strumentalizzate dall’una o dall’altra parte, aumentando la confusione, alimentando la disaffezione, svilendo lo strumento referendario. Esempio lampante quest’ultimo. Ho letto critiche feroci contro chi non sarebbe andato a votare. Una profusione di demagogia, una campagna che grondava populismo, senza far capire nulla di cosa si andava realmente a votare. Chi è che realmente svilisce il ruolo del referendum, chi non va a votare o chi stravolgendo il significato dei quesiti, li strumentalizza per le sue opinioni?

Il referendum, chiamando ad esprimersi direttamente le persone, può facilmente diventare uno strumento demagogico, che parla alla pancia della gente, che fa una chiamata alle armi semplificando tutto e creando schieramenti elementari: buoni e cattivi, fascisti e comunisti, laici e clericali. Ma la realtà è quasi sempre molto più complessa, più articolata, più profonda. Ci sono i pro ed i contro, ci sono costi e benefici da calcolare, per i singoli e per le comunità. E spesso l’uomo comune non ha le conoscenze e gli strumenti per decidere.

Avremmo dovuto esprimerci sulla durata delle concessioni di impianti di estrazione (il 90% di gas, non di petrolio), che stanno a una certa di distanza dalla costa, decidendo se fossero le regioni a stabilire la data o altri organi…ma chi poteva essere in grado non dico di decidere, ma semplicemente di capire la questione? Chi sapeva esattamente le conseguenze ambientali, quelle sull’occupazione, le relazioni con altri impianti analoghi posti magari dall’altra parte dell’Adriatico? Leggendo qua e là su internet, sentendo l’amico saputo che “n’amico mio m’ha detto che“, oppure semplicemente lasciandoci trasportare dai proclami che, stravolgendo il significato dei quesiti, ti dicevano, “se voti così allora sei contro il mare pulito“, oppure “se voti cosà allora sei contro i Marò e Regeni“.

Ma io non lo so chi ha ragione e chi no e neanche lo voglio sapere. Io eleggo delle persone in Parlamento e voglio che decidano loro e pretendo che decidano per il meglio del Paese. Altrimenti la prossima volta ne voto altri. Così funziona la democrazia rappresentativa e per questo si va a votare alle elezioni: per delegare chi ha più strumenti, più conoscenze, più risorse mentali, per decidere. Democrazia che, contrariamente a quanto pensa qualcuno, non è un’assemblea di condominio, né la curva di uno stadio. Per fortuna.

E’ stretta e lunga

E così sono arrivato al termine di questo lungo, stressante, faticoso ma anche appassionante giro d’Italia. Un mese e mezzo di aerei, treni, macchine, voucher, taxi, alberghi, ristoranti, incontri, paesaggi, persone, vecchi amici e facce nuove, gente allegra e tipi incazzosi, prenotazioni, fatture e ricevute, disdette, inconvenienti e ritardi, cellulari che si scaricano, partenze veloci, digestioni lente, ritmi frenetici e pause improvvise, sonni agitati e sveglie antelucane, cuscini troppo alti e coperte troppo pesanti, aree condizionate a palla e scrosci di pioggia rigorosamente senza ombrello.

Si perdono le misure, saltano i ritmi. Capisci come possono sentirsi i cantanti o le compagnie teatrali. Arrivi in una città e riavvolgi il nastro, pronto per raccontare nuovamente la stessa storia. E’ vero, le facce sono diverse, le domande a volte pure, però la sensazione dello spettacolo, dello show che necessariamente must go on è quasi inevitabile.

Vista così, di corsa e tutta insieme, saltano agli occhi le differenze e le somiglianze. E’ lunga che non finisce mai e davvero paese che vai usanze che trovi: partendo da Bolzano fai prima ad arrivare a Stoccolma che a Siracusa. La distanza non è solo geografica. Però allo stesso tempo è stretta così tanto che per attraversarsala orizzontalmente bastano un paio d’ore: potresti abbracciarla con uno sguardo per capire che in fondo è sempre la stessa.

Differenze e somiglianze che rendono distanti e allo stesso tempo vicini i colleghi, gli interlocutori esterni, i paesaggi dove ti muovi, le persone con cui parli. Comunque la si vuol vedere è bellissima la nostra Italia. Ed il dubbio che non la apprezziamo fino in fondo come dovremmo, che non gli vogliamo bene come meriterebbe, ti accompagna dalla prima all’ultima tappa. Dai portici sotto la Madunnina dove ho cominciato, al lungomare Caracciolo dove il viaggio è finito.

Ora però, come disse Forrest Gump dopo la sua lunga corsa, “sono un po’ stanchino”.

La ballata dell’uomo gomma

“Mamma c’ha il cuore debole ma la voce di tuono, Mamma c’ha il cuore debole ma la voce di tuono. Ci guarda col megafono dall’ultimo piano. Promette un castigo, minaccia un perdono”

Probabilmente ha dei ricordi sfumati, annegati in un litro di frustrazioni, tre quarti di dispiaceri e mezzo di paure. Era ubriaco di ansie fin da piccolo e non si è più ripreso. E’ così, è sempre stato così. Più grasso del dovuto, meno amato del consentito. Lo chiamavano Gommolo, perché ha la faccia morbida e tonda, proprio come una gomma da cancellare. Una carezza mancata, un bacio non dato, l’assenza che riempe ogni tempo, ogni spazio, deborda sopra ogni presenza e ti lascia senza fiato, come fossi sott’acqua.

Sott’acqua Gommolo chiude gli occhi e sogna. E poi sogna anche ad occhi aperti. La maestra dice che ha molta fantasia e anche se dice bugie, se nega l’evidenza, è segno di intelligenza, non bisogna reprimerlo, povera creatura. E lui continua, ci prende gusto, affina la tecnica. Se la realtà è brutta, se il mondo è cattivo, se non c’è possibilità di cambiarlo, se è troppo faticoso cambiarlo, perché non inventarne uno nuovo? Se puoi raccontarlo diventa vero. Se ci credi veramente allora esiste sul serio. Se ci credi fino in fondo ci crederanno anche loro, anche gli altri, tutti gli altri.

Gommolo studia, diventa il più bravo, puoi chiedergli ogni cosa, lui sa tutto. E poi fa girare le voci, racconta storie, diffonde leggende. Come una gomma su un foglio, quello è il suo modo di cancellare la realtà. E crearne una nuova.

Lui vuole bene a tutti, è buono, è simpatico, è disponibile. Vuole essere amico di tutti, farà quello che vuoi, perché vuole che anche tu gli voglia bene. Stai attento però! L’importante è non svelare le sue bugie. Perché allora diventa cattivo, più cattivo di tutti. Lui è come l’uomo ragno. Nessuno deve togliergli la maschera.

Chi fa la storia (ovvero il teorema del quindicidodici)

Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi. La locomotiva ha la strada segnata,  il bufalo può scartare di lato e cadere. Questo decise la sorte del bufalo, l’avvenire dei miei baffi e il mio mestiere.

Qualcuno mi chiama Destino, qualcuno mi chiama Provvidenza, qualcun altro mi chiama Caso. Qualcuno è convinto che io esista, che abbia un disegno preciso, uno spartito già scritto, più o meno ragionevole, più o meno sensato. Altri invece pensano esattamente il contrario, pensano che non ci sia alcun nesso causale fra le cose o comunque, se anche ci fosse, sarebbe totalmente arbitrario e senza alcuna ragionevolezza.

Difficile dire chi ha ragione. Ci sono buoni motivi per l’una o l’altra tesi. Una cosa però è certa, anzi più d’una. Io non sono reale, però sono ciò che rende reale la realtà. Non sono possibile, ma sono la condizione di possibilità delle cose. Non sono necessario, ma necessariamente tutto il possibile che diventa reale, passa da me.

Sono l’insieme delle cause. Perché a ritroso, da ciò che è successo puoi risalire a ciò che ha fatto sì che succedesse. Sono l’insieme delle circostanze, tutti i fattori, i più diversi, i più lontani e apparentemente slegati fra loro, che hanno concorso a far sì che quella cosa si realizzasse in quel momento, in quel luogo, in quella maniera. Sono l’insieme delle coincidenze. Perché se solo uno degli elementi costituivi fosse venuto a mancare, se solo uno dei tasselli non si fosse armoniosamente incastrato con gli altri, il disegno complessivo non si sarebbe realizzato.

Metti due numeri che magicamente si ripetono e si rincorrono nella tua vita: 15 e 12. Sono un caso? Una coincidenza? C’è un motivo dietro tutto ciò? C’è una necessità? Un piano complessivo? Un’intelligenza? Sta di fatto che le singole cause, o circostanze o se preferite, coincidenze del flusso degli eventi hanno preso una svolta. Hanno escluso tutte le altre e ne hanno scelta una. E così la storia è andata in un modo, piuttosto che in un altro. Ma che sia stato il Caso o la Provvidenza, il Destino o la semplice casualità, la storia la scriviamo noi. E poco importa se come protagonisti o come comprimari. Seguendo le coincidenze oppure facendo finta che non esistano. Noi. Sempre noi.

Ma allora vorresti dirmi che tu credi nelle coincidenze? Certo, almeno finché loro continueranno a credere in me.

 

La storia siamo noi

“Nessuno si senta escluso”

Leggendo i commenti all’ultimo post mi accorgo che effettivamente c’è un qualcosa ancora di non detto. La nostra parte nella Storia – non a caso scritta così – può essere più o meno rilevante. Possiamo essere comprimari o protagonisti, possiamo rubare la scena per un po’ o rimanere sempre sullo sfondo, ma niente e nessuno può eliminare il dato di fatto che noi ne facciamo parte.

Per questo mentre i grandi protagonisti decidevano i destini loro, nostri e di tutto il cucuzzaro, noi eravamo lì a svolgere il filo delle nostre storie. Senza dubbio poco appariscenti, frivole, con effetti impercettibili per altri, ma noi c’eravamo, con la nostra vita da vivere, con i dolori e le gioie, le noie e gli entusiasmi. Con quel pezzetto di storia che un domani possiamo raccontare o semplicemente ricordare mentre ripensiamo alla Storia più ampia. E per noi quel pezzetto è fondamentale!

Perché in fondo, come già ho raccontato altrove, è vero come disse un mio saggio amico, che la storia del mondo va avanti grazie alle singole storie degli uomini. E per questo, volenti o nolenti, grandi o piccoli, il nostro piccolo pezzetto, come fosse una tessera di un puzzle, sta lì e guardando l’insieme, non poteva non esserci. Può essere bello o brutto, ma visto a ritroso non possiamo non ammettere che quello è il suo posto e nessun altro avrebbe potuto prenderlo.

Poi certo possiamo divertirci a immaginare ciò che sarebbe potuto essere, nella Storia come nella nostra storia: se Baggio avesse segnato quel rigore, se le Brigate Rosse avessero avuto un sussulto di lucidità, se Kennedy non fosse andato a Dallas, se un cecchino qualunque avesse fatto fuori Osama. E se invece io quel giorno, se invece avessi detto, se forse fossi andato, se lei avesse…Ma  come dicono anche i proverbi, la storia non si fa con i se e con i ma. Poteva andare diversamente? Poteva avere altri sviluppi? Certo che sì. Ma è andata così e ora che il quadro è completato ed ogni tessera del puzzle ha il suo posto ben preciso possiamo dire di esserci stato.

Ma c’è un’altra considerazione collegata a questa. Il bello infatti è che questo quadro non è ancora finito. Che le tessere del puzzle possono ancora essere aggiunte. Non possiamo cambiare nulla della Storia e della storia. Ma la Storia e la storia da oggi in avanti dipende anche da noi.

Spesso ci facciamo trascinare dagli eventi, da quella catena infinita di cause ed effetti: noi che abbiamo la possibilità di scegliere praticamente qualsiasi cosa, che possiamo decidere di essere o di diventare qualsiasi cosa, spesso ci lasciamo condizionare dalla successione delle cose. Ma non è così, non è così! Se non è ancora successo, allora possiamo cambiarlo! Quello che avevamo deciso, quello che avevamo scelto, quello per cui avevamo lottato, ci eravamo impegnati, avevamo speso tempo e fatica. Ma anche quello che altri avevano deciso per noi, quello che le circostanze sembravano imporci, quello che il buon senso ci portava a scegliere. Tutto, tutto! Questo è il bello della Storia. E della nostra storia. Non esistono registi occulti, siamo noi i responsabili di quello che succede.

E così può anche darsi che sbagliamo. Può anche darsi che abbiamo torto ed è possibile che in questo modo stiamo commettendo il più grande sbaglio della nostra vita. Sicuramente però abbiamo ragione nel nostro diritto di avere torto. Nel nostro diritto di scegliere di cambiare. Perché se non è ancora successo, possiamo ancora cambiarlo.

Al di là di ogni considerazione politica, questo secondo me significa credere ancora oggi, che una rivoluzione è possibile.

V.M. 18 anni

“Chino, su un lungo e familiar bicchier di vino 
partito per un viaggio amico e arzillo 
già brillo. Certo, perché io non gioco mai a viso aperto 
tremendo il mio rapporto con il sesso, che fesso!”

In questo post si parlerà di sesso. Oh, finalmente, dirà qualcuno! Vi interessa? Facciamo un rapido test. Se uno vi dice che ha un appuntamento al reparto di trombofilia vi compare improvvisamente un sorriso un po’ ebete sul volto? Allora proseguite nella lettura. Altrimenti passate oltre.

Entrare a far parte di una blog community, mio malgrado o forse, come direbbe Scaiola, a mia insaputa, ha dei riflessi davvero divertenti. Dicevo mio malgrado perché come ho già scritto in precedenza, nella mia crassa ignoranza di web, aprendo un blog pensavo che avrei scritto. Non che avrei letto! Non avevo dunque la minima idea che invece aprire un blog sarebbe stato come un biglietto di invito ad una festa di liceali. Quelle feste in cui arrivi, non conosci nessuno, ti imbuchi, prendi un bicchiere e ti butti nella mischia. Si incontrano davvero soggetti strani, personaggi nati dalla fantasia malata dei propri autori, supereroi con e senza calzamaglia, visionari, poeti, santi e navigatori. E come appunto nelle feste liceali, cominci ad andare in giro e a scambiare quattro chiacchiere con questo o con quello. Fra tutte le cose, debbo ammetterlo, quella che più mi ha sorpreso è quanta gente e con quanta perizia, parla di sesso. Ora, va be’, non è che non se ne parli al di fuori dei blog, ma qui ho trovato una concentrazione davvero singolare. Soprattutto, la cosa più singolare, è il fatto che ne parlino le donne. Per carità, si parla anche d’altro, ovviamente, però insomma l’argomento è senza dubbio molto gettonato.

E invece qualcuno/a mi ha fatto notare che nel mio blog, al contrario, se ne parla molto poco. Come mai? C’hai qualche problema? Un blocco psicologico? Un’esperienza negativa da piccolo?

Non lo so. Non so proprio perché non mi viene da parlarne. O forse  sì che lo so. Perché, devo ammettere, io non sono fra quelli che quando ascoltano De Gregori cantare “ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo” pensano che in realtà stia facendo un ermetico elogio del Cunnilingus. Né, ad esempio, ho mai pensato che Battisti, cantando “e tu amica cara mi consoli perché ci ritroviamo sempre soli”, vaticinava trent’anni prima la figura del trombamico.

Secondo me è questo il problema. Diciamola tutta. So antico! Ai miei tempi, soprattutto con le ragazze, non si parlava di sesso. Per fortuna non avevamo i bimbiminkia, ma nemmeno appunto i trombamici. Ce le avevamo le amiche, certo. Ma se erano amiche, non solo non ci facevamo sesso, ma neanche  se ne parlava. Noi eravamo quelli su cui venire a piangere quando lui faceva l’infame. L’orecchio disponibile per le lunghe filippiche su quanto la vita fosse ingrata, su quanto nessuno le capisse. Con le più intime potevamo parlare di calcio o ruttare a bocca aperta. Ma sesso nisba. Perché ovviamente, almeno ai miei tempi, alle donne piacevano gli stronzi. Non ho mai capito bene come e perché si sviluppasse questa strana forma di masochismo. Ma insomma, era così. Un dato di fatto. Avendo la possibilità di scegliere fra l’amico fidato e disponibile e il criminale conosciuto in uno sordido pub, lei decideva immancabilmente per il secondo. E quindi o eri stronzo o eri l’amico. E all’amico non gliela davano. Mai! Se avevi la ragazza era diverso (mica sempre, anzi, di solito non te la davano lo stesso). In ogni caso avere una trombamica non esisteva neanche nelle nostre fantasie più sfrenate. Negli anni 80 avere una trombamica sarebbe stato meno probabile di uno scudetto della Lazio.

E quindi, vi posso assicurare, con le amiche non si parlava di sesso. Di sesso si parlava fra noi maschi. Spesso. Anzi, direi molto spesso. L’argomento era probabilmente inversamente proporzionale a quanto lo si faceva. E noi che ne parlavamo assai, andavamo inconsapevolmente d’accordo con Woody Allen, che dice che “il sesso è come giocare a carte: se non hai un buon partner, spera almeno in una buona mano”. Ecco quindi che le uniche amiche con cui si parlava (!) di sesso erano Federica la mano amica e le sue varianti più o meno fantasiose: Adele la mano fedele, Alberta la mano esperta, Veronica la mano supersonica, Francesca la mano che ti rinfresca. Figure mitologiche, immancabilmente associate ad un ideale di donna legato alla purezza. Oddio a voler essere precisi, più che alla purezza, alla pulizia: la Fenech che si faceva la doccia nelle svariate versioni delle commedie di quegli anni. Ma con le amiche, quelle vere no.

Forse per questo a livello inconscio, m’è rimasto questo blocco dello scrittore. O forse è un argomento su cui ho poco da dire. Più probabilmente, lo ritengo un tema su cui sia meglio tacere. Un po’ come il calcio (che com’è noto è il più diffuso succedaneo al sesso): c’è chi ama star lì a parlarne, a vedere trasmissioni che discutono della rava e della fava di questo o quel giocatore e c’è chi invece preferisce solo correre appresso ad una palla (anche se magari, come il sottoscritto, non ne avrebbe più l’età!).

È per questo che posso ammettere che la frequentazione dei blog mi ha aperto nuove prospettive.

Concludendo questo post un po’ anomalo, scrittrici e scrittori più navigati di me in siffatte tematiche, solamente un dubbio mi resta: ma sul serio secondo voi, l’amica cara non lo consolava con una pacca sulla spalla e un bicchiere di amaro Montenegro?