A proposito di referendum

E poi la gente, perché è la gente che fa la storia, quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare.

Dopo l’ennesimo referendum che non raggiunge il quorum, non sarebbe il caso di rivedere qualcosa? O vogliamo continuare a buttare soldi dalla finestra, così per sport? Non sarà il caso, ad esempio, di aumentare il numero di firme necessarie per richiederlo? E non mi venite a parlare di disaffezione della gente. Quando la gente è coinvolta e interessata ci va a votare, così come infatti successe nel 2011, su una questione seria, comprensibile a tutti, ma che soprattutto non richiedeva conoscenze tecniche specialistiche da addetti ai lavori. Volete che la gestione dell’acqua sia pubblica o privata? Semplice, immediato, ma soprattutto vicino alle esigenze delle persone.

La gran parte dei quesiti degli ultimi 20 anni invece hanno riguardato questioni molto specialistiche, che richiedevano conoscenze che l’uomo comune non ha e non è nemmeno legittimo chiedergli. Questioni che poi regolarmente sono state strumentalizzate dall’una o dall’altra parte, aumentando la confusione, alimentando la disaffezione, svilendo lo strumento referendario. Esempio lampante quest’ultimo. Ho letto critiche feroci contro chi non sarebbe andato a votare. Una profusione di demagogia, una campagna che grondava populismo, senza far capire nulla di cosa si andava realmente a votare. Chi è che realmente svilisce il ruolo del referendum, chi non va a votare o chi stravolgendo il significato dei quesiti, li strumentalizza per le sue opinioni?

Il referendum, chiamando ad esprimersi direttamente le persone, può facilmente diventare uno strumento demagogico, che parla alla pancia della gente, che fa una chiamata alle armi semplificando tutto e creando schieramenti elementari: buoni e cattivi, fascisti e comunisti, laici e clericali. Ma la realtà è quasi sempre molto più complessa, più articolata, più profonda. Ci sono i pro ed i contro, ci sono costi e benefici da calcolare, per i singoli e per le comunità. E spesso l’uomo comune non ha le conoscenze e gli strumenti per decidere.

Avremmo dovuto esprimerci sulla durata delle concessioni di impianti di estrazione (il 90% di gas, non di petrolio), che stanno a una certa di distanza dalla costa, decidendo se fossero le regioni a stabilire la data o altri organi…ma chi poteva essere in grado non dico di decidere, ma semplicemente di capire la questione? Chi sapeva esattamente le conseguenze ambientali, quelle sull’occupazione, le relazioni con altri impianti analoghi posti magari dall’altra parte dell’Adriatico? Leggendo qua e là su internet, sentendo l’amico saputo che “n’amico mio m’ha detto che“, oppure semplicemente lasciandoci trasportare dai proclami che, stravolgendo il significato dei quesiti, ti dicevano, “se voti così allora sei contro il mare pulito“, oppure “se voti cosà allora sei contro i Marò e Regeni“.

Ma io non lo so chi ha ragione e chi no e neanche lo voglio sapere. Io eleggo delle persone in Parlamento e voglio che decidano loro e pretendo che decidano per il meglio del Paese. Altrimenti la prossima volta ne voto altri. Così funziona la democrazia rappresentativa e per questo si va a votare alle elezioni: per delegare chi ha più strumenti, più conoscenze, più risorse mentali, per decidere. Democrazia che, contrariamente a quanto pensa qualcuno, non è un’assemblea di condominio, né la curva di uno stadio. Per fortuna.