Cinquantatre, ce li hai o te li senti?

A vederlo così, devo dire che mi sembra proprio un numero antipatico. Come tutti i numeri indivisibili ha un ché di ostico, un qualcosa di irriducibile che di per sé non mi appartiene. Sono un uomo conciliante, cerco sempre un modo, una strada per trovare un incontro, invece come diceva quel fortunato titolo di un bel libro uscito qualche tempo fa, i numeri primi sembrano soggetti chiusi in sé, hanno questa solitudine che li accompagna in modo quasi intrinseco.

E’ vero che qualche tempo fa, se avessi pensato ad un uomo di 53 anni, l’avrei immaginato molto diverso da come sono. O meglio, da come mi sento. Più vicino alla pensione che alla laurea, con più cose da raccontare che da aspettare. Un uomo saggio, equilibrato, abituato a decisioni chiare e senza dubbi. Come era (o meglio, come pensavo fosse) mio padre a questa età. Per sfortuna (o chissà, forse invece per fortuna) non è esattamente così. Il mio equilibrio è abbastanza spesso il frutto di oscillazioni instabili, torno spesso su decisioni già prese e i dubbi sono sempre più delle certezze. Ma perché (sono) mi sento ancora giovane! E in effetti mio padre alla mia età non giocava mica a calcetto con gli amici!

Comunque sia, che ce li abbia solo di calendario o che li dimostri senza sentirli, anche con questi 53 sulle spalle continuerò nella mia missione di spandere luce e dolcezza nel mondo, cercando leggerezza nei pensieri e profondità nei sentimenti, perché questo so fare e poco altro. Da una parte ho letto che in Italia abbiamo esattamente 53 siti catalogati dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. 53 tesori da visitare almeno una volta nella vita, da valorizzare e proteggere dal degrado e dall’incuria. Certo, gran parte di questi 53, non sono proprio di primo pelo, anzi possiamo anche dire che sono pezzi di antiquariato. Ma d’altra parte lo sapete che indica alla smorfia il 53? Il “vecchio”. E quindi tutto torna.

Se dovessi rimanere indietro

Ritornando al post dell’altro giorno c’è un punto essenziale collegato a quanto dicevo. Una specie di corollario, che però mi sembra la cosa più importante. E’ vero che fra il passo e la gamba ci dev’essere la giusta sintonia: né troppo, né troppo poco, né troppo lento, né troppo veloce, né troppo lungo, né troppo corto, i due devono imparare a convivere e a trovare un’armonia che è diversa per ognuno di noi.

Il corollario è questo. Proprio perché la sintonia fra passo e gamba è diversa per ognuno, è inutile, un puro esercizio di stile, contestare le andature altrui. Criticare qualcuno perché non ha il nostro stesso passo – lo sa bene chi cammina in montagna – è del tutto privo di senso, sia per lui che per noi. Certo, possiamo provare a stare al passo altrui o chiedere all’altro di stare al nostro. Ma se le gambe sono diverse questo allineamento sarà molto complicato. Ci sono coppie che impiegano anni per cercarlo e a volte implodono proprio perché la ricerca non ha dato gli esiti sperati: “mi lasci indietro, no sei tu che mi ostacoli“, così partono le recriminazioni e le accuse reciproche.

Allora, per camminare insieme forse dobbiamo imparare a camminare da soli. Piuttosto che pretendere che gamba e passo siano identiche alle nostre, sarà molto più saggio lasciarlo andare avanti, oppure al contrario aspettarlo quando rimane indietro. D’altra parte, se lo dice anche il Boss, come facciamo a non essere d’accordo?

Abbiamo detto che avremmo camminato insieme piccola, accada quello che accada che venga l’incertezza, dovessimo smarrire la nostra via
se, mentre camminiamo, una mano dovesse scivolare io ti aspetterò e se dovessi rimanere indietro io aspettami tu. Abbiamo giurato che avremmo viaggiato fianco a fianco, che ci saremmo aiutati a vicenda per stare in carreggiata, ma i passi di ogni amante sono così diversi. Ma io ti aspetterò e se dovessi rimanere indietro io aspettami tu. Ora, tutti sognano un amore duraturo e vero, ma tu ed io sappiamo cosa questo mondo può fare, quindi lasciamo i nostri passi chiari così che l’altro possa vederli e io ti aspetterò e se dovessi rimanere indietro io aspettami tu“.

Il passo e la gamba

La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare…

Se non facciamo il passo più lungo della gamba non rischiamo di inciampare. Così ci hanno sempre insegnato, fin da bambini. Bisogna tenere il passo, essere al passo con i tempi, saper passare la mano quando è il caso e trovare i passi giusti per attraversare le montagne che incontriamo nella vita. Allo stesso tempo, bisogna essere in gamba e quando c’è da intraprendere un’impresa non ci possono tremare le gambe, anche perché le più grandi idee viaggiano sempre sulle gambe degli uomini.

Ma in ogni caso, qualunque sia il nostro passo, comunque siano le nostre gambe, ognuno di noi, nei limiti delle sue capacità, dovrebbe provare una volta a non seguire i consigli dei saggi e lasciare andare la gambe oltre i nostri passi. Viene attribuita a Thomas Jefferson la frase “se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi fare qualcosa che non hai mai fatto”. Bella frase, ma riduttiva: se io volessi esattamente quello che ho sempre avuto, mi posso limitare a fare quello che ho sempre fatto? Manco per niente! Io la girerei così: se vuoi continuare ad avere quello che hai, ma di più, se vuoi continuare ad essere quello che sei, devi provare (almeno provare) a fare qualcosa che non hai mai fatto. E’ vero, rischi di inciampare, rischi di perdere qualcosa. Ma se non ci provi rischi di perdere tutto.

 

Maritozzo Day 2019

Una volta tanto, invece di scrivere minchiate, faccio un uso privato di un blog…privato. Insomma, faccio un po’ quello che me pare. Però è per una buona causa. Infatti domani la giornata evento che celebra il maritozzo romano  sostiene una raccolta fondi interamente devoluta alla Breast Unit dell’ Ospedale FateBeneFratelli-Isola Tiberina. Il devoluto servirà infatti ad acquistare un casco speciale per le donne in cura chemioterapica che impedisce la caduta dei capelli.

L’evento si svolgerà in tutta Italia, 70 locali (di cui più di 50 a Roma) per esaltare questa specialità che verrà offerta in oltre 200 versioni: dal tradizionale con panna a declinazioni dolci e salate più innovative, in specifici esercizi anche gluten free e in versione alleggerita ‘rosa’.

Tutte le informazioni le trovate nel sito https://maritozzoday.tavoleromane.it/

Qui trovate anche la lista dei locali aderenti e il coupon da scaricare per partecipare alla raccolta fondi. Partecipiamo numerosi!

Avessimo sbagliato tutto?

Posto che aveva ragione un mio vecchio capo, secondo il quale, sì è vero noi abbiamo degli stipendi di tutto rispetto, ma i soldi veri “o si rubano o si sposano”. Dato per assodato anche che trovare il modo di fare i soldi con i propri hobby sarebbe la vera chiave della felicità (pensa se qualcuno mi pagasse per leggere libri, ascoltare dischi o scrivere minchiate sul blog!), alcuni fatti accaduti recentemente mi hanno spinto a pormi la domanda del titolo di questo post.

Primo fatto. La giovin donzella, ormai lanciata in una brillante carriera universitaria, mettendo a frutto gli oltre quindici anni di nuoto sincronizzato, ha cominciato a tenere dei corsi di nuoto per bambini in un centro sportivo. Un quasi istruttore di nuoto prende 5 euro l’ora.

Secondo fatto. Il giovin virgulto prossimo alla maturità ha bisogno di ripetizioni di matematica. Più che vere e proprie ripetizioni, ha bisogno di qualcuno che stia lì con lui ad esercitarsi. Questo ha detto la sua prof agli ultimi colloqui. E dunque troviamo un ragazzo in gamba, prossimo alla laurea in ingegneria che si sostenta gli studi dando ripetizioni. Un quasi ingegnere prende 15 euro l’ora.

Terzo fatto. Qualche disgraziato ha provato a rubarmi la macchina. Forse disturbato dalla polizia, forse dissuaso dalla pulizia, fatto sta che l’unica cosa che è riuscito a fare è rompere la serratura dello sportello. Porto la macchina dal meccanico e risolvo la questione: “dottò, è andata bene, non ho dovuto cambiare il pezzo, mio figlio in un’ora di lavoro gliel’ha sistemato“. Un quasi meccanico prende 40 euro l’ora.

Sì, temo proprio che abbiamo sbagliato tutto.

Ma io sul serio non mi ricordo nulla (o quasi)

La memoria è un meccanismo complesso e semplice allo stesso modo. Ma funziona allo stesso modo per tutti? Perché alcuni ricordano particolari ininfluenti ed altri invece dimenticano anche quello che hanno mangiato la sera prima? Vale per tutti in ogni caso che ci sono ricordi indelebili, quelli che marcano un prima ed un poi. Singole giornate, eventi unici che fanno da spartiacque, di cui ci rimane la memoria anche del più piccolo dei particolari. Poi c’è questo fenomeno buffo per cui gli anziani ricordano le cose antiche, ma dimenticano quelle recenti. Ma volendo provare a fare una distinzione generale, quali sono le cose che tendiamo a scordarci e quelle invece che ci rimangono dentro nei secoli dei secoli? Secondo me la cosa più saggia l’ha detta questa Maya Angelou

Effettivamente è proprio così: è facile dimenticare una nozione, una cosa che ci hanno detto, spiegato, una cosa che abbiamo imparato studiando, più difficile dimenticare una sensazione, come ci siamo sentiti con una determinata persona, cosa abbiamo provato. Vale per tutti, persino per un distratto come me, che dimentica qualsiasi cosa. Possiamo scordarci la perifrastica attiva, non certo il terrore che ci incuteva la prof quando doveva interrogarci. Possiamo forse dimenticare il nome di quella ragazza sulla spiaggia, difficilmente dimenticheremo come ci sentimmo durante il primo bacio. Poi ovviamente ci sono varie eccezioni. Non è un mistero ad esempio alcuni più sensibili di altri (o semplicemente permalosi?) fanno più fatica di altri a dimenticare certe cose.

Soprattutto le donne hanno questa caratteristica. O almeno, sono certamente così le donne della mia vita. La mia dolce metà è capace di ricordarsi cosa indossava al matrimonio della cugina del fratello del nostro amico a cui andammo nel 92. Misteri imperscrutabili per me, che farei meno fatica ad imparare un manuale di astrofisica! Poi certo, a volte la memoria o meglio la mancanza di essa, può essere un comodo alibi, anche se spesso poco creduto. Perché, appunto, se una è in grado di ricordarsi le scarpe che aveva ai piedi in quella determinata circostanza accaduta ventisette anni prima, avrà difficoltà a credere che tu non ti sei ricordato, che so, di prendere quella cosa o di chiamare quella persona che ti aveva detto di fare solo qualche giorno fa.

Ammettiamolo, a volte ci giochiamo un po’ con le dimenticanze. Ma in realtà soltanto un po’ perché io per esempio davvero non mi ricordo proprio mai nulla. E non faccio grande distinzione fra ciò che mi converrebbe ricordare e quello che effettivamente sarebbe meglio dimenticare. E oltre alla dolce metà ci si mette anche FB a ricordarmi tutte le minchiate che scrivo giorno per giorno, visto mai mi dovessero passare di mente. Eppure anche il GDPR sulla privacy prevede un diritto all’oblio! Io mi scordo tutto in maniera uniforme, sono ecumenico in questo, senza alcuna distinzione. A parte i risultati delle partite della Lazio, ovviamente, ma quella è un’altra storia.

Dimentico e per questo non porto rancore. Anche se quello forse dipende più dal dare la giusta importanza a quello che dicono/fanno/pensano gli altri, al peso che dai alle loro opinioni nella tua vita. Io dimentico. Poi magari mi viene la gastrite, ma anche quello è un altro discorso. A volte saper ricordare è un bel vantaggio e una grande dote. Ma datemi retta, a volte anche dimenticare non è poi così male.

 

 

Il pregiudizio di sopravvivenza

Girovagando su internet l’altra sera mi sono imbattuto in un articolo che parlava del “pregiudizio di sopravvivenza”. Echeczz’è il pregiudizio di sopravvivenza, si chiederanno i miei ermeneutici lettori? Sarà lo stress post traumatico del lunedì mattina? Sarà quel fenomeno per cui un ex bibbitaro del San Paolo ci rappresenta nel mondo?  Nulla di tutto questo! State a sentire invece questa storia.

Durante la seconda guerra mondiale, gli alleati mapparono i fori di proiettile degli aerei colpiti dalla contraerea nazista. La deduzione logica degli ingegneri e dei costruttori fu quella di rinforzare le aree maggiormente colpite, al fine di blindare ulteriormente i velivoli, dando loro maggiore resistenza al fuoco nemico.

Un matematico, di nome Abraham Wald, giunse però a tutt’altra conclusione: i puntini rossi, che vediamo nell’immagine, rappresentano solo i danni subiti dagli aerei che tornarono alla base, e non di quelli abbattuti. Secondo lo studioso quindi, le aree che dovevano esser rinforzate erano quelle in cui non c’erano puntini rossi, poiché se fossero state colpite l’aereo e il suo pilota non avrebbero più fatto ritorno a casa.
Questo fenomeno si chiama “pregiudizio di sopravvivenza” e avviene quando guardiamo le cose che sono sopravvissute quando invece dovremmo concentrarci su quelle che non ce l’hanno fatta.

Succede lo stesso con le relazioni. Ci fissiamo sui difetti, sulle cose che non ci piacciono, quelle che saltano agli occhi e ci concentriamo su quelle, puntando tutti i nostri sforzi per cercare di migliorarle, quando in realtà forse dovremmo fare attenzione a ciò che non si vede, perché lì sta il veleno autentico. Un po’ come le coppie che stanno insieme da anni e da anni battibeccano sulle stesse questioni. Qualcuno potrebbe domandarsi: sono trent’anni che litigano sulle stesse cose, ma come fanno a restare insieme? Infatti probabilmente, se trent’anni prima avessero smesso di litigare su quelle cose, ora non starebbero più insieme.

Quando sono debole è allora che sono forte“, diceva San Paolo (non lo stadio di Giggino, quello di Tarso): i punti rossi dell’aero, un po’ come le nostre (personali e/o di coppia) cicatrici, sono il segno tangibile di una prova superata, le debolezze che paradossalmente diventano i punti di forza. Non dico che dovremmo coccolarli perché sarebbe come indugiare sui difetti, però, anche se a volte ancora fanno male, possiamo star sicuri che non saranno lor a far precipitare il nostro aereo. Poi è ovvio, ognuno di noi preferirebbe non avere cicatrici, né punti rossi, preferiremmo essere immuni dalla contraerea del nemico, ma non sono e non saranno loro il motivo della caduta, perché sono il segno concreto che, nonostante loro, ce l’abbiamo fatta.

 

P.S. Scrivendo questo post pensavo alla mia amica Lucy, con la quale grazie alla magia della blogosfera, abbiamo abbattuto le distanze fra l’emisfero australe e quello boreale. Recentemente ha deciso di raccontare agli altri i suoi punti rossi ed io penso che ne debba essere orgogliosa, perché nonostante loro, nonostante probabilmente le facciano ancora male, è rimasta in piedi e ha saputo ricostruire. Seguite il suo blog e non ve ne pentirete. E come dicevo dillà….daje Lucy daje!