La ruggine non dorme mai (a proposito di Superlega)

Gli ultimi fatti di questi giorni, la polemica sulla Superlega (ma visto l’esito forse era meglio chiamarla supercazzola), pur essendo relativa ad un argomento che solitamente mi appassiona, non mi ha coinvolto più di tanto. Nel merito non credo esistano buoni e cattivi, si è trattato di uno scontro di interessi su quello che resta il più bel gioco del mondo, ma che da tempo ormai è diventata una macchina da soldi. Non credo neanche sia stata decisiva la sollevazione popolare, (figuriamoci quanto gli interessa a questi!), che è semplicemente servita ad una delle parti per fare pressione sull’altra.

Il progetto in sé era una porcata, né meglio né peggio di altre fatte in passato da questi signori (vogliamo parlare del prossimo mondiale, che verrò giocato a gennaio in pieno deserto?) ma la vicenda mi solleva un dubbio più complessivo, che travalica la questione in sé: cosa ci spinge di più verso il precipizio, l’arroganza o il dilettantismo?

Ragionando a mente fredda, oltre ad essere una porcata, quello proposto era evidentemente un progetto nato morto. Portare nel calcio le logiche e l’organizzazione di uno sport totalmente diverso come l’NBA, (senza tra l’altro prenderne tutte le componenti), era un azzardo che anche uno stupido avrebbe capito non avere possibilità alcuna. Mi rifiuto di pensare che alla guida di 12 imprese multinazionali come quelle ci siano degli stupidi, quindi torno alla domanda: cos’è più nefasta, la presunzione o il pressappochismo?

La faciloneria, il fare cose senza valutare bene i pro ed i contro, si riduce in fondo all’ignoranza, al non sapere. E forse a questo c’è un rimedio: studiare! Approfondire, prendere bene tutte le informazioni, ricercare le fonti, valutare le conseguenze, creare un piano alternativo. Si può fare. Costa fatica, ci vuole materia grigia, ma si può fare. Purtroppo però all’arroganza, alla presunzione di essere al di sopra degli altri e del contesto che ti circonda, non c’è rimedio. E’ come la ruggine: piano piano corrode le situazioni e non si ferma davanti a niente. Anzi proprio la presunzione è la benzina per l’ignoranza, creando così una miscela esplosiva che appunto ci porta ad andare dritti contro un muro.

Purtroppo contro questo tipo di ruggine non c’è soluzione e certo non solo nel calcio. Sempre di più mi accorgo che la presunzione, il “presumere” senza sapere, è l’origine della quasi totalità delle storture che ci circondano, in ogni situazione, dalla politica, al lavoro, fino ai rapporti interpersonali. “La ruggine non dorme mai” cantava Neil Young e come spesso gli capita, non aveva mica torto.

La fata, Pinocchio e mangiafuoco

C’è solo un fiore in quella stanza
E tu ti muovi con pazienza
La medicina è amara ma
Tu già lo sai che la berrà

Mentre ieri nel nostro Paese, dall’inizio dell’anno, sono salite a 19 le donne vittime di femminicio (lo scorso anno furono 75, negli ultimi vent’anni 3344. Che significa che all’incirca da vent’anni a questa parte un giorno sì e un giorno no, una donna viene uccisa, quasi sempre fra le mura domestiche, da persone conviventi), Beppe Grillo si è lanciato in un’accorata difesa del figlio accusato di stupro e violenza di gruppo nei confronti di una sua coetanea. Arrestate me ha detto il comico/politico, si vede dal video che non c’è violenza e poi perché denunciare dopo 8 giorni?

E forse è per vendetta
E forse è per paura
O solo per pazzia
Ma da sempre tu sei quella che paga di più
Se vuoi volare ti tirano giù
E se comincia la caccia alle streghe
La strega sei tu

Ho due figli, una femmina ed un maschio, all’incirca coetanei dei protagonisti di questa vicenda e francamente non invidio Grillo, né tantomeno il papà di quella povera ragazza. A dirla tutta, non so neanche se sia peggio essere padre di una vittima o di un carnefice, quindi il Grillo genitore posso anche arrivare a comprenderlo. Se il suo fosse stato lo sfogo istintivo di chi vorrebbe difendere chi ama. Dopo di ché però bisognerebbe fermarsi e ragionare. E magari tacere. O chiedere scusa.

E insegui sogni da bambina
E chiedi amore e sei sincera
Non fai magie, né trucchi, ma
Nessuno ormai ci crederà

A volte le bugie (che diciamo prima di tutto a noi stessi) sono necessarie per continuare ad andare avanti. Di fronte al fallimento di una vita, di fronte al male assoluto, ci raccontiamo una realtà parallela, alternativa, che ci rende sopportabile il presente (e a volte anche il futuro). A volte più queste bugie sono grandi, più abbiamo bisogno di crederci e in fondo chi più di un politico è bravo a raccontare bugie? Forse un comico. Che però da un pezzo ormai ha smesso di far ridere. Il rischio allora è che da Pinocchio, ti trasformi in Mangiafuoco.

C’è chi ti esalta, chi ti adula
C’è chi ti espone anche in vetrina
Si dice amore, però no
Chiamarlo amore non si può
Si dice amore, però no
Chiamarlo amore non si può

Troppo vecchi per il Rock’n roll, troppo giovani per morire

Questa strana situazione in cui siamo piombati da un anno a questa parte, questa specie di incubo collettivo, che sembra venir fuori dalla sceneggiatura di un pessimo B movie degli anni 70, ha stravolto molti punti fermi che davamo ormai per scontati.

Innanzitutto ci ha costretto a ragionare per priorità. Noi nelle scelte quotidiane, chi ci governa ad un livello più alto, tutti abbiamo dovuto reimparare a dividere, scegliere, valutare quello che è più importante rispetto a quello che è accessorio, il necessario dal superfluo, l’urgente dal rimandabile. Ma tutto in maniera fluida, senza certezze di nessun tipo: avreste mai pensato che i barbieri potessero essere così importanti?

Anche il concetto di giovani e anziani, sempre variabili, sempre interpretabili, sono stati allungati ed accorciati, a seconda delle situazioni. Con il risultato, come leggevo nel bell’articolo di Elena Stancanelli su Repubblica di oggi, che noi poveri cinquantenni, siamo finiti in mezzo, in un limbo indefinito: too old to rock’n roll, too young to die. Come dice giustamente lei “non è colpa nostra se la scelta più difficile che abbiamo fatto era tra Spandau Ballet e Duran Duran, tra sonnecchiare al Dams o vivere in un infinito Interail”.

In effetti la mia generazione non solo non ha fatto la guerra, non ha patito le conseguenze del dopo, ma non ha neanche vissuto lo scontro generazionale del 68, con la coda avvelenata del 77. Fra la popolazione adulta noi eravamo quelli con meno anticorpi per gestire questa situazione, i più inermi. Il più grande stravolgimento delle nostre vite era stato l’introduzione dell’euro, la situazione più drammatica gli spareggi di Napoli l’anno dei meno 9 (va be’ questa vale solo per me e altri aquilotti). Sì, per carità, l’11 settembre, il terremoto dell’Aquila, ma cosa sono rispetto a quello che stiamo vivendo?

Non eravamo pronti a nulla di quello che ci è capitato, nessuno lo era a dire il vero, infatti non riesco ad avercela con nessuno. Nemmeno con i politici. Va be’ a parte Salvini, ovviamente. Mi piacerebbe avere la tranquillità di mio padre o l’incoscienza di mio figlio: certo, anche loro stanno soffrendo la situazione e tutte le limitazioni che stiamo subendo. Mi sembra però che le stiano affrontando con meno ansie, con una giusta dose di tolleranza, un’accettazione un po’ fatalistica, che li aiuta ad essere più sereni di me. Meglio di me, mi sembra, riescono a portare l’acqua al proprio mulino, sfruttando gli elementi positivi, così da alleggerire quelli negativi.

Ottimo per loro, decisamente. Non so se sia perché sono troppo più giovane rispetto all’uno o troppo più vecchio rispetto all’altro, ma in ogni caso io faccio fatica. Non sarà che voglio portare il mulino all’acqua? E così torniamo al discorso della priorità. E quando cambiano le situazioni, diventa complicato scegliere l’uno o l’altro o tornare su scelte già fatte, che davamo ormai per scontate.

In ogni caso, anche a suo tempo le priorità per me erano sempre altre (molto più Genesis, Pink Floyd o Supertramp). Se però dobbiamo entrare nell’agone, per chi non c’era o per chi c’era, ma magari non se lo ricorda, fra i due non c’è mai stata storia!

Cosa possiamo ancora imparare?

A volte può succedere. Capita una disgrazia o semplicemente un contrattempo, che in seguito si rivela un vero colpo di fortuna. Uno ha un’incidente in macchina, per scrupolo fa un salto in ospedale, qualche analisi e così scopre di avere una disfunzione cardiaca. L’incidente gli salva la vita.

Ma senza andare troppo nel drammatico. Il cantante di un gruppo rock rimane senza voce, al concerto della sera deve improvvisarsi cantante il batterista, che da quella sera scopre di essere bravissimo, riscuotendo un successo planetario. Il centravanti di una squadra ha una squalifica che lo tiene lontano dai campi per qualche partita, l’allenatore deve per forza cambiare modulo, ma da quel momento la squadra non perde più diventando imbattibile.

Le sciagure, i contrattempi, ogni fatto che arriva inaspettato a scolvolgere i piani, oltre ad una notevole quantità di sfracassamenti di minchioni, porta con sé delle opportunità. Dobbiamo essere bravi noi a trovarli, a tirarli fuori, perché a volte si nascondo molto bene. Persino una pandemia può avere dei risvolti positivi. Abbiamo avuto mesi interi lo scorso anno in cui abbiamo riscoperto la bellezza di stare in casa, abbiamo visto che ricchezza può essere avere uno spazio esterno in cui trascorrere del tempo, abbiamo capito quante cose si riescono a fare grazie alla tecnologia. Abbiamo imparato a fidarci dei governanti, anche quando le loro indicazioni non erano perfettamente coerenti. Ci siamo fidati della scienza e (almeno a gran parte di noi) abbiamo scomesso sulla ricerca e sui vaccini.

Personalmente, chiuso in casa senza neanche la compagnia delle partite di calcio, ho scoperto le serie di Netflix, ho divorato libri, ho ascoltato molta buona musica. Adesso però, ad un anno di distanza, senza grandi miglioramenti in vista, cosa c’è ancora da scoprire? Cosa c’è ancora da tirar fuori di buono da questa situazione? La sensazione è che abbiamo già ampiamente raschiato il fondo del barile. Qualsiasi situazione, se si protrae nel tempo, perde le spinte propulsive, si avvita su se stessa e tende alla stagnazione. E quindi, cari viaggiatori ermeneutici, cos’altro possiamo ancora imparare? Io penso sia un qualcosa che attiene alla pazienza. Quando non c’è altro da fare, possiamo ancora coltivare l’attesa, con pazienza, che le cose cambieranno. Perché tutto passa sulla scena del mondo, anche una pandemia planetaria come questa.

  • Lo sa come si fa a riconoscere se qualcuno ti ama? Ti ama veramente dico?
  • Non ci ho mai pensato
  • Io sì
  • E ha trovato una risposta?
  • Credo che sia una cosa che ha a che vedere con l’aspettare. Se è in grado di aspettarti, ti ama

(Alessandro Baricco)

Resurrezione

Non ho paura di morire. E’ solo che non vorrei essere lì quando succederà. (Woody Allen)

Resurrexit sicut dixit. Il nostro essere cristiani, in estrema sintesi, si racchiude lì. Tutto il resto potremmo dire che è importante, ma non fondamentale. La religione che è nata dopo, l’etica che ne abbiamo dedotto, il modo di pensare che ha permeato gran parte della società moderna. Venti secoli di storia che hanno portato il cristianesimo ad ogni angolo della terra, fecendone lo scopo di vita di miliardi di persone, ma anche lo scudo dietro il quale si sono nascosti interessi, sopraffazioni, guerre. Tutto questo, ridotto ai minimi termini, si riduce a quel determinato fatto storico. Un uomo che sconfigge la morte, che come aveva detto ai suoi amici, va incontro ad una fine terribile e dopo tre giorni risorge dal suo sepolcro.

Essere cristiani è credere in questa narrazione. Non lo siamo perché seguiamo dei riti, se andiamo a messa o ci sposiamo in Chiesa. Non lo siamo se ci comportiamo in una modo o in un altro, se seguiamo dei comandamenti o no. Tutto questo è (o almeno, dovrebbe essere) solo una conseguenza. Siamo cristiani se crediamo in questo fatto che va contro ogni logica, ogni ragionevolezza, ogni sapere scientifico. Credere a dei racconti, scritti una cinquantina d’anni dopo i fatti accaduti, da persone probabilmente non presenti ai fatti (a parte probabilmente uno, perché se volessimo attenerci alla ragionevolezza, è difficile credere che solo uno dei quattro racconti di un fanciullo che scappa nudo dalla scena più drammatica della storia, se non è lui stesso quel fanciullo), che però a partire proprio dai fatti narrati hanno cambiato drasticamente la loro vita.

La vita che vince la morte. Questo è l’annuncio di chi incontra il risorto. E due millenni dopo quest’annuncio è scandalo per i religiosi (un Dio non può morire) e stoltezza per i sapienti (un uomo non può risorgere), ma resta la discriminante fra chi è cristiano e chi no. Credere che Gesù di Nazareth vince la morte e torna a bere vino e a mangiare del pesce arrosto fra i suoi spaventatissimi amici va al di là di ogni religione e di ogni ragione. Mi avete giò sentito citare Kant e la domanda da cui parte la sua Critica della Ragion Pura: cosa ci è lecito sperare? Cosa la nostra ragione rende plausibile sperare? Ecco, la resurrezione è una speranza illecita, perché illogica. Ma caro il mio Immanuel, la speranza può forse avere dei limiti? Può arrivare ai confini del lecito e non oltrepassarli? E allora che speranza è! La vera speranza invece punta proprio al di là, in un Dio uomo che si lascia assassinare e in un uomo Dio che vince la morte.

Poteva restare un altro po’? Oltre a mangiare del pesce avrebbe potuto farsi un giretto a Gerusalemme, sbeffeggiare Caifa e rasserenare Pilato. I suoi stessi amici avrebbero voluto un condottiero da seguire, come gli dice Giuda in Jesus Christ Superstar, troppo cielo e poca terra nei suoi discorsi. Se rimaneva forse ci avrebbe dato qualche strumento in più per capire orrori come Auschwiz o follie come i bambini che muoiono di cancro. Forse sì. Ma non saremmo stati dei burattini nelle sue mani? Non sarebbe stata la più odiosa delle imposizioni? Invece se n’è andato subito, così alla chetichella, lasciandoci liberi di credere o meno a questo folle racconto. Liberi di credere che la morte non sia la parola definitiva, oppure di dare ascolto alla logica e alla ragionevolezza. Tutto si gioca qui, tutto deriva da qui.

Questi siamo noi

Ultimamente sono stato letteralmente rapito da This is us. Una serie TV che racconta la storia di una famiglia americana che riesce ad illustrare i personaggi nello scorrere del tempo, seguendoli nella loro crescita. Per chi vuole approfondire qui un bell’articolo riassuntivo. Comunque una serie bellissima, che vi consiglio di recuperare, se non l’avete vista. Le prime 4 serie sono sulla piattaforma di Amazon prime, mentre la 5 serie, iniziata a novembre su Fox, è stata interrotta e riprenderà la programmazione ad aprile. Ho letto che ne stanno girando anche un adattamento italiano, che mi incuriosisce molto, anche se nutro forti dubbi possa essere all’altezza dell’originale. Vedremo!

In questa 5 serie, ambientata ai giorni nostri, troviamo i protagonisti alle prese con mascherine e distanziamento: così come in Grace Anatomy, gli autori hanno ritenuto che non fosse possibile ignorare l’emergenza planetaria e, rispettando fino in fondo il titlo della serie, hanno deciso di farla entrare nella storia, con tutto il suo carico drammatico.

Scelta totalmente opposta quella fatta invece dagli autori di Un posto al sole, la serie italiana più longeva (a differenza delle due sere citate sopra non si può dire che la seguo, però sono vent’anni che mi guarda cenare, non posso neanche dire che la ignoro!), che ha fatto finta di nulla, continuando a proporci le sue storie come se nulla fosse accaduto. Storie molto realistiche, concrete, legate all’attualità di Napoli (città in cui è girata). Perché gli autori hanno deciso di far finta di nulla? E perché invece gli americani non hanno saputo/voluto estraniarsi da tutto quello che sta succedendo? Noi i maestri del cinema neorealistico, loro, al contrario, famosi per le favole hollywodiane, sempre con il lieto fine. Per questo mi è saltata agli occhi la differenza.

Il cinema, ma sempre di più oggi le serie TV, devono saperci distrarre, devono catturare la nostra fantasia, farci emozionare e possono farlo raccontando la realtà o ignorandola, distorcendola o ricostruendola. Vedendo mascherine intorno a noi e ascoltando le tragedie che raccontano i TG, potremmo preferire distrarci da tutto almeno quando seguiamo una storia in TV. Oppure al contrario, vedere i personaggi che abbiamo imparato a conoscere nelle storie precedenti, alle prese con le nostre stesse difficoltà, potrebbe aiutarci a superarle, in una sorta di catartica impersonificazione.

Entrambe le strade sono giuste se riescono nel loro intento e francamente non saprei quale preferire. Però questo discorso secondo me si ricollega a quello che diceva la mia amica Chiara nel suo ultimo post e in particolare la citazione finale tratta dal Diario di Etty Hillesum: “Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell’altra. Quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita. Fiorire e dar frutti in qualunque terreno si sia piantati – non potrebbe essere questa l’idea? E non dobbiamo forse collaborare alla sua realizzazione?

 

Che papà vuoi essere?

Nient’altro come i figli ti cambia la prospettiva della vita. O almeno, questa è la mia esperienza, ma non credo di essere molto originale in questa cosa. La vita cambia continuamente: cambiano le amicizie, gli obiettivi, le taglie, i gusti, le opinioni, ma niente riesce a cambiare le cose come l’arrivo di un figlio. Perché ti cambia il punto di vista, cambia l’angolazione. Non sei più tu il centro, non sei più tu la sostanza, il cuore, l’essenza del tuo tempo. E se ancora lo sei è solo perché strumentalmente serve a centrare meglio l’obiettivo. Che non sei più tu.

In questo discorso non credo faccia molta differenza essere madre o padre. Anche se forse una differenza c’è (qualcuno dice che madri si nasce e padri si diventa, ma non so se essere completamente d’accordo). Quello che sicuramente fa differenza è la declinazione concreta di questo principio. C’è chi vuole che suo figlio diventi un uomo affermato, realizzato nel lavoro e pieno di soldi e chi gli insegna l’onestà, perché l’onestà prima di tutto. Chi vuole che diventi il numero uno, perché non c’è posto per i secondi e chi non gli insegna nulla perché ognuno deve trovare la sua strada da solo. Chi lo porta allo stadio e ai concerti rock e chi lo segue passo passo. Chi vuole fare l’amico e chi pensa che si impara solo sbagliando. Chi ha paura di sbagliare e chi è sicuro di essere nel giusto. Chi fa troppo e chi troppo poco.

Ma forse, se volessimo provare a fare una grande suddivisione di cui tutte le altre sono solamente dei sottoinsiemi, direi che la differenza più grande è fra chi vuole che i figli realizzino i sogni che noi non siamo riusciti a concretizzare e chi invece gli lascia inseguire i loro (che molto spesso non coincidono con i nostri). Un padre non dovrebbe seguire il figlio per spingerlo e non dovrebbe precederlo e per spianargli la strada. Dovrebbe camminare al suo fianco, tenendogli la mano.

 

Quasi tutte le seconde volte

E sono ormai convinto da molte lune dell’inutilità irreversibile del tempo”

Le seconde volte hanno sempre un sapore diverso. C’è maggiore consapevolezza e minore magia, nel bene e nel male. La prima volta hai più aspettative o più paura, perché non sai come sarà, non sai esattamente quello che ti aspetta. Le seconde volte hanno il gusto del già vissuto, sei più certo dei tuoi passi, tutto quello che succede in qualche modo sarà solo una conferma, non ti troverà impreparato. I deja vu risvegliano la nostalgia dei tempi andati, che spesso rende bello anche quello che bello non era affatto.

Il secondo innamoramento, il secondo viaggio, la seconda colonscopia. Le belle esperienze speri sempre possano succedere nuovamente, anche se sai che non potranno essere belle come la prima volta. Al contrario le vicende negative, una volta superate, speri non ricapitino più, anche se sai che non saranno così orribili come avevi pensato la prima volta. Nel bene e nal male, le seconde volte hanno un’intensità minore, perché hanno perduto il fuoco della novità e rientrano nelle esperienze già vissute.

Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più? Come sarà questo secondo lockdown? Mi auguro di non vedere di nuovo la caccia alle penne lisce nei supermercati e sono quasi certo che nessuno si metterà a cantare in balcone. Ci sarà più tolleranza verso i runner e meno pazienza per chi se ne va in giro senza mascherina. Ci arriviamo tutti più stanchi e probabilmente più fatalisti. Diciamo la verità, chi era così esageratamente ottimista da pensare che non sarebbe successo?

Ma la domanda vera è un’altra: sarà efficace? Riuscirà a fermare quest’incubo e a farci tornare alla vita normale? Perché invece l’altra sensazione già vissuta, è proprio l’inutilità, la paura che come la volta scorsa avremo molto da perdere e poco da guadagnare. Ma d’altra parte dipende da noi, esclusivamente da noi e come diceva il grande Marx (Groucho, ovviamente) “non vorrei mai far parte di un club che accettasse fra i suoi soci uno come me“.

Troverà il modo di farci sorridere

In questo periodo evidentemente subisco l’influenza del Giappone, come già avrete intuito se avete letto il post precedente. Sarà il dialogo sviluppato con la mia amica R&D e la sua teoria del karma? Chi lo sa! Comunque, leggevo che nel Paese del Sol Levante c’è una piccola isola chiamata Ōkunoshima (大久野島)  all’interno del Parco Naturale Marino del Mare Interno di Seto, conosciuta come l’Isola dei conigli. Infatti centinaia di conigli selvatici abitano l’isola e si offrono numerosi alla vista dei visitatori.

Ora meta turistica, in realtà l’isola ha un recente passato molto oscuro. A partire dagli anni trenta e fino alla fine della seconda guerra mondiale, infatti era tristemente nota per la presenza di una fabbrica chimica in cui venivano realizzati gas velenosi per uso bellico. I primi conigli furono introdotti proprio per condurre dei terribili esperimenti e capire l’effetto dei gas da utilizzare poi durante il conflitto. Al termine della guerra l’isola restò per lungo tempo disabitata, poi pian piano cominciò a diventare una meta turistica, sia per la bellezza delle spiagge, che per la presenza dei piccoli roditori.

Una redenzione è possibile. Voltare pagina, cancellare gli errori e gli orrori del passato è una possibilità delle cose, è una condizione che sta dentro ogni circostanza, anche quelle più tragiche, anche quelle apparentemente disperate. Se lo meritava questa piccola isola, se lo meritavano quei poveri conigli, come se lo merita ogni situazione. Perché, paradossalmente, come dicevo di recente proprio a R&D, in teoria non se lo merita nessuno. Ma nella pratica la Grazia trova sempre il modo di farci sorridere. Perché è sempre sovrabbondante e può arrivare a ricolmare ogni vuoto, anche quello più abissale, anche laddove non sembra esserci più alcuna speranza.

I’ve found a way to make you
I’ve found a way
A way to make you smile

Vuoi fare goro goro con me?

L’altro giorno ascoltavo su Radio Capital una ricercatrice italiana che si è trasferita in Giappone e raccontava un’espressione onomatopeica utilizzata nel Paese del Sol levante che ha significati plurimi, anche molto differenti fra loro. Trascrivendolo in lettere latine potremmo tradurlo come “goro goro”.

Letteralmente significherebbe rotolare. A partire da questo significato originario, viene utilizzata ad esempio dai bambini quando dopo il lampo sentono in lontananza un tuono che rimbomba: il cielo fa goro goro. Ma non solo: un gatto che fa le fusa fa goro goro o il cane che si mette a pancia sotto e aspetta le grattatine.

Quando ci sdraiamo su un prato a guardare le nuvole che corrono nel cielo stiamo facendo goro goro. E anche quando in riva al mare guardiamo le onde che si infrangono sulla spieggia. Facciamo goro goro quando la mattina appena svegli rimaniamo ancora un po’ sotto le lenzuola e pure quando di notte tiriamo su il naso per vedere le stelle che cadono

Goro goro significa trascorrere il tempo godendosi il tempo che scorre. E c’è forse un modo migliore per passare il tempo?

We rolled across the high plains
Deep into the mountains
Felt so good to me
Finally feelin’ free