Tristezza nera nello stomaco

Come scrivevo allora, non possiamo smettere di farci domande e non dobbiamo aver paura se mancano le risposte. Se mancano risposte consolatorie e aumenta la frustrazione e la rabbia. Possiamo solo abbracciarci e stringerci forte. Almeno per ora è così e non c’è altro da fare.

Viaggi Ermeneutici

Be’, dice la morte, passandomi accanto, ti prenderò comunque, non importa quello che sei stato. Scrittore, tassista, pappone, macellaio, paracadutista acrobatico, io ti prenderò.
Okay, baby, le dico io. Adesso ci beviamo qualcosa insieme, mentre l’una di notte diventano le due e lei solo sa quando verrà il momento, ma oggi sono riuscito a fregarla: mi sono preso altri cinque dannati minuti e molto di più.

Charles Bukowski (la Morte si fuma i miei sigari)

La morte del giusto è uno scandalo. Non ci sono discussioni, non ci sono spiegazioni, non ci sono consolazioni. La morte del giusto è un cazzotto in piena faccia. E la fede non è affatto consolatoria. Aiuta a raggiungere risposte, ma non prima di aver esasperato le domande. Lasciandomi così. Confuso, stanco, incapace di essere d’aiuto, impotente ed arrabbiato. Con l’amaro in bocca che non va via.

Il Principale lassù ce ne dovrà di risposte. Ah, se ce ne dovrà! Chi dice il contrario mi ricorda la storiella del coniglio nella foresta.

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Di splendide cinquantenni e di gente invidiosa

Yann Moix dice che le donne a cinquantanni sono troppo vecchie per essere desiderabili: “preferisco i corpi della donne giovani. Il corpo di una donna di 25 anni è straordinario, quello di una donna di 50 anni non lo è affatto“. Ma pensa tu. Peccato solo che sia francese, altrimenti qui da noi sai che carriera nel governo del cambiamento! Come minimo ce lo saremmo ritrovato ministro della cultura. Se non delle pari opportunità.

Quando leggo certe notizie mi chiedo sempre se la cosa più straordinaria sia la grandissima minchiatona in sé o il fatto che qualcuno gli abbia dato notorietà scrivendola sui giornali. Ma tornando alla vicenda, questo gran genio di scrittore, per giustificare le sue parole si  appella al tribunale del gusto, di fronte al quale si dichiara assolutamente innocente di qualsiasi cosa. Come a dire, non è colpa mia se questo è quello che mi piace. E in questo non ha torto.

Ad esempio io la penso molto diversamente. Le persone non sono quadri o statue, non sono astrazioni che puoi oggettivare dentro parametri di bellezza standard. Certo, se parlassimo di quadri, anch’io preferisco il ritratto di una ventenne ad uno di una cinquantenne. Ma se parliamo di donne reali, di lineamenti, di carne, di fisicità, allora non ho dubbi, mi piacciono eccome le cinquantenni. E mi piacciono perché le riconosco, perché sono quelle stesse donne che mi piacevano trent’anni fa. Un po’ come la musica. Quella di oggi potrebbe in teoria anche essere la più bella mai realizzata, ma per me non sarà mai paragonabile con quella che ascoltavo ed apprezzavo trent’anni fa.

Di fronte ad una ventenne, per quanto bellissima, ho qualche difficoltà. Non ho punti di riferimento, anzi un punto di riferimento ce l’ho: mia figlia ha vent’anni. E quello è in automatico il collegamento che mi viene da fare. Ma ovviamente è un collegamento che mi porta su tutt’altri lidi, verso altri discorsi. Per quanto mi sforzi, non riesco proprio a vederla come una donna da desiderare. Qualcuno potrebbe dire che il mio è il discorso della volpe che disprezza l’uva a cui non può più arrivare. Come se fossi invidioso di una cosa che ormai è irraggiungibile. Ma non è così.

L’invidioso è quello che pensa che la felicità sia come una scoreggia: apprezza solo la propria e detesta quella altrui. Ma non è così. Anzi. La felicità è come una canzone di Bruce Springsteen, piace a tutti, dall’inizio alla fine, (anche se non la capisci fino in fondo perché in effetti il Boss canta come se avesse una patata in bocca). Avere gente felice intorno, rende felice anche me. Per questo non riesco ad essere invidioso dell afelicità altrui. Come non sono invidioso dei vent’anni che non ho più, né tantomeno sono invidioso di chi a cinquantanni suonati sta insieme a una che potrebbe essere sua figlia. Semplicemente anche io, come Yann Moix, mi appello al tribunale supremo ed inappellabile del gusto. Preferisco le cinquantenni, è forse un problema?

 

Il passo del compasso

Ciao ciao duemiladiciotto! In fin dei conti sei stato un bell’anno, non mi posso proprio lamentare. Buona fine e buon inizio! Ma davvero il 31 dicembre finisce qualcosa ed il 1 gennaio ne inizia una nuova? A parte che, come diceva l’altra sera la mia amica E. sa molto più di nuovo inizio il 1 settembre, è comunque utile che ad un certo punto dell’anno si azzeri tutto e si ricominci: la sosta aiuta a ricaricare le pile, a fare un po’ di bilanci di quel che è stato e qualche buon proposito per quello che sarà.

A fare bilanci non sono un granché capace. Sarà perché non ho mai studiato economia? Sarà perché sono del sagittario? Sarà quel che sarà, però sicuramente posso dire che l’anno che sta per finire per me sarà ricordato per essere riuscito a vincere la mia più grande paura. Come scrivevo qui, si può andare oltre i propri limiti, anche a cinquant’anni suonati. Si può ancora imparare, o forse bisogna semplicemente ricordare come si fa.

Come mio padre che a novant’anni subisce due interventi e ne esce meglio di prima, come il mio amato Tex che dopo settant’anni se ne esce in edicola con una nuova serie che riprende i tempi della sua giovinezza. Sì, questo 2018 mi ha ricordato che non è mai troppo tardi. Anche per i Muse, che dopo un cd orrendo com’era stato il penultimo, se ne escono con questo Simulation Theory che non fa rimpiangere i loro pezzi più belli.

E allora cosa augurarsi per questo 2019? Mi e vi auguro di meno e di meglio. Dormire, mangiare, bere, lavorare: di meno, ma meglio. Personalmente solo una cosa mi auguro di fare di più, molto di più, anche se so già che il fisico ormai è quello che è e forse non fa neanche bene oltrepassare certi limiti….no, ma che avete capito? Intendevo giocare a pallone! Mi e vi auguro leggerezza nei pensieri e profondità nei sentimenti, mi e vi auguro sguardo d’insieme per abbracciare le cose grandi e cura del particolare per cogliere quelle più piccole.

Soprattutto, se dovessi fare un augurio riassuntivo, mi e vi auguro, amici cari, di fare come il passo del compasso: trovare un punto fermo e tracciare linee intorno. Perché è solo partendo dai punti fermi, che puoi lanciarti per raggiungere nuovi obiettivi e fissare nuovi confini.

Quando verrà Natale, tutto il mondo cambierà

Buon Natale a tutti. Proprio a tutti.

Buon Natale agli sciocchi che hanno creduto alle favole. Tanti auguri ai furbi, che hanno pensato che esistessero delle scorciatoie, che bastassero quattro slogan ripetuti fino alla noia per risolvere tutti i problemi.

Buon Natale ai duri e puri, che con il loro cupio dissolvi, con quell’irrefrenabile tendenza ad autorovinarsi hanno distrutto Sansone e tutti i filistei. E noi con loro. Tanti auguri a quelli che sognano sempre l’ottimo e non si accontentano del buono, anzi lo disprezzano, perché nelle loro menti distorte non capiscono, banalmente, che spesso l’ottimo è il peggior nemico del buono.

Buon Natale ai nazisti dell’Illinois de noantri, che si sono sentiti autorizzati ad uscire dalle fogne, che hanno smesso di vergognarsi guardandosi allo specchio e forse sono persino arrivati a pensare di essere nel giusto. Tanti auguri ai cattolici che vanno a messa, ma se ne dimenticano nel segreto dell’urna.

Buon Natale a quelli del PD, che forse non avranno tutte le colpe del mondo, ma certamente hanno la responsabilità di aver fatto diventare realtà il peggior governo nella storia della Repubblica.

Buon Natale soprattutto a questi poveretti che arrivano qui convinti di aver raggiunto la terra promessa. Pensiamo solo un attimo cosa debba essere casa loro, per potersi sbagliare così.

Buon Natale a tutti, perché ognuno festeggia la nascita di un bambino venuto a portare salvezza e redenzione a tutti. E speriamo davvero che ce la porti lui, perché da soli, ne sono sempre più convinto, nessuna redenzione è possibile.

Mancavano 4 giorni a Natale

In fondo cos’è il genio? Un ossimoro, una coincidenza degli opposti. La follia intelligente, la straordinarietà dell’ordinario e la semplicità della meraviglia. La ripetizione di un concetto assolutamente anonimo che diventa la surreale metafora della ciclicità degli eventi (non a caso le feste si chiamano “ricorrenze”, proprio perché ogni anno si ripresentano diverse, ma in fondo uguali a se stesse). E questa cosa fa ridere! Il modo in cui viene detto, l’alternanza dei toni, la mimica facciale, fa sì che quello che in altri contesti sarebbe un qualcosa di banale, di noioso, scatena invece l’ilarità.

Certo, di fronte alle vette dell’umorismo di un Woddy Allen con tutti i suoi riferimenti culturali piegati alla voglia di far ridere (“ogni volta che ascolto la Cavalcata delle Walchirie mi viene voglia di invadere la Polonia”), questa comicità potrebbe sembrare dozzinale, ma proprio questo secondo me indica la genialità. Anche io, anche voi, chiunque, riesce a strappare un sorriso con quella battuta, ma solo Albanese riesce a farci ridere semplicemente ripetendo una frase qualunque. Come Totò che fa finta di starnutire o Ollio che guarda sconsolato dentro la telecamera dopo l’ennesimo disastro di Stanlio, o un pugno in testa di Bud Spencer. L’umorismo diventa geniale quando fa ridere nella sua nudità, nel suo non aggiungere nulla al tutto del gesto o della parola. Infatti non la sappiamo spiegare, non riusciamo a motivare cos’è che ci fa ridere. Perché infatti non ridiamo più solo perché ascoltiamo o perché guardiamo. Ridiamo col naso, perché la traccia umoristica è talmente flebile, ma assolutamente concreta che forse possiamo riconoscerla solo come fosse un profumo nell’aria.

E allora, visto che oggi è il 21 dicembre, possiamo ben dire che mancavano quattro giorni a Natale…

Che ti aspetti sotto l’albero?

Cosa c’era di più bello di quelle mattine di Natale, con la casa ancora addormentata, svegliarsi e sapere che sotto l’albero c’era il sacco di yuta dove Babbo Natale aveva lasciato i suoi doni, sempre solo dopo aver mangiato i biscotti e bevuto il caffè latte che gli avevamo preparato la sera prima? Per quanto mi sforzi non riesco ad individuare in mezzo a questi 52 anni delle sensazioni così piacevoli come le attese e le aspettative di quelle mattine presto. Avrei trovato quello che desideravo, quello che avevo chiesto nella letterina o ci sarebbe stata qualche sorpresa? E se non ci fosse stato nulla? Anche la paura di non trovare niente o di trovare cose non gradite facevano parte del pacchetto. Come in ogni bel film che si rispetti, prima del lieto fino, doveva esserci qualche ombra, qualche elemento di dubbio, che potenzialmente poteva mandare all’aria tutti i progetti.

Quella stessa sensazione l’ho riprovata poi qualche anno dopo, stavolta dall’altra parte della barricata, nel preparare i pacchetti da mettere sotto l’albero: anche lì oscillando fra il dubbio di aver scelto il regalo giusto e la certezza di aver esaudito il desiderio espresso. Ma con i bambini è tutto molto più semplice. Loro sanno esattamente cosa vogliono e quindi è facile farli felici, basta esaudire i desideri. E’ crescendo che le cose si complicano! C’è chi non sa cosa vuole, chi non vuole niente perché dice di avere tutto, chi non ama le sorprese, chi solo d’estate chi tutte le sere, come cantava Rino Gaetano. In occasione dei miei 50 anni avevo provato a buttar giù una lista dei desiderata, ma debbo riconoscere che era abbastanza irrealizzabile. E voi come vi regolate? Cosa aspettate sotto l’albero? E cosa regalate? Preferite andare sul sicuro chiedendo prima o vi buttate cercando di sorprendere? Siete fra quelli che hanno paura di sbagliare e si affidano ai “buoni acquisto” da spendere in tale o tal’altro negozio oppure siete così sicuri di conoscere quello che gli altri desiderano da fare di testa vostra?

Se non vuoi sorprese non fare sorprese, dice il vecchio adagio, ma come in quasi tutti gli ambiti, non credo che esistano regole universali. Fra il rischio di sbagliare regalo e la sicurezza di affidarsi ad un buono, per quanto mi riguarda, scelgo quasi sempre di rischiare: poi forse il regalo non sarà esattamente quello giusto, forse non esaudirà il desiderio della letterina scritta da bambini o quello sognato da grandi, ma almeno dirà qualcosa di noi, di quello che consideriamo buono e bello, di quello che siamo e che ci auguriamo di essere. Dirà “ci sono”. Forse non esattamente come mi immaginavi, forse non proprio come avresti voluto, ma ci sono. Se non siamo in grado di affrontare questo rischio, allora affidiamoci pure ai buoni acquisto. Che tutto sommato, sono sempre più utili dei buoni propositi!

La strada delle 52 gallerie

La strada delle 52 gallerie, chiamata anche strada della Prima Armata, è una mulattiera militare costruita durante la prima guerra mondiale (dal febbraio al novembre 1917) sul massiccio del Pasubio, in Veneto. E’ lunga oltre 6 chilometri, dei quali quasi la metà è suddivisa in 52 gallerie scavate nella roccia. La sua realizzazione fu di grande importanza strategica, in quanto permetteva la comunicazione e il passaggio dei rifornimenti dalle retrovie italiane alla zona del fronte, al riparo dal tiro dell’artiglieria austro-ungarica. La strada, che ha un dislivello di circa 750 metri, è un percorso tuttora praticabile a piedi nel periodo estivo, e la salita fino al Rifugio Papa dura tra le 2,5/3 ore. È necessario avere con sé la torcia elettrica per poter agevolmente superare le parti maggiormente buie delle gallerie.

Le 52 gallerie hanno ognuna un nome, proprio per sottolineare che sono le tappe di un percorso. 52 come le settimane in un anno, oppure 52 come gli anni che compio oggi. La vita come un sentiero, costruito per una ragione specifica, magari non così strategica come quello, ma che può essere utile, un riparo dal fuoco dell’artiglieria per quelli che l’hanno percorsa e la stanno percorrendo insieme a me. Un sentiero da fare insieme, passo dopo passo, con la fatica e le grandi soddisfazioni che solo le camminate in montagna ti sanno dare, con i compagni di sempre e l’entusiasmo contagioso di un quadrupede scodinzolante. Fermandosi per ammirare le bellezze che ti circondano o solamente per farsi un goccetto rinfrancante.

Lo scorso anno mi domandavo come sarebbe stato se avessi fatto scelte diverse, se avessi preso strade alternative, insomma, come sarei stato se non fossi stato come sono. Domande bizzarre, devo ammettere: in fin dei conti ognuno è quel che è, ma non è detto che sarebbe stato diverso se i casi della vita ci avessero fatto imboccare altre strade. Anzi, sono sempre più convinto che alla fine, con un giro più largo, magari in maniera più tortuosa (o forse chi lo sa, più dritta!), saremmo comunque arrivati dove siamo.

E poi, sono davvero una persona fortunata: ancora una volta e pensate sono ben 52, il mio compleanno cade esattamente il giorno in cui sono nato. Non vi sembra una cosa incredibile?

And when you stop to let em know, you got it down…Its just another Town along the Road!