E tu, che cosa hai imparato?

Una situazione così estrema e così paradossale, lontana anni luce da qualsiasi altra abbiamo mai affrontato prima, inevitabilmente ci insegna tante cose. Quanto sia importante la vicinanza delle persone che amiamo, quanto la mancanza delle persone amate ce le rende vicine anche se sono lontane, quanto sia importante avere un cane, quanto la musica e i libri possono essere il miglior modo per passare il tempo.

Dovremmo aver imparato che il nostro stare su questa terra è un insieme di interconnessioni indistricabili e che nessuno si salva da solo. Quanto la paura faccia emergere la parte peggiore di noi, quanto siano insopportabili le norme quando sono illogiche.

Che per quanto la sicurezza o la salute siano valori assoluti, la libertà avrà sempre un valore insuperabile, che fare a meno del mare è quasi peggio che fare a meno del calcio. Che siamo irrimediabilmente deboli, ma anche incredibilmente forti. Che l’unica cosa certa del futuro è che non sarà come ce l’eravamo immaginati.

Ma con la modestia che (non) mi contraddistingue, devo ammettere che in realtà, se ci ragiono un momento, tutte queste cose le sapevo già. Tutte, dalla prima all’ultima. Allora questa tragedia planetaria non mi ha insegnato nulla di nuovo? Forse non mi ha svelato chissà quali verità che non sapevo, non mi ha aggiunto nulla in più, ma certamente mi ha fatto capire cosa potrei avere in meno.

E la scoperta di quanto sia fondamentale e allo stesso tempo precario molto di ciò che ritenevo scontato (muovermi con libertà, incontrare le altre persone, non dover giustificare il perché e il come faccio qualcosa), mi spinge a capire cosa sia davvero importante e utile nel mio modo di vivere e cosa, invece, potrei considerare superfluo o addirittura ingombrante. E su queste basi, forse sarà ora di voltare pagina una volta per tutte.

– Che cosa hai imparato? Che sai fare?
– So pensare, so aspettare, so digiunare.
– E questo è tutto?
– Credo sia tutto
(Siddharta, Hermann Hesse)

Dopo la tempesta

Le cose belle viaggiano in modo improbabile e spesso occorre una fine perchè possano cominciare“. (Neil Young)

Quando la tempesta sarà finita siamo sicuri che vorremmo tornare alla vita precedente? Ma la vera domanda è un’altra. Dopo che la tempesta avrà bussato alla nostra porta, segnandoci ma lasciandoci vivi, seppure lo volessimo, pensate che potremmo tornare alla vita precedente?

Potremmo tornare alle solite preoccupazioni? Potremmo ancora riuscire ad arrabbiarci se qualcuno ci ruberà un parcheggio? E le questioni lavorative, saranno ancora in grado di angosciarci?

Io penso che avremo nuove priorità, forse finalmente saremo capaci di capire ciò che vale davvero la pena. Avremo nuovi obiettivi. Forse il lunedì mattina non sarà più in grado di deprimerci ed è probabile che anche il traffico nelle giornate di pioggia avrà tutt’altro sapore. Possiamo sperare che saremo in grado di inseguire l’importante, lasciando per un attimo da parte l’urgente.

E’ probabile che passata la tempesta non saremo più in grado di convivere con i rimpianti, con i compromessi e le rinuncie. Forse faremo pace con il nostro passato, perché il futuro, seppur meno sicuro, sarà senza dubbio più aperto e meno scontato di quanto l’avessimo potuto mai immaginare.

Come dopo una guerra, ci saranno macerie sulle strade, ma anche tanta voglia di ricostruire, perché fra le tante cose distrutte ci potrebbero anche essere tutte quelle resistenze che fino a ieri ci hanno impedito di correre dietro ai nostri sogni. Quando negli anni a venire Facebook ci segnalerà fra i ricordi le foto e i post di questo periodo, forse ci verrà da sorridere, ricordando come eravamo prima e come eravamo diventati dopo.

Perché come dopo una guerra, tornare alla vita di tutti i giorni, alla nostra quotidinità abituale, non sarà come rientrare a casa dopo un lungo viaggio. Non troveremo le cose come le avremo lasciate. Anzi, niente sarà più uguale a prima, anche le cose che apparentemente sembreranno le stesse. Avranno un altro colore, un altro sapore, suoneranno con una tonalità diversa.

E allora davvero alla fine di questa quresima ci sarà una Pasqua di resurrezione. Auguriamocelo. Per rispetto di quelli che la tempesta si è portata via. Allora non sarà stata solo una tragedia. E soprattutto, non sarà capitata invano.

Forse alla fine di questa triste storia, qualcuno troverà il coraggio, per affrontare i sensi di colpa e cancellarli da questo viaggio, per vivere davvero ogni momento, con ogni suo turbamento, come se fosse l’ultimo

 

 

Un indovinello ai tempi del Coronavirus

Indovinello di Pasqua ai tempi del Coronavirus: trovate la lettera successiva

U  D  T  Q  C  S …

Ieri sul mio profilo FB ho postato un indovinello che è piaciuto molto, per questo ho pensato di proporvene un altro. Stavolta però, oltre ad essere dilettevole, vorrei provare ad essere utile. E quindi, da qui a Pasqua, per chiunque riuscirà a risolverlo, verserò un euro alla Parrocchia di San Giovanni Crisostomo di Roma. In questo periodo di chiusura forzata il mio amico Don Massimo non ha la possibilità di ricevere offerte domenicali per sostenere le varie attività di carità che normalmente svolge. Per chi volesse partecipare l’Iban è IT85W052160321800000004444

Ogni giorno aggiungerò un indizio. Provate! Per voi è gratis! Scrivete la vostra risposta: risponderò a tutti in privato, per non condizionare gli altri. Se avrete azzeccato avrete il mio personale encomio, se non avrete dato la risposta giusta vi darò la soluzione, così se volete potete fare copia e incolla e ripetere il giochino nel vostro profilo. Magari organizzando un’altra donazione a chi vorrete voi!

Il primo indizio è questo: è un giochino molto semplice, una sequenza più logica che matematica. Lo inventò qualcuno, non mi ricordo chi (magari la mia collega Paola lo sa) 35 anni fa, tra i banchi di Villa Mirafiori, durante le lezioni di Filosofia della Storia. Partecipate numerosi!

Mi manca, ce l’ho

Pensate ad un tizio che per un qualche strano caso, un incidente in macchina, una malattia, sia caduto in coma all’inizio dell’anno. E si risvegli il 1 aprile. Non pensate che crederà di essere vittima del più gigantesco pesce d’aprile della storia? Nel XXI secolo tutte le nazioni della terra alle prese con un virus contaggiosissimo. 1 miliardo e mezzo di persone rinchiuse in casa. Multe per chi passeggia per strada, file fuori dai negozi, mascherine neanche fosse carnevale, caccia al runner untore. Forse giusto in un B movie con la realtà distopica potevamo immaginare uno scenario simile.

Del resto abbiamo sempre detto che ormai viviamo in un villaggio globale, che tempi e distanze si sono annullate? Ed ecco che il mio amico Giuliano a Cuba o Lucy in Australia hanno lo stesso problema che ho io. E tutti eravamo impreparati, perché nessuno avrebbe mai immaginato di vivere una situazione simile. Tranne Bill Gates, ovviamente. Del resto uno, non è che si inventa un sistema operativo così, dalla mattina alla sera.

Rinchiusi in questa specie di arresto domiciliare planetario, come facevo da piccolo con le figurine dei calciatori, scorro le immagini per vedere cosa ho e cosa mi manca. Mi manca il calcio. Mi mancano le partite di calcetto del giovedì con i miei amici, quelle di Lele il sabato pomeriggio, mi manca il calcio in TV, mi manca soprattutto la mia Lazio. Mi manca più di qualsiasi altra cosa!

Mi manca il mare, mi manca Rocca di Mezzo, le fughe nei fine settimana, il barbecue e le passeggiate in montagna. Mi manca la piscina (chi l’avrebbe mai detto fino a un paio d’anni fa?). Mi manca la sensazione di libertà del venerdì pomeriggio, mi manca il mercato del sabato mattina, le uscite con gli amici del sabato sera, mi mancano le domeniche, la messa, le pastarelle da Gatto e papà che viene a pranzo da noi. In pratica mi manca la mia vita precedente, ma solo quella dal venerdì pomeriggio alla domenica sera. Devo ammettere (ma non avevo dubbi in proposito), che la mia vita dal lunedì al giovedì, mi manca veramente poco.

D’altra parte, devo ammettere che ho un sacco di cose. Ho le persone più care che stanno qui vicino a me. Ho un cane con cui passeggiare, ho un prato a 100 metri da casa, ho un terrazzino. Piccolo, ma mai così apprezzato. Ho un cellulare che mi tiene in contatto con tutti i miei amici, ho un kindle e uno stereo che non mi abbandonano mai, perché finché posso leggere e ascolare musica non avrò mai modo di annoiarmi. Fra le cose che ho, voglio mettere anche la mancanza di quello che in questo momento non posso avere: perché ti mancano solo le cose o le persone importanti.

Insomma ho ben chiaro, ancora forse più chiaro di prima, quello che ho e quello che mi manca. Chi ho per davvero e chi mi manca per davvero. Tutto il resto non conta o conta davvero molto poco. Ora si tratta solo di non scordarselo quando tutto questo sarà finito e potremo tornare (quasi) a fare la stessa vita di prima.

 

Stai vicino a me

Dico subito un’ovvietà. Non esiste l’altra metà della mela. Lo so, lo so, detto da uno che da quasi trentacinque anni sta felicemente insieme ad un’altra persona suona male. Mai come una canzone di Gigi D’Alessio però. E se ha tanto successo lui, perché io no? Ma non divaghiamo e torniamo al punto. E il punto è una fulminante verità che mi ha illuminato l’altro giorno e che neanche Jeeg Robot riuscirebbe a mettere in dubbio. Se vuoi stare vicino a qualcuno ti tocca il posto centrale.

In realtà ci hanno sempre raccontato un sacco di favole. Come accade spesso, si semplifica la realtà. E qual è la semplificazione massima, l’ovvietà più semplice ed immediata? L’antitesi. Io odio le antitesi (questa cosa me l’avete già sentita dire, o meglio, l’avete già letta, ma ora non mi va di cercare il post dove l’avevo scritta). Non esiste il bianco o nero, la doccia o il bagno, guerra o pace, pesce o carne, presepe o albero, Spandau Ballet o Duran Duran, corridoio o finestrino.

A dire il vero esistono, ma non sono fondamentali. Non importa se tu preferisci il posto vicino al finestrino per poter vedere fuori il panorama oppure il corridoio così da poter uscire fuori e sgranchirti le gambe. Non ha la minima importanza. Perché se tu vuoi stare vicino a qualcuno devi stare al centro.

Quel qualcuno non sarà l’altra metà della mela perché noi non siamo mele. Chi vorrebbe essere una mela? Magari una ciliegia, se proprio devo scegliere, ma una mela…e dai su! Starai vicino a quel qualcuno che non è (per fortuna) l’altra metà della mela. Ma è quella per cui non ti peserà perderti il panorama o la passeggiatina. Starai vicino a lei e basta perché è proprio a lei che vuoi stare vicino. E allora sticazzi di corridoio o finestrino.

Quando scende la notte e la terra è scura
E la Luna è l’unica luce che vedremo
No, non avrò paura, io non avrò paura
Almeno finché tu stai, tu stai qui accanto a me

Allora tesoro, tesoro stai accanto a me, oh stai accanto a me
Oh stai, stai accanto a me, stai accanto a me

Se il cielo che guardiamo lassù, dovesse cadere e precipitare
O se le montagne dovessero sbriciolarsi nel mare
Io non piangerò, io non piangerò, no, non spargerò una lacrima,
Almeno finché tu stai, tu stai accanto a me

E tesoro, tesoro, stai accanto a me, oh stai accanto a me
Oh stai adesso, stai accanto a me, stai accanto a me

E tesoro, tesoro, stai accanto a me, oh stai accanto a me

All’estate che verrà

Stamattina il brutto tempo di questi giorni ci ha dato una tregua. Sulla capitale c’era un sole che andava e veniva, quasi giocasse a nascondino, reso ancora più luminoso dalle nuvole viola. La città, avvollta in questo silenzio irreale, sembrava come una macchina appena uscita da un autolavaggio, ancora umida e scintillante. Chiudendo gli occhi e respirando quell’aria fresca mi sono tornate in mente quelle giornate di fine estate, quando dopo l’acquazzone notturno le nuvole colorano il cielo delle mille sfumature del blu, dell’azzurro, del viola.

Non è il 27 marzo, è il 20 agosto, oggi non si potrà scendere al mare, perché la sabbia è ancora bagnata. Oggi è una di quelle giornate di pausa, sospese in una bolla temporale, perché non puoi fare quello che fai di solito. Però l’estate non è ancora finita, hai ancora qualche giorno di vacanza e il tempo si rimetterà e potrai tornare a fare i bagni e prendere il sole sulla spiaggia. Ci vuole solo un po’ di pazienza, ma l’estate non è ancora finita.

Invece oggi è proprio il 27 marzo e sono 21 anni che mamma non c’è più. Mi manca esattamente come 21 anni fa. Chissà cosa avrebbe detto di questa situazione. Sicuramente anche lei avrebbe cercato di vedere il domani e mi avrebbe detto che non solo non è finita, ma deve ancora cominciare. E sarà più bella che mai.

E la gente rimase a casa
e lesse libri e ascoltò
e si riposò e fece esercizi
e fece arte e giocò
e imparò nuovi modi di essere
e si fermò
e ascoltò più in profondità
qualcuno meditava
qualcuno pregava
qualcuno ballava
qualcuno incontrò la propria ombra
e la gente cominciò a pensare in modo differente
e la gente guarì.

E nell’assenza di gente che viveva
in modi ignoranti
pericolosi
senza senso e senza cuore,
anche la terra cominciò a guarire
e quando il pericolo finì
e la gente si ritrovò
si addolorarono per i morti
e fecero nuove scelte
e sognarono nuove visioni
e crearono nuovi modi di vivere
e guarirono completamente la terra
così come erano guariti loro.

Kathleen O’Meara (1869)

Non siamo mamma e papà!

E’ inutile che insisti! Ma insomma, guardati. E poi guarda noi. Non ci vuole mica un genio! Lo dovresti capire da sola, ma se vuoi te lo spiego un’altra volta. Vedi, tu quattro, noi due. Tu hai i baffi, peli ovunque, come fai a non capirlo? Eppure mi sembra una cosa scontata, chiara per chiunque. Ma per te no, tu insisti!

Ed è inutile che ci guardi con quell’espressione afflitta, non ti stiamo mica dicendo che te ne devi andare. Certo che no! Anche noi ti vogliamo bene, te ne vogliamo un sacco, ma che c’entra? Dormi insieme a noi, ti portiamo sempre con noi ovunque andiamo, questo è un altro discorso. Ti stiamo solo dicendo che non siamo mamma e papà. Mi dispiace, vorrei trovare il modo migliore, più delicato per dirlo, ma non sei nostra figlia.

Non ti è chiaro? Va be’, che ti devo dire, fa un po’ come ti pare, tanto con te mica ci si ragiona. E allora hai ragione tu, d’accordo, d’accordo come non detto. Allora siamo mamma e papà, va bene? Basta che la pianti con quell’aria da cane bastonato!

P.S. Prima di Rose abbiamo avuto Billo e Sancho. Tutt’e due se sono andati a 11 anni, spezzandoci il cuore. Rose oggi compie 12 anni. In questi momenti difficili qualcuno ce l’ha fatta….andrà tutto bene! Tanti auguri a te, cucciolotta del nostro cuore!

Il paradiso può attendere

Come ve lo immaginate l’al di là? Avrete senz’altro pensato almeno una volta a come potrebbe essere il paradiso. O l’inferno.  Penso che questa in assoluto sia la curiosità più grande ed una delle più diffuse. Diamo per atto di fede (che altro potremmo fare?) che esita un “dopo”. Come sarà? Al di là dei possibili dettagli che ognuno di noi con un po’ di fantasia può aggiungere, secondo me ci sono due grandi alternative.

Sarà completamente diverso da ciò che siamo abituati a pensare qui, un qualcosa al di là dello spazio e del tempo, in cui non esiste nessuna delle regole a cui siamo abituati. Non esisterà un prima, né un poi, magari già una parte di noi sta lì, insieme ai nostri cari che ci hanno preceduti, ma ancora non lo sappiamo, in una dimensione altra rispetto all’attuale, in cui magari non ci sarà neanche un’individualità separata, ma faremo parte di un tutto. Oppure sarà una cosa in ragionevole prosecuzione dell’esistente.

“Ma come ti è venuto di intrattenerci su questa cosa?”, potrebbero interrogarsi i miei affezionati lettori ermeneutici. Poniamo il caso che sia vera la seconda opzione, che l’aldilà sia un qualcosa di simile, di coerente, all’aldiqua, allora come ve lo immaginate il paradiso? Io come un luogo dove stare sempre insieme alle persone a cui vogliamo bene, senza dolori, né preoccupazioni. E l’inferno? Come un luogo dove si sta soli, isolati da tutti, macerati dai rimorsi, dai rimpianti e dalle preoccupazioni.

Ma come i più saggi hanno sempre detto il paradiso o l’inferno cominciano qui e ora. E proprio in questo strano qui e ora che stiamo vivendo, spogliati da tutti gli impegni che riempono la nostra quotidianità, privati della possibilità di distrarci con faccende più o meno importanti, possiamo chiederci se questo sia l’inferno o il paradiso. Senza tutte le cose piccole e grandi, importanti e futili, belle da morire ma non più in nostro possesso, senza tutti gli ornamenti, com’è veramente la nostra vita?

E allora un domani, così come già oggi, forse scopriremo che siamo solo ed esclusivamente noi a scegliere se vivere in paradiso o all’inferno. Tutto dipende da noi.

Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! (1Cor 3, 21-22)

 

 

Cari amici vi scrivo

Così mi distraggo un po’. Perché in fondo anche a questo serve lo scrivere: una distrazione relativa, perché mi sembra che non si riesca a scrivere altro rispetto a quello che succede…persino in un blog orgogliosamente minchione come questo! Ma in fondo scriverne è un po’ esorcizzarlo. E poi è una delle poche cose che ancora si riesce a fare: sperando di contagiare un po’ di ottimismo.

Si esce poco la sera compreso quando è festa e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra

Come scrivevo l’altro giorno, quando la tempesta sarà finita e potremo gustare nuovamente tutte le piccole grandi cose belle che colorano le nostre giornate, ricorderemo questo periodo un po’ come ricordiamo quelli delle Torri Gemelle o dei terremoti. Ci sarà un prima e un dopo Coronavirus e come per le precedenti esperienze è probabile che il dopo non sarà identico al prima.

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno, porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando. Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno.

Speriamo di mantenere questo senso di comunità che si avverte nell’aria in questi giorni, a tutti i livelli. Quando si vivono queste esperienze collettive si avverte più forte la necessità di far parte di un qualcosa di più grande di noi. Siamo un animale socievole, naturalmente portato a far parte di una comunità, di una tribù e nei momenti di pericolo questo bisogno ancestrale viene fuori declinandosi nelle forme moderne: la nazione, la religione, l’azienda, la squadra di calcio. Abbiamo la necessità di essere un noi, per vivere insieme il momento di difficoltà e poi poter dire di averlo affrontato e superato.

E si farà l’amore ognuno come gli va.

Eh però l’amore si può fare anche mentre c’è la tempesta, mica bisogna aspettare che finisca! Che diamine, va bene limitare i rapporti, mantenere le distanze di sicurezza, però io direi anzi che visto che si deve stare a casa….e voi mi direte, allora chi è single? Va be’, che devo dirvi tutto io? In fondo come diceva il grande Woddy, il sesso è come il bridge: se non hai un buon partner, spera almeno in una buona mano.

E senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppi furbi e i cretini di ogni età.

E certo di cretini ne abbiamo visti a frotte! Sono venuti fuori come le lumache dopo la pioggia: virologi, esperti di malattie infettive, gente con il posto fisso che si vanta di stare a casa (che vuoi l’applauso? Un pubblico encomio?), gente che si vanta di uscire nonostante i divieti (chi pensi di essere, il Robin Hood degli untori?), chi si lamenta del governo per avere lasciato tutto aperto e il giorno dopo per aver chiuso tutto.

Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico e come sono contento di essere qui in questo momento. Vedi, vedi, vedi, vedi vedi caro amico cosa si deve inventare per poter riderci sopra, per continuare a sperare

Sono contento di stare chiuso in casa con le persone che amo di più su questa terra? E come potrei non esserlo? Dovrei ringraziare perchè queste giornate potrebbero essere un dono, anche se non richiesto. Non ci riesco perché la preoccupazione è tanta e penso anche a tutte le persone a cui tengo che invece sono lontane, a volte anche da sole. Ma devo ammettere che io sono un privilegiato e forse per questo riesco ancora a scherzare e a scrivere minchiate sul blog, continuando la mia missione, che come orma sapete è spandere luce e dolcezza su questa terra.

E se quest’anno poi passasse in un istante vedi amico mio come diventa importante che in questo istante ci sia anch’io

Esserci è fondamentale. Non farsi passare addosso le situazioni, la vita, gli eventi, ma esserci. Soprattutto nella vita delle persone, perché ci si può essere pur stando a 500 km di distanza. Proprio perché costretti ad essere lontani possiamo sentire la mancanza e insieme la vicinanza: possiamo farci sentire presenti, possiamo esserci. Eccome se si può esserci!

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà io mi sto preparando è questa la novità

Passerà questa specie di incantesimo, questa bolla spazio temporale che ha momentaneamente fermato il tempo, passerà la tempesta, come dicevo all’inizio e niente sarà più lo stesso, inutile negarlo. Utilizziamo questo tempo per prepararci, perché possiamo uscirne più forti, più consapevoli di tutte le cose belle che abbiamo, da quelle più importanti a quelle più banali. E se poi riusciremo a continuare a fare la fila con la pazienza, l’educazione e il sorriso come in questi giorni, allora forse davvero non sarà stato tutto vano.

 

 

Quando siete felici, fateci caso (ma anche quando non lo siete)

L’emergenza è diventata reale. Quelle misure altalenanti e inefficaci purtroppo, com’era largamente prevedibile, non hanno sortito effetto e oggi tutti siamo arrivati a capire che esiste un problema serio, che va affrontato con azioni straordinarie, che vanno ad incidere in modo radicale con il nostro modo di vita. Siamo di fronte ad un qualcosa che non ha precedenti, almeno in epoche recenti e per questo nessuno di noi poteva essere preparato. Certo, i balbettii e le contraddizioni di chi ci governa possono essere rimarcate, possono farci legittimamente arrabbiare, ma diciamoci la verità, potevamo aspettarci qualcosa di diverso? Questa situazione è talmente nuova, talmente lontana da tutto quello che abbiamo vissuto fino a un mese fa, che penso dovremmo sospendere tutti quanti il giudizio, dovremmo evitare le polemiche e sintonizzarci il più velocemente possibile con questa novità.

Dobbiamo stare in casa. Il sogno dei lavoratori e degli studenti sfaticati, l’incubo per gli iperattivi (come me) che si fa realtà: niente spostamenti, niente aggregazioni, contatti ridotti all’essenziale. “Quando siete felici, fateci caso” scriveva giustamente Kurt Vonnegut. Ecco, se non altro questa situazione ci potrebbe aiutare a riappropriarci di tutte quelle piccole o grandi realtà quotidiane che ci fanno essere felici, proprio nel momento in cui non possiamo averle. Passerà questa emergenza, non so bene quando, ma passerà. Lascerà delle cicatrici profonde nella società, nell’economia, chissà quanto tempo ci vorrà per mettercela definitivamente alle spalle, ma passerà.

Saranno inevitabili le cicatrici di domani, così come inevitabili sono le decine di sfracassamenti di coglioni a cui ci costringe oggi. Però possiamo usare quella massima al contrario: se non siamo felici, facciamoci caso e ricordiamoci perché. Teniamo a mente quant’è bello uscire con gli amici, andare in palestra, giocare a calcio, andare al cinema, a teatro, a messa, farsi una partita a carte con gli amici, andare a sentire la musica dal vivo, viaggiare, andare allo stadio, abbracciare le persone quando non le vediamo da tanto tempo. E quando potremo rifare tutte queste cose, ricordiamoci che per quanto abituali non sono scontate, per quanto ordinarie servono a farci felici. E allora ci faremo caso.