Proprio come gli aquiloni

Proprio come gli aquiloni che galleggiano nell’aria, c’è un momento in cui aspettiamo un soffio di vento per spiccare il volo. Chi prima, chi dopo, non c’è una regola ferrea. Ne basta poco per staccarsi da terra, poi però c’è bisogno di continuità. Qualcuno ce la fa da solo, con le proprie abilità, qualcun altro ha bisogno di altre spinte e qualcuno non riesce proprio a stare in volo e ritorna giù come fosse attratto dal terreno.

L’aquilone ha un filo che lo tiene ancorato. Un filo leggero, ma resistente, che è un vincolo, ma è anche l’unica opportunità per rimanere in volo: quello stesso legame che sembra l’ostacolo maggiore alla piena libertà è la condizione di possibilità per rimanere davvero liberi. Piedi a terra e testa fra le nuvole, perfetto equilibrio tra ciò che possiamo e ciò che vogliamo fare.

Certo, a volte la tentazione di tagliare il filo può diventare molto forte, come forte poi sarà la possibilità di precipitare a terra o di perdersi definitivamente nelle vastità del cielo. Per questo qualcuno, spaventato da queste possibilità, decide di legarsi con molti fili, ma anche questo ha i suoi pericoli: molti fili, molti vincoli, che possono sovrapporsi, intrecciandosi fra loro, ostacolando il volo.

Ma anche stabilire quanti e quali fili siano indispensabili e quali invece siano ostacoli, mica è così facile! Anche perché nessuno ti insegna a parole come volare: devi aspettare il vento giusto e guardare gli altri, trovando il tuo volo fra tutti quelli possibili. Voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali

(ringrazio la splendida R&D per l’ispirazione di questo post)

Non è un Paese per giovani (tranne gli influencer e quelli che fanno rock)

Che un gruppo di tardo adolescenti un po’ coatti abbia vinto un festival della canzone di cui francamente ignoravo l’esistenza fino all’altro giorno, me ne importa il giusto. Così come dei malumori dei Francesi, che fin dai tempi di Bartali si sa che si incazzano e i giornali poi svolazzano. Mi lascia più perplesso la capacità (o forse dovrei dire il potere) di una che nella vita ancora non ho capito bene cosa faccia e quali competenze abbia, che però riesce a smuovere le folle più di qualsiasi leader politico. Ma quello perché sono anziano – direbbero i miei figli – e non capisco le dinamiche giovanili.

Ma chi li capisce i giovani? Sicuramente non si lasciano imbrigliare in categorie tradizionali, anche quando fanno finta di essere sovversivi (a proposito dei Maneskin, per carità fanno anche canzoni divertenti, però come dice il mio amico Pank, danno sempre l’impressione che in realtà vorrebbero dire “mamma, guarda come sono trasgressivo“), anche quando seguono quello che dice una Influencer. Ma forse sul serio sono io che sono anziano e poco moderno (un cocetto che il pensiero non considera).

Un po’ come il povero Enrico Letta. Che mica aveva detto una stronzata! Destiniamo a 280mila diciottenni (di famiglie a reddito medio-basso) un assegno di 10 mila euro spendibili per formazione, lavoro o alloggio, finanziando l’operazione con l’aumento della tassa di successione sui patrimoni che superano i cinque milioni di euro, toccando dunque le tasche solo dello 0,3% per cento degli italiani, i più ricchi. 

Se avesse proposto di abolire il campionato di calcio probabilmente avrebbe avuto meno critiche! Proposta inutile, demagogica, populista, strumentale, inefficace, ridicola, gliene hanno dette di tutti colori e non solo quei quaquaraquà del centrodestra. Persino il saggio Draghi ha bollato l’idea come inopportuna. Il benaltrismo della politica italiana è disarmante. C’è sempre qualcosa di più importante da fare, di più urgente, di più efficace. E quindi non si fa nulla.

Certo, 10 mila euro non cambieranno la vita, ma ad esempio, finanzierebbero un corso di studi universitario. E soprattutto l’idea che chi più ha, più deve dare una mano, mi sembra un criterio da valorizzare. Invece no: creiamogli opportunità di lavoro, non diamogli l’elemosina! Che è come dire, non ti compro le scarpe nuove, perché invece sarebbe meglio regalarti una Ferrari. Anzi, una Ferragni. Vogliamo scommettere che che se questa proposta l’avesse lanciata lei, avrebbe avuto tutt’altro successo? In vista delle prossime elezioni, fossi il PD comincerei a farci un pensierino.

Spring on a solitary blog

Mi sono raffreddato. Niente di nuovo, considerato gli sbalzi metereologici di un tempo in crisi mestruale e soprattutto il mio fisico da lanciatore di coriandoli. Se non ché in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti degli untori: oggi in pubblico sarebbe anche tollerata una sonora scoreggia, ma se ti azzardi a starnutire rischi l’ira funesta dei profughi non vaccinati o come minimo la lapidazione. Non si starà esagerando? Mica il Covid ha debellato qualsiasi altro germe sulla faccia della terra!

Presto quindi, fatti un tampone, che poi non so voi, ma piuttosto che continuare a farmi stuprare le froge preferirei andare a piedi nudi sui braceri ardenti, come danzatori bulgari o tutt’al più con candelabri in testa, come le balinesi nei giorni di festa. Per la cronaca ovviamente sono negativo, ma mai quanto un furbo contrabbandiere macedone.

D’altra parte sono sempre contento quando riesco ad essere utile a qualcuno. Non indosso occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero, ma che c’è di più soddisfacente che aiutare una giovane fanciulla a trovare la sua strada per superare le sue paure e le sue ipocondrie? Anche se, da vecchio lettore di Tex, più di ogni altra cosa mi sarebbe piaciuto dei pellerossa americani riuscire a cantare le gesta di squaw pelle di luna, ma evidentemente non avevo la Luna e Urano nel Leone. Anche perché sono del Sagittario.

Quindi, in attesa che mi passi il raffreddore e possa tornare a frequentare gli altri senza passare per appestato, passerò il week end su una spiaggia solitaria e pazienza se sulla sabbia ci sarà un caldo tropicale. Tutt’al più con un grido coprirò le distanze, per far sì che l’aria delle cose diventi irreale e così cercheremo l’alba dentro l’imbrunire.

P.S. Ho già scritto qui (https://viaggiermeneutici.com/2015/01/06/ricordando-il-caro-estinto/) quanto sia fastidiosa questa moda di incensare qualcuno dopo la sua dipartita, molto di più di quando era fra noi. Ma evidentemente non si sfugge e anche il grande Battiato non ha fatto eccezione: sono certo che si starà facendo grasse risate al riguardo. E magari apprezzerà anche questo piccolo omaggio. Per me lui sarà sempre l’estate del 1981, la spiaggia del lido delle sirene, la colonna sonora dell’estate dei miei 15 anni.

Il volo di un moscone

L’altra sera mi sono prenotato per il vaccino. Tutto bene, molto semplice, nessuna complicazione. A parte la libertà di scelta, sia di posti che soprattutto di vaccini. Io, nella mia somma ignoranza in materia, non avevo preclusioni di sorta, avevo deciso di prendere il primo che nei tempi più rapidi mi avesse garantito l’immunità. Astrazeneca era in ogni sede, anche il giorno dopo, ma la seconda dose sarebbe stata a fine luglio, così ho scelto l’unica sede in cui era disponibile il Pfizer, che avrà la seconda dose a metà giugno. In realtà a fine maggio ci sarebbe stato anche il Moderna (in provincia di Rieti) e il Johnson, che ha una sola dose, ma anche questo solo fuori Roma. va be’, ormai è fatta.

Ma è stato giusto far scegliere noi? Secondo me no. In circostanze come questa le persone non possono avere la competenza per fare la scelta più razionale e così si affidano alle voci, ai si dice, ai social, agli amici degli amici. Avevo chiesto anche al mio medico, che però ha di fatto avvallato la mia scelta (il più rapido purché sia!). Lasciare la scelta al cittadino sui vaccini è come quando ci chiamano a votare per referendum ultraspecifici: è giusto trivellare nell’Adriatico? Quanti embrioni bisogna impiantare? Ma che ne so io! Siete pagati per essere lì? Prendetevi la responsabilità di indicare la soluzione migliore!

La libertà è il dono più importante che possiamo avere. L’abbiamo capito chiaramente nei momenti tragici della nostra storia, quando qualcuno diede la vita per garantirla agli altri. Molto più banalmente, l’abbiamo capito anche in questi strani tempi, nelle piccole o grandi limitazioni a cui ci siamo dovuti sottomettere per la salute pubblica. Ma voglio essere libero di scegliere quando ne ho la competenza, perché senza conoscenza la libertà è il volo di un moscone, come diceva giustamente Gaber. La libertà senza conoscenza può portare spesso a scelte sbagliate, persino autolesionistiche, per sé e per gli altri. Pensiamo a chi sceglie di non vaccinarsi. O a chi mette la cipolla nel soffritto della carbonara. Invece la libertà è partecipazione, che significa far parte di una comunità in cui si mettono a disposizione i saperi e dove si esercita la propria libertà affidandosi a chi ne sa più di noi. Ma certo questo per gli arruffapopolo e per la democrazia di internet è difficile da digerire. Un po’ come la cipolla nella carbonara.

Effetti collaterali

Leggo e ascolto in giro grandi preoccupazioni per questi famigerati effetti collaterali dei vaccini. Ma riflettiamo insieme, cari viaggiatori ermeneutici. Per esempio, quali sono gli effetti collaterali dell’andare in bicicletta sulla strade di Roma? A parte farsi venire i polpacci come Chiellini, lo sapete che si rischia la vita ad ogni sorpasso? Che qualsiasi macchina parcheggiata nasconde uno sbadato che potrebbe aprire lo sportello mentre passate? E vogliamo parlare delle buche che si aprono come fossero voragini? E la pioggia che rende la strade simili a una pista di pattinaggio su ghiaccio? Non tralasciamo poi i colpi d’aria con conseguenti mal di gola, né gli inevitabili attacchi di emorroidi conseguenti allo stare appollaiati su quegli scomodissimi sellini.

E va be’ quindi evitiamo di andare in bicicletta. Sull’andare in motorino neanche mi soffermo: chi lo fa sa benissimo che sta giocando alla roulette russa e che la sua vita è appesa ad un filo flebile, in balia del primo refolo di vento. Quindi andiamo in macchina. Ma sapete quanti incidenti di macchina ci sono a Roma in un anno? Gli ultimi dati ufficiali sono del 2019 e raccontano oltre 11 mila incidenti, più di 30 ogni giorno, Natale compreso: 14 mila persone ferite, 99 morti. Proprio sicuri che volete prendere la macchina? Allora andiamo a piedi! Certo, se nessuno ci investe, se non ci cade un pezzo di cornicione in testa, se non inciampiamo nelle già citate buche, se non veniamo aggrediti da rapinatori, se non incontriamo qualche cane feroce senza museruola, possiamo anche arrischiare una bella passeggiata.

Altrimenti stiamo in casa. In fondo in Italia – sempre dati del 2019 – ci sono stati “solamente” 783 mila incidenti domestici, circa 2100 al giorno. C’è anche una classifica dei luoghi più a rischio. In cucina avvengono il 63% degli incidenti, a seguire la camera da letto con il 10%, poi il soggiorno con il 9% quindi le scale e il bagno con l’8%.

E quindi che dobbiamo fare? Andate a vaccinarvi e non rompete i coglioni!

Ogni tempo ha le sue favole

E così anche il famoso bacio del principe alla bella Biancaneve addormentata è caduto sotto la scure del revisionismo e della rilettura critica che da un po’ di tempo è diventato di moda nei confronti delle favole. E non solo delle favole, basta ricordare le polemiche dell’anno scorso sul povero Cristoforo Colombo. Ma in effetti le favole, i miti non sono solo storie per bambini, perché invece in un linguaggio semplice e comprensibile da tutti, da sempre raccontano la morale della società che le ha create.

Chi vi ha detto che Biancaneve volesse essere salvata? Chi vi ha detto che non stesse invece beatamente dormendo, sognando un principe molto più bello? E se invece stava sognando una principessa? Come si permette questo qui di arrivare notte tempo e approfittarsi di lei? E il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, siamo sicuri fosse così cattivo? La protezione animali avrebbe qualcosa da dire. Per non parlare dei diritti lavorativi dei poveri 7 nani, senza neanche uno straccio di polizza sanitaria integrativa! E Cenerentola che fa lavorare in nero i poveri topolini? Mulan, costretta a mascherarsi da uomo?

Probabilmente è vero che le fiabe esprimevano una società maschilista, poco attenta ai diritti dei lavoratori ed in generale delle classi meno abbienti, totalmente disinteressata al rispetto per gli animali, probabilmente omofoba e colpevolmente silente sulle questioni razziali. Dunque è giusto ora cambiare tutto? E’ giusto raccontare nuovi miti e nuove favole ai bambini di oggi, che saranno le donne e gli uomini di domani? Probabilmente sì. Ma più che giusto o sbagliato penso sia inevitabile, perché appunto le favole raccontano lo spirito di una certa società, esprimono un modo di pensare che è legato ad una determinata epoca, con i suoi miti e le sue grandi verità.

Da piccolo mi appassionavo per l’epopea western: già i miei figli non hanno nessun trasporto rispetto a queste storie. Per me indiani e cowboy erano gli eroi da imitare o i cattivi da sconfiggere. Perché, in effetti, come dice bene Chesterton (grande scrittore inglese di inizio 900), al di là, o meglio dietro ogni personaggio, quello che conta è la narrazione: “le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché questo i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti“.

La ruggine non dorme mai (a proposito di Superlega)

Gli ultimi fatti di questi giorni, la polemica sulla Superlega (ma visto l’esito forse era meglio chiamarla supercazzola), pur essendo relativa ad un argomento che solitamente mi appassiona, non mi ha coinvolto più di tanto. Nel merito non credo esistano buoni e cattivi, si è trattato di uno scontro di interessi su quello che resta il più bel gioco del mondo, ma che da tempo ormai è diventata una macchina da soldi. Non credo neanche sia stata decisiva la sollevazione popolare, (figuriamoci quanto gli interessa a questi!), che è semplicemente servita ad una delle parti per fare pressione sull’altra.

Il progetto in sé era una porcata, né meglio né peggio di altre fatte in passato da questi signori (vogliamo parlare del prossimo mondiale, che verrò giocato a gennaio in pieno deserto?) ma la vicenda mi solleva un dubbio più complessivo, che travalica la questione in sé: cosa ci spinge di più verso il precipizio, l’arroganza o il dilettantismo?

Ragionando a mente fredda, oltre ad essere una porcata, quello proposto era evidentemente un progetto nato morto. Portare nel calcio le logiche e l’organizzazione di uno sport totalmente diverso come l’NBA, (senza tra l’altro prenderne tutte le componenti), era un azzardo che anche uno stupido avrebbe capito non avere possibilità alcuna. Mi rifiuto di pensare che alla guida di 12 imprese multinazionali come quelle ci siano degli stupidi, quindi torno alla domanda: cos’è più nefasta, la presunzione o il pressappochismo?

La faciloneria, il fare cose senza valutare bene i pro ed i contro, si riduce in fondo all’ignoranza, al non sapere. E forse a questo c’è un rimedio: studiare! Approfondire, prendere bene tutte le informazioni, ricercare le fonti, valutare le conseguenze, creare un piano alternativo. Si può fare. Costa fatica, ci vuole materia grigia, ma si può fare. Purtroppo però all’arroganza, alla presunzione di essere al di sopra degli altri e del contesto che ti circonda, non c’è rimedio. E’ come la ruggine: piano piano corrode le situazioni e non si ferma davanti a niente. Anzi proprio la presunzione è la benzina per l’ignoranza, creando così una miscela esplosiva che appunto ci porta ad andare dritti contro un muro.

Purtroppo contro questo tipo di ruggine non c’è soluzione e certo non solo nel calcio. Sempre di più mi accorgo che la presunzione, il “presumere” senza sapere, è l’origine della quasi totalità delle storture che ci circondano, in ogni situazione, dalla politica, al lavoro, fino ai rapporti interpersonali. “La ruggine non dorme mai” cantava Neil Young e come spesso gli capita, non aveva mica torto.

La fata, Pinocchio e mangiafuoco

C’è solo un fiore in quella stanza
E tu ti muovi con pazienza
La medicina è amara ma
Tu già lo sai che la berrà

Mentre ieri nel nostro Paese, dall’inizio dell’anno, sono salite a 19 le donne vittime di femminicio (lo scorso anno furono 75, negli ultimi vent’anni 3344. Che significa che all’incirca da vent’anni a questa parte un giorno sì e un giorno no, una donna viene uccisa, quasi sempre fra le mura domestiche, da persone conviventi), Beppe Grillo si è lanciato in un’accorata difesa del figlio accusato di stupro e violenza di gruppo nei confronti di una sua coetanea. Arrestate me ha detto il comico/politico, si vede dal video che non c’è violenza e poi perché denunciare dopo 8 giorni?

E forse è per vendetta
E forse è per paura
O solo per pazzia
Ma da sempre tu sei quella che paga di più
Se vuoi volare ti tirano giù
E se comincia la caccia alle streghe
La strega sei tu

Ho due figli, una femmina ed un maschio, all’incirca coetanei dei protagonisti di questa vicenda e francamente non invidio Grillo, né tantomeno il papà di quella povera ragazza. A dirla tutta, non so neanche se sia peggio essere padre di una vittima o di un carnefice, quindi il Grillo genitore posso anche arrivare a comprenderlo. Se il suo fosse stato lo sfogo istintivo di chi vorrebbe difendere chi ama. Dopo di ché però bisognerebbe fermarsi e ragionare. E magari tacere. O chiedere scusa.

E insegui sogni da bambina
E chiedi amore e sei sincera
Non fai magie, né trucchi, ma
Nessuno ormai ci crederà

A volte le bugie (che diciamo prima di tutto a noi stessi) sono necessarie per continuare ad andare avanti. Di fronte al fallimento di una vita, di fronte al male assoluto, ci raccontiamo una realtà parallela, alternativa, che ci rende sopportabile il presente (e a volte anche il futuro). A volte più queste bugie sono grandi, più abbiamo bisogno di crederci e in fondo chi più di un politico è bravo a raccontare bugie? Forse un comico. Che però da un pezzo ormai ha smesso di far ridere. Il rischio allora è che da Pinocchio, ti trasformi in Mangiafuoco.

C’è chi ti esalta, chi ti adula
C’è chi ti espone anche in vetrina
Si dice amore, però no
Chiamarlo amore non si può
Si dice amore, però no
Chiamarlo amore non si può

Troppo vecchi per il Rock’n roll, troppo giovani per morire

Questa strana situazione in cui siamo piombati da un anno a questa parte, questa specie di incubo collettivo, che sembra venir fuori dalla sceneggiatura di un pessimo B movie degli anni 70, ha stravolto molti punti fermi che davamo ormai per scontati.

Innanzitutto ci ha costretto a ragionare per priorità. Noi nelle scelte quotidiane, chi ci governa ad un livello più alto, tutti abbiamo dovuto reimparare a dividere, scegliere, valutare quello che è più importante rispetto a quello che è accessorio, il necessario dal superfluo, l’urgente dal rimandabile. Ma tutto in maniera fluida, senza certezze di nessun tipo: avreste mai pensato che i barbieri potessero essere così importanti?

Anche il concetto di giovani e anziani, sempre variabili, sempre interpretabili, sono stati allungati ed accorciati, a seconda delle situazioni. Con il risultato, come leggevo nel bell’articolo di Elena Stancanelli su Repubblica di oggi, che noi poveri cinquantenni, siamo finiti in mezzo, in un limbo indefinito: too old to rock’n roll, too young to die. Come dice giustamente lei “non è colpa nostra se la scelta più difficile che abbiamo fatto era tra Spandau Ballet e Duran Duran, tra sonnecchiare al Dams o vivere in un infinito Interail”.

In effetti la mia generazione non solo non ha fatto la guerra, non ha patito le conseguenze del dopo, ma non ha neanche vissuto lo scontro generazionale del 68, con la coda avvelenata del 77. Fra la popolazione adulta noi eravamo quelli con meno anticorpi per gestire questa situazione, i più inermi. Il più grande stravolgimento delle nostre vite era stato l’introduzione dell’euro, la situazione più drammatica gli spareggi di Napoli l’anno dei meno 9 (va be’ questa vale solo per me e altri aquilotti). Sì, per carità, l’11 settembre, il terremoto dell’Aquila, ma cosa sono rispetto a quello che stiamo vivendo?

Non eravamo pronti a nulla di quello che ci è capitato, nessuno lo era a dire il vero, infatti non riesco ad avercela con nessuno. Nemmeno con i politici. Va be’ a parte Salvini, ovviamente. Mi piacerebbe avere la tranquillità di mio padre o l’incoscienza di mio figlio: certo, anche loro stanno soffrendo la situazione e tutte le limitazioni che stiamo subendo. Mi sembra però che le stiano affrontando con meno ansie, con una giusta dose di tolleranza, un’accettazione un po’ fatalistica, che li aiuta ad essere più sereni di me. Meglio di me, mi sembra, riescono a portare l’acqua al proprio mulino, sfruttando gli elementi positivi, così da alleggerire quelli negativi.

Ottimo per loro, decisamente. Non so se sia perché sono troppo più giovane rispetto all’uno o troppo più vecchio rispetto all’altro, ma in ogni caso io faccio fatica. Non sarà che voglio portare il mulino all’acqua? E così torniamo al discorso della priorità. E quando cambiano le situazioni, diventa complicato scegliere l’uno o l’altro o tornare su scelte già fatte, che davamo ormai per scontate.

In ogni caso, anche a suo tempo le priorità per me erano sempre altre (molto più Genesis, Pink Floyd o Supertramp). Se però dobbiamo entrare nell’agone, per chi non c’era o per chi c’era, ma magari non se lo ricorda, fra i due non c’è mai stata storia!

Cosa possiamo ancora imparare?

A volte può succedere. Capita una disgrazia o semplicemente un contrattempo, che in seguito si rivela un vero colpo di fortuna. Uno ha un’incidente in macchina, per scrupolo fa un salto in ospedale, qualche analisi e così scopre di avere una disfunzione cardiaca. L’incidente gli salva la vita.

Ma senza andare troppo nel drammatico. Il cantante di un gruppo rock rimane senza voce, al concerto della sera deve improvvisarsi cantante il batterista, che da quella sera scopre di essere bravissimo, riscuotendo un successo planetario. Il centravanti di una squadra ha una squalifica che lo tiene lontano dai campi per qualche partita, l’allenatore deve per forza cambiare modulo, ma da quel momento la squadra non perde più diventando imbattibile.

Le sciagure, i contrattempi, ogni fatto che arriva inaspettato a scolvolgere i piani, oltre ad una notevole quantità di sfracassamenti di minchioni, porta con sé delle opportunità. Dobbiamo essere bravi noi a trovarli, a tirarli fuori, perché a volte si nascondo molto bene. Persino una pandemia può avere dei risvolti positivi. Abbiamo avuto mesi interi lo scorso anno in cui abbiamo riscoperto la bellezza di stare in casa, abbiamo visto che ricchezza può essere avere uno spazio esterno in cui trascorrere del tempo, abbiamo capito quante cose si riescono a fare grazie alla tecnologia. Abbiamo imparato a fidarci dei governanti, anche quando le loro indicazioni non erano perfettamente coerenti. Ci siamo fidati della scienza e (almeno a gran parte di noi) abbiamo scomesso sulla ricerca e sui vaccini.

Personalmente, chiuso in casa senza neanche la compagnia delle partite di calcio, ho scoperto le serie di Netflix, ho divorato libri, ho ascoltato molta buona musica. Adesso però, ad un anno di distanza, senza grandi miglioramenti in vista, cosa c’è ancora da scoprire? Cosa c’è ancora da tirar fuori di buono da questa situazione? La sensazione è che abbiamo già ampiamente raschiato il fondo del barile. Qualsiasi situazione, se si protrae nel tempo, perde le spinte propulsive, si avvita su se stessa e tende alla stagnazione. E quindi, cari viaggiatori ermeneutici, cos’altro possiamo ancora imparare? Io penso sia un qualcosa che attiene alla pazienza. Quando non c’è altro da fare, possiamo ancora coltivare l’attesa, con pazienza, che le cose cambieranno. Perché tutto passa sulla scena del mondo, anche una pandemia planetaria come questa.

  • Lo sa come si fa a riconoscere se qualcuno ti ama? Ti ama veramente dico?
  • Non ci ho mai pensato
  • Io sì
  • E ha trovato una risposta?
  • Credo che sia una cosa che ha a che vedere con l’aspettare. Se è in grado di aspettarti, ti ama

(Alessandro Baricco)