Fortunati quelli che hanno qualcuno che gli rompe le scatole

Metti un venerdì notte in questa torrida estate del duemilaventidue. Nella casa al mare, con la prospettiva di un fine settimana tra spiagge e bagni rinfrescanti, te ne stai rilassato su una sdraia, sono le 23 e 30, rifletti se andare a letto o continuare a guardare le stelle, con questa leggera brezza marina che finalmente ti fa smettere di sudare.

Metti che tuo figlio, a 70 km di distanza, partecipi ad un torneo di calcetto estivo e pensi bene di farsi diventare la caviglia come un melone dopo un contrasto assassino. “Papà mi accompagni al Pronto Soccorso?

Metti una corsa in macchina con i lavori sulla pontina e sul raccordo, che nemmeno puoi incazzarti, perché se non li fanno di notte, quando li fanno? Ti ritrovi alle 5 della mattina sempre a rimirare le stelle, ma da una panchina fuori del Pronto Soccorso, perché con le norme anticovid ora non ti fanno nemmeno entrare, sperando che non ci sia nulla di rotto.

E insomma, sarà stata la stanchezza di una notte insonne dopo una settimana di lavoro, sarà stata la prospettiva del week end al mare che stava evaporando con il sudore che aveva ripreso a scendere (alle 5 del mattino nel parcheggio del Pertini c’erano 26 gradi), sarà stato il suono delle cicale, saranno state le stelle, fatto sta che mi sono fatto una domanda. Al di là del giovin virgulto, per chi altro sarei disposto a rinunciare a una notte di sonno, ad un week end di vacanza, per chi guiderei come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere?

E qualcun altro c’è. Più di qualcuno, a dir la verità. In quel preciso istante, mentre le cicale continuavano a gridare la loro voglia d’estate e le stelle brillavano soddisfatte, mentre la barbona che dormiva nella panchina a canto a me mi chiedeva per la terza volta una moneta (una volta per l’acqua, poi per il caffè, poi per uno snack) ho capito di quanta ricchezza abbiamo. Di quale fortuna inestimabile. Perché appunto, al di là dei figli, per cui non c’è neanche da discutere, se hai parenti, amici o conoscenti, per cui sei disposto a farti sfracassare i minchioni e sei felice di farlo, allora sei un uomo fortunato.

P.S. Per la cronaca niente di rotto, solo una brutta distorsione ghiaccio, riposo e tornerà più forte di prima!

La situazione è grave, ma non seria

Ricapitolando. I 5 Stelle sono riusciti nell’impresa di suicidarsi politicamente, mettendo su un piatto d’argento la possibilità al centro destra di staccare la spina al governo senza sporcarsi le mani. Nel contempo, così facendo, hanno anche sciolto il PD da qualsiasi eventuale vincolo di alleanza in vista delle ormai prossime elezioni.

Che dunque vedranno, verosimilmente, due schieramenti contrapporsi. Nel primo la pescivendola (con tutto il rispetto e la stima che ho per le mie pescivendole del mercato di Val Melaina) della Garbatella, il reparto geriatrico di Arcore e la razza padana si faranno portavoci del populismo più sfacciato, promettendo tagli di tasse, aumento degli stipendi, congiunture astrali favorevoli, tre volte Natale e festa tutto il giorno. D’altro il PD, libero dal mortifero abbraccio con i pentadementi, non dovrà far altro che affidarsi a Draghi e a tutti coloro che in Parlamento (ma soprattutto fuori da esso) vorranno appoggiare la sua linea politica. Saranno in grado di fare questa scelta, senza se e senza ma? Hanno in mano la carta vincente, ma non sarebbe la prima volta che se la fanno sfilare dalle mani.

Considerazioni a latere. Sarà un caso che abbiano fatto cadere il governo tutte le forze politiche che in passato hanno avuto rapporti più o meno stretti con Putin? Diciamo di sì. Un caso. Con la “s”. Anche se mi verrebbe di scriverlo piuttosto con due “z”.

Seconda considerazione. Una volta per tutte la finiranno con questa filastrocca dei governi non scelti dagli elettori: questa folle legislatura l’hanno scelta quell’oltre 30% degli elettori che votarono 5 stelle. Sarebbe facile dire io (come tanti altri) l’avevo detto, sarebbe facile ora dire che “uno vale uno” non vale neanche quando si scelgono le squadre di calcetto il giovedì sera. L’importante è che sia finita. E’ stato lungo, faticoso, un po’ come il Covid, ma speriamo di esserne usciti.

Terza ed ultima. Le elezioni non sono mai una sciagura: lo scenario oggi è più chiaro, non ci saranno più le contraddizioni e le ambiguità di un governo con dentro forze naturalmente antagoniste. O di qua o di là, non credo ci saranno terze vie: cosa sceglieranno gli Italiani? Una volta tanto voglio essere ottimista.

E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.

Gli alibi e le ragioni

E confondo i miei alibi e le tue ragioni

Stiamo vivendo un periodo difficile. Sì, è vero, questa considerazione è un evergreen, l’abbiamo sentita ripetere un milione di volte, ma raramente abbiamo vissuto una pandemia mondiale e una guerra nel cuore dell’Europa, con una crisi economica che fa triplicare i costi dell’energia e rimanda indietro i livelli dell’inflazione a 40 anni fa. Insomma, viviamo sempre periodi difficili, ma questi penso oggettivamente siano più difficili di altri.

E come reagiscono i nostri politici? Come affrontano questa emergenza, questa concomitanza di eventi straordinari? Come sempre. Litigando per questioni di lana caprina, cercando di lucrare rendite di posizione e piccoli vantaggi da giocarsi a favore dei propri interessi di bottega. D’altra parte siamo stati noi ad eleggerli e non credo ci sia questa differenza radicale fra noi e loro.

Effettivamente in tante situazioni la linea di separazione fra alibi e ragioni è molto labile. E spesso anche artificiosa. Un po’ come quei confini disegnati sulla carta, dritti per dritti che vanno a dividere nazioni che in realtà fanno parte di un unico territorio. Quando invece esistono fiumi, montagne o qualsiasi altro dato concreto che separi due Stati, la situazione diventa molto più semplice. E più oggettiva.

La confusione nasce proprio dal fatto che è frequente il caso in cui non ci sono dati oggettivi. O meglio, ognuno di noi pensa di averne: siamo certi delle nostre convinzioni e quindi delle nostre ragioni. Quelli degli altri invece li giudichiamo solamente come alibi, scuse per fare o non fare qualcosa che in realtà non ha motivi.

Quando confondiamo alibi e ragioni rischiamo di rovinare un’amicizia, un rapporto di fiducia, una relazione. Ma quando questo succede a chi ha una carica ufficiale, il guaio può essere ben peggiore: chi ha obblighi nei confronti della collettività dovrebbe avere la capacità di andare oltre. Proprio perché alibi e ragioni possono essere facilmente confusi, ci vorrebbe un’assunzione di responsabilità, l’abilità e l’intelligenza di andare sopra ed oltre. E forse, quando saremo dentro la cabina elettorale, dovremmo cominciare a valutare i politici proprio a partire da questa capacità.

Abbiamo bisogno di eroi?

Ieri sera ho visto con piacere un docufilm (termine bizzarro, una via di mezzo tra un film e un documentario) sugli azzurri vincitori del Mondiale spagnolo, esattamente 40 anni fa. Correva l’estate dei miei 16 anni, con Miguel Bosè che cantava i Bravi ragazzi (tutti poeti noi del 66, come modificavamo la canzone a nostro uso e consumo) e i primi amori sul lungomare fra Anzio e Lavinio. Ma ancor prima di aver rivisto quelle immagini, come penso tanti della mia stessa età, sarei in grado di raccontare perfettamente ognuna di quelle partite della nazionale.

Ricordo esattamente dov’ero e con chi vedevo le partite, le ansie prima di ogni incontro e i festeggiamenti dopo. Ricordo lo scetticismo e le cattiverie giornalistiche che accompagnarono le prime gare, salvo poi mutarsi rapidamente nella santificazione dei giocatori: la corsa a salire sul carro dei vincitori è sempre stato uno degli sport più praticati, in qualsiasi epoca. Ricordo che qualche lupacchiotto giallorosso (come sempre, i figli stupidi di Roma) tifava Brasile perché c’era Falcao e quel cattivone di Bearzot non aveva convocato Pruzzo. Ricordo mia mamma felicemente sbronza dopo la finale, a sventolare una bandiera sulla litoranea, affollata di macchine festanti.

Nel servizio della Rai condotto da un grande Marco Giallini, ritornavano tutte queste cose e si inquadrava quella manifestazione nello scenario del Paese dell’epoca, sottolineando le difficoltà economiche e sociali in cui ci trovavamo. “Abbiamo bisogno di eroi” ha detto Giallini alla fine del documentario, perché quella vittoria può considerarsi come il riscatto dell’Italia, che proprio in quel gruppo di ragazzi era riuscita a ricompattarsi, a ritrovare uno spirito unitario dopo i veleni del periodo di piombo. La cosa mi ha fatto pensare, perché in realtà non sono molto d’accordo con questa ricostruzione.

In realtà nell’82, almeno dai miei ricordi, c’era un’altra atmosfera nel Paese. Gli anni duri, Moro, Ustica, la stazione di Bologna, erano ormai alle spalle. Ovviamente ancora c’erano degli strascichi, le BR facevano ancora paura, ma l’aria era cambiata, eravamo già andati avanti. Non c’è paragone con l’oggi. Siamo appena usciti da una pandemia mondiale, siamo nel pieno di una guerra dentro i confini dell’Europa e dentro una crisi economica che è ben lontana dall’essere superata. E siamo pure fuori dal mondiale, quindi nessun eroe potrà salvarci. Ma neanche risollevarci il morale.

E poi, seppure non ci avessero eliminati prima ancora di partecipare, con i problemi che abbiamo e il disincanto diffuso, a cosa sarebbe servita un’ipotetica vittoria al mondiale di calcio? E’ vero, sono il primo ad essere convinto che “il calcio è la cosa più importante fra le cose meno importanti“, può essere terapeutico (la Lazio continua ad essere il termometro del mio umore non solo domenicale). Ma nonostante tutta la retorica di cui possiamo caricarlo, davvero stavolta non credo che ci avrebbe potuto salvare. Forse, proprio come successe oltre 40 anni fa, dovremo sbrigarcela da soli. Ripartiremo anche senza eroi: ce la facemmo allora e ce la faremo adesso.

Loro arriveranno dopo e magari ci regaleranno un altro mondiale.

Proprio come uno sbadiglio

Gli atteggiamenti non sono sempre univoci, non tutti li valutano allo stesso modo. Ma neanche gli eventi. Come la pioggia: per qualcuno è una calamità, per qualcun altro una benedizione. E così le lacrime. C’è chi piange dalla disperazione e chi dalle risate. La natura delle cose può essere ambigua, può significare una cosa e a volte l’esatto contrario.

Una gentilezza può nascondere piaggeria, una battuta ironica può essere in realtà una cattiveria, come un rimprovero anche duro può avere dentro un affetto smisurato verso chi viene fatto. Le intenzioni non sono sempre allineate ai comportamenti e cosa conta veramente, le cose che facciamo o i motivi per cui le facciamo? Quante volte poi siamo portati ad equivocare i comportamenti degli altri per dei preconcetti che abbiamo verso di loro. Anche con le migliori intenzioni a volte si combinano disastri e se combini un disastro davvero allora poco importa con quali motivazioni la hai compiuto.

Ad esempio uno sbadiglio, come dobbiamo interpretarlo? Stiamo annoiando il nostro interlocutore? O ci tiene così tanto ad ascoltarci che, nonostante la stanchezza, il suo corpo gli chiede nuovo ossigeno così da poterci seguire meglio? Anche gesti involontari ed inconsapevoli come questo possono nascondere motivazioni diverse, persino opposte fra loro. Insomma, la confusione è tanta e non ci sono grandi soluzioni: dobbiamo imparare a conviverci!

Con i cani è più facile, perché i cani non fingono: se scondinzolano sono contenti, se ringhiano meglio girare al largo. Amano in maniera incondizionata e senza secondi fini. Amano e basta. Niente interpretazioni, niente doppi sensi: azioni e intenzioni sono perfettamente allineate. Per questo andranno in paradiso molto prima e con maggior merito di noi. Come dite? Anche loro sbadigliano? Eh sì! E anche per loro la cosa non è facilmente interpretabile. Sembra che sbadiglino per allontanare una situazione spiacevole, a volte per fame, altre per cercare attenzioni. Forse anche loro stanno diventando umani. Speriamo non troppo umani!

Ballando sotto la pioggia

Se sei preoccupato del domani, impara a ballare sotto la pioggia

Se hai paura della pioggia, cancella ogni traccia di invidia dentro di te

Se proprio sei invidioso di qualcuno, sii invidioso di chi affronta la sconfitta sorridendo

Se vuoi imparare a sorridere nella sconfitta, devi essere capace di essere soddisfatto di te stesso

Se vuoi essere soddisfatto di te stesso, impara a maneggiare le aspettative degli altri

Se vuoi essere capace di maneggiare le aspettative degli altri, impara a non pretendere nulla

Se vuoi imparare a non pretendere nulla, devi esercitarti notte e giorno senza stancarti

Se poi ad un certo punto ti viene sonno, cerca almeno di fare sogni grandi

Se vuoi sognare in grande, ricordati di non prendere scorciatoie

Se trovi una scorciatoia, allora come minimo deve portarti sulla luna

Se fossi sulla luna, sicuramente ci starei abbracciato a te

Se stessi sotto braccio a te, sulla terra o sulla luna non avrei più nessuna preoccupazione

Ma se invece sei ancora preoccupato per il domani, impara a ballare sotto la pioggia

I found a dream, that I could speak to, a dream that I can call my own, I found a thrill to rest my cheek toa thrill that I have never known

La sindrome Nimby e la ricerca dell’Altrove

Che cos’è sarà mai la sindrome Nimby, si chiederano i miei affezionati viaggiatori ermeneutici: il solito uragano estivo che flagella le coste degli Stati Uniti? Un nuovo elettrodomestico che prepara risotti, lava i piatti e stira i pantaloni? Un nuovo social media che supera Tik Tok, che ha superato Instagramm, che ha mandato in pensione Facebook, così tanto per farci sentire vecchi e superati anche a noi?

Niente di tutto ciò. Nimby è l’acronimo che sta per “Not In My Back Yard“, che da noi potremmo tradurre “non nel mio cortile”. Ovvero quell’atteggiamento, quella presa di posizione, per cui qualsiasi cosa potrebbe anche essere positiva, l’importante è che non si faccia nelle nostre vicinanze spazio temporali. L’accoglienza ai profughi può anche essere giusta, anzi sicuramente lo è: basta che non ci sia un campo di accoglienza dietro casa nostra. E il termovalorizzatore o una linea ferroviaria ad alta velocità? Idem, non si discute se siano più o meno utili, l’importante è che non stiano da qualche altra parte. La riforma delle pensioni o gli interventi per la salvaguardia del clima? Vanno benissimo, più che giusti. Però magari rimandiamoli di qualche anno.

La questione si ripropone ciclicamente ed è impressionante come, anche riguardando temi diversissimi tra loro, segue sempre lo stesso schema: fate come volete, ma fatelo lontano da qui, fatelo altrove. Un altrove che diventa un luogo e un tempo metafisico, una specie di al di là, che non ci riguarda più. Un atteggiamento comprensibile, “umano troppo umano”, direbbe il mio amico Nietzsche che però ovviamente porta alla stasi. Sia nel tempo che nello spazio infatti è impossibile trovare un punto che non sia vicino a qualcuno.

Ma perché proprio vicino a me? In un Paese come il nostro, con una spiccata assenza di sensibilità riguardo i “beni comuni”, con quella domanda si scatenano vere e proprie guerre civili, pronte ad essere cavalcate dal politico populista di turno, ben felice di passare per paladino dei poveri cittadini vittime della calamità di turno o di riforme impopolari: no tav, no tap, no triv, no expo, no mose, no profughi, e via dicendo. Ultimo solo in ordine cronologico il termovalorizzatore annunciato da Gualtrieri.

Non se ne esce: ci vorrebbe un sussulto di dignità, una presa di coscienza individuale, che metta da parte il cortile per guardare l’intero circondario. Altrimenti questo Altrove non bene identificato (guai ad identificarlo!) diventa un “da nessuna parte”: in inglese suona meglio, da somewhere a nowhere.

La libertà di sbagliare

L’altro giorno la mia dolce e problematica sorellina mi poneva un quesito non da poco: è giusto rispettare la libertà degli altri quando stanno palesemente sbagliando oppure è necessario intervenire, anche limitando questa libertà, per evitare di farli cadere?

Questione complicata. Presupponiamo innanzitutto che sia possibile in modo chiaro ed evidente sapere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato per qualcuno: non è facile saperlo per se stessi, figuriamoci per altri! Ma poniamolo come presupposto. Di fronte ad un’alternativa, una strada ti consente di arrivare al traguardo ed una è senza uscita, siamo nelle condizioni di saperlo con certezza e quindi possiamo indicarla all’altro evitando che vada in quella sbagliata. Ci ascolterà? E se non ci ascolta fino a che punto dobbiamo fare in modo che ci dia retta? Può capitare con i figli, con gli amici, con il partner, con chiunque ci sentiamo legati al punto da essere (o da sentirci) responsabili della sua scelta.

Io penso che senza dubbio dobbiamo metterlo sull’avviso, dobbiamo cercare di fargli aprire gli occhi, di farlo ragionare, di spiegare le ragioni. Invece a volte possiamo essere tentati di compiacere, più che di fare la cosa giusta, creandoci degli alibi. Potremmo voler evitare lo scontro, cercare di non essere sgradevoli o insistenti, giustificando le scelte (sbagliate) altrui dietro il paravento della loro libertà. Non poche volte mi sono trovato in situazioni simili, come penso chiunque altro. Si arriva ad un punto per cui si dice: io te l’ho detto, ho fatto il mio dovere, tu non vuoi capire, pazienza a questo punto peggio per te.

D’altra parte, continuare ad insistere, arrivare persino a prevaricare le scelte altrui, può essere una soluzione? Ripeto, sempre dando come presupposto di essere in possesso della verità, di avere quindi la certezza di quale sia la scelta giusta (che per esempio uno presuntuoso come il sottoscritto ha spesso la sensazione di avere!). Anche in questo caso però non credo che questa possa essere la soluzione. Sbagliando si impara, dice il proverbio. Ma finché non si sbaglia in prima persona, difficilmente si impara. Perché purtroppo gli sbagli altrui possono non essere significativi.

Che fare dunque? Sperare che questa via sbagliata non porti conseguenze irreparabili, cercare di limitare i danni e poi, soprattutto, essere lì accanto a quella persona anche quando sta sbagliando. Perché lì sta tutta la differenza del mondo, fra coloro che amiamo e tutti gli altri. Senza compiacimenti, senza indulgenze a buon mercato, senza giustificazioni astruse e soprattutto senza i “te l’avevo detto”, che tanto non servono a un fico secco. Se non riusciamo, pur con tutti gli sforzi del mondo, a fargli vedere il mondo con i nostri occhi, allora, seppur a malincuore, seppur con fatica e un dolore che sembra insopportabile, dovremmo calarci insieme a lui per vedere il mondo con i suoi occhi, vivere con lui i suoi errori, così da aiutarlo a venirne fuori. Perché solo a partire da lì possiamo dargli la speranza che una redenzione è possibile.

Delle ali e un altro apparato per respirare che ci permettessero di attraversare l’immensità degli spazi, ci sarebbero inutili, perché se salissimo su Marte o Venere conservando gli stessi sensi, questi rivestirebbero dello stesso aspetto delle cose della Terra tutto quello che potremo vedere. L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza, sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri cento occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è. (Marcel Proust, La prigioniera)

Di musica e persone

Rispetto alla musica, alla musica di autori che mi piacciono, da sempre ho un tipo di ascolto che potrebbe essere definito compulsivo. Da quando comperavo i vinili, quando ho un nuovo disco fra le mani, mi metto lì e ascolto e riascolto per ore (adesso con spootify è molto più comodo e non rischi nemmeno di graffiare il disco!): perché il primo ascolto non è mai veritiero, devi dare tempo alla melodia di sedimentarsi, devi capire le parole, lasciargli il tempo di entrare dentro. Ovviamente questo, oltre ad urtare i nervi a chi ti sta vicino (ne sa qualcosa il mio povero fratellino…) si può fare soprattutto con i propri autori preferiti, perché quello che c’è di nuovo viene fuori sempre a partire da quello che invece si conosce già.

Perché quando ascoltiamo una canzone per la prima volta è probabile che ci troveremo di fronte a un qualcosa di già conosciuto ed un ché di completamente nuovo. Ma proprio il giusto mix di questi due aspetti ci attrae o ci allontana, ci fa apprezzare quello che stiamo ascoltando, oppure ci fa passare oltre senza interesse. Il nuovo, che ha qualcosa di mai ascoltato prima, ha radici in quello che è già stato scritto e suonato, come fosse un nuovo capitolo di un libro già iniziato. E così magari scopri un gruppo che non hai mai calcolato (in questo caso gli Smashing Pumpkins), che fa musica che conosci da sempre. E questa cosa mi piace!

Ma in fondo, non è così anche con le persone? Ci attraggono e ci sorprendono le persone che non conosciamo, se hanno con noi un terreno comune, degli ideali, dei modi di pensare, dei ricordi di fatti ed eventi che pur non avendoli vissuti insieme, sono i nostri. Fino ad oggi non ci conoscevamo, ma seppur lontani abbiamo vissuto insieme l’11 settembre, la vittoria del mondiale di calcio e domani la pandemia. C’è una base comune, un già noto pur essendo sconociuto. Su questa base possiamo sperare di veder nascere amicizie belle e autentiche anche domani. Altrimenti aveva ragione Guzzanti: nell’era della comunicazione globale possiamo arrivare a dialogare con chiunque, possiamo conoscere anche chi sta dall’altra parte del mondo, ma poi alla fine, io e te aborigeno, che se dovemo dì?

Praticare la gentilezza (sempre sul diffondere luce e dolcezza)

Perché dovremmo essere gentili? A parte il sottoscritto, che come già ampiamente scritto sulle pagine di questo Blog ha come suo compito specifico quello di diffondere luce e dolcezza, cosa ce ne viene a praticare la gentilezza?

Essere gentili non è di moda. Anzi. A volte può generare diffidenza ed incomprensioni: c’è chi ci vede sempre dietro un secondo fine, chi equivoca la cosa, pensando al possibile tornaconto. Abituati ormai all’indifferenza generale, al rimanere ognuno chiuso nei propri spazi, può persino dare fastidio, perché in una visione distorta potrebbe voler significare un ruolo subalterno per chi la riceve. Effettivamente la gentilezza non è di moda. Ma proprio per questo andrebbe praticata.

La gentilezza richiede tempo. Pensare ai bisogni degli altri, venire incontro alle difficoltà, prevenire i desideri e fare ciò che è possibile per realizzarli, potrebbe essere faticoso. Ci vuole impegno e a volte pazienza, insomma potrebbe significare togliere tempo e spazio alle nostre attività. Sì, essere gentili comporta anche questo. Ma proprio per questo andrebbe fatto.

Diffondere luce e dolcezza, ovvero praticare la gentilezza, fondamentalmente, è futile, nel senso che non è né utile, né inutile. Perché la gentilezza inizia dove finisce l’obbligo: tutto ciò che dobbiamo fare, che rientra nei nostri obblighi (non solo morali) non ne può far parte. Potremmo dire che la gentilezza è super-flua, laddove l’accento andrebbe messo sul prefisso “super”. Proprio per questo dovremmo sentirla come indispensabile.

D’altra parte, pensateci un po’, chi è un personaggio famoso che ci dà un esempio concreto di come fare a diffondere luce e dolcezza? Senza dubbio è il buon samaritano. Si trova lì a passare per caso e vede questo derelitto ai bordi della strada: non è tenuto ad aiutarlo, nessuno lo obbliga, nessuno glielo chiede, nessuno se lo aspetta. Eppure lo fa!

Ma al di là dell’insegnamento che ci vuole dare questa parabole, la cosa che mi ha sempre colpito di questa storia è che ci dice chiaramente che non siamo noi a scegliere a chi prestare aiuto. Potremmo dare per certo che il buon samaritano avrebbe preferito aiutare un riccone che poi lo avrebbe ricompensato. O magari una bella fanciulla con cui cominciare una storia d’amore. Al limite forse avrebbe aiutato più volentieri un altro samaritano. Ma non funziona così. Non siamo noi a scegliere. Luce e dolcezza volano dove vogliono loro, non si fanno rinchiudere negli interessi, negli obblighi o nelle necessità. E noi siamo semplicemente gli strumenti dove loro entrano ed escono per suonare la loro musica.

I looked at you all
See the love there that’s sleeping
While my guitar gently weeps…