Che papà vuoi essere?

Nient’altro come i figli ti cambia la prospettiva della vita. O almeno, questa è la mia esperienza, ma non credo di essere molto originale in questa cosa. La vita cambia continuamente: cambiano le amicizie, gli obiettivi, le taglie, i gusti, le opinioni, ma niente riesce a cambiare le cose come l’arrivo di un figlio. Perché ti cambia il punto di vista, cambia l’angolazione. Non sei più tu il centro, non sei più tu la sostanza, il cuore, l’essenza del tuo tempo. E se ancora lo sei è solo perché strumentalmente serve a centrare meglio l’obiettivo. Che non sei più tu.

In questo discorso non credo faccia molta differenza essere madre o padre. Anche se forse una differenza c’è (qualcuno dice che madri si nasce e padri si diventa, ma non so se essere completamente d’accordo). Quello che sicuramente fa differenza è la declinazione concreta di questo principio. C’è chi vuole che suo figlio diventi un uomo affermato, realizzato nel lavoro e pieno di soldi e chi gli insegna l’onestà, perché l’onestà prima di tutto. Chi vuole che diventi il numero uno, perché non c’è posto per i secondi e chi non gli insegna nulla perché ognuno deve trovare la sua strada da solo. Chi lo porta allo stadio e ai concerti rock e chi lo segue passo passo. Chi vuole fare l’amico e chi pensa che si impara solo sbagliando. Chi ha paura di sbagliare e chi è sicuro di essere nel giusto. Chi fa troppo e chi troppo poco.

Ma forse, se volessimo provare a fare una grande suddivisione di cui tutte le altre sono solamente dei sottoinsiemi, direi che la differenza più grande è fra chi vuole che i figli realizzino i sogni che noi non siamo riusciti a concretizzare e chi invece gli lascia inseguire i loro (che molto spesso non coincidono con i nostri). Un padre non dovrebbe seguire il figlio per spingerlo e non dovrebbe precederlo e per spianargli la strada. Dovrebbe camminare al suo fianco, tenendogli la mano.

 

Quasi tutte le seconde volte

E sono ormai convinto da molte lune dell’inutilità irreversibile del tempo”

Le seconde volte hanno sempre un sapore diverso. C’è maggiore consapevolezza e minore magia, nel bene e nel male. La prima volta hai più aspettative o più paura, perché non sai come sarà, non sai esattamente quello che ti aspetta. Le seconde volte hanno il gusto del già vissuto, sei più certo dei tuoi passi, tutto quello che succede in qualche modo sarà solo una conferma, non ti troverà impreparato. I deja vu risvegliano la nostalgia dei tempi andati, che spesso rende bello anche quello che bello non era affatto.

Il secondo innamoramento, il secondo viaggio, la seconda colonscopia. Le belle esperienze speri sempre possano succedere nuovamente, anche se sai che non potranno essere belle come la prima volta. Al contrario le vicende negative, una volta superate, speri non ricapitino più, anche se sai che non saranno così orribili come avevi pensato la prima volta. Nel bene e nal male, le seconde volte hanno un’intensità minore, perché hanno perduto il fuoco della novità e rientrano nelle esperienze già vissute.

Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più? Come sarà questo secondo lockdown? Mi auguro di non vedere di nuovo la caccia alle penne lisce nei supermercati e sono quasi certo che nessuno si metterà a cantare in balcone. Ci sarà più tolleranza verso i runner e meno pazienza per chi se ne va in giro senza mascherina. Ci arriviamo tutti più stanchi e probabilmente più fatalisti. Diciamo la verità, chi era così esageratamente ottimista da pensare che non sarebbe successo?

Ma la domanda vera è un’altra: sarà efficace? Riuscirà a fermare quest’incubo e a farci tornare alla vita normale? Perché invece l’altra sensazione già vissuta, è proprio l’inutilità, la paura che come la volta scorsa avremo molto da perdere e poco da guadagnare. Ma d’altra parte dipende da noi, esclusivamente da noi e come diceva il grande Marx (Groucho, ovviamente) “non vorrei mai far parte di un club che accettasse fra i suoi soci uno come me“.

Troverà il modo di farci sorridere

In questo periodo evidentemente subisco l’influenza del Giappone, come già avrete intuito se avete letto il post precedente. Sarà il dialogo sviluppato con la mia amica R&D e la sua teoria del karma? Chi lo sa! Comunque, leggevo che nel Paese del Sol Levante c’è una piccola isola chiamata Ōkunoshima (大久野島)  all’interno del Parco Naturale Marino del Mare Interno di Seto, conosciuta come l’Isola dei conigli. Infatti centinaia di conigli selvatici abitano l’isola e si offrono numerosi alla vista dei visitatori.

Ora meta turistica, in realtà l’isola ha un recente passato molto oscuro. A partire dagli anni trenta e fino alla fine della seconda guerra mondiale, infatti era tristemente nota per la presenza di una fabbrica chimica in cui venivano realizzati gas velenosi per uso bellico. I primi conigli furono introdotti proprio per condurre dei terribili esperimenti e capire l’effetto dei gas da utilizzare poi durante il conflitto. Al termine della guerra l’isola restò per lungo tempo disabitata, poi pian piano cominciò a diventare una meta turistica, sia per la bellezza delle spiagge, che per la presenza dei piccoli roditori.

Una redenzione è possibile. Voltare pagina, cancellare gli errori e gli orrori del passato è una possibilità delle cose, è una condizione che sta dentro ogni circostanza, anche quelle più tragiche, anche quelle apparentemente disperate. Se lo meritava questa piccola isola, se lo meritavano quei poveri conigli, come se lo merita ogni situazione. Perché, paradossalmente, come dicevo di recente proprio a R&D, in teoria non se lo merita nessuno. Ma nella pratica la Grazia trova sempre il modo di farci sorridere. Perché è sempre sovrabbondante e può arrivare a ricolmare ogni vuoto, anche quello più abissale, anche laddove non sembra esserci più alcuna speranza.

I’ve found a way to make you
I’ve found a way
A way to make you smile

Vuoi fare goro goro con me?

L’altro giorno ascoltavo su Radio Capital una ricercatrice italiana che si è trasferita in Giappone e raccontava un’espressione onomatopeica utilizzata nel Paese del Sol levante che ha significati plurimi, anche molto differenti fra loro. Trascrivendolo in lettere latine potremmo tradurlo come “goro goro”.

Letteralmente significherebbe rotolare. A partire da questo significato originario, viene utilizzata ad esempio dai bambini quando dopo il lampo sentono in lontananza un tuono che rimbomba: il cielo fa goro goro. Ma non solo: un gatto che fa le fusa fa goro goro o il cane che si mette a pancia sotto e aspetta le grattatine.

Quando ci sdraiamo su un prato a guardare le nuvole che corrono nel cielo stiamo facendo goro goro. E anche quando in riva al mare guardiamo le onde che si infrangono sulla spieggia. Facciamo goro goro quando la mattina appena svegli rimaniamo ancora un po’ sotto le lenzuola e pure quando di notte tiriamo su il naso per vedere le stelle che cadono

Goro goro significa trascorrere il tempo godendosi il tempo che scorre. E c’è forse un modo migliore per passare il tempo?

We rolled across the high plains
Deep into the mountains
Felt so good to me
Finally feelin’ free

 

Il vento caldo dell’estate

Mi ha sempre affascinato moltissimo la voce di Alice. Con le debite proporzioni, potremmo definirla la Patti Smith de noantri? Chissà, qualcuno che ne capisce di più magari potrebbe dissentire. Ma quel tono profondo, avvolgente, perentorio me la ricorda. E poi mettiamoci anche le musiche e i testi di Battiato, che riescono ad evocare mondi, epopee, che anche quando canta cuccuruccucù paloma, sembra ti stia facendo la rivelazione del terzo segreto di Fatima. Come diceva una vignetta di qualche tempo fa, vorrei anche io prendere quello che prendeva lui quando vedeva furbi contrabbandieri macedoni, gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming“.
Tra tutte c’è una canzone che da sempre mi colpisce come un diretto allo stomaco e mi lascia senza fiato. E non è tanto la canzone nella sua interezza, ma il ritornello. Il ritornello del Vento caldo dell’estate, quando Alice canta e ripete per tre volte “la fine“. Ecco! Avete mai sentito niente di più definitivo? Canta una delle cose più belle, una delle sensazioni più piacevoli e avvolgenti, ma nello stesso tempo evoca l’epilogo di ogni cosa, l’avvento della fine del mondo, l’Armageddon, la parousia.
Ed è proprio questa categorica affermazione della conclusione, l’esito finale e inappellabile, che mi mette ansia. Perché invece io penso che ci sia sempre un dopo possibile, che ci sia un’altra via, magari ancora sconosciuta, per il momento invisibile, che però un domani troverà il modo di venir fuori. E la fine non sarà l’ultima parola.
Proprio in questi giorni in cui prendiamo coscienza che è già passato un anno dall’inizio della pandemia, mi torna la nostalgia del vento caldo dell’estate, che forse si porterà via questo maledetto virus. In questa occasione la fine definitiva sarebbe anche auspicabile, ma anche in questo caso non sarà così, perché abbiamo visto come questo fetente riesca a tornare anche quando sembrava quasi sconfitto. Non sarà la fine, ma potrebbe somigliare molto ad un nuovo inizio.
Ho chiuso le finestre per non lasciare neanche l’aria entrare, qui
Nel buio della stanza si ferma la mia vita, per te
Le mie reazioni non le controllo più
Quanto mi manchi
La tua coscienza è falsa, quante promesse hai fatto: bugie!
E più eri lontano e più giuravi che il tuo mondo ero io
Non eri solo un’abitudine
Quanto mi manchi
E il vento caldo dell’estate, mi sta portando via
La fine, la fine, la fine…

Le parole non dette

E’ meglio aver amato e perso che non aver mai amato (Alfred Tennyson)

Tutto quello che non è stato detto galleggia nell’aria senza cadere a terra, ma senza neanche essere portato via dal vento. Può essere la materia più leggere ed insieme quella più resistente, come quei granelli di polvere che si muovono senza un percorso, senza una meta, intorno a noi, invisibili finché non li vedi controluce.

E in effetti, rileggendo molti di questi 800 post del blog, mi capita di vedere controluce le parole non scritte, quelle che stanno dietro alle lettere, le intenzioni non dichiarate, i retropensieri. A volte mi ricordo i motivi e le occasioni che mi suggerirono di scrivere in quel modo ed anche quelle che mi spinsero a non scrivere in un altro. Perché le parole non dette non sono solamente degli scarti da buttare via, a volte costituiscono la cornice invisibile dentro cui abbiamo creato il posto per quello che abbiamo scritto.

Per comprendre appieno certe situazioni è proprio nel detto che dobbiamo guardare, perché costituisce la condizione di possibilità di cogliere il significato reale delle parole espresse. E ripensando a quello che è successo in alcuni momenti della mia vita, mi rendo conto con rammarico o con gratitudine del non detto che ha accompagnato i miei discorsi. Rammarico per quello che andava detto e gratitudine per quello che non andava detto, perché certo non è mai una scelta semplice individuare l’uno o l’altro.

Il non detto è ciò che ancora resta da dire e ciò che invece non andrà mai detto, perché in realtà già detto, seppur non a parole. Il non detto quindi è una finestra aperta, sono i prossimi post che scriverò, le parole urlate, quelle cantate e quelle solo sussurrate.

Ma è inutile girarci intorno, il non detto è anche nel nostra passato. E se quel vecchio poeta inglese ha detto una cosa giusta (ed io credo profondamente che sia così), per comprendere appieno la nostra storia ed i nostri ricordi, per renderli vivi anche per l’oggi ed il domani, dovremmo recuperare anche tutto il non detto perché comunque ne fa parte, la costituisce e la determina allo stesso modo di quello che invece abbiamo espresso apertamente.

Ci sono cose in un silenzio
Che non m’aspettavo mai,
Vorrei una voce
E improvvisamente
Ti accorgi che il silenzio
Ha il volto delle cose che hai perduto
Ed io ti sento amore,
Ti sento nel mio cuore
Stai riprendendo il posto che
Tu non avevi perso mai
Non avevi perso mai
Non avevi perso mai

 

La strada per la luna

La scimmia nuda, un essere bipede ed implume, fatto ad immagine e somiglianza di Dio per chi ci crede. In ogni caso, l’uomo nel giro di qualche centinaio di migiaia di anni è riuscito a dominare completamente il pianeta. Ed è andato anche oltre. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità. Chissà se qualcuno dei nostri antenati preistorici, guardando la luna dalle loro caverne, abbia mai avuto il sogno un giorno di arrivare fino a lì. Forse no, forse era un sogno talmente impossibile che era difficile anche immaginarselo. O forse sì, perché in fondo i sogni più autentici sono proprio quelli più irrealizzabili.

Che sia il frutto della scintilla divina, che sia semplicemente l’inesauribile curiosità, la storia dell’uomo non si è fermata di fronte a nulla, cercando nuove strade, inventando nuove possibilità dove sembravano non essercene. E nello stesso tempo la nostra storia è segnata da un grande spirito di sopportazione, che ci ha fatto accettare e ci ha aiutato a sopravvivere nelle situazioni più estreme e più difficili. Abbiamo la forza e la tenacia per trovare alternative al corso delle cose, ma nello stesso tempo, sappiamo sopportare qualsiasi cosa quando capiamo che non ci sono alternative.

Non è solo rassegnazione, direi più accettazione della realtà: tutto diventa sopportabile quando non ci sono alternative. Ma allo stesso tempo, è sufficiente solamente l’idea, solo un’ipotesi, una possibilità alternativa, che quella stessa realtà che avevamo accettato per un sacco di tempo, diventa insopportabile. Se si apre anche solo un piccolissimo varco nel novero delle possibilità, c’è come un istinto irrefrenabile che ci spinge verso il cambiamento e d’improvviso l’esistente diventa insopportabile.

Finché siamo certi che non andremo sulla luna, lo accetteremo, lo sopporteremo come inevitabile. Ma se per caso dovessimo scoprire una strada, se un giorno si palesasse improvvisa la possibilità, è molto probabile che restare con i piedi a terra diventerà insopportabile. E a quel punto niente e nessuno riuscirà a fermarci.

Tu non lo sai quanto mi piace, non lo sai
Quando ti perdi a fare finta di essere
Semplice, calma, morbida
Come un mistero da decifrare
Tu sei la luna ancora da esplorare
Aspettami, voglio salire lassu’
E non tornare più

Candelora, Candelora, dell’inverno semo fora…

Mai come quest’anno vorremmo voltare pagina, vorremmo poter mettere la parola fine e iniziare una nuova stagione. Vorremmo esserne fuori, rivedere una luce dopo una galleria buia che sembra non finire mai. E pur nella consapevolezza che non sarà così, che purtroppo dovremmo ancora camminare al buio per molto tempo, la metafora della fine dell’inverno ci aiuta a sperare.

Ci aiuta a scorgere un lieve accenno, un chiarore appena abbozzato, che comincia a tingere di rosa e di azzurro il nero della notte.

Ieri ho prenotato il vaccino per la mia vecchia quercia. Il 19 febbraio la prima dose, il 12 marzo la seconda. La luce della candelora inizia a rischiarare la notte di questo lungo inverno, perché l’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole.

 

Scegliere o accogliere

Avrei voluto adottare un bambino una volta, non per adottare un contegno, caso mai uno stile di vita. Mi ricordo che a scuola i professori all’inizio dell’anno ci spiegavano perché avevano adottato un testo, piuttosto che un altro. Ma questo non vale mica per i bambini. Quando adotti un testo te lo scegli, quando adotti un bambino prendi quello che ti danno. Com’è possibile che allora si usi lo stesso verbo per indicare due cose così diverse?

E un governo che adotta un provvedimento allora? Se lo sceglie o prende il primo che gli danno? Ma sia che venga dopo un’attenta e ragionata selezione, sia che al contrario arrivi quasi casualmente, quando devi adottare qualcosa o qualcuno, devi prepararti per bene. Devi valutare i pro e i contro, devi esserne all’altezza, devi maturare la convizione che sia giusto così, per te, ma non solo. Devi essere certo che sia la cosa giusta, quella che dovrai portare avanti senza ripensamenti.

Una volta adottato poi, non devi far altro che adattarti, per non essere additato dagli altri o peggio ancora per non poter addurre scuse un domani. Anche perché non è come nei reparti specializzati, dove c’è l’addetto che ti spiega prima.

Ecco perché, in fin dei conti, ti ritrovi a mettere in dubbio le tue convinzioni, a dubitare di quello di cui eri sempre stato convinto, un po’ come quando ti chiedono il trapassato remoto del verbo mangiare. Se sono io a scegliere, sono io il responsabile, è mia la colpa o il merito. Se la scelta non è stata mia, nel bene e nel male, come potrei essere io il responsabile? Ma è davvero così? E’ davvero così discriminante nella vita, così decisivo, sapere se siamo noi a scegliere? Scegliere o al contrario, facendo un passo indietro, accogliere quello che viene come colpo del destino o meglio, come dono del cielo.

E’ stata la tua la colpa?

Nel balletto di responsabilità fra la Regione Lombardia ed il governo, riguardo i dati dei contaggi che determinano il colore delle regioni, mi sembra ci sia lo specchio di una situazione generalizzata. Forse è inevitabile, visto il tempo che stiamo vivendo. Come ci racconta bene Manzoni nei Promessi Sposi, quando c’è una pandemia, la ricerca dei colpevoli, la caccia all’untore diventa lo sport nazionale.

Resistere alla tentazione di trovare un colpevole è quasi impossibile. E se proprio non un colpevole, almeno un responsabile. Il virus sembra inarrestabile, l’economia crolla e ognuno ha il proprio elenco delle colpe od omissioni: andava fatto questo, non andava fatto quello. Oppure l’elenco delle priorità a scala variabile: prima gli anziani, no prima le scuole, prima i posti di lavoro, no prima la salute.

E’ un circolo infinito, perché ovviamente in ogni situazione si poteva fare meglio e chi è deputato a prendere decisioni ha davanti a sé delle alternative che raramente sono bianche o nere. Molto spesso al contrario sono piene di sfumature, hanno in sé mille conseguenze, non sempre prevedibili e questo stato di incertezza aumenta l’ansia e i timori. Timori che invece, per quanti sforzi si possano fare, per quanto impegno ci si possa mettere, certe situazioni siano irrisolvibili, certi problemi senza soluzioni.

Per questo abbiamo bisogno di colpevoli. I cinesi, chi non mette la mascherina, i gggiovini, il Governo (buono per tutte le stagioni, quando piove e quando c’è il sole), chiunque sia, ma dateci uno a cui possiamo rivolgere la nostra rabbia, dateci un volto, un nome e un cognome, perché al contrario un nemico senza volto è troppo spaventoso, troppo insopportabile. Capite perché è facile prendersela con il primo che passa strada? E non è un esempio a caso, a marzo in pieno lockdown, c’era pure chi pensava che il virus venisse diffuso dai poveri runner.

Va bene vigilare, è corretto attribuire le giuste responsabilità, ma smettiamo di dare la caccia ai fantasmi, smettiamo di crede che sia sempre possibile individuare un colpevole delle situazioni, perché non è così. Il peggior virus non è il Covid, ma la cultura del sospetto, che a prescindere dall’analisi dei fatti distrugge ogni fiducia. Ci sarà sempre chi soffierà sul fuoco della retorica, chi vorrà insinuare il dubbio e alimentare l’astio, ma questa è la peggiore infezione che possiamo prendere. Un’infezione che ci isolerà da tutti, magari in attesa di qualche messia, salvatore da due soldi.

Al contrario ne usciremo solo se saremo in grado di accettare gli errori, di accettare il fatto, faticoso, a volte opprimente, che non ci sarà nessun salvatore con la bacchetta magica. Ne usciremo solamente se ricominceremo a dare e ad avere fiducia nelle relazioni, se recupereremo la voglia di lavorare insieme, per costruire una speranza comune.