Avatar di Sconosciuto

I miei dieci film preferiti

Come il mio amico Topper, non sono solito seguire i suggerimenti di WordPress, ma effettivamente per un cinefilo amante delle liste come me, la tentazione era troppo grande e allo stesso tempo innocua. E chi sono io per oppormi alle tentazioni? Dunque procediamo con la lista:

  • Al primo posto senza dubbio metto L’Attimo Fuggente. Perché c’è il mio attore preferito, perché la poesia e il messaggio del film sono secondo me impareggiabili, perché l’avrò visto mille volte, ma ogni volta riesce a commuovermi.
  • Subito a seguire Forrest Gump. C’è il mio secondo attore preferito, la trama è bellissima, così come la colonna sonora.
  • E a proposito di colonne sonore, il terzo posto lo assegno a Il Grande Freddo, anche qui per un musica insuperabile, ma anche per la storia sul valore dell’amicizia.
  • Al 4 posto ci metto C’era una volta in America, capolavoro assoluto, rivisto da poco, ma anche in questo caso, non smette mai di catturarti.
  • Al 5 posto, in rappresentanza del genere commedie romantiche, ci metto Harry ti presento Sally, perché oltre la trama molto carina, ha delle battute fulminanti e delle scene impareggiabili.
  • E a proposito di battute il, “Sono troppo vecchio per queste stronzate” fa entrare in classifica al 6 posto Arma Letale (il secondo episodio secondo me è il più bello della saga, anche perché c’è Patsy Kensit), in rappresentanza dei polizieschi.
  • In rappresentanza dei film musicali (ma questo è molto di più) al 7 posto non può mancare i Blues Brothers, colonna sonora inarrivabile, battute che fanno parte ormai del mio bagaglio culturale.
  • All’8 posto Schlinder List, perché Spielberg è forse il mio regista preferito e avrei potuto mettere molti dei suoi film, ma poi la storia che racconta non può non essere ricordata
  • Al 9 posto metto Frankenstein Junior, trama leggera e un po’ sconclusionata, ma anche qui battute memorabili.
  • Non ce n’è neanche uno italiano. I gusti sono gusti, però al 10 posto uno in rappresentanza non può mancare e quindi chiudo l’elenco con il Marchese del Grillo, anche questo visto un milione di volte, ma sempre esilarante.

Mi rendo conto che, almeno alcuni, non sono proprio dei capolavori assoluti, non avrebbero un posto d’onore nella storia del cinema, ma la domanda era legata al gusto soggettivo ed è questo che ho seguito fedelmente! Non a caso sono quasi tutti film degli anni 80, quelli della mia adolescenza, il tempo in cui anche un film riesce a farti sognare!

Avatar di Sconosciuto

L’estate imperfetta

Che strana estate dico io. La più calda di sempre, dicevano loro, ma poi mica è vero. L’anticiclone delle Azzorre non c’è più, anzi no, è tornato. Cambia il tempo, ora la sera fa quasi fresco e appena riprendi fiato torna il caldo bollente. L’anticiclone africano ci cuocerà tutti, anzi no, ancora per quest’anno forse ci salviamo.

Tutto l’anno ad aspettare le vacanze, a sognare l’estate, il mare, il sole e poi eccolo che arriva tutto insieme e ci travolge. Esagera, ci assale e ci lascia storditi e senza forze. Poi improvvisamente cambia tutto, piove, diluvia, trombe d’aria, mareggiate, sembra inverno. Ma non cadono le foglie, cadono direttamente gli alberi. Insieme alle nostre certezze: forse era meglio una tiepida primavera o un placido autunno?

E’ mutevole quest’estate, come le opinioni. Cambiamento climatico sì, cambiamento climatico no. Genocidio sì, genocidio no, ma intanto le persone, i bambini continuano a morire. E non di caldo, no. Di fame. Come mille anni fa, come nell’età della pietra. Forse stiamo tornando lì. Allora è vero che non è cambiato nulla: non cambia il tempo, non cambiano le persone.

Ma invece le persone cambiano, anche se in fondo rimangono le stesse. Con le stesse paure, con gli stessi sogni, con le stesse miserie e gli stessi slanci. Riescono ancora a stupirmi, per fortuna. Un po’ come il tempo. Si può prevedere, ma fino ad un certo punto. Si alza il vento e cambia tutto. Assapori il tepore del sole, ma basta un brivido e ritorna l’inquietudine, per quello che ci aspetta e che non si può pronosticare.

Non sono perfette le persone. Come non lo è il tempo, come non lo è questa estate. Nulla è perfetto, ma d’altra parte la bellezza non va quasi mai d’accordo con la perfezione. E noi siamo esattamente qui, fra una previsione attendibile ed una pianificazione incerta, per gustarci quello che abbiamo e cercare di non soffrire troppo per quello che non c’è più. Siamo in quest’estate imperfetta, ma bella da morire. Anzi, bella da vivere. Bella da vivere fino in fondo.

In bilico, tra tutti i miei vorrei, non sento più quell’insensata voglia di equilibrio, che mi lascia qui, sul filo di un rasoio, a disegnar capriole che a mezz’aria mai farò. Non senti che, tremo mentre canto nascondo questa stupida allegria quando mi guardi e non senti che, tremo mentre canto, è il segno di un’estate che vorrei potesse non finire mai.

Avatar di Sconosciuto

A proposito dell’arrivare primi, di spermatozoi, ovuli e ultima parola

Gironzolando su FB l’altro giorno ho letto una cosa che mi ha fatto riflettere. A proposito del nascere, tutto il processo della fecondazione, l’ovulo, gli spermatozoi, in effetti è evidente che tutta la storia viene raccontata (come sempre accade, direbbe qualcuno, anzi qualcuna) dal punto di vista maschile. Anche la vignetta iniziale, come tante altre simili, sottolineano quest’unica prospettiva.

Si parla di quest’unico ovulo che se ne sta lì passivo e anche un po’ sconsolato, come una seduta al ballo di fine anno, in attesa che arrivi qualcuno, il più veloce, ma potremmo dire il più fico, che la invita a ballare. Quasi inevitabilmente ci identifichiamo con quell’unico spermatozoo che ce l’ha fatta. Ma noi non siamo (solo) quello spermatozoo! Noi siamo la combinazione dei due e come leggevo appunto l’attività dell’ovulo è tutt’altro che passiva o semplicemente marginale. In realtà infatti sembra proprio che sia l’ovulo a scegliere lo spermatozoo, rilasciando dei segnali chimici che attirano quello ritenuto più idoneo. Anche il muco cervicale svolge un’azione di filtro, selezionando a monte e bloccando gli spermatozoi indesiderati.

Insomma, già da quel momento iniziale, fin dal livello molecolare, è la parte femminile che sceglie, che decide, che individua e seleziona, escludendo tutto il resto. Quindi la fecondazione non è una gara e soprattutto non vince chi arriva prima o quello che è più fico degli altri. E’ piuttosto un incontro per stabilire compatibilità, è come un colloquio di lavoro in cui qualcuno presenta le proprie attitudini, cercando di sottolineare i propri pregi e le proprie virtù, ma poi c’è qualcun altro che sceglie, qualcuno che ha l’ultima parola perché ha il potere di decidere. E c’è forse qualcuno che ha dei dubbi su chi avrebbe avuto l’ultima parola?

Avatar di Sconosciuto

Non è tutto loro quello che luccica

When the rain is blowing in your face, and the whole world is on your case, I could offer you a warm embrace, to make you feel my love

L’altro giorno in macchina, ascoltando questa meravigliosa canzone di Bob Dylan (ricantata un po’ da tutti, da Adele, ma anche dal mio amato Billy Joel) riflettevo che mi sento in una fase in cui non me ne vorrei più andare. E dove poi? E da chi? Quindi mi sento di fare un augurio a tutti i viaggiatori ermeneutici che è anche un auspicio. Apriamo gli occhi!

E’ vero, siamo come foglie portate dal vento, in grado di arrivare dove neanche avremmo potuto immaginare, ma allo stesso tempo non perdiamo mai la magia che ci fa restare. Non ci facciamo abbagliare da luci fatue o da mete illusorie: l’oro non è solo loro e non è solo altrove. Detto meglio, “non so cosa sia la magia, ma so che inizia sempre quando non ne te vuoi più andare. Dai luoghi, dai pensieri, dalle persone (Cesare Pavese)

Avatar di Sconosciuto

Dell’amicizia e degli inganni del tempo

Giunti a questo punto potremmo essere vittime di un’impressione, un’idea che pian piano si consolida con i giorni, i mesi, gli anni. L’impressione è un dubbio che ti assale: l’idea che in fondo il passato non è poi così come effettivamente ce lo ricordiamo. Come fosse il riflesso luminoso di una stella estinta chissà quanti secoli fa. Ma non è così. La verità invece è che la tua vita da ragazzo, chi eri, quello che provavi, è molto più prossima di quanto avresti mai potuto credere. Nessun errore, nessun inganno: sei sempre tu, sei ancora qui.

Certo, sei diverso, sei evoluto (o involuto), ma il cambiamento, più o meno coerente con le premesse, non fa di te qualcosa di sostanzialmente diverso da ciò che eri. Perché puoi ingannare chiunque: amici, parenti, gente con cui lavori gomito a gomito tutti i giorni, persone appena conosciute. Puoi ingannare anche te stesso. Ma non puoi ingannare chi ti ha visto fare ginnastica in palestra in una tuta acetata o arrampicati sugli specchi durante l’interrogazione di greco. Per quanto possa sembrare strano, illogico, persino ingiusto, difficilmente troverai persone che ti conoscono meglio.

E allora arrivi a capire una grande verità. Invecchiare non significa un bel niente. Puoi cambiare i connotati, puoi diminuire i capelli, puoi ingrassare o riempirti di rughe, ma alla fine dei conti, quel che sei veramente rimane inalterato. I desideri, le paure, le piccole o grandi ansie della vita. Ed è proprio con loro che te ne accorgi. Su di loro e su te stesso.

E quando te ne accorgi non puoi non volergli un bene dell’anima. Anche se le vedi poco o mai, anche se apparentemente sono diventati dei quasi sconosciuti. Persino se puoi arrivare a pensare che se le incontrassi oggi mai e poi mai ci diventeresti amico. Non importa. Loro sanno chi sei, ti conoscono per quello che sei nel tuo intimo, in ragione di esperienze irripetibili. Per aver condiviso con te il foglio bianco della tua vita, quando tutto era ancora possibile, prima che tu compissi le scelte che poi ti hanno portato ad essere quelle che sei oggi.

Per essere felici, come per amare incondizionatamente, ci vuole carattere, ci vuole voglia, costanza. Forse però dobbiamo renderci conto che la felicità, come l’amore, non si trova in ciò che abbiamo raggiunto, ma in quello che siamo riusciti a mantenere, in ciò che non abbiamo perduto.

Amico è bello, Amico è tutto, è l’eternità! E’ quello che non passa, mentre tutto va! Amico! Amico! Amico!
Il più fico amico, è chi resisterà! Chi resisterà! Chi di noi, chi di noi resisterà!!!

Avatar di Sconosciuto

Ciò che fa la differenza sono le stelle che ti accolgono

Trovo bellissimo e molto veritiero quest’epigramma di Marziale riportato in una delle bellissime stanze affrescate di Palazzo Te a Mantova. Di solito viene citato riguardo l’influsso dell’astrologia nelle nostre vite. Come se nascere sotto il segno dei pesci o del sagittario fosse in qualche modo determinante per quello che saremo o che ci accadrà nella vita. E quindi, per esempio, siccome Salvini è nato sotto il segno dei pesci, tutti i pesci avrebbero questo stigma dalla nascita. Poveretti, dai!

Però, al di là appunto delle implicazioni astrologiche, è indubitabile che le stelle che ci accolgono, quelle che ci illuminano facendosi presenti nella nostra vita, che interagiscono con noi, siano una variante determinante. Stelle cadenti che lasciano una scia e stelle così calde da regalarci un po’ di tepore anche nelle notti più fredde. Stelle che ci conquistano e stelle che riusciamo a conquistare, stelle che rimangono fisse o stelle che capitano per caso, che arrivano e poi vanno via, stelle brillanti in modo quasi accecante o con una tenue luce diffusa.

Se ripercorro la mia vita sono in grado di riconoscerle abbastanza chiaramente: quelle che hanno lasciato un segno permanente, ma anche quelle più fugaci, che però hanno indirizzato il corso delle cose. Quelle che ci sono state, ci sono e ci saranno e quelle che apparentemente non ci sono più, ma in realtà sono sempre con me. E se ci penso un po’ più a lungo, la gratitudine mi commuove.

Avatar di Sconosciuto

Sei tutti i limiti che superi

“Avete anche voi la pessima abitudine di partire prevenuti e auto-sabotarvi?” Così chiude il suo ultimo post la mia amica blogger Alice. Come scrivevo da lei, la mia presunzione mi porterebbe in automatico a rispondere negativamente. Arrivato fin qui conosco abbastanza bene i miei limiti e riconosco abbastanza bene quali sono le imprese in cui vale la pena impegnarsi. Lao Tzu ne L’Arte della guerra, dice che dobbiamo impegnarci solo nelle battaglie in cui sappiamo di poter vincere e penso sia una buona regola, che converrebbe seguire (con le dovute eccezioni…penso che ci siano battaglie che valga la pena fare a prescindere dall’esito).

E’ anche vero però che così rischiamo di sederci sugli allori di vittorie facili, in competizioni poco sfidanti, di fatto autolimitandoci. Quindi in realtà anche io sono prevenuto nei confronti di me stesso. Ma non è tanto la paura di perdere, quanto la fatica che dovrei impiegare per essere almeno un po’ competitivo, che mi scoraggia da affrontare certe sfide. E’ la pigrizia il mio vero limite, lo so, ma se mi metto in testa qualcosa, di solito la porto a casa. Come ho già raccontato in qualche viaggio precedente, ho sempre avuto paura dell’acqua, non sapevo nuotare e non avevo nessuna voglia di imparare, finché un giorno, all’alba dei cinquant’anni, senza un particolare motivo, mi è venuta questa voglia. Improvvisamente, senza pensarci troppo, mi sono buttato (letteralmente) e in effetti ce l’ho fatta. Adesso sicuramente non farei la traversata della manica a nuoto, ma almeno riesco a rimanere a galla e a fare un bagno come si deve.

Quello che dovremo riuscire a fare è imparare dagli errori. Questo in fondo è il vero modo per non autolimitarci, spostando il limite ogni volta un pezzettino in avanti. Ma sarà davvero possibile? L’avaro avrà slanci di generosità? L’iracondo riuscirà ad essere mansueto e il geloso si fiderà della persona che gli sta accanto? Il pigro diventerà più attivo e il goloso farà a meno di quell’invitante pasticcino alla crema? E potremmo continuare, l’elenco non si esaurisce. Imparare dai percorsi sbagliati per trovare la via giusta, quella che ci porta al di là della collina delle nostre paure e delle nostre insicurezze.

Perché poi, come dice giustamente quella saggia giovane donna di mia figlia, è proprio vero il motto che “Sei tutti i limiti che superi”.

Avatar di Sconosciuto

Montesacro 66, tutto cominciava

Si dice sempre che una grande città come Roma sia molto dispersiva e spersonalizzante. E’ parzialmente vero: la grande città è fatta di piccole realtà, che a volte somigliano molto ad un Paese. Dove tutti conoscono tutti o almeno conoscono qualcuno che conosce qualsiasi altro. Sul web si parla dei 5 gradi di separazione che riuscirebbero a mettere in contatto il mondo intero: in un quartiere come Montesacro il grado di separazione è prossimo allo zero.

E così quando viene a mancare qualcuno, scopri una rete di relazioni invisibili che riunisce insieme persone, storie di vita, ricordi, che non avresti mai pensato fossero collegati fra loro. Ma invece è così. Tutto è interconnesso, facciamo parte di una realtà di rapporti di amicizia, legami di parentela, intrecci involontari che costituiscono un tessuto uniforme. Come fossimo api di un unico alveare siamo figli di una stessa storia, abbiamo ricordi comuni di fatti e situazioni, che magari abbiamo vissuto separatamente e che su ognuno di noi hanno avuto effetti differenti, ma quelli sono!

All’interno di questa meravigliosa tela ognuno di noi ha un posto, come pezzi di un unico puzzle, che si incastrano armonicamente tra loro. Ogni pezzetto con la sua storia, che però è la stessa di quella del pezzo vicino, magari declinata in maniera solo leggermente differente. Ognuno con il suo posto, ognuno con la sua importanza, ognuno interconnesso agli altri. E in quest’ottica non ce n’è uno più importante degli altri e allo stesso modo non si può fare a meno di nessuno, perché senza anche un singolo pezzo ci sarebbe un posto vuoto.

Una tela fatta di persone che ci sono oggi, ma anche di persone che non ci sono più. Che in realtà però ci sono ancora. Non potremo più incontrarle per le strade del quartiere, ma saranno lo stesso con noi, continueranno a far parte della nostra storia, con il loro posto ben definito.

Avatar di Sconosciuto

The Dead Horse Theory

Il problema è che spesso ci innamoriamo delle nostre idee. O forse sono le idee che si innamorano di noi. Ci fanno prigionieri delle loro (buone e meno buone) argomentazioni. E non ci lasciano più andare. Ma non solo delle idee, anche delle persone (buone e meno buone). Che poi il concetto di buona idea o persona buona è evidentemente soggettivo. Non solo perché non vale per tutti, ma anche perché non vale per sempre. Quella che oggi è una buona idea potrebbe non esserlo tra un anno. Quella che è una relazione sana oggi, potrebbe non esserlo più fra qualche tempo.

La “Teoria del Cavallo Morto” è una metafora usata per illustrare la tendenza a persistere con strategie, progetti o processi inefficaci, anche quando sono chiaramente falliti o non più sostenibili. Il concetto deriva da un proverbio dei nativi americani che dice: “Quando scopri che stai cavalcando un cavallo morto, la strategia migliore è smontare”.

Strategia migliore che però spesso non riusciamo ad adottare. Perché invece spesso tendiamo ad aggrapparci al passato, a persone, progetti, metodi già sperimentati: per orgoglio, paura di cambiare, o per l’investimento (affettivo, monetario o di qualsiasi altro tipo) già fatto. Purtroppo, ciò che una volta funzionava può non funzionare più e continuare a insistere su soluzioni inefficaci non fa che aumentare la frustrazione e rallentare i progressi.

E voi, viaggiatori ermeneutici, sapete riconoscere i cavalli morti? Avete la forza di lasciarli andare e proseguire, a costo di andare a piedi? Perché invece il rischio è quello di far finta di nulla. Di limitarci a cambiare sella. O magari a provare a rianimare il cavallo con qualche zuccherino. Dando la colpa alle buche sul terreno, al destino cinico e baro, ad altri cavalli: tutto pur di non ammettere l’evidenza. Ma non riconoscere il proprio “cavallo morto” impedisce di andare avanti. Dobbiamo convincerci che lasciare andare, voltare pagina non è un fallimento, ma un atto di maturità. È capire che non sempre si può costruire il futuro aggrappandosi al passato.

Avatar di Sconosciuto

Chi sono io? Chi siete voi? Chi siamo tutti?

Non so se ci avete fatto caso, con uno degli ultimi aggiornamenti di sistema del vostro cellulare, dovrebbe essere apparsa sulla schermata di Whatsapp una nuova funzionalità di Meta, legata all’intelligenza artificiale. Tu domandi e quello risponde, in base alle informazioni che riesce a reperire sul web. Niente di particolarmente nuovo, né di particolarmente intelligente in realtà. Semplicemente una compilazione di dati, un’aggregazione di notizie con un filo più o meno logico. Più veloce di quanto avremmo potuto fare noi nelle ricerche fatte a scuola con le Enciclopedie, ma non tanto più approfondito. Però sapete, cari viaggiatori ermeneutici, quanto io sia curioso. E così gli ho chiesto di dirmi chi ero io.

Romolo Giacani è uno scrittore, comunicatore e relatore italiano, nato a Roma nel 1966. Dopo la laurea in Filosofia alla Sapienza di Roma, ha intrapreso una carriera nella comunicazione e nelle relazioni istituzionali, lavorando per importanti aziende come Telecom Italia e Poste Italiane. Oltre alla sua attività professionale, Giacani è anche uno scrittore prolifico, autore di diversi romanzi e articoli. Il suo blog personale, “Viaggi Ermeneutici”, è un’espressione della sua passione per la scrittura e la riflessione. Giacani è anche un relatore esperto in materia di comunicazione e relazioni istituzionali, e ha partecipato a importanti eventi come il Netcomm Forum. La sua esperienza e la sua competenza nel campo della comunicazione e delle relazioni istituzionali lo rendono un punto di riferimento importante nel suo settore.

Tutto vero, nulla da dire. Ma sono davvero io quello lì? E’ chiaro che l’IA tira fuori solamente quelle parti di noi che in qualche modo sono state rese pubbliche, quindi è inevitabilmente parziale, ma rileggendo quelle righe ho una sensazione di voluta estraneità. Un po’ come il Benigni di Johnny Stecchino che si ostinava a dire “non mi somiglia per niente” di fronte al suo sosia. Ma davvero io non sono (solo) quello! Non dice che ho una moglie e due figli, non cita la Lazio, il calcetto del giovedì, il mio amore per la montagna, per i viaggi. Non parla di quello che mi piace e di quello che non sopporto, insomma non dice nulla di realmente importante, tralascia tutto l’essenziale!

Sarà pure una gran comodità, probabilmente non se ne potrà fare a meno, tra qualche anno ne faremo un uso molto più esteso e pervasivo, arriverà ad essere presente nella nostra quotidianità molto più di quanto riusciamo solo a immaginare oggi, ma ho forte la sensazione che l’intelligenza artificiale rimarrà comunque senz’anima. Un’intelligenza mentale forse, ma poco cardiaca, per nulla viscerale. Alla fine, direi, un’intelligenza poco intelligente.