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Come la trama di un romanzo

Non vi piacerebbe vivere in una trama di un romanzo? Per quanto possiamo essere poliedrici, sfaccettati, multidirezionali, abbiamo un limite insuperabile: la nostra vita. Per quanto possa piacerci (a me la mia piace molto), per quanto possa essere ricca e piena di cose, sarà sempre e solo quella. D’altra parte, per quanto possiamo essere empatici, per quanto ci sforziamo di comprendere gli altri, di metterci nei loro panni, in ogni caso non ci è permesso vivere la vita altrui.

Pensate invece per un attimo se fosse una cosa possibile. Come accade nei romanzi, la trama lascia da parte per qualche pagina il personaggio principale e inizia a seguire le vicende di un altro personaggio. E tu inizi a seguire la storia con i suoi occhi, prendi il suo punto di vista e capisci magari quanto sia distante da quello del protagonista. In fondo è questa la grandezza delle storie che leggiamo o che vediamo al cinema, non sono quasi mai unidimensionali, ma ci aprono a mondi diversi, a possibilità alternative.

Sarebbe davvero una cosa fantastica. Perché, ammesso e non concesso che siamo noi i protagonisti della nostra vita, in ogni caso la trama di una storia comprende tutti i personaggi, quelli più importanti, ma anche quelli marginali. E la sua ricchezza è data proprio dalla coralità delle diverse vicende, raccontate dalle diverse voci, a partire dai diversi punti di vista. La sua ricchezza, la sua complessità ed il suo significato, che se non riusciamo a fare il salto dal singolo personaggio alla trama generale non coglieremo mai fino in fondo.

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Da quant’è che non ci sentiamo?

Da piccolo suonavo il pianoforte. Ho preso lezioni per diversi anni, senza raggiungere risultati eccelsi, però acquisendo almeno una buona conoscenza della musica classica. Forse avrei dovuto metterci un impegno maggiore, probabilmente avrei dovuto avere un orecchio che non ho, fatto sta che intorno ai 16 anni mollai tutto e da allora non ho più messo le mani su una tastiera.

Chissà, magari in una vita futura mi verrà voglia di riprovarci, non si sa mai. Ma non è questo il tema. Il tema è che da allora ho anche smesso di ascoltare la musica classica. In fatto di musica posso dire di essere onnivoro, ne ascolto tanta e dei generi più diversi. Amo il rock, soprattutto, ma mi piacciono molto anche i cantautori, la musica country, lo swing, ma anche cose più particolari tipo la musica andina o quella irlandese. Senza un vero motivo però, tranne sporadiche occasioni di concerti, per quarant’anni non ho più ascoltato i grandi classici.

E senza un vero motivo, improvvisamente (santa Spotify) quest’inverno ho ricominciato ad ascoltare Mozart. E come mi capita spesso con ogni tipo di musica, sono passato da 0 a 100, tuffandomi in modo compulsivo nell’ascolto, in ogni momento possibile. E’ come ritrovare un vecchio amico che non frequenti da anni, un amico con cui avevi un feeling particolare, che poi le cose della vita ti hanno fatto perdere di vista. Può capitare a volte con un autore di cui hai letto molti libri e che ritrovi dopo averlo dimenticato, oppure un posto, una spiaggia, dove andavi in vacanza da piccolo e poi non sei più stato, oppure un locale, un ristorante che ti fa ritrovare sapori dimenticati.

E così ti ritrovi a pensare, “ma perché non ci siamo più sentiti?” e il più delle volte non c’è un vero motivo, semplicemente succede. Quante cose (o persone) ci perdiamo così? E’ per questo che a volte più che scoprire cose nuove, dovremmo essere capaci di ricordare e poi recuperare quello che avevamo.

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Saturno contro

Credi all’oroscopo? Mi hai chiesto. Ma come faccio? Cioè, dovrei credere che stelle e pianeti si dispongono in modo tale da influenzare quello che mi capita? Posso ammettere che quello che fai tu o il vicino di casa, le dichiarazioni di Salvini, il risultato della Lazio, incidano sull’umore, i fatti e le circostanze della giornata. Ma la luna mi sembra troppo distante. Per non parlare di Saturno.

Una volta mi capitava di leggere l’oroscopo, sperando sempre in qualche auspicio benefico. D’altra parte, voi preferireste cominciare la giornata leggendo qualcuno che vi preannuncia il riacutizzarsi dei diverticoli oppure qualcuno che è pronto a giurare che vincerete un milione al superenalotto? Risposta esatta. Alla fine penso che sia questo il motivo per cui tanti leggono l’oroscopo. In fondo speriamo sempre in una pacca su una spalla, in un incoraggiamento. Oppure, se le cose non vanno come dovrebbero, per trovare il vero colpevole: l’anima gemella tarda? I soldi sono pochi e i problemi tanti? Colpa di quel fetente di Saturno, lo sapevo io che oggi conveniva rimanere a dormire.

D’altra parte la predisposizione d’animo che ci rende aperti alla possibilità che le circostanze possano migliorare, che in fondo anche a noi possa capitare che i pianeti si allineino come si deve, non è da disprezzare. C’è chi crede al ponte sullo stretto, chi pensa di poter andare a sciare a Roccaraso, a questo povero Saturno, non gli vogliamo dare neanche una possibilità? Ma poi pensate la comodità: se la mattina svegliandosi il leone e la gazzella, leggessero l’oroscopo e sapessero già come va a finire, magari eviterebbero di correre.

Quindi d’accordo, posso anche provare a credere nell’oroscopo. Ma come minimo, lui deve credere in me!

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Message in a Bottle

Per chi scriviamo nei nostri blog? Ho letto tante volte e tanti blogger interrogarsi sul perché e sul per chi si scrive nella blogsfera. Ognuno ha le sue motivazioni e le sue ragioni, nessuna migliore di altri. Chi scrive per se stesso, chi scrive scientemente per qualcuno, chi lo fa per sfogarsi, chi per raccontarsi e chi per nascondersi. Per essere davvero se stessi o al contrario, per provare ad essere qualcun altro. Qualcuno semplicemente perché non ha nulla di meglio da fare. I motivi possono essere tanti e soprattutto possono cambiare nel tempo, soprattutto per chi come me, scrive sul blog da tanti anni.

Il blog è una cosa intima, un luogo tutto nostro. Per me, come ho già scritto altre volte, è come un baule dove mettere e ritrovare pensieri, emozioni, opinioni, che altrimenti andrebbero perdute. Scrivo per chi ha voglia di leggermi, ma anche e soprattutto per me se stesso. E’ il mio spazio, ma questo è vero fino ad un certo punto, perché poi di fatto è uno spazio aperto, dove chiunque può venire a curiosare.

Infatti, come ogni altro blog, ho lettori assidui, qualcuno molto assiduo, ma anche molti lettori occasionali. Viaggiatori con l’abbonamento e viaggiatori con un biglietto di sola andata. Qualcuno si palesa, commenta, qualcun altro passa senza lasciare traccia. Mi fa sempre una certa impressione chi mi dice, “ah ho letto sul tuo blog questo o quello“, magari persone che mai avrei pensato potessero capitare qui. Il più delle volte fa piacere, a volte però ti fa rimanere spiazzato, perché capisci che hai dato un’impressione senza magari esserne completamente consapevole. Hai lanciato un messaggio dentro una bottiglia e il mare aperto del web l’ha portata chissà dove e chissà a chi.

E poi succedono fenomeni strani, direi quasi inspiegabili. Come stamattina. Guardando le statistiche mi sono accorto (il buon wordpress quando capitano cosa del genere ha la compiacenza di avvisarti) che dalle 7 alle 12 ci sono stati oltre 300 accessi, quasi tutti su un solo post (per completezza di cronaca, questo qui). Un post che sicuramente è piaciuto più di altri e che ha sempre molte visite, ma com’è possibile che oltre 300 persone si siano decise a leggerlo nell’arco di una mattinata? In passato è capitato qualcuno che, evidentemente con molto tempo a disposizione, si è messo a leggere tutto il blog, facendo da solo centinaia di accessi, ma in questi dieci anni mai era successo che così tante persone si concentrassero su un unico post in un tempo così ridotto.

Ci sarà stato un concorso a premi a mia insaputa? Faceva parte di una caccia al tesoro o di una penitenza? E’ entrato a far parte di una lezione universitaria dal titolo “come non scrivere un post su un blog”? Non riesco a darne una spiegazione, magari però è capitato anche ad altri blogger. Se qualcuno me ne sa dare una magari mi levo questa curiosità!

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Del sale fino, sospendere il giudizio e diventare più indulgenti

E come il fuoco diventa cenere e l’acciaio diventa ruggine, noi diventiamo saggi, ma poi non così saggi. (C. Bukowsky)

Da dove viene questa tendenza a non voler esprimere un giudizio definitivo in molti ambiti della vita? Mi racconto che in fondo la sospensione del giudizio, il socratico sapere di non sapere, è segno di saggezza, ma so benissimo che è una mezza verità. Se non altro perché mi ricordo bene che fino a qualche tempo fa non era così.

Mantengo dei punti fermi inossidabili: idee, convinzioni, persone che sono dei veri e proprio punti cardinali su cui ho sempre orientato le mie scelte, ma a differenza di un tempo, mi ritrovo sempre più spesso in altre situazioni in cui non mi sento di prendere posizione. Paura di sbagliare? Neanche per sogno. Ci sono cose che mi spaventano, ma forse sono troppo presuntuoso per aver paura di sbagliare. Piuttosto per la consapevolezza che raramente ci si trova davanti una soluzione univoca. Per la sensazione, sempre più forte, che molto spesso c’è un altro punto di vista, un’altra prospettiva che getta una luce diversa sulle situazioni, che mina le sicurezze e apre possibilità alternative, a volte diametralmente opposte a quelle che avremmo dato per scontate.

Soprattutto sulle persone mi viene sempre più naturale sospendere il giudizio perché ogni giorno di più scopro la ricchezza delle sfaccettature che ci portiamo dentro. Perché ogni giudizio è una riduzione di complessità, necessaria, ma allo stesso tempo arbitraria. Mamma diceva che per imparare a conoscere qualcuno ci dovevi aver mangiato insieme almeno un chilo di sale fino. Pensavo fosse una esagerazione, ma forse non è così.

Una volta che impari a sospendere il giudizio potresti essere vittima della diffidenza: non saper esprimere un’opinione definitiva sulle situazioni o sulle persone potrebbe portarti a dubitare di tutti, a non poterti più fidare realmente di nessuno. Invece, esattamente al contrario, può aiutarti a diventare più tollerante, meno esigente. Più curioso per cercare la luce anche dove sembra esserci solo buio, meno rigido per abbassarsi a raccogliere anche i piccoli pezzi che andrebbero perduti. Ma soprattutto più indulgente. Sia con gli altri, sia, perché no, con se stessi.

Eh sì. Mi sa che sto invecchiando.

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A proposito dello sci (ma anche dei vecchi amici)

L’altro giorno sono stato con mia figlia a sciare. Lo sci è come gli amici del liceo: puoi non vederti per anni, ma dopo qualche minuto, finiti i come stai/che fai/il lavoro/i figli, ti ritrovi a ricordare i vecchi fatti e a ridere per le stesse battute. Sulle piste da sci è lo stesso. Trent’anni fa, come oggi, scendo senza stile e con poca grazia, ma senza paura in qualsiasi pista. Certo, trent’anni fa non c’erano quelli sullo snowboard, ma d’altra parte si sa, con l’età qualche acciacco viene fuori (io infatti li acciaccherei molto volentieri).

Lo sci, come il rivedere i vecchi amici, riesce a farmi sentire leggero, libero di fluttuare, di scorrere sulle difficoltà. Mi mette nelle condizioni di valutare meglio le situazioni, di dare il giusto peso ai problemi, come fosse un tempo sospeso, una pausa alle preoccupazioni, una pit stop nel quale ricaricare le batterie.

Sugli sci riscopri la robustezza dell’aria di montagna, che ti entra nei polmoni a fare pulizia delle incrostazioni e delle meschinità che ti avvelenano le giornate. Quel freddo pungente che ti risveglia e ti dice ancora ce la fai, ancora è possibile. Per sciare bisogna vincere la paura, bisogna avere equilibrio, ma bisogna sapersi buttare. Bisogna bilanciare il peso, senza mai esagerare da una parte o dall’altra. Si può correre a per di fiato o si può scendere dolcemente, si può andare da soli, ma trovare qualcuno che abbia il tuo stesso passo è molto più bello. Bisogna stare ben saldi attaccati al terreno, ma con lo sguardo rivolto in avanti.

Soprattutto, le esperienze accumulate non si disperdono col tempo, ma fanno parte di noi: i successi, le cadute, quello che abbiamo faticosamente imparato, è il nostro bagaglio, siamo noi, è la nostra vita. Con dei benefici incidentali e accessori, ma non per questo meno graditi, come il ritrovarsi una leggera tintarella in pieno gennaio. Ma in effetti, non ci sentiamo esattamente così, quando rivediamo i nostri amici di sempre?

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Blue Monday

Il lunedì blu ha cieli grigi e umor nero. Anche il verde delle piante sembra sbiadito, il giallo del cielo è coperto dalle nuvole e difficilmente avremo un tramonto rosso. Ma se non fosse stato per il blues, perché mai associare il più bel colore che c’è alla tristezza?

Vista dallo spazio, nell’oscurità più profonda spicca la Terra, che è un punto blu, luminoso e appariscente. E poi ci sono i blues jeans, i pantaloni per tutte le occasioni. Il blu Savoia, nonostante il tricolore, contraddistingue i nostri in ogni competizione sportiva. C’è il bracco blu d’auvergne, cane da caccia intelligente e con un fiuto eccezionale, il blu di Russia, gatto vivace e bellissimo.

Chi è che non si vuol perdere nel blu dipinto di blu, perché è il colore del cielo, del mare, dei sogni. C’è il bluetooth che ci collega al resto del mondo e ci sono i cordon bleu che piacciono a grandi e piccini. Senza dimenticare Lisa dagli occhi blu, perché come si fa a non innamorarsi degli occhi di quel colore?

E quindi, forse sarà anche il lunedì più triste dell’anno, siamo a gennaio, le vacanze sono lontane, piove e fa freddo, ma per fortuna possiamo sempre circondarci di blu. Le giornate torneranno ad allungarsi, arriverà la Candelora, che dall’inverno semo fora, ci sarà Carnevale, in un baleno sarà Pasqua. Perché al di là delle nuvole, il cielo è sempre più blu!

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La nostra salvezza è nelle vostre mani

I nostri bastioni sono sotto assedio da tutti i lati. Le nostre riserve di munizioni sono quasi esaurite. La nostra salvezza è nelle vostre mani. (J. M. Barrie)

Così ci si può sentire a volte. I nostri bastioni sono le sicurezza costruite nel tempo, i punti fermi, le persone su cui contiamo, le situazioni che sappiamo gestire, le prospettive già delineate con tutti i presupposti verificati, la nostra zona di conforto, quella dove ci sentiamo a casa.

Ci sentiamo al sicuro lì, ma sappiamo bene che al di fuori ci sono i pirati: gli imprevisti, i pericoli, le minacce, che ci stringono d’assedio e potrebbero minare questa situazione. Perché le munizioni che difendono i bastioni sembrano sempre lì lì per esaurirsi. La forza di affrontare le difficoltà, la pazienza di accettarle, l’energia di saper andare oltre, la fiducia in noi stessi e negli altri. Sono risorse infinite, ma allo stesso tempo sembrano sempre non bastare.

Difesi dai bastioni, ma nello stesso tempo assediati dai pirati. Con riserve di munizioni, ma allo stesso tempo in via di esaurimento. L’oscillazione fra questi estremi descrive bene la precarietà in cui ci troviamo. Una precarietà irriducibile, che dobbiamo accettare, perché fa parte di noi, perché è la nostra natura più autentica. Ma soprattutto perché, come dice Peter Pan ai Bambini sperduti di Neverland, la nostra salvezza dai pirati sta nelle mani di qualcun altro. Nell’Isola che non c’è, o in qualsiasi altro posto, che tu sia una fata o un indiano, per fortuna o per sventura chissà, in ogni caso, nessuno si salva da solo.

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Del saper leggere i segni

La nostra cucciola Didi, nell’esuberanza dei suoi otto mesi, non riesce ancora a capire bene come relazionarsi con gli altri, cani o persone che siano. Oggi per lei è bianco o nero: ogni cane è un amico da baciare, festeggiare, neanche fosse il fratello perduto che non vede da anni. Delle persone invece diffida, non si fa accarezzare e a volte è persino aggressiva. Deve crescere, evidentemente, e capire che a volte gli altri cani non vogliono giocare e che invece il più delle volte le persone vorrebbero coccolarla. Imparerà a leggere i messaggi e a capire le situazioni e i comportamenti più opportuni.

E crescendo magari imparerà pure che non è sempre così semplice interpretare i segnali, capire come reagire, perché non sono sempre univoci. Non sempre le nuvole portano la pioggia, non sempre un sorriso vuol dire benvenuto. A volte si attacca per difenderci, a volte facciamo i forti quando siamo deboli.

Cinque anni fa (mamma mia, già sono passati 5 anni!) chi riuscì a capire subito che stavamo per affrontare un cataclisma come quello? Quanti sottovalutarono quelle strane influenze, quei sintomi insoliti? E tre anni fa, chi aveva capito che stava per riaccendersi una guerra nel cuore dell’Europa, settant’anni dopo il conflitto mondiale? E possibile che nemmeno il più scaltro e il più organizzato servizio di intelligence del mondo aveva capito che Hamas stava per scatenare un’aggressione come quella del 7 ottobre? Eppure in tutte queste situazioni i segnali c’erano stati, anche abbastanza chiari a saperli leggere.

Ma come dicevo prima i segnali sono spesso equivoci: la bravura, l’intuito, l’intelligenza delle persone si potrebbero misurare proprio dalla capacità di saperli interpretare prima e bene. Perché chi riesce a comprenderli in tempi rapidi ha un grande vantaggio, un bonus importante da riscuotere nelle situazioni della vita, nelle situazioni quotidiane, come nelle vicende importanti.

E oggi quali segnali potremmo cogliere che forse stiamo trascurando? Cari viaggiatori ermeneutici, non avete anche voi la sensazione che a volte ci stia sfuggendo qualcosa? Qualcosa che sta lì sotto i nostri occhi, nel non detto, che invece dovremmo assolutamente affrontare per farcene carico?

Cosa significa ascoltare? Vuol dire capire quello che l’altro non dice (Carl Rogers)

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Inseguendo la felicità

Cosa possiamo augurarci per questo duemilaventicinque alle porte? Che finiscano le guerre, che le persone imparino a riconoscere ciò che veramente conta nella vita, ma soprattutto che non si stanchino di inseguire la felicità. Sì, l’augurio principale che voglio fare è proprio di ricercare la felicità. Perché la felicità è contagiosa e soprattutto non può essere vissuta da soli, perché esiste solo se la condividi con qualcuno.

Auguri a chi non dorme per inseguire la felicità, a chi corre per rimanere in forma e a chi balla perché ha dentro la musica. Auguri a chi si gusta un bicchiere di vino e a chi si scorda i torti ricevuti. Auguri a chi sa andare avanti, a chi volta pagina e a chi si coccola con un bel ricordo.

Auguri a chi viaggia, con la mente e con il corpo, a chi vuole vedere mondi nuovi a chi si meraviglia, a chi accoglie le diversità. Auguri a chi si preoccupa, a chi ci mette il cuore a chi non ha paura della pioggia, ma preferisce il sole. Inseguiamo la felicità, perché non c’è altro modo per raggiungerla. E poi, perché come ho già detto altre volte, preferisco vivere da ottimista e sbagliarmi, che vivere da pessimista e avere sempre ragione.