Candelora, Candelora, dell’inverno semo fora…

Mai come quest’anno vorremmo voltare pagina, vorremmo poter mettere la parola fine e iniziare una nuova stagione. Vorremmo esserne fuori, rivedere una luce dopo una galleria buia che sembra non finire mai. E pur nella consapevolezza che non sarà così, che purtroppo dovremmo ancora camminare al buio per molto tempo, la metafora della fine dell’inverno ci aiuta a sperare.

Ci aiuta a scorgere un lieve accenno, un chiarore appena abbozzato, che comincia a tingere di rosa e di azzurro il nero della notte.

Ieri ho prenotato il vaccino per la mia vecchia quercia. Il 19 febbraio la prima dose, il 12 marzo la seconda. La luce della candelora inizia a rischiarare la notte di questo lungo inverno, perché l’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole.

 

Scegliere o accogliere

Avrei voluto adottare un bambino una volta, non per adottare un contegno, caso mai uno stile di vita. Mi ricordo che a scuola i professori all’inizio dell’anno ci spiegavano perché avevano adottato un testo, piuttosto che un altro. Ma questo non vale mica per i bambini. Quando adotti un testo te lo scegli, quando adotti un bambino prendi quello che ti danno. Com’è possibile che allora si usi lo stesso verbo per indicare due cose così diverse?

E un governo che adotta un provvedimento allora? Se lo sceglie o prende il primo che gli danno? Ma sia che venga dopo un’attenta e ragionata selezione, sia che al contrario arrivi quasi casualmente, quando devi adottare qualcosa o qualcuno, devi prepararti per bene. Devi valutare i pro e i contro, devi esserne all’altezza, devi maturare la convizione che sia giusto così, per te, ma non solo. Devi essere certo che sia la cosa giusta, quella che dovrai portare avanti senza ripensamenti.

Una volta adottato poi, non devi far altro che adattarti, per non essere additato dagli altri o peggio ancora per non poter addurre scuse un domani. Anche perché non è come nei reparti specializzati, dove c’è l’addetto che ti spiega prima.

Ecco perché, in fin dei conti, ti ritrovi a mettere in dubbio le tue convinzioni, a dubitare di quello di cui eri sempre stato convinto, un po’ come quando ti chiedono il trapassato remoto del verbo mangiare. Se sono io a scegliere, sono io il responsabile, è mia la colpa o il merito. Se la scelta non è stata mia, nel bene e nel male, come potrei essere io il responsabile? Ma è davvero così? E’ davvero così discriminante nella vita, così decisivo, sapere se siamo noi a scegliere? Scegliere o al contrario, facendo un passo indietro, accogliere quello che viene come colpo del destino o meglio, come dono del cielo.

E’ stata la tua la colpa?

Nel balletto di responsabilità fra la Regione Lombardia ed il governo, riguardo i dati dei contaggi che determinano il colore delle regioni, mi sembra ci sia lo specchio di una situazione generalizzata. Forse è inevitabile, visto il tempo che stiamo vivendo. Come ci racconta bene Manzoni nei Promessi Sposi, quando c’è una pandemia, la ricerca dei colpevoli, la caccia all’untore diventa lo sport nazionale.

Resistere alla tentazione di trovare un colpevole è quasi impossibile. E se proprio non un colpevole, almeno un responsabile. Il virus sembra inarrestabile, l’economia crolla e ognuno ha il proprio elenco delle colpe od omissioni: andava fatto questo, non andava fatto quello. Oppure l’elenco delle priorità a scala variabile: prima gli anziani, no prima le scuole, prima i posti di lavoro, no prima la salute.

E’ un circolo infinito, perché ovviamente in ogni situazione si poteva fare meglio e chi è deputato a prendere decisioni ha davanti a sé delle alternative che raramente sono bianche o nere. Molto spesso al contrario sono piene di sfumature, hanno in sé mille conseguenze, non sempre prevedibili e questo stato di incertezza aumenta l’ansia e i timori. Timori che invece, per quanti sforzi si possano fare, per quanto impegno ci si possa mettere, certe situazioni siano irrisolvibili, certi problemi senza soluzioni.

Per questo abbiamo bisogno di colpevoli. I cinesi, chi non mette la mascherina, i gggiovini, il Governo (buono per tutte le stagioni, quando piove e quando c’è il sole), chiunque sia, ma dateci uno a cui possiamo rivolgere la nostra rabbia, dateci un volto, un nome e un cognome, perché al contrario un nemico senza volto è troppo spaventoso, troppo insopportabile. Capite perché è facile prendersela con il primo che passa strada? E non è un esempio a caso, a marzo in pieno lockdown, c’era pure chi pensava che il virus venisse diffuso dai poveri runner.

Va bene vigilare, è corretto attribuire le giuste responsabilità, ma smettiamo di dare la caccia ai fantasmi, smettiamo di crede che sia sempre possibile individuare un colpevole delle situazioni, perché non è così. Il peggior virus non è il Covid, ma la cultura del sospetto, che a prescindere dall’analisi dei fatti distrugge ogni fiducia. Ci sarà sempre chi soffierà sul fuoco della retorica, chi vorrà insinuare il dubbio e alimentare l’astio, ma questa è la peggiore infezione che possiamo prendere. Un’infezione che ci isolerà da tutti, magari in attesa di qualche messia, salvatore da due soldi.

Al contrario ne usciremo solo se saremo in grado di accettare gli errori, di accettare il fatto, faticoso, a volte opprimente, che non ci sarà nessun salvatore con la bacchetta magica. Ne usciremo solamente se ricominceremo a dare e ad avere fiducia nelle relazioni, se recupereremo la voglia di lavorare insieme, per costruire una speranza comune.

 

 

 

Ma davvero “scusa” è la parola più difficile?

Con l’amica “raccoglitrice differenziata” si discuteva amabilmente della sottile, ma sostanziale differenza fra il chiedere scusa ed il ringraziare. Sottoscrivo molte delle cose che dice (andate a leggere, le trovate esattamente qui): meglio, molto meglio ringraziare che chiedere scusa. Entrambi andrebbero fatti non a sproposito, sono talmente importanti che non bisogna abusarne, ma comunque l’una si fa preferire all’altra. E in definitiva, come concordavamo, la gratitudine è davvero uno stato d’animo meraviglioso, l’augurio più bello che si possa fare a qualcuno.

Detto questo, citando una famosa canzone di Elton John, davvero “scusa” è la parola più difficile? In alcuni frangenti sembrerebbe proprio il contrario: come un colpo di panno sulla polvere o una cancellino sulla lavagna, chiedere scusa sembra essere la strada più semplice per uscire da una situazione difficile. Certo, quando urti per sbaglio qualcuno in ascensore (quando ancora si poteva stare in ascensore con qualcun altro!) oppure quando sbagli numero telefonico, cavarsela con un “mi scusi” è davvero la cosa più semplice. Ma quando, anche inavvertitamente, ferisci davvero qualcuno? Quando, anche con le migliori intenzioni, tradisci le sue aspettative? Quando, pur senza volerlo, non riesci a mantenere un impegno preso? Per errori, colpe ed omissioni, quant’è difficile chiedere scusa? Ed è davvero risolutivo? Serve a qualcosa?

Troppe domande! Ma parto da quest’ultima. Spesso si sente dire che le scuse sarebbero inutili, che bisognerebbe pensarci prima, che comunque non risolvono la situazione, non restituiscono quanto tolto in precedenza. E così, trincerandosi dietro la presunta inutilità, in realtà ci si arrende alla oggettiva difficoltà del chiedere scusa. Perché in realtà diciamoci la verità: chiedere scusa costa! In ogni situazione possiamo trovare tutti gli alibi di questo mondo: le migliori intenzioni con cui abbiamo fatto o non fatto qualcosa, l’oggettiva difficoltà in cui ci trovavamo, il non poter immaginare tutte le conseguenze di un’azione, la mancata conoscenza di quel dettaglio che poi si è rilevato determinante.

Chiedere scusa e ammettere l’errore è pesante, costa impegno e fatica, perché ci mette di fronte ai nostri limiti, alle nostre incapacità, alle nostre imperfezioni. Ma i limiti esistono, anche se non vogliamo ammetterli. Al di là degli alibi, delle giustificazioni, delle attenuanti. Chiedere scusa, prima ancora che per provare a ricomporre il rapporto con l’altro, serve a trovare un accordo con se stessi, serve a riappacificarci con quello che siamo, che è il primo passo per essere felici. Dobbiamo chiedere scusa, per non trovare scuse. Perché siamo nati per essere felici. O almeno per provarci.

Tuttavia la città

Sono i giorni del tuttavia. Il resto che avanza e cambia le prospettive, l’irriducibile pezzetto che apre nuovi scenari e fa riconsiderare le cose. I 44 gatti stanno in fila per sei, tuttavia quei due rimangono fuori e non sai dove piazzarli. Li metti in fila per sette, tuttavia rimangono fuori lo stesso e allora lasci perdere, si mettessero come gli pare. Meglio farsi i gatti propri.

La situzione non è semplice, tuttavia è arrivato il vaccino e in tempi brevi ne saremo fuori finalmente. Tuttavia non so se voglio tornare a fare la fila sulla Colombo alle 8 della mattina (ecco, i gatti potremmo metterli in fila per otto, tuttavia ne rimarrebbero fuori quattro). Tuttavia anche stare a casa tutto il giorno e tutti i giorni forse non è proprio il massimo come avevo pensato.

Renzi ha ragione quando dice che 65 miliardi di euro del recovery plan non possono andare in navigator e bonus monopattini. Tuttavia ha torto, perché Renzi ha torto anche quando ha ragione. Tuttavia sarei più sicuro se questi fondi li gestisse uno che per dieci anni ha retto l’economia dell’Europa, piuttosto di uno che è andato al governo con la compagine peggiore della storia repubblicana.

Arriva la Befana, detta anche Epifania, che tutte le feste si porta via. Tutte via, non ce ne lascia neanche una. Ma si sa, dobbiamo percorrerla tutta, questa via. E forse torneremo a cantare con l’Equipe 84, “tutta via la città, un deserto che conosco“. La canzone non faceva proprio così, tuttavia essendo la traduzione di Blackberry Way dei Move, possiamo anche far finta che sia giusto così. E se anche non lo sapevate, allora sentite qua…

Cosa resterà di questo duemilaventi

Diciamo la verità, non vediamo l’ora che finisca! Penso che raramente si sia trovata un’uniformità di opinioni così generalizzata. In un sondaggio avremmo percentuali bulgare, come si diceva una volta. E se volessimo sintetizzare al massimo, questo sentimento diffuso nei confronti dell’anno che sta per terminare, saremmo tutti d’accordo: al massimo potremmo concederci una variante poetica o chissà, grammaticale. Ma insomma il giudizio sarebbe unanime

Penso che questo 2020 anche in futuro ci servirà da termine di paragone: “sì, d’accordo quest’anno non è stato un granché, ma ricordatevi allora il duemilaventi“! Anche nei ricordi sarà per sempre l’anno orribilis, l’innominato, il parente da dimenticare, lo zio di cui vergognarsi, il cugino che facciamo finta di non conoscere.

Anche a me certamente non lascia in bocca un sapore dolce, né complessivamente un ricordo piacevole. Eppure, nella sua particolarità, forse nella sua unicità, debbo riconoscere che mi ha insegnato tante cose, mi ha fatto riscoprire e apprezzare cose che davo per scontate, oppure che non conoscevo affatto. Per esempio, pur avendo l’abbonamento da anni, non avevo mai visto Netflix. Non sono un grande amante della TV, ma debbo dare ragione ai miei ragazzi: Netflix è veramente fico! Ma anche il balcone. Prima di quest’anno chi era mai stato in balcone?

Ho riscoperto la bellezza dei parchi cittadini, delle piste ciclabili e del cucinare. Ho avuto conferma che c’è gente che non si lava (nemmeno le mani!!!) e che in fondo i Korenai che da sempre girano per Roma con le mascherine, non sono poi così sociopatici come credevo. Ho capito la fortuna di vivere in un Paese in cui non bisogna aprire un mutuo per curarsi. Ho capito (ma questo in fondo lo sapevo già) che ho una grande fiducia nella scienza. Che magari non risolverà tutti i problemi, ma certo qualche soluzione per semplificarci la vita, ce la dà. D’altra parte sono cresciuto con l’idrolitina, potrei mai aver paura di un vaccino?

Ho capito sempre di più quanto sia bello vedersi di persona e abbracciarsi, poter stare insieme alle persone a cui voglio bene. Ho capito quanto non sia scontato avere la libertà di andare dove mi pare, all’ora che mi pare, senza dover dare spiegazioni a qualcuno. Ho avuto una nostalgia dei viaggi, che neanche quelli ermeneutici me l’hanno fatta passare. Non ho ancora nostalgia per il traffico e l’ufficio, ma chissà, se la cosa durasse ancora per qualche mese….no, mi correggo. Quella non credo che mi verrà mai!

Ho capito quanto sono fortunato che comunque la mia vita si sia potuta evolvere adeguandosi alla nuova situazione. Perché invece per tanti intorno a me non è cambiato proprio nulla: hanno continuato la solita vita, solo con il terrore quotidiano di ammalarsi. Insomma, questo duemilaventi mi ha tolto tante cose, ma forse senza volerlo me ne ha date tante altre. Riuscirò a tenerle anche in futuro? Riuscirò a riprendermi la vita di prima, senza però dimenticare quello che ho imparato?

Insomma, non penso convenga a nessuno buttare nel dimenticatoio l’anno che se ne sta andando, anzi, al contrario, converrà tenerlo bene a mente. Anche perché in fondo lo sappiamo: tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, passano solo 24 ore. Cosa volete che cambi veramente?

Scusi lei, si ama un po’?

Ma noi ci vogliamo bene? Questa domanda mi veniva in mente ripensando a Maradona. All’assurdo dibattito che si è scatenato dopo la sua morte, sulla valutazione del personaggio, sulle sue scelte autolesionistiche, che insieme ad un posto nell’Olimpo delle stelle assoluto, gli hanno dato anche una vita piena di guai. E’ vero, i geni e gli artisti dovrebbero interessare per quello che hanno saputo esprimere, per quello che hanno lasciato al futuro, per le emozioni che hanno suscitato, con uno spartito, con un pennello in mano o con una palla fra i piedi. Però è indubbio che se si fosse voluto un po’ più bene, avrebbe fatto altre scelte.

E partendo da lui, allargando il discorso, mi tornava in mente quello che ci hanno insegnato fin da bambini: da sempre mi è stato detto che è molto più importante quello che si è, rispetto a quello che si ha. Avere o essere, prima ancora di diventare un libro di successo di Fromm, è stata l’alternativa più chiara per separare i giudizi basati sull’autenticità, da quelli che invece si lasciano condizionare dall’esteriorità.

Puoi avere tutte le ricchezze del mondo, gli abiti più alla moda, le macchine che fanno status symbol, i gioielli più preziosi, ma se sei una persona gretta, meschina, maleducata, nulla potrà far cambiare il giudizio degli altri. Ed è giusto individuare nell’essere, nelle caratteristiche di quello che siamo, il centro di noi, ciò che davvero ci qualifica. D’altra parte non è neanche così semplice separare i due aspetti: una persona con un bel conto in banca, proveniente da una famiglia benestante, avrà più possibilità di sviluppare le proprie doti, avrà accesso con maggiore facilità ad un’istruzione che lo aiuterà anche a diventare ricco di essere, oltre che di avere.

E’ corretto quindi valutare le persone per quello che sono? Perché alla fine, lasciando da parte Maradona e tutti i geni che hanno sfidato il tempo con le loro opere, mi convinco sempre di più che l’essenziale non è l’avere, ma nemmeno l’essere, le proprie doti o capacità. Quello che davvero ci qualifica in maniera determinante sono le nostre scelte. Se fosse possibile una riduzione ai minimi termini dell’esistenza, tolte le doti naturali, tolto quello che abbiamo costruito intorno a noi, quello che resta, ciò che dimostra in modo chiaro chi siamo davvero, sono le alternative che scegliamo, le opzioni che facciamo diventare realtà, i sì, i no, i silenzi, le decisioni. Abbiamo voluto bene? Ancora di più, ci siamo voluti bene?

Alla fine non importa quante cose abbiamo e nemmeno le capacità o i talenti naturali: noi siamo le nostre scelte. In altre parole, nel bene o nel male, siamo quello che scegliamo di essere.

Buon Natale a tutti i viaggiatori ermeneutici!

54, come le facce del cubo di Rubik

E così siamo arrivati a 54. Il cappello, secondo la smorfia napoletana. Infatti, sarà l’età che avanza, saranno i capelli che diminuiscono, d’estate per non scottarmi, d’inverno per non sentire freddo, il cappello è uno di quegli oggetti sconosciuti fino a qualche tempo fa, che ora invece fanno parte del mio abbigliamento.

54 sono le carte dei mazzi francesi, 54 sono le facce del cubo di Rubik che da ragazzino non riuscivo mai a concludere. 54, ancora per poco più vicino a 50 che a 60. Ma in effetti, come ho letto su una vignetta di Shultz, quest’anno l’ho usato poco quindi forse potrei non conteggiarlo.

Come per tutti è stato un anno davvero strano, sospeso in una realtà irreale, con tanto lavoro, ma senza ufficio. Con tanta voglia di muoversi, ma con la necessità di stare fermi. Sentendo più vicini i lontani e stando più lontani dai vicini. Senza la possibilità di dare calci ad un pallone, che resta una delle cose più belle che si possono fare su questa terra, ma con possibilità di fermarsi e di riflettere su quello che è veramente importante. Ad esempio, fino a qualche anno fa, chi l’avrebbe detto che oltre il pallone, mi sarebbe mancata una bella nuotata?

Qualche post fa scrivevo che abbiamo bisogno di un sogno ribelle e forse la notizia è proprio questa qui. Cambiano i sogni, ma nonostante tutto quella che non cambia è la voglia di sognare. Non sogno più di completare il cubo (detto in amicizia, caro Rubik, il tuo cubo era veramente una grandissima sfracassatura! E poi, perché mai bisognava farl? Qualcuno l’ha mai saputo?). Invece sogno l’estate che verrà e una tranquilla nuotata in una calda notte estiva. Magari con il sottofondo dei Rem. Potrebbe essere un bel regalo per i 54. Sempre meglio di un cappello. O di un cubo di Rubik.

The photograph reflects, every streetlight a reminder. Nightswimming deserves a quiet night, deserves a quiet night.

 

Ricordati il caricabatteria

Leggevo il racconto di alcuni operatori del 118. Testimonianze drammatiche, storie che ti lasciano il segno: entrare nel dolore e nella paura, prima ancora che nelle case delle persone, non penso sia un’esperienza che potrai mai dimenticare. Uno dei volontari raccontava appunto che la prima cosa da fare è tranquillizzare il malato ed i familiari, diminuire la tensione, evitare il panico che può prendere chi si appresta a lasciare i propri cari verso un futuro incerto e pieno di paure.

Si ricordi di prendere il caricabatteria“. Questa è una delle frasi più ricorrenti: fra tutte le cose che conviene portarsi in ospedale, la cosa a cui molti non pensano è però essenziale, perché darà la possibilità di mantenere vivo l’unico contatto che avranno con l’esterno e con i propri cari.

Ma in effetti, al di là di questa drammatica circostanza, capita spesso così. Come quando da piccoli portavamo in vacanza la radio, ma dimenticavamo le pile, oppure prendevamo le biciclette e lasciavamo a casa la pompa per gonfiare le ruote. Succede, perché c’è sempre qualcuno che si prende la scena, che per scelta o per natura è destinato a stare sotto i riflettori, ad essere il protagonista. Ed è giusto così.

Io invece ho sempre subito il fascino discreto di chi nella sua indispensabilità riesce a stare un passo indietro: chi è condizione di possibilità, la chiave per far azionare il meccanismo. E lo fa con naturalezza, senza prendersi la copertina, fondamentale senza darlo a vedere, essenziale anche lontano dalla luce dei riflettori. E bella come l’ultima traccia di un album.

 

Feltri, feltrini, censura e libertà

Voglio dire anche io la mia su questa polemica nata fra l’ex presidente della Camera Laura Boldrini ed il direttore dell’Huffington Post, Mattia Feltri. La Boldrini ha un blog sull’Huffington e in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne aveva scritto un post nel quale, fra le altre cose, criticava Vittorio Feltri (padre di Mattia), per un suo articolo in cui metteva in dubbio il ruolo di vittima di quella ragazza stuprata dall’imprenditore Genovese.

Si chiama victim blaming. Ed è parte, grande, del problema, rispetto a cui il ruolo dell’informazione è centrale. E mi riferisco polemicamente a quei giornali che fanno di misoginia e sessismo la propria cifra. Cosa dire del resto dell’intervento di Feltri su Libero, in cui si attribuiva la responsabilità dello stupro non all’imprenditore Genovese ma alla ragazza diciottenne vittima?

Il Feltri figlio chiama la Boldrini e gli chiede, per motivi di opportunità, di togliere “l’apprezzamento spiacevole” riferito al padre, altrimenti non avrebbe pubblicato il post. A quel punto la Boldrini rende pubblica la vicenda e pubblica il pezzo su Il Manifesto. Feltri figlio si giustifica dicendo che i Blog sono “ospiti” di Huffington e in quanto tali devono “sapersi comportare” e comunque, senza dover dare ulteriori spiegazioni è facoltà del Direttore della testata decidere cosa pubblicare e cosa no.

Chi mi conosce sa che da sempre sono l’uomo della mediazione al punto di averne fatto un abito personale prima ancora che professionale. Sono convinto che qualsiasi posizione possa essere arricchita se viene mediata da un punto di vista diverso: conciliare prospettive differenti porta a crescere, a maturare, ad aprire gli orizzonti. Ma nello stesso tempo sono altrettanto convinto che ci siano dei principi non negoziabili. La violenza sulle donne fa più vittime del cancro, degli incidenti stradali, di qualsiasi pandemia passata, presente e futura. Contrastarla non è negoziabile, non può esserci un punto di vista diverso da un’opposizione assoluta. Non esistono alibi, non esistono attenuanti, non sono ammissibili giustificazioni. Come il razzismo, come qualsiasi violenza o sopraffazione del forte contro il debole. Che ci sia gente che scriva sul giornale o esprima pubblicamente opinioni differenti è semplicemente spregevole, vergognoso, delinquenziale (d’altra parte Vittorio Feltri dall’estate scorsa è stato finalmente cacciato dall’ordine dei giornalisti).

Ma al di là dei contenuti della vicenda, ha ragione Feltri figlio o la Boldrini? Nessuno o forse meglio tutti e due. Che un direttore possa a suo insindacabile giudizio, decidere se pubblicare o meno un articolo, penso sia una regola di qualsiasi testata (anche se è chiaramente esplicitato che Huffington Post non è responsabile di quanto pubblicato nei Blog che ospita). E’ poi nella libertà di chi ci scrive continuare ad essere ospitato lì, oppure cambiare aria. Ancora di più, è libertà dei lettori decidere se continuare a dare fiducia ad una testata che decide di censurare un giornalista per motivi strettamente personali.

Ma soprattutto, senza voler fare come la volpe che disprezza l’uva a cui non può arrivare, capite perché Viaggi Ermeneutici non chiede ospitalità a nessuno e se ne sta bello tranquillo a casa sua?

Ogni cosa ha il suo prezzo, ma nessuno saprà quanto costa la mia libertà