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One of us

If God had a name, what would it be?
And would you call it to His face
If you were faced with Him in all His glory?
What would you ask if you had just one question?

Se Dio non fosse uno di noi come potrebbe capire il prurito dopo un pizzico di zanzara? Come potrebbe capire che dopo che è passato il Natale bisogna aspettare un anno intero prima che ritorni? Se non fosse uno di noi non potrebbe comprendere l’ansia prima di un esame e nemmeno i ricordi che rivengono fuori ogni volta che ascolti una canzone della tua adolescenza.

Se Dio non fosse uno di noi non capirebbe la paura del vuoto e lo spavento che viene quando il cielo diventa viola. Se Dio non fosse uno di noi non capirebbe la noia stare in fila col traffico nelle giornate di pioggia e nemmeno le sottile ironie che stanno dietro certe situazioni. Se Dio non fosse uno di noi non potrebbe ridere fino a riempirsi di lacrime, né piangere fino a restarne senza.

Se Dio non fosse uno di noi non capirebbe l’imbarazzo che ti prende quando cerchi un bagno troppo lontano, né la gioia di un goal all’ultimo minuto. Non capirebbe la delusione che ti assale di fronte alle meschinità, né l’esaltazione che può dare la velocità.

Se Dio non fosse uno di noi non saprebbe fare una carezza ad un cagnolino, né cucinare uno spaghetto con le vongole. Non capirebbe perché quando ascolti certe canzoni ti viene voglia di salire su un tavolo e cominciare a ballare.

Se Dio non fosse uno di noi non avrebbe pianto per un amico che non c’è più, non avrebbe disobbedito ai genitori e alle autorità, non avrebbe deluso chi pensava fosse qualcun altro. Non avrebbe bevuto vino, né mangiato cose alla brace. Non avrebbe sudato quando faceva caldo e non si sarebbe bagnato sotto la pioggia.

Ma ci raccontano che invece ha fatto tutte queste cose. E per questo, nonostante Trump, nonostante Putin, nonostante i fanatici dell’Islam, nonostante il clima che cambia e minaccia di cancellare il mondo così come lo conosciamo, nonostante il tempo che passa e noi che invecchiamo, nonostante tutte queste cose abbiamo ancora una speranza. Buon Natale a tutti, cari lettori ermeneutici.

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18 (+ 40), ovvero come essere supereroi

Conte dice che il Movimento 5 Stelle non è di sinistra, ma sta in Europa in un gruppo che si chiama “The Left”. Non è nemmeno di destra anche se sulla vicenda Ucraina ha la stessa opinione di Salvini, Orban, le Pen. Qualcuno potrebbe pensare che lui, come in generale tutto il Movimento 5 Stelle (non dimentichiamoci che abbiamo avuto come Ministro degli esteri Giggino Di Maio e come Ministro dei trasporti Toninelli!), sia la dimostrazione che viviamo in un mondo meraviglioso, dove ognuno può arrivare ad essere chiunque voglia. Un po’ come il draghetto Grisou che voleva diventare pompiere.

In realtà, quello che non è stato subito chiaro è che lui ci sta indicando una strada, un modo di vivere. Ci sta dicendo, smettetela di preoccuparvi se non sapete se andare in vacanza al mare o in montagna. Lasciate da parte le ansie quando non sapete quale facoltà scegliere dopo il liceo o quale lavoro sia meglio per voi. E forse anche la scelta dell’uomo o della donna con cui vivere insieme, sono alla fine sopravvalutati!

Possiamo essere chi vogliamo! Oggi avvocati, domani primi ballerini del Bolshoi, la prossima settimana predicatori neopentacostali e il mese prossimo pescatori di alici. D’altra parte avreste mai pensato che uno con i capelli di Trump potesse diventare presidente degli Stati Uniti, non una, addirittura due volte? Dai, è un mondo meraviglioso! Questo ci vuole dire l’esimio avvocato Conte: possiamo essere supereroi! Ma io ho sempre preferito Peter Parker all’uomo ragno. Non mi va di essere un supereroe, troppo faticoso. però in compenso ho deciso che oggi compio 18 anni!

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Sempre a proposito di padri e figli

Cosa ci è lecito sperare, cosa vogliamo augurare, cosa possiamo aspettarci dai nostri figli? Che raggiungano i loro traguardi, che inseguano i loro sogni, che riconoscano quello che è meglio per loro. E non a caso ho ripetuto sempre il pronome “loro”: perché invece è molto facile (e dannoso) augurarsi, sperare, aspettarci che raggiungano o inseguano i nostri desideri. Piuttosto sarebbe meglio non sperare nulla, così da augurargli tutto.

Non siamo noi i piloti della loro vita, né i progettisti. Non possiamo decidere in quali acque andranno a navigare, al massimo quello che dovremmo saper fare è soffiargli il vento nelle vele. Non è necessario capirsi sempre, non è indispensabile pensarla allo stesso modo, non è essenziale avere le stesse opinioni, le stesse passioni, gli stessi gusti. Però dovremmo dimostragli con i fatti che in caso di burrasca saremo sempre i loro porti sicuri. E puntare su di loro, nella scommessa della vita, perché tanto sarà inevitabile che si perderà o si vincerà insieme. Cos’altro?

Ci sarebbe tanto da aggiungere o forse no. E allora per gli auguri al mio piccolo grande uomo, faccio miei le parole di un grande del passato, perché riassume mirabilmente il mio pensiero. Non essere mai meschino in nulla, non essere mai falso, non essere mai crudele. Io potrò sempre sperare in te. (Charles Dickens, David Copperfield)

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Incontri al prato, donne famose e dubbi irrisolti

Le donne ricordano solo gli uomini che le hanno fatte ridere; gli uomini solo le donne che li hanno fatti piangere (Henri de Régnier)

Cosa pensano davvero le persone? Come facciamo a sapere cosa si aspettano da noi? Le donne per esempio. Che le donne siano molto più complicate di noi, lo do per assodato, può sembrare una generalizzazione banale, ma come tutte le generalizzazioni pur non essendo esaustiva della realtà, ci si avvicina molto. Noi uomini siamo generalmente più semplici, più interpretabili, diciamolo, più scontati.

Le donne no. Non sai mai esattamente cosa si aspettano che tu faccia. Ed è talmente complicato capirlo che infatti, il più delle volte, noi maschietti toppiamo alla grande. Oppure, in un’altra buona parte di volte, rinunciamo a capire, tiriamo dritti per la nostra strada, senza tentare di cogliere le aspettative altrui. Ma siccome – come ormai sanno i viaggiatori ermeneutici più assidui – il mio compito è quello di diffondere luce e dolcezza, be’ diventa essenziale cercare di capire cosa si aspetta il tuo interlocutore. Tu pensi di dare luce e dolcezza con una parola, quando invece sarebbe meglio tacere, o al contrario, stai zitto proprio nel momento in cui chi ti sta di fronte si aspetta un suggerimento o semplicemente un conforto.

Tutto questo preambolo per raccontarvi di ieri pomeriggio. Ero al prato con Didi che aveva iniziato a giocare con un cucciolone 5 volte più grosso di lei. E mentre loro si rincorrevano felici ho iniziato a parlare con la ragazza che era lì con lui. Chiacchiere da proprietari di cani, mentre cercavo di farmi venire in mente dove l’avessi conosciuta, così magari da evitare figuracce, ma insieme alla convinzione di averla già vista, non mi veniva proprio in mente dove. Nel mentre è spuntato un altro cane e la proprietaria appena arrivata (le donne sono sempre più perspicaci di noi), le fa “ma tu sei quell’attrice famosa…“. Eh sì, era proprio lei.

Così cominciamo a parlare dei suoi film, ci ringrazia dei complimenti, ci racconta che da poco si è trasferita nel nostro quartiere dove si trova bene. Ma come ho fatto a non riconoscerla? Tra l’altro mi piace moltissimo, dai suoi personaggi si capisce che è una donna molto ironica e scanzonata. Ed io adoro le donne ironiche, dovessi elencare la prima caratteristica che mi piace in una donna è esattamente quella (probabilmente non fosse così non starei insieme ad Ale da quasi 40 anni!). Tornando a ieri, debbo dire che lei non se la tira per niente, è una persona davvero piacevole, forse più timida di quello che si potrebbe pensare. E mi sono chiesto: le piacerà essere riconosciuta? Se le chiedo di fare un selfie penserà “ecco uno che si accolla“, oppure se non glielo chiedo dirà fra sé “questo non mi ha riconosciuto, dice che gli piacciono tanto i miei personaggi, però non mi si fila per niente“?

No, capire una donna non è mai troppo semplice, ma una donna famosa è ancora più complicato. Oddio, probabilmente anche con un uomo famoso avrei avuto le stesse perplessità. Chissà in effetti com’è dover gestire la fama, dover barcamenarsi fra la soddisfazione del riconoscimento e la voglia di normalità. Nell’epoca dei social, che accorciano le distanze e rompono le barriere dev’essere sempre più complicato trovare il giusto equilibrio. Comunque, stavolta nel dubbio ho evitato ingerenze da ammiratore, ho richiamato Didi e ce ne siamo tornati a casa. Però magari la prossima volta un selfie glielo chiedo.

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Rallentando

Un carattere imprescindibile della nostra attuale condizione è la velocità. C’è poco da fare, tutti corriamo. Noi, le situazioni, i sentimenti, le preoccupazioni, i desideri, il mondo che ci circonda. E mentre il futuro può sembrare un treno in corsa che si precipita verso di noi, il passato cade con altrettanta velocità nel dimenticatoio. Le ansie che ci attanagliavano possono svanire come la brina notturna appena sorge il sole, tanto che ci può sembrare futile e quasi insignificante quello che fino a poco prima teneva occupati i nostri pensieri. Così però si vive male.

Ovviamente nessuno di noi è singolarmente responsabile di questo stato, seppure ognuno contribuisce ad alimentarlo. Così diventano eccezioni preziose quelle rare occasioni che ci permettono di rallentare il ritmo, di fermarsi a riprendere fiato. Occasioni non sempre felici, che però ci costringono a riflettere. Ripensando appunto ai nostri obiettivi, a dove vogliamo arrivare, a quello che ci preoccupa. Per accorgerci che magari stiamo cercando di raggiungere dei traguardi legati a piccole ambizioni, a soddisfazioni che non aggiungono nulla, come se ci dovessimo partecipare a una sorta di competizione a tutti i costi, una gara contro qualcuno.

Dobbiamo rallentare per capire che tutto questo, ammesso e non concesso che qualche volta ci veda fra i vincitori è una bugia che non porta da nessuna parte. Tantomeno ad essere felici o realizzati. Quando si rallenta, superato quell’iniziale senso di vertigine, come quando riprendi fiato dopo una lunga corsa, riusciamo a riscoprire il senso. Il senso dell’essere funzione di qualcosa per qualcun altro, che è il significato più profondo dell’essere vivi. Così possiamo davvero riprendere a diffondere luce e dolcezza, che come ormai sapete è la mia cifra dell’essere su questa terra.

Dici che torneremo a guardare il cielo
Alzeremo la testa dai cellulari
Fino a che gli occhi riusciranno a guardare
Vedere quanto una luna ti può bastare
E dici che torneremo a parlare davvero
Senza bisogno di una tastiera
E passeggiare per ore per strada
Fino a nascondersi nella sera
E dici che accetteremo mai di invecchiare
Cambiare per forza la prospettiva
Senza inseguire una vita intera
L’ombra codarda di un’alternativa
E dici che troveremo prima o poi il coraggio
Di vivere tutto per davvero
Senza rincorrere un altro miraggio
Capire che adesso è tutto ciò che avremo
Capire che adesso è tutto ciò che avremo
Capire che adesso è tutto ciò che avremo

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I piani alti, gli occhiali di Wittgenstein e altre considerazioni

L’idea è come un paio di occhiali posati sul naso, e ciò che vediamo lo vediamo attraverso essi. Non ci viene mai in mente di toglierli” (Ludwig Wittgenstein)

In questi giorni ho fatto l’ennesimo trasloco di stanza. In quasi venticinque anni è il settimo spostamento, in media quindi, pur continuando a fare lo stesso lavoro, ogni tre anni mi sono spostato. Che al di là delle seccature momentanee dà comunque quell’idea di novità, di cambiamento, che ho quasi sempre apprezzato. Nel corso di questi anni ho avuto affacci differenti, su piani differenti: sesto, nono, quattordicesimo piano. Anche se paradossalmente quello che mi è rimasto nel cuore è stato il primo ufficio che si trovava al primo piano, quasi schiacciato da tutta la grandezza dell’edificio.

E proprio pensando a quel primo ufficio mi è tornata in mente Fiorella, la signora delle pulizie tanto gentile, con cui ero entrato in confidenza. In confidenza al punto che un giorno mi portò il curriculum della figlia, chiedendomi se potessi segnalarla per un’assunzione: “anche in in ufficio come il suo, al primo piano, andrebbe bene lo stesso“. Ecco. Non mi ero mai reso conto che il piano corrispondesse ad un livello di importanza, ma ai suoi occhi era esattamente così. E da quel giorno non sono più riuscito a non pensare che la sua gentilezza fosse in qualche modo un compatimento, una sorta di carezza per quel poveretto che lavorava “ai piani bassi”. Avrei potuto spiegarle che non era così, ma in effetti temo non mi avrebbe creduto.

Ed è giusto così. Perché la realtà non è mai un semplice dato di fatto oggettivo. Nella nostra percezione, nella nostra valutazione, persino nella memoria e quindi nella capacità di comprendere e poi raccontare le cose, ognuno di noi utilizza un filtro, gli “occhiali” della citazione iniziale. Questo filtro nasce e cresce con noi, con le esperienze che abbiamo fatto, i sentimenti che abbiamo vissuto, i sogni, le emozioni, i progetti, le delusioni. E come dice il mio amico Ludwig, non ci viene mai in mente di togliercelo.

Senza quegli occhiali non vedremmo “la realtà così com’è“. Perché “la realtà così com’è“, semplicemente, non esiste. Però potremmo davvero ascoltare i giudizi degli altri, tentare di comprenderli, vedere le cose dal loro punto di vista, con i loro occhiali. Perché alla fine ha ragione il Talmud: non vediamo le cose come sono, vediamo le cose come siamo.

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Mettetevi scomodi

Come spesso mi accade quando ho la fortuna di imbattermi in Sonia, un suo post della scorsa settimana mi ha colpito come quando qualcuno ti dà uno scappellotto da dietro. E tu ti giri di scatto pronto a rispondere, senza capire da dove, da chi e perché ti abbiano colpito. Sonia ha questa capacità di coglierti di sorpresa, di colpirti quando meno te lo aspetti, ma coglie sempre nel segno.

Nel suo post parlava di luoghi, di posti, non in senso fisico, ma esistenziale. Del vivere nel confort della comodità o al contrario arrendersi alla scomodità. E’ qui è arrivato lo scappellotto, per uno come me da sempre ricercatore infaticabile di comodità. Ma stare scomodi in effetti è l’unico modo di essere vivi. Ci sarà tempo di stare comodi, di trovare le misure giuste, ma ci penserà qualcun altro per noi e ahimè, temo sarà definitivo. Fino a quel momento non potremo non stare scomodi. Non potremo non stare stretti oppure troppo larghi, in ritardo per cogliere l’occasione o troppo in anticipo rispetto a quello che aspettavamo.

Staremo scomodi sul lavoro, fra le aspettative che avevamo e i risultati ottenuti. Staremo scomodi con gli amici, che saranno assenti quando servirebbero e troppo presenti quando avremmo preferito un po’ di pace. Staremo scomodi con i figli che prenderanno strade e decisioni per noi incomprensibili. Staremo scomodi perfino con la persona che ci sta affianco, seppure non potremmo essere con nessun altro e in nessun altro posto.

E quando capiremo questo riusciremo a capire che anche gli altri stanno scomodi. Per quanto possiamo sforzarci per farli stare a loro agio, per quanto proveremo a prendere bene le misure, dobbiamo accettare anche le scomodità altrui, che sono irriducibili, esattamente come le nostre. E guai a noi (e a loro) se per caso riuscissimo a farli stare comodi. Non gli faremmo certamente un piacere. Anzi, tutt’altro, rischieremmo di rovinargli la vita.

Tra i desiderata e la realtà ci sarà sempre una distanza, un di più o un di meno, che ci farà stare scomodi. Ognuno di noi camminerà nelle proprie scarpe, ma non è detto che troveremo la misura giusta. E ancora peggio sarà quando proveremo a camminare con le scarpe altrui. Ma sarà proprio questo a farci sentire vivi. Sarà proprio questo stare scomodi che ci farà cercare ancora, che non ci farà accontentare di quel che è. Solo la scomodità porterà a migliorarci e a tentare di migliorare il mondo intorno a noi. Quindi, rilancio l’invito della mia amica: mettiamoci scomodi e proviamo ad essere contenti e soddisfatti lo stesso. Soddisfatti, ma mai troppo.

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Meglio perderlo che trovarlo

Come già detto e scritto altre volte (in particolare qui), sono un mago a perdermi le cose. Un momento prima sono qui, un momento dopo non ci sono più. O meglio, non è detto che ci siano, ma io non le trovo. Non le trovo anche se ce le ho sotto al naso! Con sommo disappunto della mia dolce metà, costretta ad arrivare in soccorso, neanche fosse il settimo cavalleggeri, per risolvere la situazione.

Quando accade che le cose si ritrovano quindi, gioia e felicità la fanno da padrone! Cosa c’è di più bello che ritrovare qualcosa che si pensava aver perduto? Cosa c’è? Forse perdere qualcosa di cui si può fare assolutamente a meno! Perderlo e non ritrovarlo mai più.

Perché invece succede che a volte ritroviamo cose di cui non sentivamo proprio il bisogno. Come quando scopri dentro un libro una banconota da dieci mila lire: che ci faceva lì? Chi e perché ce l’aveva messa? Ma soprattutto, perché non è saltata fuori quando serviva?

Oppure quando ripercorri una strada dopo tanto tempo. Una scorciatoia? Neanche per sogno! Una strada per l’inferno! Piena di traffico, buche, macchine parcheggiate male. Ecco perché l’avevamo dimenticata, cancellata da tutti gli itinerari. E mal ce ne incolse quando abbiamo deciso di ripercorrerla!

Non parliamo poi di quel personaggio molesto di cui abbiamo dimenticato nome, numero di telefono, indirizzo e che improvvisamente, ahinoi, rispunta all’orizzonte, in tutta la sua fastidiosa presenza. “Carissimo, quanto tempo…ti ricordi di me?” Sì, certo che mi ricordo, ma avrei preferito dimenticarti, perderti nei meandri della memoria e mai più ritrovarti!

Purtroppo, è così. A volte ritroviamo cose, fatti, persone, che avremmo volentieri perso per sempre. Poi ci sono situazioni ambivalenti. Ad esempio, quella che riguarda il cellulare, con cui, come la stragrande maggioranza delle persone, non ho un rapporto sano: è troppo pervasivo, onnipresente, esasperante. Crea dipendenza, c’è poco da fare. Come se ne può fare a meno? Qualcuno ci riesce a dire il vero. Non so come faccia, ma io no. Non ci riesco proprio. Eppure…

Eppure, me lo perdo in continuazione. Me lo scordo e me lo dimentico nei posti e nei momenti più impensabili. Come dicevo sopra, un attimo prima ce l’ho in mano, un attimo dopo è rimasto in macchina o nell’altra stanza o chissà dove. Non saprei vivere senza ma in realtà, evidentemente, a livello inconscio vorrei perdermelo, vorrei dimenticarlo per sempre. Vorrei tornare negli anni 80, quando si poteva fare sega a scuola con una piccola speranza di non essere beccati. Quando ci davamo l’appuntamento sul muretto di via Livorno e poi ascoltavi gli ELO e aspettavi con fiducia che qualcuno arrivasse. Quando non eravamo raggiungibili e rintracciabili ogni istante. Quando le cose e le persone non erano sempre, costantemente a disposizione. Quando soprattutto non avevamo e quindi non davamo agli altri questa assurda, illogica, perversa illusione.

Quando veramente ci si poteva perdere. Ma forse, quando ancora potevamo ritrovarci per davvero.

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Trent’anni

Difficilmente sono un tipo che non trova le parole. E infatti ne avrei da dire. Ma d’altra parte a volte la musica esprime i concetti e le sensazioni molto più di qualsiasi discorso. E allora, buon ascolto e tanti auguri a noi!

Almeno tu lo sai, che mi cammini accanto in ogni mio momento. Anche se sono stanco, mi sostieni piano, sento nel vento la tua mano. Tra di noi, non ci sono più ingannevoli parole. Ma il mormorio degli anni, come onde che si infrangono nel sole. Tra di noi, c’è l’istinto di dividere il presente. E un mare di ricordi, che al correre del tempo non si arrende. E il cuore mio…si perde. Almeno tu lo sai, che sei con me ogni giorno. E mi sorridi se ti guardo. Tra di noi, non ci sono più ingannevoli parole. Ma il mormorio degli anni, come onde che si infrangono nel sole. Tra di noi, c’è l’idea che tutto questo sia per sempre. Per poi guardare avanti e non sentirci soli in un istante. (Tirominacino)

E sei tu che mi hai dato i miei giorni più belli nel mondo, li ho vissuti con te. Solo tu mi hai donato un sorriso che nasce anche quando un motivo non c’è. Sembri schiudere tutte le porte, sembri schiuderle tutte le volte che sei con me, sembri schiuderle tutte le volte che io sto con te. (Francesco Renga)

Anche quando poi, saremo stanchi, troveremo il modo per navigare nel buio, che tanto è facile abbandonarsi alle onde, che si infrangono su di noi. Questa sera sei bellissima, se lo sai che non è finita abbracciami anche se penserai che non è poetica, questa vita ci ha sorriso e lo sai. Non è mai finita. Abbracciami, abbracciami, abbracciami. (Cesare Cremonini)

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Festina lente

Viviamo a cento all’ora. Gli eventi si susseguono con una velocità spesso fuori dal nostro controllo. Passiamo dai postumi di una pandemia a una guerra in piena Europa, ma non finisce quella che scoppia un’altra guerra in medio oriente, mentre l’ultimo scandalo dell’estate ci distrae dal caldo asfissiante figlio dei cambiamenti climatici. Meno male che c’è Sinner, per qualcuno il campionato di calcio, per qualcun altro la Ferrari, anche le distrazioni vanno e vengono velocemente. E neanche te ne accorgi e arriva l’autunno, bisogna riporre il costume da bagno e tirar fuori le giacche. I figli crescono e noi invecchiamo, velocemente, ma senza fretta, tra le ore lente e gli anni veloci. Festina lente, lo dicevano già i latini, ma forse mai nella storia c’è stato un periodo più adatto di questo.

Affrettati lentamente, un ossimoro per cercare di vivere senza indugi, ma anche senza perdere nulla. Perché il rischio invece è proprio il contrario: indugiare nella fretta, rimanere fermi mentre tutto il resto corre e ci lascia indietro. A volte può anche essere comodo restare indietro, perché ti fa rendere conto meglio di dove devi andare. E se nel frattempo ti perdi qualcosa pazienza, magari lo raccoglierai dopo. Certo, il rischio è raccogliere solo le briciole, gli avanzi, ma per fortuna a volte sono quelli che fanno la differenza.

Festina lente vale anche con gli altri. Vale soprattutto con gli altri. Per non lasciarli indietro e per non farli scappare via. Perché poi quando si crea la distanza è difficile ricomporla e magari ti accorgi che quello che avevi lì con te, quello che davi ormai per scontato, non c’è più. Forse è inevitabile, ma tu trova il tuo passo, affrettandoti lentamente: qualcuno corre avanti e lo perdi, qualcuno si ferma ma lo ritrovi anche se lo hai perduto per un po’, qualcuno è rimasto indietro e ti manca e non lo ritroverai più, qualcuno ha cambiato strada ma non ti manca neanche un po’. Perché di tutto questo sei tu quello che resta. E alla fine è proprio con te che dovrai fare i conti.