Che fare con l’amico che sbaglia?

Come si fa ad aiutare un amico che sta sbagliando? Che fare? Non è una cosa semplice, né scontata. Forse sarebbe sufficiente dirglielo. “Ehi, stai sbagliando.” Ah, grazie” “Figurati non c’è di ché“. A volte succede. Nelle favole ad esempio. “Ehi, stai sbagliando“. “Mafattelicazzitua!“. Ecco, questo nelle favole non succede mai. Nella realtà sì. Magari non proprio in modo così brutale, ma volendo sintetizzare.

A volte si sbaglia senza saperlo. Molto più spesso invece sapendolo benissimo. Per questo dirlo serve a poco. Certo anche tacere non è una grande soluzione. Allora bisogna dirglielo o è meglio tacere? Un po’ come l’antinomia fra brutta verità e bella bugia. L’amico che sbaglia sapendo di sbagliare potrebbe aver bisogno di qualcuno che lo sostenga, che condivida – almeno idealmente – quell’errore. Oppure, al contrario, potrebbe volere qualcuno che in quel momento lo fermi, lo leghi ad un albero e gli impedisca di fare (o farsi) del male. C’è chi sbagliando rovina la sua vita per sempre e chi solo grazie ad un errore capisce qual è la strada giusta, perché sbagliando si impara, dicono anche i proverbi.

Non prendiamo in considerazione quello che succederà poi un domani. Tanto possiamo star sicuri che qualsiasi cosa facciamo potrà essere interpretata male. “Tu eri lì, perché non mi hai aperto gli occhi?” oppure “Proprio quando avevo bisogno di un supporto, tu lì sempre pronto a giudicare“. No, decisamente meglio non pensare alle possibili conseguenze.

Io, chi mi conosce lo sa, sarei un perfetto grillo parlante, quindi il classico sputasentenze. Stare zitto mi fa più male di un attacco di colite. Però ho sentito troppe volte la storia della trave e la pagliuzza per non ricordarmela bene.E quindi sarebbe semplice dire che bisogna valutare caso per caso, che ogni situazione ha la sua soluzione, che c’è un tempo per tacere e un tempo per gridare. E certo che è così! Ma per fare la scelta giusta non si può essere semplici spettatori, che guardano da fuori e decidono. Come dicevo qui, nel bene e nel male l’amico deve correre dei rischi, se no che amico è?

Secondo me, prima di decidere se parlare o tacere, bisogna infilarsi nelle scarpe dell’altro. Bisogna essere lui e chiedersi: “cosa vorrei che facesse ora il mio amico? Cosa vorrei che dicesse la persona di cui mi fido?” Se siamo capaci di infilarci le sue scarpe, allora non parleremo per sentito dire, non rimarremo al di fuori con l’ombrello in mano, ma giocheremo in mezzo alle pozze d’acqua anche noi. Non è detto che così tireremo fuori la soluzione giusta, ma se non altro potremo pensare di avercela messa tutta per trovarla.

La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia (M.Gandhi)

Elogio del Coppedé. E poi di cortili e facciate

Il preambolo è dato dal fatto che l’altro giorno passeggiavo per il quartiere Coppedè. A mio insindacabile giudizio il quadrilatero tra via Nomentana, corso d’Italia, via Salaria e piazza Istria è la zona più bella di Roma. Villa Ada (ma anche Villa Torlonia), il Giulio Cesare, il Piper, ma soprattutto le strade, le piazze, i palazzi. Ecco i palazzi. Mi piacciono quelle facciate imponenti, con quei portoni altissimi, le balconate, i fregi. Mi piacciono quelle lunghe scritte in latino e quelle file interminabili di finestre coperte dalle persiane verdi o marroni. Sarà che tra quelle strade ho passato gli anni dell’adolescenza, sarà che ancora mi sembrano esenti dalle cafonate che si vedono in giro nel resto della città, ma quella è davvero una Roma particolare, lontana dai giri turistici. In cui puoi girare la domenica pomeriggio e godere in silenzio la grande bellezza della città eterna. Signorile, ma non snob, aristocratica e popolare insieme, ironica e sognatrice. Elegante come una canzone dei Depeche Mode. Biancoazzurra come il suo cielo. Fine del preambolo.

La facciata è l’aspetto di un palazzo, è quel che appare, quello che te lo fa giudicare ed è su quello che ti fai un’idea delle persone che ci abitano. Non è solo un discorso “di facciata”, perché non è solo esteriorità. Non è solo ornamento, se questo fosse solo una cosa esteriore e dovesse in qualche modo essere contrapposto ad un monumento. E’ piuttosto il portamento, lo sguardo, i lineamenti. Quando si dice, “ci metto la faccia”, per un palazzo si dovrebbe dire la facciata.

E’ indubbio però che se vuoi conoscere davvero un palazzo, se vuoi immergerti nelle sue storie, toccare le sue viscere, sentire le vene e le arterie sui quali scorre il sangue che lo rende vivo, allora devi entrare dentro, devi vedere cosa c’è dietro la facciata. L’anima del palazzo è nel cortile. E’ lì che si consumano le storie più autentiche, la vita vera. Nell’ombra dei suoi alberi, sulla pietra dei gradini, fra la terra delle aiuole. Nelle cose vive, perché no, anche fra i bidoni dei rifiuti.

Qualcuno potrebbe obiettare che ci sono palazzi senza cortile. Certo, esistono persone senz’anima.

Ma perché, sul serio pensavate che stavo parlando di architettura?