A proposito del qui e ora

A volte mi chiedo cosa stiamo aspettando
Silenzio
– Che sia troppo tardi, Madame

Fra le tante cose che dovremmo imparare dai nostri amici a 4 zampe è il saper vivere il presente. Il cane passa sopra in un attimo alle angosce passate e non dà la minima importanza al futuro. E’ felice se sta con noi, è triste quando ce ne andiamo, riesce a vivere pienamente il qui e ora, senza farsi condizionare più di tanto da quello che è successo prima o da quello che succederà dopo. Solo chi non li conosce può pensare che non abbiano memoria: ricordano tutto, ma a differenza nostra riescono a non farsi condizionare da quello che è accaduto.

Che noi umani al contrario non sappiamo apprezzare il quotidiano è storia antica. Spesso siamo nostalgici verso un passato che probabilmente non è mai realmente esistito e allo stesso tempo viviamo con questa proiezione a quel che accadrà domani, oscillando fra l’ansia e l’attesa di quello che potrebbe succedere. A volte aspettiamo da così tanto tempo qualcosa, che alla fine neanche ricordiamo più bene quello che stavamo aspettando. O come dice Baricco nella bellissima frase di Oceano Mare, forse stiamo aspettando che il tempo passi e ci sia una scusa concreta per non affrontare la realtà.

Se ci pensate, l’elemento che esemplifica chiaramente questo stato d’animo di insofferenza verso il presente sono gli smartphone: mentre siamo in un determinato posto, da soli o con altri, attraverso il cellulare riusciamo ad essere altrove. Ascoltiamo chi ci sta vicino, ma parliamo con quello che è dall’altra parte del mondo, guardiamo l’interlocutore e nello stesso tempo leggiamo i commenti di uno sconosciuto alla foto di un conoscente. Senza alcuno motivo apparente, perché se qualcuno ci chiedesse “scusa, ma cosa stai guardando di così importante?” il più delle volte non sapremmo rispondere.

E’ innegabile che l’altrove – nello spazio o nel tempo – possa avere un suo fascino, com’è altrettanto certo che stare in fila alla ASL o pigiato dentro una metropolitana rendono interessanti anche le foto del collega d’ufficio con cui non ti saluti in ascensore (ma chissà perché sei amico di FB). Il rischio però è perdersi il qui e ora. L’espressione sognante di quella nonna che parla con la nipotina in fila insieme a te. La faccia arrabbiata ed intrigante della fanciulla nel tuo scompartimento. Ma allora, siamo proprio convinti che quello che andiamo cercando altrove valga di più di quello che perdiamo nel qui e ora?

 

Non nel mio giardino

Io ne capisco poco. Ma il realtà penso di capire benissimo. Perché da una parte non saprei entrare nei dettagli tecnici della questione, ma nonostante questo sulla questione della Tav mi sono fatto un’idea molto chiara. Un collegamento ferroviario europeo, una strada ferrata che in modo più o meno diretto colleghi Vienna a Parigi, che da Est a Ovest unisca più di metà del vecchio continente non è solo un’opera utile. Probabilmente nel campo dei trasporti è la cosa più strategica e intelligente che sia stata progettata negli ultimi trent’anni. Tutti ci lamentiamo del traffico automobilistico, del fatto che questi enormi camion pieni di merci sono un pericolo per tutti e poi quando finalmente si vuole costruire un’alternativa che succede?

Succede quello che si ripete puntualmente ovunque e per le situazioni più disparate. Abbiamo un gigantesco problema di smaltimento rifiuti? Ci sarebbe bisogno di un termovalorizzatore? Certo, basta che lo facciate lontano da me. Ci sarebbe bisogno di una nuova centrale elettrica? D’accordo, però costruitela più in là. Abbiamo bisogno di portare il gas dall’Africa o dall’Asia? Ok, ma passasse da un’altra parte. Insomma, fate quel che volete, ma non nel mio giardino.

E’ comprensibile, persino scontato che le comunità colpite più da vicino da queste grandi opere si lamentino. Ma governare significa esattamente questo: cercare il bene comune, bilanciando il bene di molti e i disagi di pochi. Un governo serio gestisce in modo equilibrato queste dinamiche. Esistono le compensazioni, ci sono opere specifiche da poter realizzare ad uso e consumo di quelle comunità. Quello che non dovrebbe mai fare è cavalcare in modo strumentale il populismo, gli interessi particolari (di per sé anche giusti) che ledono l’interesse comune. Esattamente quello che stanno facendo i bimbi minchia che ci governano. Ma di cosa mi stupisco? Cos’altro hanno fatto da ancora prima di arrivare nella stanza dei bottoni? In fondo sono lo specchio dell’Italia. Da sempre quello che vogliamo è una classe dirigente che tuteli i nostri interessi particolari. Se poi vanno contro il bene comune pazienza. Del resto a chi interessa il bene comune?

 

I giorni della merla

Che gennaio non finisce mai è stato già detto? Probabilmente sì. Che gli ultimi giorni, i cosiddetti giorni della merla, quando le giornate cominciano ad allungarsi ed uno comincia a sognare una primavera ancora di là da venire, sono invece i più freddi è noto a tutti? Probabilmente sì anche questo. Ma del resto mica solamente in questo caso funziona così. Quando sei arrivato al culmine estremo di una situazione. Quando stai aspettando un cambiamento da così tanto tempo che neanche ti ricordi più cosa stavi aspettando. Quando non ne puoi più e speri in un colpo che ribalti la situazione. Ecco che Salvini fa un’altra dichiarazione. No, va be’ non divaghiamo. Quando pensi che in realtà peggio di così non possa andare, allora e proprio allora, le cose precipitano e l’escalation raggiunge il suo culmine. Quando tocchi il fondo puoi anche cominciare a scavare.

Per questo non è strano che i giorni più freddi dell’anno arrivino proprio al termine di un interminabile gennaio. E’ così, è la vita. Poi però arriva la Candelora e come dice il proverbio, dall’inverno semo fora (lasciamo stare il seguito ma se piove o tira vento dall’inverno semo dentro e invece diamo per assodato che ricominci ad esserci il sole e un po’ di tepore). Tutto bene quindi? Dopo la pioggia torna il sereno e tutto ritorna bello come e più di prima? Sì e no. Sì, perché come diceva il tormentone di un film sempre su un uccello (era il Corvo e non il merlo, ma insomma siamo lì) “non può piovere per sempre” e in effetti, anche se sembra infinito, anche questo gennaio passerà e torneranno le belle stagioni. No, perché per superare il grande freddo è possibile che dobbiamo imparare ad adattarci a situazioni nuove, che dobbiamo non aver paura dei cambiamenti. In altra parole, che forse dobbiamo essere disposti a lasciarci alle spalle qualcosa.

Non saprei dire se questi benedetti ultimi giorni di gennaio siano davvero i più freddi in assoluto, ma su questa credenza sono fiorite diverse leggende. Una delle più poetiche afferma che si chiamerebbero così perché i merli si sarebbero fatti gioco del Generale Inverno, ormai arrivato alla fine dei suoi giorni. Questo, indispettito, avrebbe sferrato un attacco terribile, mandando neve, ghiaccio e un grande freddo su tutta la terra, costringendo i poveri uccelletti a rifugiarsi all’interno dei camini delle case per trovare un po’ di tepore. Così le loro piume, originariamente bianche diventarono irrimediabilmente scure.

I merli per superare il grande freddo, per trovare il modo di sopravvivere e raggiungere la salvezza, rinunciarono al candore delle piume e diventarono neri. E tu, per sopravvivere al grande freddo, cosa sei disposto a perdere?

 

Squonk

Mirror, Mirror on the Wall…

Quella sera mi ero intrattenuto a lungo nella locanda, più di quanto avrei voluto e forse dovuto. Il percorso verso casa era breve, ma in quelle condizioni atmosferiche, con tutto l’alcol che avevo in corpo, anche quei dieci minuti di camminata potevano diventare molto pesanti. L’indomani era previsto il trasferimento forzato di quelle quindici famiglie. Avevamo annegato nell’alcol il dispiacere del distacco: promesse di rimanere in contatto, pacche sulle spalle, ricordi, avevamo tirato fuori tutto. Se ne andavano in cerca di lavoro e fortuna, lasciandosi tutto alle spalle, parenti, amici, sicurezze, ma anche tanta miseria.

Avevano ricominciato a cadere fiocchi molto duri, una miscela di neve e grandine che il vento faceva vorticare tutti intorno a me. Avanzavo lentamente coprendomi il viso con la sciarpa che però cadeva ad ogni passo, ero quasi a metà strada, nel pieno del bosco che dovevo attraversare per arrivare a casa, quando sentii delle voci. Prima in lontananza, poi sempre più chiare, c’era della musica e delle persone che stavano cantando. Un attimo di esitazione, continuare verso casa o seguire le voci? Ovviamente vinse la curiosità di capire chi potesse cantare in piena notte in mezzo al bosco, con quel tempo infernale.

Le voci erano sempre più chiare e seguendone il suono vidi in lontananza un fuoco che brillava nell’oscurità. Mi avvicinai cautamente e rimanendo nascosto fra gli alberi vidi uno spettacolo che mi lasciò senza parole. Intorno ad un fuoco acceso in una radura c’erano una quindicina di bambini, seduti in terra in cerchio e, non saprei come spiegarlo diversamente, dalle loro teste, usciva un fumo azzurrognolo che salendo verso il cielo formava della figure. Figure di donne, fate, vascelli, palloni che gallegiavano in aria, lune e stelle, poi c’erano cani, cervi, draghi, figure bizzarre, mezzi cavalli e mezzi uomini e poi strani macchinari e tutti danzavano al suono di una musica incantevole.

Dio santo, da domani basta grappa” pensai fra me, rimanendo incantato di fronte a questo spettacolo bellissimo ed inverosimile. Non nevicava più, stavo sognando, era più che evidente, forse in realtà ero ancora nella locanda ed ora il grande Joe mi avrebbe svegliato. O forse ero arrivato a casa, ero nel mio letto. Ma perché allora sentivo tutto quel freddo? Provai a tirarmi la barba, ma l’improvvisa sensazione di dolore mi fece smettere. Non sapevo se farmi avanti o scappare, la situazione era talmente assurda che qualsiasi cosa poteva essere giusta o errata. In quel momento da un angolo della radura venne avanti una volpe che girò intorno al cerchio dei bambini. Non era spaventata, forse anche lei attratta dalla musica. Ma lì accadde la cosa più incredibile di tutti. Improvvisamente la volpe si alzò su due zampe e cominciò a danzare al suono della musica. Si avvicinava ai bambini, uno ad uno, ed al suo tocco loro si alzavano e cominciavano a danzare con lei. Pian piano tutti quanti si alzarono e sempre a ritmo con la melodia andarono via seguendo la volpe.

Rimasi solo nella radura, il fuoco che pian piano si andava spegnendo, la neve lentamente ricominciava a scendere. Forse ero davvero ubriaco e mi ero sognato tutto. Sicuramente era così. Mentre ero lì perso nei miei pensieri, ecco di nuovo la volpe. Era apparsa improvvisamente lì a due metri da me, mi guardava con i suoi occhi gialli con uno strano ghigno, sembrava ridesse, girò su se stessa e scomparve nella notte. Non mi azzardai a raccontare a nessuno quella scena e continuai la mia vita come sempre. Ma non me ne dimenticai mai e nulla fu più come prima.

 

Squonk è una pausa nel tempo, una fugace interruzione della realtà, che svela i desideri, rende possibili i sogni e a ritmo di musica li rende reali. Può prendere molte forme, può apparire come un animale o come una persona, come un sogno o una promessa. Sei portato naturalmente a seguirlo perché scaccia via le paure e accende le fantasia. Purtroppo crescendo è difficile riconoscerlo o anche solo ricordarlo. Per fortuna però c’è la musica e se seguiamo quella possiamo sempre sperare di incontrarlo.

 

I cavoli a merenda

Oggi Libero (che com’è noto non è un giornale, mentre d’altra parte il Giornale non è libero), titolava: “cala la produttività e il pil, aumentano i gay“. Grazie ad una talpa all’interno della redazione il vostro viaggiatore ermeneutico preferito è in grado di anticiparvi i titoli dei prossimi sette giorni del prestigioso quotidiano satirico:

Aumenta l’inflazione, finita l’adolescenza diminuiscono i brufoli

In aumento gli italiani che soffrono di alitosi, in diminuzione il traffico sulle vie consiliari.

Previsto mal tempo nel week end, aumentano i casi di aerofagia in metropolitana.

Gli italiani preferiscono la pasta alla carbonara, aumentano i casi di morbillo.

Calano le esportazioni di barbabietola, in aumento i casi di orchite dopo la visione di Adrian

In uscita il nuovo album di Anna Tatangelo, si riaccende il conflitto arabo palestinese

Diminuzione dei cavalli, aumento dell’ottimismo

(premio speciale a chi individua la citazione)

 

 

Love Me Two Times (ancora un 21 gennaio)

Avevo questo antifurto della macchina, una specie di ombrello che bloccava il volante con il pedale del freno. Stavamo ascoltando una raccolta dei Doors nella mitica 127 sotto casa di Ale, dove avevi abitato anche tu per anni. Come al solito conoscevi tutte le storie delle canzoni, quando erano state scritte, il loro significato: i doppi e forse anche tripli significati di Light my Fire, la storia del ragazzo che deve partire per il Vietnam e chiede alla sua ragazza di amarlo due volte, una per l’oggi e una per quando non ci sarà più.

Come ho già raccontato altre volte (qui parlando di Plant e Gabriel e qui parlando di Beatles) in fatto di musica (ma non solo) eri veramente un pozzo di scienza. Insomma, eravamo lì che ascoltavamo Jim Morrison e compagni quando venne fuori questo strano attrezzo, che tenevo proprio sotto il sedile. In realtà avrebbe appunto dovuto essere un antifurto, ma era talmente complicato che da tempo immemore era del tutto fuori uso. E poi chi mai avrebbe avuto l’ardire di provare a rubare una 127 vecchia di vent’anni e con quasi 300 mila chilometri?

  • No, come antifurto non lo uso mai, però contro i malintenzionati può sempre essere utile, non trovi?

E mi ricordo come fosse ora, mi hai guardato come fossi un marziano, con quegli occhi chiari che ti sembrava riuscissero a guardarti dentro e mi hai risposto, come se non parlassi con me, come se stessi ragionando a voce alta.

  • Ma tu pensi che saprei usarlo contro qualcun altro? Anche se mi trovassi in pericolo, non credo che ne sarei capace. 

Non ero riuscito a risponderti, forse perché appunto, stavi parlando con te stesso e non con me. Nella tua consueta disarmante sincerità, stavi raccontando, prima di tutto a te stesso, quello che eri. No, non saresti stato capace di usarlo contro nessuno, ne sono certo. Non so se ne sarei stato capace neanche io, ma fortunatamente non ce n’è mai stata la necessità e qualche tempo dopo lo rottamai insieme alla povera 127.

32 anni dopo, continuaimo ad ascoltare quella canzone, amico mio, raccontami ancora i suoi significati, i suoi come ed i perché. Ed io starò lì a starti a sentire

Love me two time baby
Love me twice today
Love me two times girl
I’m goin’ away
Love me two times girl
Once for tomorrow, once just for today
Love me two times
I’m goin’ away

Come t’antitoli?

“Se il servizio è gratis, il prodotto sei tu”. Un’affermazione che ormai non dovrebbe suonare strana a nessuno. Sappiamo bene che tutti questi servizi social di cui ormai non possiamo fare a meno (da Facebook a Whatapp, da Instagramm a Twitter e via andando) reggono la loro gratuità sull’utilizzo più o meno illimitato dei nostri dati.  Del resto sì, forse senza FB vivremmo lo stesso (qualcuno direbbe che vivremmo anche meglio), senza Instagramm senz’altro. Senza Whatapp comincerei ad avere qualche difficoltà di dialogo con i miei figli, ma si potrebbe comunque ovviare.

Ma pensate a collegarvi su internet senza utilizzare un motore di ricerca. Impossibile!  Google, che probabilmente ci conosce e sa i nostri gusti meglio di nostra madre, è gratuito proprio perché ha classificato quei gusti e li rivende al migliore offerente. Lo sappiamo, a volte lo dimentichiamo o comunque facciamo finta che la cosa non ci importi, ma è evidente che senza ragionarci troppo su, regaliamo a delle multinazionali qualcosa di molto intimo che ci riguarda. I nostri desideri, le nostre preferenze, le necessità a volte, i bisogni.

Questo preambolo per dire che aprire un blog gratuitamente poteva sembrare una grande cosa. E finché si è limitato ad essere un raccoglitore di pubblicità, la cosa poteva disturbare, ma fino ad un certo punto. Quando però dentro questa pubblicità si sono infilati virus o comunque bag che automaticamente aprono pop up e finestre come se non ci fosse un domani, la cosa è diventata insopportabile!

E così ho ceduto anche io. Come forse vi siete accorti, Viaggi Ermeneutici si è traslocato su….viaggiermeneutici.com! Alla modica spesa di 48 euro annui, ho registrato il dominio e fatto in modo che non ci fosse più pubblicità. Vediamo se apportare anche qualche cambiamento estetico, per il momento fatemi sapere se in questo modo è migliorata la fruizione dei contenuti e soprattutto se non si aprono più quei fastidiosissimi pop up.

E buona lettura!