Il condottiero, il professore e la secchiona

Barbara luna rosso scudo, il re degli Unni guardava Roma. Uomo di poca fantasia, lui la scambiò per una stella. Quando gli uomini giunsero in collina aveva sciolto l’armatura. E fu per ignoranza o per sfortuna, che perse il treno, il treno per la luna.

Il primo ci mise cinque anni, il secondo due, la terza tre mesi.

C’era una volta il grande condottiero, ordine e disciplina. Parlava alla pancia della gente, risvegliava le loro paure, così da offrirgli poi la sua protezione. Ma poi arrivò la nevicata. Grande condottiero, perché non ci hai protetto? La gente si risvegliò. Come da un sogno, che era diventato un incubo, lungo 5 anni.

Poi arrivò il professore antipatico, quello che si divertiva a bocciare gli alunni somari. Ma anche quelli bravi. Anzi, soprattutto quelli bravi, perché nessuno doveva essere bravo come lui. Odiava tutti, nessuno escluso, nessuna eccezione, tutti uguali, tutti bocciati. Andate a studiare, non siete preparati, non siete all’altezza. Non mi capite e io me ne vado. E infatti dopo neanche due anni se ne andò.

Allora arrivò la secchiona. Aveva studiato, le sapeva tutte. O almeno così diceva. Era tutta seria, non dava confidenza. Non la dava a nessuno! O almeno, così diceva. In verità qualcuno lì per lì si accorse dei fili che aveva dietro la schiena. Ma fece finta di non vederli, perché se anche fosse stata una favola, era bello, almeno per un po’, far finta di crederci. Magari avrebbe anche potuto dura di più, se solo quei fili non si fossero ingarbugliati in quel modo, alla prima volata di vento. Ma lei che sapeva tutto, doveva saperlo però, che qui soffia il ponentino.

E il ponentino, cari miei, non lo ferma nessuno.

Quando i carri gli volsero le spalle Leone levò il calice al cielo. E fu per ignoranza o per sfortuna che questa stella figlio è ancora a Roma. Che questa stella figlio è ancora a Roma