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Fatevene una ragione: tifate il Roma e lasciateci in pace!

Ma sul serio c’era bisogno di nuovo di una polemica sul calcio? Ancora a parlare di Lazio e di Roma, mentre siamo travolti dai venti di guerra che soffiano da più parti? Forse no, ma forse sì. Perché proprio in questi giorni è scoppiata nuovamente una polemica sui social, nata da una battuta infelice di una comica in una trasmissione in TV, sull’equazione laziali fascisti.

In effetti questa Michela Giraud ha utilizzato un banalissimo luogo comune, smentito dai fatti, che non farebbe ridere neanche qualcuno colpito da una bombola di gas esilarante. Da qui una polemica stupida, che non meriterebbe commenti, né tanto meno gli onori della cronaca, utile forse solamente a chi l’ha sollevata per aumentare un po’ la propria notorietà. Personalmente non la conoscevo: quando ho letto il nome pensavo a un qualche collegamento con Giroud, l’ex giocatore del Milan, che però è scritto con la “o” e non con la “a”, ma come vedremo anche le vocali forse rientrano in un discorso più ampio.

Infatti, mentre la polemica in sé, è del tutto superflua, fa riemergere una questione più seria, di lunga data, che parte da un dato di fatto. La Lazio dà fastidio. E non da oggi, da quasi cent’anni ormai. Da quando qualcuno nelle stanze del potere (allora fascista, ma questo è un dettaglio se vogliamo ironico ed insieme trascurabile) decise che nella capitale ci doveva essere un’unica squadra di calcio. E’ comprensibile la frustrazione che questo qualcuno, e quindi poi di conseguenza tutti i suoi epigoni, hanno dovuto sopportare quando un’unica squadra, la più antica, la più importante, non aderì a questo progetto.

Come nelle leggende e nelle storie di diverse mitologie, ci sono dei fratelli più piccoli che si uniscono contro il più grande per toglierli la primogenitura. E non avendo avuto la possibilità di eliminarlo fanno partire una campagna denigratoria, mirata allo stesso obiettivo. Chi non tifa per la Roma non è di Roma, i laziali sono burini, quelli che non sono della città. C’è persino un vecchio filmato in bianco e nero, tratto da una pellicola di Sordi (ovviamente anche lui originario di fuori) che parla dei laziali “burini”. Fa sorridere pensare a una Elena Fabrizi (la famosa “sora Lella”), lei sì romana trasteverina, che candidamente diceva di essere della Lazio, perché quando era giovane lei, c’era solo la Lazio.

Ma il processo di rimozione continua. Oltre a negare l’identità cittadina, diamogli anche l’etichetta del cattivo. Da qui l’immaginario del laziale fascista, da cui anche la comica sconosciuta che dicevo attinge a piene mani. D’altra parte per loro è fin troppo facile l’identificazione della squadra con la città: stesso nome, stessi colori, stesso simbolo. Chi viene da fuori, per omologarsi alla nuova realtà, non può che aderire a questa identificazione.

Essere della Lazio è più complicato. Sia per chi è nato a Roma, sia soprattutto per chi non è nato qui. Ma questa complicazione per noi è il gusto della cosa, per loro invece è incomprensibile. D’altra parte l’aquila è solitaria, il lupo sta sempre in branco. E non importa se come presidente ci sta un personaggio discutibile, se la curva a volte prende posizioni discutibili, non importa nulla a chi tifa Lazio. La Lazio è altro, è tutt’altra cosa.

Anche la questione linguistica ha il suo peso. Fateci caso, qualsiasi squadra abbia il nome della città, è declinata al maschile, proprio per non ingenerare confusione con la città stessa. Vale per il Torino (squadra) che non va confusa con la città di Torino. Ma vale anche per città che hanno una desinenza femminile: il Parma, il Catania, il Vicenza, Il Bologna, il Pisa e potrei andare avanti. Le squadre di calcio che non hanno il nome della città, ovviamente, non creano confusione e quindi spesso sono femminili (la Juventus, l’Internazionale, la Fiorentina). C’è una sola squadra che ha il nome della città e la desinenza femminile: la squadra che vuole, che deve, che non può non essere confusa con la città.

Recentemente l’attore Piero Sermonti ha parlato di una conclamata egemonia culturale romanista nel mondo del cinema e della televisione. Se non sei romanista non sei visto bene, non rientri nei salotti buoni, nell’intellighenzia culturale nazional popolare. Ma è sempre stato così. Chi tifa la Lazio lo sa, l’ha vissuto nella pelle da sempre. Siamo minoranza scomoda. Talmente scomoda che ci dipingono più minoranza di quanto non siamo nella realtà. Non siamo glamour, non siamo mainstream, non riempiamo lo stadio con folle entusiastiche. Perché loro sono romani e romanisti prima di essere giornalisti, attori, scrittori, politici. L’ha ribadito persino quel finto saggio di Ranieri, rifiutando la panchina della nazionale, perché lui ama l’Italia, ma prima di tutto ama la Roma.

Però ve ne dovete fare una ragione. Noi siamo il resto che non rientra nella cifra tonda. Siamo il pezzetto del puzzle che non trova posto nel quadro complessivo. Maledetti laziali! Come recitava uno striscione in voga tempo fa. Mi dispiace per voi, ma l’equazione identitaria non si risolverà mai. Perché noi scegliemmo di restarne fuori, di essere qualcosa di diverso, non omologabile alle mode. Noi scegliemmo di non essere voi. Quindi, continuate a tifare il Roma e lasciate in pace noi!