Soprattutto non avrei voluto parlare dell’ennesima finale persa dai cugini. Non sono dell’umore giusto per ironizzare. E poi, fra loro ci sono degli amici fraterni che non è bello veder soffrire. Qualcuno di loro aveva a stento superato quello che successe il 30 maggio di 39 anni fa: vincere questa non poteva certo ripagarli, ma certo perdere nuovamente ai rigori, riapre ferite antiche.
Il calcio è crudele, meritocratico solo fino a un certo punto e ama ripetere percorsi già compiuti. La tradizione ha il suo peso, così come la scaramanzia, o la casualità di un pallone che entra o esce per pochi centimetri. Per questo lo amiamo e per questo ci fa perdere il sonno, in modi spesso esagerati, immotivati, irragionevoli. La vittoria ti manda in estasi, ma anche la sconfitta ha una sua retorica e un suo fascino crudele.
E’ per questo che se escludiamo Malagò e il suo aereo dei vip, Damiano e i suoi capelli tinti, il padre di Marta che non va alla laurea della figlia, “andiamo a Budapest Beppe”, Alberto Rimedio, il pulman rimasto in garage, i tatuaggi che non si cancellano facilmente, Barigelli e la sua Gazzetta, gli Igli della Lypa, la faccia di Mangiante, i maxi schermi e “er sordaut”, Mou che arringa e istiga il grande popolo credulone, debbo confessare che un pochino mi dispiace. Ma solo un pochino.
Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più. (Bill Shankly)
