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Il mio amico Vincenzo

Anche Vincenzo. Il più piccolo, il cucciolo della compagnia, genio e sregolatezza. Apparentemente indolente, sempre con quell’andatura leggera, quasi a camminare sulle punte, a danzare sul campo di calcio come sulla vita.

Io sono convinto di una cosa, sarà paradossale, sarà una semplificazione della realtà, ma io ci credo: si gioca a pallone, come si è nella vita. C’è quello determinato, quello che con la tigna sopperisce alle scarse doti tecniche; c’è quello che sembra tranquillo e poi fa entrate da assassino; quello che punta solo sull’estetica, con poca sostanza, l’egoista nasto per il goal e quello che gode a far segnare gli altri. D’altra parte il calcio è la nostra metafora della vita, perché non dovrebbe essere così?

E quindi, anche se ci siamo parlati una sola volta, per strada, due minuti, qualche anno fa in via degli Scipioni e tu non eri più il cigno che incantava i miei pomeriggi allo stadio, io penso di conoscerti. Ho l’assurda pretesa di sapere com’eri. Genio e sregolatezza dicevamo, imprevedibile come un dribling, spiritoso come un tunnel, magari un po’ superficiale come una punizione buttata via senza convinzione. Uno con cui non era difficile diventare amici, perché sapevi sempre dove trovarlo, in campo, come nella vita: tu c’eri sempre, nella buona, come nella cattiva sorte, ci sei sempre stato.

Qualcuno dice che non si debba mai sfidare il destino. Andare in paradiso a dispetto dei santi può portare conseguenze imprevedibili, molto spesso negative. Ed effettivamente è così: raggiungere un obiettivo contro tutto e contro tutti può portare molte soddisfazioni, ma spesso sul medio e soprattutto sul lungo periodo, gli effetti che determina sfuggono alle nostre previsioni.

Quella banda di pazzi che circa cinquant’anni fa vinse lo scudetto, il primo scudetto nella storia della Lazio, sembra ricadere in pieno questa previsione. Una squadra nata dal nulla, con gli scarti di altri, che un tragico destino ha falcidiato nei modi più imprevedibili. Ma io non credo che sia così. Ed anzi, se vogliamo restare nelle metafore, Vincenzino se n’è andato il primo luglio, il primo giorno del calciomercato: forse il CT del paradiso aveva bisogno di genio e sregolatezza e tu non potevi far aspettare ancora Giorgio, Pino, Luciano, il mister Tommaso e tutti gli altri.

“Dagli aquilotti, nun te poi sbaja’. Su c’è er maestro, che ce sta a guarda’”