Avatar di Sconosciuto

L’alba sul monte Fuji

Leggendo qua e là sul web mi sono imbattuto in un articolo che riportava un vecchio proverbio giapponese: è sciocco chi non sale mai sul monte Fuji. Ma è sciocco anche chi ci sale due volte.

La prima metà si capisce subito. La seconda, la prima volta che la senti, sembra una battuta. Perché mai dovrebbe essere sciocco tornare sulla montagna più bella del Giappone? Per capirlo, l’articolo spiegava com’è davvero salire sul Fuji. È la montagna più alta del Giappone (3776 metri), si può scalare solo d’estate, da inizio luglio a inizio settembre, quando la neve si è sciolta e i sentieri sono aperti. In quei due mesi ogni anno ci provano circa duecentomila persone.

Arrivano in autobus a circa 2.300 metri, partono nel pomeriggio o la sera, salgono al buio, con la torcia in fronte, su un sentiero di ghiaia vulcanica che gira a zig zag sul fianco del vulcano. Alcuni si fermano qualche ora in un rifugio e poi ripartono in piena notte, perché la cosa che vogliono vedere arriva all’alba. In cima sei sopra le nuvole e proprio la distesa di nuvole sotto di te, comincia a diventare rosa, poi arancione, poi d’oro. E a un certo punto il sole spunta, e l’ombra della montagna si allunga sulle nuvole come un triangolo perfetto. Chi l’ha visto, dice che è una delle cose più belle della sua vita.

Ma per arrivarci, si fatica. L’aria è sottile e a tanti viene mal di testa. Sulla vetta, all’alba, anche ad agosto, fa un freddo vicino allo zero. Nell’ultimo tratto c’è la coda, perché tutti vogliono arrivare in cima nello stesso momento. E la discesa, sulla ghiaia che scivola, è lunga e dura per le ginocchia.

Adesso il proverbio si capisce meglio: sciocco chi non ci sale mai, perché si perde una delle cose più belle che esistano, ma sciocco anche chi ci sale due volte, perché la seconda volta sa già tutto. Sa del freddo, della coda, del mal di testa, delle ore al buio. Ma soprattutto e sciocco se salendo sta cercando l’alba della prima volta, quella meraviglia, quel silenzio, quel momento magico che difficilmente ritorna: non perché la montagna sia cambiata, quella è sempre la stessa, ma è cambiato chi sale. La prima volta non sapeva cosa l’aspettava, e quel non sapere era metà della meraviglia.

In realtà, quest’esperienza è replicabile in molte situazioni. Forse ognuno di noi ha un Fuji su cui siamo saliti due volte. Il posto della vacanza perfetta, dove siamo tornati anni dopo sperando di ritrovare quell’estate. La cena con i vecchi amici, organizzata per rivivere la propria giovinezza, la città dove siamo stati felici, il libro che ci aveva cambiato la vita, riletto e trovato quasi normale. Andiamo lì con un’aspettativa precisa: rivivere. E quando non succede, ci sembra che qualcosa si sia rovinato o forse arriviamo a mettere in dubbio la bellezza della prima volta, come fosse un inganno della memoria.

Ma non è così. In realtà non è il ricordo ad ingannarci, la realtà è che la prima esperienza era davvero bellissima e completa e non ha bisogno di essere rivissuta per esistere. L’alba sul Fuji ormai fa parte della tua storia, anche se non la rivedrai mai più. E quindi ha ragione quel proverbio, certe vette si salgono una volta sola, non perché la seconda sia inutile, ma perché la prima sarà comunque con te per sempre.

Rispondi