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Un futuro da scrivere

Un nuovo giorno o un giorno nuovo, si interrogava Baglioni qualche anno fa. Ma poi in realtà non è un’alternativa così fondamentale, perché invece quello che conta veramente è la volontà di aggiungere novità ai nostri giorni. O forse, ancora meglio, l’importante è la disposizione d’animo per accogliere le novità nei nostri giorni. La vita scorre e va avanti, accadono cose, fatti, persone, situazioni, cose belle, cose brutte, imprevisti, ciò che era prima non è detto sarà anche dopo. Domani potrebbe non essere uguale a ieri e a volte, questo può non dipendere da noi, può accadere senza che noi abbiamo fatto nulla, anzi a volte può succedere contro tutto quello che avevamo fatto per non farlo accadere.

Quello che conta veramente, quello che dipende esclusivamente da noi, è accogliere il cambiamento, mettersi nelle condizioni per farlo entrare senza remore e senza paure. Non nella prospettiva di cancellare quel che è stato: il passato non si cancella, fa parte di noi, possiamo ricordarlo con un sorriso o con una lacrima, possiamo farci pace o rimanere arrabbiati con lui, ma oggi siamo quello che siamo proprio per quel che ci è accaduto.

Il domani che verrà non cancellerà quello che è successo, perché mai dovrebbe? Che si andrà in rottura o in continuità, comunque nessuno prenderà il posto di chi non c’è più, ma ci sarà un nuovo giorno che potremo far diventare giorno nuovo. Quello possiamo fare, perché quello dipende da noi. E a quel punto poco importa se sarà un nuovo capitolo di un vecchio libro o se avremo cominciato un libro nuovo. In ogni caso ci saranno pagine bianche da scrivere e quello che ci scriveremo sopra dipenderà solo ed esclusivamente da noi.

E proprio così noi abbiamo accolto Didi.

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Non siamo più un Paese buono

Le cose accadono. Mentre siamo attenti a fare quello che dobbiamo fare. Mentre siamo concentrati sulle nostre priorità, non ci rendiamo conto che il mondo intorno a noi cambia, si evolve, le situazioni prendono pieghe e sviluppi inattesi e inaspettati. La realtà è sempre più complessa di quello che pensiamo, ma la complessità è faticosa e la concentrazione a seguire tutto a volte ci fa perdere di vista le cose importanti. Provate a fare questo test.

Ci perdiamo un numero impressionante di situazioni, di fatti, di eventi che accadono intorno a noi, magari affianco a noi, senza che noi ci rendiamo conto. Ma quante cose belle ci perdiamo in questo modo? E quante persone deludiamo per la nostra distrazione. Persone che soffrono in silenzio, a cui basterebbe una parola o un sorriso. Se non avessimo sempre altre priorità a cui badare.

A John Lennon viene attribuita la frase “la vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti“. Non so se l’ha detta lui, ma sicuramente è una frase che ci dovrebbe far riflettere. Senza dubbio, tante cose ci passano sotto gli occhi senza che ce ne rendiamo conto. Ma ce ne sono poi altre che di proposito non vogliamo vedere. A volte non si tratta di disattenzione, ma di aggiustamenti di comodo. Siamo concentrati a contare i palloni, siamo anche bravi, non sbagliamo e siamo orgogliosi di noi stessi perché li contiamo tutti, ma questo non esaurisce la realtà.

Probabilmente siamo chiamati anche ad altro, ma se restiamo impegnati solamente su quello che ci interessa, è possibile che scegliamo di non vedere, è più che probabile che decidiamo di oscurare una parte della realtà. Perché non ci piace, perché pensiamo di non poterla cambiare, perché a volte ci fa comodo così. Ma in questo modo però rischiamo di svegliarci un giorno, trovandoci in una realtà che non è quella che pensavamo. E ancora peggio. Rischiamo di non riconoscerci più.

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Moglie e buoi

Moglie e buoi dei paesi tuoi! E così questa Elena Donazzan ha pensato bene di rispolverare l’antico adagio per farne il suo manifesto elettorale in vista delle prossime europee. D’altra parte quell’altro genio di Salvini adotta lo slogan “Più Italia meno Europa”, che per elezioni europee mi sembra più esilarante di una battuta di Stanlio & Ollio, quindi perché stupirci.

Peccato che io non mi sia voluto cimentare in quest’agone elettorale, altrimenti avrei certamente preso spunto da questa Donazzan. Però sarei andato più a fondo, al vero nocciolo del problema. Perché non c’è dubbio che i matrimoni misti siano una vera calamità, un’autentica piaga sociale, ma la questione veramente spinosa non è quella fra cattolici mussulmani. Ma quando mai!

I peggiori, a livello di conseguenze future, per le civili convivenze e per l’equilibrio psicofisico dei figli, quelli che potenzialmente possono fare danni seri e irrecuperabili, cari viaggiatori ermeneutici, sono i matrimoni misti tra laziali e romanisti!

P.S. Quando sento questi cialtroni ogni volta i miei buoni propositi di non andare più a votare vengono traditi. Niente da fare, mi tocca andare anche questa volta!

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Tempo al tempo

In questi giorni, complice la macchina dal meccanico, mi è capitato di riprendere la metropolitana. Rispetto a quando prendo la macchina, alla fin fine il tempo per arrivare in ufficio è su per giù lo stesso, solo molto più scomodo. Soprattutto riflettevo su una cosa e una domanda mi è sorta spontanea.

In mezzo alla gente infatti, ti rendi conto che le persone hanno tempo per un sacco di cose. Hanno tempo per leggere un libro o per ascoltare della musica. Hanno tempo per stare sui social o per chattare con qualcuno. Hanno tempo per pianificare una vacanza o per finire un lavoro. Hanno tempo per impicciarsi degli affari altrui o per arrabbiarsi al telefono con la linea che va e viene. La gente ha tempo per un sacco di cose. E quella domanda continua insistente dentro di me.

Perché poi vedi che le persone hanno tempo per fare un giochino elettronico, qualche boomer come me addirittura azzarda una Settimana Enigmistica. Hanno tempo per portarsi appresso un cane e qualcun altro una bicicletta. Hanno tempo per mangiare uno snack, per dare una moneta al solito suonatore ambulante, hanno tempo per parlare della Roma e della Lazio e per insultare il politico di turno. E la domanda rimane appesa senza una possibile risposta.

E perciò, cari viaggiatori ermeneutici, è davvero impressionante constatare che le persone hanno tempo per così tante cose. Ma allora mi chiedo e vi chiedo, perché mai non hanno tempo per lavarsi le ascelle?

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La favola della principessa Rose e di tutti i bimbi sperduti

A volte la notte resto sveglio a pensare. O a farmi delle domande. Cioè, sto qui al buio e…continuo così a stare sveglio e mi chiedo se…o faccio domande…E poi mi arriva questa voce che dice, “hai un cane, sii felice!” (Charlie Browne)

Lasciare andare qualcuno che si ama è la cosa più difficile. Necessaria forse, ma molto dolorosa. La nostra principessa pelosa ci ha lasciato dopo 16 anni di vita insieme. Chi non ha un cane non può capire. Davvero non può, neanche io qualche anno fa sarei riuscito a comprenderlo. Perché chi non ha sperimentato la strabordante valanga d’amore che questi esserini possono riversarti addosso, stenta a comprendere il legame che si crea con loro. Vivono con noi, fanno parte della famiglia è ovvio, non sono figli (anche se loro questo mica lo capiscono!), ma come i bambini sperduti di Peter Pan restano piccoli e non invecchiano mai. E come i bambini sperduti leggi costante nei loro occhi lo sgomento di perderti e la nostalgia incurabile per un amore senza limiti, che diventa affidamento totale ed incondizionato.

Nell’Odissea quando Ulisse torna ad Itaca mascherato da vecchio non viene riconosciuto dal figlio, nè dalla moglie o dai suoi amici. Tutti vedono soltanto i suoi abiti laceri, i suoi capelli incolti e lo scambiano per un vecchio mendicante. E’ soltanto il suo cane che lo riconosce. Perché per un cane puoi essere un principe, un re o un mendicante, ma lui ti ama comunque. Argo conserva il suo ultimo respiro per Ulisse e muore felice perché il suo amato è tornato.

Come dicevo anche a proposito di conigli, non possiamo fare una classifica fra gli amori di serie A e quelli di serie B: l’amore è amore e una volta entrati in questo vincolo non se ne esce più. E solo un cane ti potrà dare l’esperienza di essere amati in maniera totalizzante, senza riserve, senza ragioni, senza giudizi. Quindi grazie per questi sedici anni meravigliosi, principessa Rose, speriamo di essere stati alla tua altezza, resterai per sempre nei nostri cuori.

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Un anno dopo

Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni la tua filosofia (W. Shakespeare)

Signore sei tu? No, è il breviario sull’organo! (Aggiungi un posto a tavola)

E così è passato un anno. 365 giorni, anzi 366 perché questo è pure bisestile. Non ci sei, ma in ben pochi di questi giorni non ti ho comunque sentito accanto. In pochi non ho continuato a discutere con te, immaginando le tue risposte, i tuoi commenti. D’altra parte ci conosciamo talmente bene che, soprattutto ultimamente, non c’era bisogno di parole per confrontarci su fatti o persone.

Mi è capitato spesso di dire, ora lo chiamo e ci facciamo due risate alla faccia della Meloni o di Salvini. Un po’ come il prete di Aggiungi un posto a tavola, il dialogo non si è mai interrotto. Anche se magari, appunto come capitava a lui, pensavo di parlare con te, ma in realtà tu in quel momento avevi di meglio da fare lassù, che stare appresso alle nostre beghe quotidiane.

Un episodio però lo voglio raccontare, perché nella sua unicità, è stato emblematico del legame che ha continuato ad esserci fra noi in questo anno passato. Era l’estate scorsa, eravamo a Rocca di Mezzo già da un paio di settimane, siamo passati in farmacia per prendere una pomata e ho detto ad Ale “pensa tu, siamo qui da un pezzo e ancora non eravamo entrati in farmacia. L’anno scorso con papà ci toccava venire un giorno sì e l’altro pure!

Piccola premessa. Nel mio cellulare, oltre la suoneria standard (da sempre il pezzo iniziale di Firth of Fifth dei Genesis), ho diverse suonerie a seconda delle persone in rubrica: Ale, mio fratello, i miei figli, qualche amico che sento di più. Una cosa utile perché sai chi ti chiama, prima ancora di vederlo. Ovviamente anche papà aveva una sua suoneria: a lui, ragazzo degli anni 50, avevo dato Suspicious Minds di Elvis.

Ora torniamo nella farmacia di Rocca di Mezzo. Mentre dico quell’affermazione ad Ale, improvvisamente, risuona forte e chiara Suspicious Minds: ci guardiamo perplessi, tiro fuori il cellulare, che ovviamente non stava suonando. Mentre guardo sempre più sbalordito il mio telefono spento, davanti a noi una signora tira fuori il suo cellulare e risponde. Non sono uno statistico, quindi provo a chiedere a voi: quante persone conoscete che hanno quella suoneria? Quante possibilità c’erano che un’altra persona con quella suoneria fosse nella farmacia di Rocca di Mezzo mentre ero presente anche io? Quante possibilità c’erano che il suo cellulare suonasse un attimo dopo che io avevo detto quella cosa?

Insomma, da lassù ti sarai fatto una bella risata alla faccia mia (e di Ale che era rimasta più esterrefatta di me). Perché davvero, cari viaggiatori ermeneutici, come dice Amleto al suo amico Orazio, sono sempre più convinto che ci siano lassù molte più cose di quelle che possiamo immaginarci.

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Diventare superflui (sempre a proposito della felicità)

C’è un lungo periodo della vita in cui tutti noi (chi più chi meno), cerchiamo di essere accettati dagli altri, ci sforziamo di entrare a far parte di un qualcosa più grande di noi, un gruppo, una squadra, una comitiva. In questo modo ricerchiamo il consenso, il riconoscimento del nostro modo di essere. Per fare questo modelliamo le nostre caratteristiche, ci sforziamo di limare alcuni aspetti per far sì che gli altri apprezzino le nostre doti o almeno quelle che pensiamo essere tali.

Una volta entrati far parte del gruppo, il traguardo successivo è renderci indispensabili: nessuno lo è fino in fondo, ma in alcuni contesti (lavorativi, familiari) siamo chiamati a diventare punti centrali, voci determinanti nelle decisioni. E’ un percorso di crescita e di maturazione in cui il confronto con gli altri, il reciproco riconoscimento, forma la nostra identità, l’idea che abbiamo di noi stessi, che coinvolge ed è coinvolta dall’idea che gli altri hanno di noi.

In un percorso sano tutto questo accade senza arrivare ad eccessi parossistici e ci porta ad essere persone mature, che stanno bene con gli altri, perché stanno bene con se stessi. Che hanno bisogno della compagnia delle altre persone, nello stesso modo in cui gli altri sentono il bisogno della nostra. Dipendiamo dagli altri e nello stesso modo gli altri dipendono da noi. Succede ovunque. Pensiamo ai figli. Quanto dipendono da noi (non solo economicamente) e quanto devono crescere al punto da essere indipendenti. Pensiamo ai genitori. Quanto dipendiamo da loro e quanto siamo riusciti, crescendo, a renderci autonomi da loro. E col partner, con il compagno/a di una vita? E così arrivo alla conclusione del discorso.

Proprio in questi giorni infatti stavo pensando che in fondo questo percorso (vogliamo chiamarlo maturazione?) dovrebbe arrivare al punto da renderci superflui. Non nel significato dispregiativo del termine, ma in quello letterale, in cui l’accento deve cadere sul prefisso “super”. Superflui non nel senso di inutili o ridondanti, ma nel senso del “qualcosa in più”. La relazione più matura che possiamo arrivare ad avere quindi non è quella della necessità. Dovremmo riuscire a liberarci da questa smania. Dovremmo riuscire a liberarci noi e a liberare gli altri.

Per quanto possiamo tenere ad una persona, per quanto possa essere importante per noi e noi per lei, non è indispensabile come l’aria che respiriamo. Non siamo necessari agli altri nello stesso modo in cui non lo sono gli altri per noi. Ma possiamo e forse dobbiamo diventare super-flui. Perché nel loro tempo, fra tutte le cose necessarie, noi dobbiamo diventare quel qualcosa in più. Che arricchisce, che dà gioia anche se si può vivere senza, che si sceglie ogni giorno non perché sia indispensabile, ma molto di più, perché ci fa piacere, perché ci rende felici. In fondo, anche altrove tentavo di spiegarlo: la felicità è superflua, ma proprio per questo non dobbiamo smettere di cercarla.

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Con una mano in tasca

Con una mano in tasca, cammino inseguendo un sogno e mi ritrovo ad assaporarlo in bocca come una caramella alla menta, immaginando i pro e i contro, valutando tutti gli scenari, con una sigaretta fra le labbra ed il cane che annusa nell’aria la primavera ormai sbocciata.

Con una mano in tasca, alla luce della luna mi trovo a pensare se, a immaginare quando, a studiare come. Ma la tasca è vuota e in fondo dentro di me lo sai che difficilmente il possibile diventerà reale, anche se tutto andasse per il meglio. Perché il sogno per diventare realtà dev’essere condiviso. E’ sempre stato così, ormai ho imparato, il genio della lampada realizza sempre i desideri degli altri, nessuno gli ha mai chiesto quali fossero i suoi.

Con la mano in tasca rimando a domani i pensieri più difficili perché ora assaporo il momento come se tutto fosse già compiuto, come se il puzzle fosse terminato e tutti i pezzi fossero già collegati. E allora tutto sarebbe a posto e sarei pronto a scrivere una storia nuova o forse meglio, ad aggiungere un nuovo capitolo ad una storia antica.

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Consigli di lettura non richiesti. 33 / Haratischwili, Edgerton, Piperno

Era da un po’ di tempo che mancava la rubrica dei consigli di lettura. Perché ultimamente mi è capitato di approfondire autori già citati in precedenti post e quelli nuovi non hanno acceso la scintilla dell’entusiasmo, quella che ti fa stare sveglio una mezz’ora in più o ti fa saltare la stazione giusta della metropolitana. Quella scintilla che, a mio insindacabile giudizio, merita una citazione in questi consigli: che essendo rigorosamente non richiesti, sono del tutto arbitrari!

Con le dovute eccezioni. Perché, ad esempio, il primo consiglio è per un vero e proprio capolavoro, che oggettivamente è una spanna sopra la stragrande maggioranza delle cose che si trovano in giro e che mi capita di leggere. Si tratta del secondo romanzo di un autrice georgiana (non della Georgia americana, quella dei Rem per intenderci, ma quella caucasica di Stalin) da un nome improbabile, Nino Haratischwili, il romanzo si intitola La luce che manca. Un volta tanto mi sono lasciato sedurre dal titolo e dalla copertina (cosa non così rara) ed anche dalla voglia di esplorare mondi letterari diversi. Mai scelta fu più azzeccata! Una storia bellissima, un romanzo di formazione, in cui quattro amiche (anzi, tre più una direi) si ritrovano dopo anni a ripercorrere le loro vite che si incrociano e si sviluppano negli anni 90, dopo la caduta dell’impero sovietico. Storie drammatiche, tenere, ironiche, appassionanti, che fanno volare la lettura e ti proiettano in quel mondo lontano, ma allo stesso tempo familiare. Grande scoperta, ho subito preso anche il suo primo libro, che probabilmente finirà in uno dei prossimi consigli!

Per il secondo suggerimento mi sposto nella confort zone del romanzo americano. L’autore è uno dei preferiti del mio amato Lansdale, quindi andavo un po’ sul sicuro, parliamo di Les Edgerton, il romanzo si intitola Tempi difficili. Romanzo crudo, diretto, adrenalinico. Classica storia ambientata nel sud degli States, nel periodo della grande depressione: una grande protagonista alle prese con mille difficoltà, un marito alcolizzato, una natura ostile, ma con un carattere di ferro e una fiducia incrollabile che le cose in qualche modo si sitemeranno. Gran libro, da leggere tutto d’un fiato.

Per il terzo consiglio invece torniamo a casa nostra, con uno dei miei autori italiani preferiti, Alessandro Piperno ed il suo Aria di famiglia. Il titolo è assolutamente appropriato al mio approccio con questo autore: leggere Piperno, già l’ho scritto forse in qualche consiglio precedente, per me è come leggere una persona che conosci. L’ambientazione dei suoi romanzi (Roma nord), l’età dei protagonisti, le storie che racconta, potrebbero essere tranquillamente la cronaca delle nostre vite, di quelle dei miei amici o conoscenti (con una certa soddisfazione vi dico solo che il protagonista, immancabilmente, è tifoso della Lazio!). Mi ritrovo nelle sue storie, in quelle che vivono e che pensano i suoi personaggi, nella Roma pigra, disincantata e piaciona in cui si muovono. Quest’ultimo romanzo, assolutamente all’altezza dei precedenti, rispecchia l’oggi, le sue difficoltà, con un occhio inevitabile alla situazione in Israele (la radice ebraica dell’autore, unica reale differenza che ci separa).

Buona lettura!

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Il disagio si aggira per i social

Siamo nell’epoca dei social. Chissà se Marx intendeva questo quando preconizzava il trionfo del socialismo, ma temo di no. Siamo avviluppati dai social, ma non per questo abbiamo aumentato il nostro livello di socializzazione. Facebook, Instagram, Linkedin, Twitter (che non si chiama più così, ma è stato ribattezzato X) e tanti altri che si fa fatica a stargli dietro. In fondo lo stesso WordPress e quindi anche i nostri Blog possono rientrare in questa grande famiglia. Sono rimasti in pochi a non avere nemmeno un profilo: niente di nuovo sotto il sole, in fondo già tremila anni fa, gli antichi egizi si facevano ritrarre nelle piramidi solo di profilo!

Piattaforme che nascono, crescono, si diversificano, alcune muoiono, magari per risorgere sotto altre spoglie. Alcuna intercettano determinate fasce d’età: Facebook è ormai superato, i ragazzi gli preferiscono di gran lunga Instagram. Quest’ultimo, più immagini che testo, è quello più in voga, ma già ha figliato una nuova propaggine digitale, Threads. Ed è qui che volevo arrivare.

Avendo un account Instagram, in modo quasi automatico (o almeno, io non ho capito come ho fatto) mi si è creato anche un profilo su questo nuova piattaforma, che a differenza di altre è “aperta”. Similmente al vecchio Twitter puoi scegliere se seguire qualcuno, ma in ogni caso tutti possono leggere tutto. FB è come il bar del Paese, con il vantaggio che sei tu a scegliere chi incontrare. Threads è come salire sulla metropolitana e cominciare ad ascoltare quello che dice la gente. E debbo dire, non è per niente divertente. Non che su FB si trovino chissà quali perle di saggezza, ma se non altro hai la possibilità di rimanere in contatto con persone che non vedi abitualmente, ma con cui c’è stato un qualche legame, amici che vivono lontano o che appartengono a luoghi del tempo ormai lontani.

Su questi social aperti si leggono banalità disarmanti, fatti privati di nessun interesse, provocazioni gratuite, insomma tanto disagio. Disagio giovanile, ma non solo e francamente non so se l’età sia un’attenuante o un’aggravante. Sotto quasi tutti i post che leggo mi verrebbe da scrivere, “e allora?” Oppure, “cosa ti spinge a raccontarci questa cosa?” O ancora meglio, “perché piuttosto non esci e provi a farti degli amici?” Quando eravamo adolescenti esternare il disagio al massimo, poteva essere vestirsi di nero e ascoltare i Cure.

Sul serio questo è il mondo che ci circonda? E poi ci stupiamo di chi è stato eletto al governo? Lasciamo stare, i miei figli direbbero che sono domande da boomer. Anzi, me lo dico da solo e quindi taccio. O meglio ancora, mi sa che cancello il profilo Threads, prima che mi venga la depressione per il disagio altrui. Allora molto meglio riascoltare i Cure.