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Trent’anni

Difficilmente sono un tipo che non trova le parole. E infatti ne avrei da dire. Ma d’altra parte a volte la musica esprime i concetti e le sensazioni molto più di qualsiasi discorso. E allora, buon ascolto e tanti auguri a noi!

Almeno tu lo sai, che mi cammini accanto in ogni mio momento. Anche se sono stanco, mi sostieni piano, sento nel vento la tua mano. Tra di noi, non ci sono più ingannevoli parole. Ma il mormorio degli anni, come onde che si infrangono nel sole. Tra di noi, c’è l’istinto di dividere il presente. E un mare di ricordi, che al correre del tempo non si arrende. E il cuore mio…si perde. Almeno tu lo sai, che sei con me ogni giorno. E mi sorridi se ti guardo. Tra di noi, non ci sono più ingannevoli parole. Ma il mormorio degli anni, come onde che si infrangono nel sole. Tra di noi, c’è l’idea che tutto questo sia per sempre. Per poi guardare avanti e non sentirci soli in un istante. (Tirominacino)

E sei tu che mi hai dato i miei giorni più belli nel mondo, li ho vissuti con te. Solo tu mi hai donato un sorriso che nasce anche quando un motivo non c’è. Sembri schiudere tutte le porte, sembri schiuderle tutte le volte che sei con me, sembri schiuderle tutte le volte che io sto con te. (Francesco Renga)

Anche quando poi, saremo stanchi, troveremo il modo per navigare nel buio, che tanto è facile abbandonarsi alle onde, che si infrangono su di noi. Questa sera sei bellissima, se lo sai che non è finita abbracciami anche se penserai che non è poetica, questa vita ci ha sorriso e lo sai. Non è mai finita. Abbracciami, abbracciami, abbracciami. (Cesare Cremonini)

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Festina lente

Viviamo a cento all’ora. Gli eventi si susseguono con una velocità spesso fuori dal nostro controllo. Passiamo dai postumi di una pandemia a una guerra in piena Europa, ma non finisce quella che scoppia un’altra guerra in medio oriente, mentre l’ultimo scandalo dell’estate ci distrae dal caldo asfissiante figlio dei cambiamenti climatici. Meno male che c’è Sinner, per qualcuno il campionato di calcio, per qualcun altro la Ferrari, anche le distrazioni vanno e vengono velocemente. E neanche te ne accorgi e arriva l’autunno, bisogna riporre il costume da bagno e tirar fuori le giacche. I figli crescono e noi invecchiamo, velocemente, ma senza fretta, tra le ore lente e gli anni veloci. Festina lente, lo dicevano già i latini, ma forse mai nella storia c’è stato un periodo più adatto di questo.

Affrettati lentamente, un ossimoro per cercare di vivere senza indugi, ma anche senza perdere nulla. Perché il rischio invece è proprio il contrario: indugiare nella fretta, rimanere fermi mentre tutto il resto corre e ci lascia indietro. A volte può anche essere comodo restare indietro, perché ti fa rendere conto meglio di dove devi andare. E se nel frattempo ti perdi qualcosa pazienza, magari lo raccoglierai dopo. Certo, il rischio è raccogliere solo le briciole, gli avanzi, ma per fortuna a volte sono quelli che fanno la differenza.

Festina lente vale anche con gli altri. Vale soprattutto con gli altri. Per non lasciarli indietro e per non farli scappare via. Perché poi quando si crea la distanza è difficile ricomporla e magari ti accorgi che quello che avevi lì con te, quello che davi ormai per scontato, non c’è più. Forse è inevitabile, ma tu trova il tuo passo, affrettandoti lentamente: qualcuno corre avanti e lo perdi, qualcuno si ferma ma lo ritrovi anche se lo hai perduto per un po’, qualcuno è rimasto indietro e ti manca e non lo ritroverai più, qualcuno ha cambiato strada ma non ti manca neanche un po’. Perché di tutto questo sei tu quello che resta. E alla fine è proprio con te che dovrai fare i conti.

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Il mio piede sinistro

Un episodio quest’estate mi ha fatto riflettere su quanto io sia davvero incapace. In senso letterale, non capace, inabile per tutto ciò che è manuale. A partire dallo scrivere con una grafia terribile, ai lavoretti che si fanno prima a scuola e poi dentro casa, come il piantare un chiodo o avvitare un bullone. Non parliamo di aggiustare o riparare la minima cosa. Non è arte mia. Colpa di mio padre, che pur avendo una calligrafia eccellente, non spiccava nei lavori domestici e quindi non mi ha fornito gli imput basilari per rendermi utile fra le quattro mura.

Da una parte è rassicurante fare questo genere di paragoni (se non era capace lui, perché dovrei esserlo io?), ma in realtà non è altro che una scusa come un’altra. Dai genitori impariamo tanto per quello che sanno fare e ci trasmettono, ma quasi altrettanto da quello che non sono in grado di fare. La spinta a migliorarsi può partire proprio dal non voler ripetere gli sbagli altrui.

Tra l’altro proprio su questa situazione debbo riconoscere di aver avuto un padre meraviglioso, che non ha mai cercato di camuffare le sue mancanze. Un uomo che conosceva le sue debolezze e i suoi difetti e che sapeva indicare come strade da non seguire. Al contrario ho sempre compatito i figli che si ritrovavano ad avere genitori monumenti, impervie montagne da scalare, esempi impossibili da replicare. Il padre da imitare è quello che non si pone come modello, che non è un traguardo da raggiungere, ma tutt’al più un trampolino da utilizzare per arrivare più su.

Ma come spesso mi capita, predico bene e razzolo demmè così e così. Come padre mi stupisco e mi inorgoglisco quando vedo i miei figli superarmi in qualcosa, quando li vedo fare cose che io non sarei mai in grado di fare, ma non so se ho la stessa umiltà e lungimiranza del mio caro papone, di riuscire a fare un passo indietro per farne fare uno in avanti a loro. Perché appunto, è bello il sole, ma a volte si impara di più quando c’è meno luce, perché il buio ti costringe ad aguzzare la vista.

D’altra parte, se davvero con la mani ho imparato giusto a fare i nodi ai lacci delle scarpe, con i piedi non me la cavo male, soprattutto quando si tratta di dare calci ad un pallone. Meglio il destro che il sinistro e così, con mio figlio piccolo insistevo ogni volta per fargli calciare la palla con tutti e due i piedi. Ora gioca molto meglio di me e soprattutto è ambidestro. E queste sì che so soddisfazioni!

Chi dice che il sole porti la felicità non ha mai giocato a pallone sotto la pioggia

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La biblioteca vivente

Ho scoperto che in Danimarca (ma in realtà il progetto è attivo in molti altri Paesi) esistono biblioteche dove, invece dei libri, è possibile prendere in prestito una persona per ascoltare la storia della sua vita per circa 30 minuti. Si chiama la Biblioteca vivente, ogni persona ha un titolo: disoccupato, rifugiato, depresso, ma in realtà l’obiettivo di questo progetto, è proprio quello di dimostrare che bisogna andare al di là delle etichette, senza giudicare il libro dalla copertina. Ascoltando quelle storie infatti si comprende che c’è molto di più del titolo iniziale.

E’ bello pensare che le nostre storie siano come dei libri che possano essere raccolti e preservati in un luogo, affinché qualcuno possa sfogliarli e rileggerli a piacimento. In fondo è quello che facciamo da sempre, raccontando ai nostri figli le storie della nostra famiglia, di coloro che ci hanno preceduto. Tutte le storie hanno una loro dignità, una loro importanza e una interconnessione con le storie che gli sono nate attorno. Con quelle che le hanno precedute e che a loro volta hanno costituito i presupposti per quelle successive. Ogni storia infatti è un tassello, grande o piccolo non conta, un pezzo del puzzle che compone la Storia più grande, quella con la S maiuscola. Ognuna è importante nella sua unicità, perché, come le onde del mare, nessuna è uguale all’altra.

E come le onde del mare, nessuna una volta partita può tornare indietro, ma comunque lascia la sua traccia e crea le condizioni di possibilità per l’onda successiva. In fondo è così che mi immagino il cuore di Dio, come il mare che contiene tutte le onde o come una enorme biblioteca, in cui ogni storia trova il suo posto.

Sail away, away, Ripples never come back, gone to the other side, sail away, sail away

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17 agosto 1986

Tempo di ricordare, tempo di festeggiare, oggi voglio ritirar fuori questo post, perché le cose importanti non vanno taciute…

Non c’erano mica i cellulari. Eh no! Se volevi chiamare qualcuno dovevi avere le fortuna che il telefono di casa fosse libero. Oppure armarti di gettoni, pazienza e speranza. Di trovare una cabina libera e funzionante.

Non c’erano i social network, ovviamente. A dire il vero non c’erano proprio i computer, se non per gli addetti ai lavori o per chi si dilettava con i primi Commodore. Grillo faceva ancora ridere e Berlusconi era semplicemente un imprenditore di successo che proprio in quell’anno coronava il suo sogno di bambino, comprando la sua squadra del cuore che non se la passava tanto bene. Ancora peggio andava alla mia Lazio, travolta dall’ennesimo scandalo scommesse e costretta a ripartire in campionato con un handicap pesantissimo di 9 punti. A quel tempo infatti la vittoria valeva solo due punti! Meno male che ci pensavano i cugini a risollevarci un po’ il morale, perdendo in casa contro un Lecce già retrocesso e buttando alle ortiche un campionato già vinto. Nel resto del mondo Maradona, con la “mano di Dio”, vinceva il suo mondiale, mentre anch’io coronavo il mio sogno di bambino, cominciando a lavorare al Messaggero.

C’era ancora l’Unione Sovietica che dava gli ultimi sussulti con un leader quasi simpatico, con una grande voglia sulla zucca e parole finalmente distensive. Da noi Arbore la faceva da padrone in tv con Indietro tutta (bissando il successo di Quelli della Notte) e al governo comandava un socialista con la mascella volitiva. No, non quello di Predappio, quell’altro! Comunque non era certo un’età dell’oro, i disastri c’erano anche allora. E che disastri! Chernobyl, la mucca pazza, non ci facevamo mancare nulla.

In musica, a parte la solita disco music, un sacco di gruppi rock si andavano sciogliendo: i Pink Floyd, i Genesis, i Supertramp, i Clash, i Police. E per fortuna che c’erano gli U2 e i Simple Minds (oltre al Boss, ovviamente) a dire ancora qualcosa di sensato. In Italia non andava meglio, anzi, era il crepuscolo dei cantautori. Vasco Rossi aveva terminato l’anno prima con Cosa succede in città, Battisti, Bennato e De Gregori avevano già detto tutto quello che avevano da dire, Venditti tirava fuori l’ultimo album decente della sua carriera. Al cinema, come citava lo stesso Venditti poteva capitare di vedere… “9 settimane e mezzo, La mia Africa, con la stessa donna, nella stessa sera”.

Eh già! Com’è lontana quell’estate dell’86. E insieme com’è vicina. Ci siamo ancora tutti, o quasi. Effettivamente qualcuno s’è perso, ma i vent’anni non passano mica, rimangono per sempre, che tu lo voglia o no. Sono impressi a fuoco nella mente, come le targhe delle macchine, le canzoni che ascoltavi, le canne che fumavi e quella sensazioni di irrequietezza, quella voglia di fare, di andare, di costruire. Nell’estate dell’86, fosse stato per me, non avrei dormito mai!

E noi cominciammo a sceglierci. Cominciammo allora, quasi per gioco, come cominciano gli amori estivi, senza pensieri, senza ansie, né aspettative. Chi ci avrebbe creduto? Noi certo no. E forse questo è stato il segreto della longevità. 17 8 86. Quante volte me lo sono giocato al Lotto questo terno. Niente, neanche un ambo! Ma in fondo va bene lo stesso. Senza neanche puntarci una lira (eh già, ovviamente c’erano le lire!), vincemmo qualcosa di ben più importante. Perché al Lotto ci vinci una volta nella vita, qui invece la scommessa si ripete ogni giorno. Cominciammo allora, ma continuiamo oggi, perché non è mica vero che si sceglie una sola volta per sempre. Cominciammo allora a sognare una vita e ogni giorno abbiamo costruito una vita da sogno.

And you know that I’m gonna be the one, Who’ll be there, When you need someone to depend upon. When tomorrow comes

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(Not) in my name

Tre anni fa Paola Egonu fu scelta come portabandiera della nostra nazionale olimpica. Con grande disappunto di qualcuno che non la riteneva abbastanza rappresentativa delle genti italiche. Non potevo non dire la mia e oggi mi pare opportuno ricondividere quelle considerazioni.

Il portabandiera è un simbolo. Un’immagine che rappresenta tutti, che racchiude in sè una moltitudine di individui. Tutti diversi, ma tutti riuniti, tutti compresi all’interno di un insieme.

Una volta era in battaglia, oggi per fortuna solo alle Olimpiadi, ma comunque seppure solo ai giochi, il portabandiera è il rappresentante di una nazione. Ci rappresenta tutti perchè tutti ci possiamo riconoscere in lui. Ma oltre il portabandiera nazionale ci sono poi quelli olimpici, che non rappresentanto il singolo Paese, ma tutto il mondo, tutte le nazioni insieme.

Ma ora ditemi, con tutta l’apertura mentale possibile, come faccio a riconoscermi in Paola Egonu? Fatemi capire, l’avete scelta come portabandiera perchè rappresentasse non solo tutti gli italiani, ma tutti i cittadini del mondo? Ma l’avete mai sentita parlare? Come potrei mai riconoscermi in lei? Come potrei mai sentirmi rappresentato da una come lei? Una che parla con quel dialetto Veneto? E dai su, non scherziamo!

P.S. Invece sto a scherza’ Paole’. Faje vede’ chi sei! Sentire Adinolfi e tutti i nazisti dell’Illinois de noantri che schiumano rabbia non ha prezzo…..daje Paoletta, daje!

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Le Olimpiadi sono belle ma non ci vivrei

Una volta c’erano le cerimonie inaugurali delle Olimpiadi. Che quando si svolgono d’altra parte del mondo ti fanno stare sveglio ad orari improbabili. Stavolta no, erano dietro casa, peccato che invece degli atleti si parlava soprattutto della grandeur francese, con annessa ultima cena in salsa trans. Dove trans sta per transaminasi. Da record olimpico, quelle degli atleti dopo un bagnetto sulla Senna.

Ma l’importante si sa è partecipare, lo diceva anche Gaber, anzi lo cantava: libertà non è stare sopra un albero e nemmeno il volo di un moscone, libertà è partecipazione. Non quando arrivi quarto e vinci la medaglia di legno, perché poi arriva una vecchia spadaccina inacidita che ti spiega che invece conta solo vincere. “Vincerè e vinceremo“! Anche se qualcuno invece preferisce defilarsi, perché si accorge che i pugni fanno male. Non tanto male come l’acqua della Senna, ma comunque anche quelli rischiano di aumentare il mal di fegato. D’altra parte si sa, le donne non vanno colpite nemmeno con un fiore, perché mai dovrebbero prendersi a pugni?

E meno male che almeno alle Olimpiadi si spara solo ai piattelli, perché in giro c’è invece chi spara a ben altro. Che poi mi sono sempre chiesto, ma quelli che fanno questi sport particolari, che sparano, tirano con l’arco, vanno su barchette improbabili, volteggiano su strani attrezzi, nei quattro anni tra un’Olimpiade e un’altra, che fanno? Dove stanno? Come passano le domeniche? Chissà. Però forse almeno loro non devono stare in pena ogni estate per la campagna acquisti della Lazio. Non perdono tempo a insultare Lotito e si potranno godere la prossima cerimonia inaugurale delle Olimpiadi.

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La lezione di Benedetta

Le vittorie hanno tutte gli occhi azzurri e i capelli biondi, diceva qualche tempo fa Delio Rossi. Urli di gioia, braccia al cielo, la vittoria ci riempie di soddisfazione, ci esalta, fa salite l’adrenalina e l’autostima, con le endorfine a mille e la voglia che quel momento non passi mai e che il tempo possa fermarsi per un po’ per farci assaporare fino in fondo quella sensazione di pienezza.

E cosa c’è di più esaltante di una vittoria olimpica? La vittoria dopo fatiche, allenamenti, sudore, delusioni. Quando finalmente ti rendi conto che sì, valeva la pena spendere tutte le tue energie ed il tuo tempo puntando a quell’obiettivo. Ce l’hai fatta, sei arrivato alla vetta, puoi toccare il cielo con un dito perché sei il numero uno. We are the Champions, No Time for Losers. Non c’è tempo per i perdenti, non c’è spazio per loro, comprimari, figuranti destinati a lasciare la scena al vincitore, il palco è tutto per lui.

Quante volte in questi giorni vedremo ripetersi l’esaltazione dei vincitori, la loro glorificazione, chi li adulerà, chi vorrà spiegarci i perché ed i per come delle loro strategie vincenti. Foto ufficiali, selfie con le medaglie in bocca, la Dea Nike avrà come di consueto un lungo omaggio dai suoi seguaci.

Per questo invece mi rimarranno negli occhi e nel cuore le lacrime di Benedetta Pilato, la nostra nuotatrice, rimasta fuori dal podio per un centesimo di secondo. Per arrivare a capire cosa significa un centesimo di secondo bisogna considerare che un battito di ciglia va da 3 a 4 decimi di secondo, quindi tra le 30 e le 40 volte più lento. E nonostante questo Benedetta piangeva di felicità, una straripante felicità, perché come ha dichiarato quello è stato “il giorno più bello della mia vita“.

C’è chi ha avuto da ridire, qualcuno ha detto che quella esaltazione della sconfitta era surreale ed assurda. Ma io non ho visto un’atleta sconfitta. Non avrà il suo momento di gloria, non avrà una medaglia da immortalare in un selfie (ma sono certo che il futuro gliene riserverà molte), ma io ho visto una splendida ragazza di diciannove anni che ci ha dato una lezione fondamentale. In un mondo ultra competitivo come il nostro, ci ha insegnato che il percorso è più importante della meta e che viene sconfitto solo chi non ci prova fino in fondo. Le sue lacrime di gioia ci dicono che le vere vittorie si raggiungono superando se stessi, più che gli altri. Perché è proprio vero che alla fine, siamo i limiti che superiamo.

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Resoconto semiserio di 7 giorni a Sharm El Sheik

Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia stesso mare.

Mai citazione iniziale fu meno azzeccata! Se vi siete imbattuti nei resoconti di viaggi precedenti, sapete che in vacanza a me piace girare, stare fermi in un posto va bene solo se parliamo di Rocca di Mezzo. Ma quello è il mio buen ritiro, non la considero neanche vacanza, è il mio luogo, il posto dove scappo appena possibile, per ritemprarmi e rilassarmi. La vacanza solitamente è invece scoprire posti nuovi, visitare cose mai viste. Quest’estate, abbiamo optato per una vacanza stanziale, resort all inclusive, pancia all’aria per una settimana, al sole del Mar Rosso.

In realtà la scoperta del nuovo è avvenuta anche stavolta, o meglio tutte le volte che ci siamo tuffati con le maschere in prossimità della barriera corallina: un’esplosione di colori, di coralli, di pesci di tutte le forme che nuotano tranquillamente accanto a te, è uno spettacolo che lascia sempre a bocca aperta.

Imparare a nuotare è stata una delle scelte più intelligenti fatte dopo i cinquant’anni! Alterno sentimenti contrastanti, fra il rammarico di tutto i mari che mi sono perso prima e la soddisfazione di essere riuscito a superare la paura che mi aveva sempre bloccato fino a qualche tempo fa. Certo il periodo non è proprio quello più adatto per andare in quei posti: il caldo era asfissiante e stare al sole era comunque complicato, a qualsiasi ora, però almeno avevi un ulteriore incentivo per stare a mollo!

A parte la gentilezza del personale del resort, il resto della fauna locale non brillava certo per simpatia. In spiaggia ti offrono di tutto, dai massaggi, al taglio dei capelli, dai souvenir, alle gite, dalle foto ai trattamenti di bellezza. Addirittura fra le dotazioni, c’era la possibilità di mettere una piccola bandierina rossa sull’ombrellone, che voleva dire, “grazie, non ci serve nulla!” e quello era l’unico modo di essere lasciati un po’ in pace. Alla fine abbiamo ceduto ad uno di questi promotori e abbiamo fatto due escursioni a Ras Mohamed, la parte più meridionale della penisola del Sinai, una in barca tutta la giornata ed una in una mattinata, via terra.

Nell’escursione via terra siamo andati a visitare la cosiddetta “Porta di Allah” un monumento eretto nel 1990 in occasione della pace fra Egitto ed Israele. Una serie di blocchi di cemento che formano la scritta “Allah è l’unico Dio“. Molto suggestivo!

Nella gita in barca ci hanno portato all'”Isola che non c’è“, un lembo di spiaggia che emerge in mezzo al mare in particolari momenti della giornata. Un posto meraviglioso con un’acqua cristallina, purtroppo preso d’assalto da una moltitudine di persone, che senza dubbio rovinano l’atmosfera comunque incantevole.

Il resort offriva sempre degli spettacoli serali, ma qualche uscita a Sharm vecchia andava fatta per forza. Un bazar a cielo aperto, anche qui con venditori insistenti tipo i lavavetri ai nostri semafori, che tentano di propinarti qualsiasi cosa (tutti rigorosamente in Italiano, lingua conosciutissima!). Molto bella la grande moschea, proprio sulla piazza principale.

Altro giro notturno ad un locale molto particolare, il Farsha caffè, arrampicato su una collina che si affaccia sul mare. Uno dei luoghi più kitsch che abbiamo mai visto, ma comunque con uno suo indiscutibile fascino!

L’ultimo giorno poi non poteva mancare l’escursione con i quad e un giretto sul cammello!

La gita comprendeva anche il thè nel deserto per visitare i luoghi dei beduini. Che in realtà temo avessero ben poco dei luoghi originali: ci è sembrata piuttosto una ricostruzione ad uso e consumo dei turisti. Poco male, i posti sono comunque molto suggestivi. Unica nota stonata l’uso improprio di bambini, che come sempre cercano di venderti souvenir o semplicemente chiedono l’elemosina.

Insomma, alla fine siamo stati molto bene, abbiamo evitato di bere acqua che non fosse rigorosamente minerale, evitando anche il ghiaccio (questo con un po’ più di fatica…i cocktail quasi caldi sono imbevibili!) ma almeno nessuno ha avuto grossi problemi intestinali (i racconti di amici ci avevano un po’ terrorizzato sul tema!). Sette giorni sono volati e ci è rimasta la voglia di tornare, magari in una stagione diversa, con qualche grado in meno!

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Il tappo della discordia

Siamo arrivati a fare una polemica sui tappi. E no, stavolta Brunetta non c’entra. Lui ormai si è sistemato al Cnel, un istituto utile su per giù come un calendario dell’anno scorso, ma almeno non fa danni, né problemi. La polemica nasce da una norma introdotta pochi giorni fa dall’Unione Europea che impone alle fabbriche di bottiglie di plastica di inserire dei tappi che dopo l’apertura non possano staccarsi dalla bottiglia.

Una rottura di palle senza uguali, ammettiamolo. Che però evita il disseminamento dei tappi in giro per l’ambiente. In Olanda la norma è già operativa da tempo. I coltivatori di tulipani hanno calcolato che negli ultimi anni erano stati ritrovati nelle spiagge oltre 20 milioni di tappi di plastica, numero che si è ridotto di oltre il 70% grazie all’introduzione di questo accorgimento.

La norma ha dato l’opportunità a Salvini per dimostrare per l’ennesima volta il suo quoziente intellettivo. nell’ultima demenziale campagna elettorale per le europee infatti, lo slogan “meno Europa, più Italia” veniva reso graficamente proprio dall’immagine di un minus habens che non riusciva a bere per colpa del tappo attaccato alla bottiglia.

Interrogarsi sul quoziente intellettivo di chi vota Lega è del tutto superfluo, quindi passerei oltre. Piuttosto però mi interrogo sulla vicenda in generale. Perché in effetti, al di là di chi è contrario o di chi è favorevole ad una norma simile, la domanda vera è un’altra. Possibile che per tutelare l’ambiente, per far capire alle persone che l’inquinamento è già oggi una minaccia per il nostro futuro più di qualsiasi guerra, pandemia o sciagura ci possa capitare, dobbiamo essere costretti da una legge a non buttare via il tappo di plastica delle bottiglie? Peggio di bambini capricciosi, possibile che se non ci impediscono di fare qualcosa con la coercizione, non riusciamo a evitare di fare danni irreparabili per noi e per le generazioni future?

Ma ovviamente quando il dito indica il futuro, il leghista si ferma al tappo.