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Sei tutti i limiti che superi

“Avete anche voi la pessima abitudine di partire prevenuti e auto-sabotarvi?” Così chiude il suo ultimo post la mia amica blogger Alice. Come scrivevo da lei, la mia presunzione mi porterebbe in automatico a rispondere negativamente. Arrivato fin qui conosco abbastanza bene i miei limiti e riconosco abbastanza bene quali sono le imprese in cui vale la pena impegnarsi. Lao Tzu ne L’Arte della guerra, dice che dobbiamo impegnarci solo nelle battaglie in cui sappiamo di poter vincere e penso sia una buona regola, che converrebbe seguire (con le dovute eccezioni…penso che ci siano battaglie che valga la pena fare a prescindere dall’esito).

E’ anche vero però che così rischiamo di sederci sugli allori di vittorie facili, in competizioni poco sfidanti, di fatto autolimitandoci. Quindi in realtà anche io sono prevenuto nei confronti di me stesso. Ma non è tanto la paura di perdere, quanto la fatica che dovrei impiegare per essere almeno un po’ competitivo, che mi scoraggia da affrontare certe sfide. E’ la pigrizia il mio vero limite, lo so, ma se mi metto in testa qualcosa, di solito la porto a casa. Come ho già raccontato in qualche viaggio precedente, ho sempre avuto paura dell’acqua, non sapevo nuotare e non avevo nessuna voglia di imparare, finché un giorno, all’alba dei cinquant’anni, senza un particolare motivo, mi è venuta questa voglia. Improvvisamente, senza pensarci troppo, mi sono buttato (letteralmente) e in effetti ce l’ho fatta. Adesso sicuramente non farei la traversata della manica a nuoto, ma almeno riesco a rimanere a galla e a fare un bagno come si deve.

Quello che dovremo riuscire a fare è imparare dagli errori. Questo in fondo è il vero modo per non autolimitarci, spostando il limite ogni volta un pezzettino in avanti. Ma sarà davvero possibile? L’avaro avrà slanci di generosità? L’iracondo riuscirà ad essere mansueto e il geloso si fiderà della persona che gli sta accanto? Il pigro diventerà più attivo e il goloso farà a meno di quell’invitante pasticcino alla crema? E potremmo continuare, l’elenco non si esaurisce. Imparare dai percorsi sbagliati per trovare la via giusta, quella che ci porta al di là della collina delle nostre paure e delle nostre insicurezze.

Perché poi, come dice giustamente quella saggia giovane donna di mia figlia, è proprio vero il motto che “Sei tutti i limiti che superi”.

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Montesacro 66, tutto cominciava

Si dice sempre che una grande città come Roma sia molto dispersiva e spersonalizzante. E’ parzialmente vero: la grande città è fatta di piccole realtà, che a volte somigliano molto ad un Paese. Dove tutti conoscono tutti o almeno conoscono qualcuno che conosce qualsiasi altro. Sul web si parla dei 5 gradi di separazione che riuscirebbero a mettere in contatto il mondo intero: in un quartiere come Montesacro il grado di separazione è prossimo allo zero.

E così quando viene a mancare qualcuno, scopri una rete di relazioni invisibili che riunisce insieme persone, storie di vita, ricordi, che non avresti mai pensato fossero collegati fra loro. Ma invece è così. Tutto è interconnesso, facciamo parte di una realtà di rapporti di amicizia, legami di parentela, intrecci involontari che costituiscono un tessuto uniforme. Come fossimo api di un unico alveare siamo figli di una stessa storia, abbiamo ricordi comuni di fatti e situazioni, che magari abbiamo vissuto separatamente e che su ognuno di noi hanno avuto effetti differenti, ma quelli sono!

All’interno di questa meravigliosa tela ognuno di noi ha un posto, come pezzi di un unico puzzle, che si incastrano armonicamente tra loro. Ogni pezzetto con la sua storia, che però è la stessa di quella del pezzo vicino, magari declinata in maniera solo leggermente differente. Ognuno con il suo posto, ognuno con la sua importanza, ognuno interconnesso agli altri. E in quest’ottica non ce n’è uno più importante degli altri e allo stesso modo non si può fare a meno di nessuno, perché senza anche un singolo pezzo ci sarebbe un posto vuoto.

Una tela fatta di persone che ci sono oggi, ma anche di persone che non ci sono più. Che in realtà però ci sono ancora. Non potremo più incontrarle per le strade del quartiere, ma saranno lo stesso con noi, continueranno a far parte della nostra storia, con il loro posto ben definito.

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The Dead Horse Theory

Il problema è che spesso ci innamoriamo delle nostre idee. O forse sono le idee che si innamorano di noi. Ci fanno prigionieri delle loro (buone e meno buone) argomentazioni. E non ci lasciano più andare. Ma non solo delle idee, anche delle persone (buone e meno buone). Che poi il concetto di buona idea o persona buona è evidentemente soggettivo. Non solo perché non vale per tutti, ma anche perché non vale per sempre. Quella che oggi è una buona idea potrebbe non esserlo tra un anno. Quella che è una relazione sana oggi, potrebbe non esserlo più fra qualche tempo.

La “Teoria del Cavallo Morto” è una metafora usata per illustrare la tendenza a persistere con strategie, progetti o processi inefficaci, anche quando sono chiaramente falliti o non più sostenibili. Il concetto deriva da un proverbio dei nativi americani che dice: “Quando scopri che stai cavalcando un cavallo morto, la strategia migliore è smontare”.

Strategia migliore che però spesso non riusciamo ad adottare. Perché invece spesso tendiamo ad aggrapparci al passato, a persone, progetti, metodi già sperimentati: per orgoglio, paura di cambiare, o per l’investimento (affettivo, monetario o di qualsiasi altro tipo) già fatto. Purtroppo, ciò che una volta funzionava può non funzionare più e continuare a insistere su soluzioni inefficaci non fa che aumentare la frustrazione e rallentare i progressi.

E voi, viaggiatori ermeneutici, sapete riconoscere i cavalli morti? Avete la forza di lasciarli andare e proseguire, a costo di andare a piedi? Perché invece il rischio è quello di far finta di nulla. Di limitarci a cambiare sella. O magari a provare a rianimare il cavallo con qualche zuccherino. Dando la colpa alle buche sul terreno, al destino cinico e baro, ad altri cavalli: tutto pur di non ammettere l’evidenza. Ma non riconoscere il proprio “cavallo morto” impedisce di andare avanti. Dobbiamo convincerci che lasciare andare, voltare pagina non è un fallimento, ma un atto di maturità. È capire che non sempre si può costruire il futuro aggrappandosi al passato.

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Chi sono io? Chi siete voi? Chi siamo tutti?

Non so se ci avete fatto caso, con uno degli ultimi aggiornamenti di sistema del vostro cellulare, dovrebbe essere apparsa sulla schermata di Whatsapp una nuova funzionalità di Meta, legata all’intelligenza artificiale. Tu domandi e quello risponde, in base alle informazioni che riesce a reperire sul web. Niente di particolarmente nuovo, né di particolarmente intelligente in realtà. Semplicemente una compilazione di dati, un’aggregazione di notizie con un filo più o meno logico. Più veloce di quanto avremmo potuto fare noi nelle ricerche fatte a scuola con le Enciclopedie, ma non tanto più approfondito. Però sapete, cari viaggiatori ermeneutici, quanto io sia curioso. E così gli ho chiesto di dirmi chi ero io.

Romolo Giacani è uno scrittore, comunicatore e relatore italiano, nato a Roma nel 1966. Dopo la laurea in Filosofia alla Sapienza di Roma, ha intrapreso una carriera nella comunicazione e nelle relazioni istituzionali, lavorando per importanti aziende come Telecom Italia e Poste Italiane. Oltre alla sua attività professionale, Giacani è anche uno scrittore prolifico, autore di diversi romanzi e articoli. Il suo blog personale, “Viaggi Ermeneutici”, è un’espressione della sua passione per la scrittura e la riflessione. Giacani è anche un relatore esperto in materia di comunicazione e relazioni istituzionali, e ha partecipato a importanti eventi come il Netcomm Forum. La sua esperienza e la sua competenza nel campo della comunicazione e delle relazioni istituzionali lo rendono un punto di riferimento importante nel suo settore.

Tutto vero, nulla da dire. Ma sono davvero io quello lì? E’ chiaro che l’IA tira fuori solamente quelle parti di noi che in qualche modo sono state rese pubbliche, quindi è inevitabilmente parziale, ma rileggendo quelle righe ho una sensazione di voluta estraneità. Un po’ come il Benigni di Johnny Stecchino che si ostinava a dire “non mi somiglia per niente” di fronte al suo sosia. Ma davvero io non sono (solo) quello! Non dice che ho una moglie e due figli, non cita la Lazio, il calcetto del giovedì, il mio amore per la montagna, per i viaggi. Non parla di quello che mi piace e di quello che non sopporto, insomma non dice nulla di realmente importante, tralascia tutto l’essenziale!

Sarà pure una gran comodità, probabilmente non se ne potrà fare a meno, tra qualche anno ne faremo un uso molto più esteso e pervasivo, arriverà ad essere presente nella nostra quotidianità molto più di quanto riusciamo solo a immaginare oggi, ma ho forte la sensazione che l’intelligenza artificiale rimarrà comunque senz’anima. Un’intelligenza mentale forse, ma poco cardiaca, per nulla viscerale. Alla fine, direi, un’intelligenza poco intelligente.

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Come la trama di un romanzo

Non vi piacerebbe vivere in una trama di un romanzo? Per quanto possiamo essere poliedrici, sfaccettati, multidirezionali, abbiamo un limite insuperabile: la nostra vita. Per quanto possa piacerci (a me la mia piace molto), per quanto possa essere ricca e piena di cose, sarà sempre e solo quella. D’altra parte, per quanto possiamo essere empatici, per quanto ci sforziamo di comprendere gli altri, di metterci nei loro panni, in ogni caso non ci è permesso vivere la vita altrui.

Pensate invece per un attimo se fosse una cosa possibile. Come accade nei romanzi, la trama lascia da parte per qualche pagina il personaggio principale e inizia a seguire le vicende di un altro personaggio. E tu inizi a seguire la storia con i suoi occhi, prendi il suo punto di vista e capisci magari quanto sia distante da quello del protagonista. In fondo è questa la grandezza delle storie che leggiamo o che vediamo al cinema, non sono quasi mai unidimensionali, ma ci aprono a mondi diversi, a possibilità alternative.

Sarebbe davvero una cosa fantastica. Perché, ammesso e non concesso che siamo noi i protagonisti della nostra vita, in ogni caso la trama di una storia comprende tutti i personaggi, quelli più importanti, ma anche quelli marginali. E la sua ricchezza è data proprio dalla coralità delle diverse vicende, raccontate dalle diverse voci, a partire dai diversi punti di vista. La sua ricchezza, la sua complessità ed il suo significato, che se non riusciamo a fare il salto dal singolo personaggio alla trama generale non coglieremo mai fino in fondo.

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Grazie, no grazie

Questo post è una specie di corollario a questo qui, che elencava 40 motivi per essere grati. Sono sempre più convinto che la gratitudine sia l’atteggiamento più giusto verso la vita, gli altri, noi stessi. Ma è anche vero che ci sono cose, situazioni, motivi per cui la gratitudine non è il primo sentimento che emerge nel nostro animo. Anzi. Tutt’altro. E quindi, siccome siamo persone ben disposte verso il prossimo e dedite al diffondere luce e dolcezza, ringraziamo comunque, ma aggiungiamo una postilla, a seconda del livello di insoddisfazione. Al primo livello direi un “no grazie“, al secondo livello mettiamo un “preferisco di no“, al terzo la scala con un “bravi, ma basta” (di botturiana memoria). E andiamo quindi ad elencare.

Le bevande calde. Da tempo immemore, con qualsiasi temperatura esterna, fossero anche dieci sotto zero, non riesco a buttare giù nulla che sia superiore ad una temperatura appena appena più calda di quella che mi circonda. Il brodo, il Thè, la cioccolata, al massimo posso fare un’eccezione per il caffè, che è poco e comunque anche quello lo preferisco al vetro, in modo che disperda subito il calore in eccesso. Qui siamo al livello “no grazie”.

Le bevande ghiacciate. Come sopra, ma ad un livello meno parossistico. Per esempio d’estate un vinello freddo non lo disdegno: ma l’acqua, anche in pieno agosto e con 40 gradi all’ombra, per me deve sempre essere a temperatura ambiente. Tra l’altro in questi casi, più che il gusto è l’effetto simultaneo che le cose ghiacciate hanno sul mio colon che non me le fa preferire. Qui direi, “preferisco di no”.

La mozzarella o il formaggio fuso sulla pizza. Da anni ormai sono diventato un esperto di tutti i tipi di pizza che non contemplano fra gli ingredienti il formaggio fuso, che di per sé mi piacerebbe pure, ma mi stomaca abbastanza presto. Anche qui “preferisco di no”.

I bis ai concerti. Se uno va ad un concerto, ovviamente, è perché gli piace il cantante, il musicista o comunque il performer che sta eseguendo la manifestazione. Però a volte arriva un certo punto che sei stanco, rintontito dal frastuono, oppure devi andare in bagno, hai le gambe anchilosate, la mattina dopo devi alzarti presto e quindi quando arriva l’ultimo pezzo, dici “evvai”, anche questa è fin…no, c’è il bis. A volte anche due. A volte persino tre. Ecco allora che scatta il “bravi, ma basta”.

I bis a tavola. Un po’ la stessa situazione può capitarti quando sei ospite a pranzo o a cena con qualcuno. Qualcuno che ci tiene a farti apprezzare la sua cucina. Qualcuno che sembra avere a cuore il tuo sostentamento, neanche fossi un orfano proveniente dall’Africa sub equatoriale e che quindi vorrebbe rimpinzarti come il maiale prima del Natale. Tutto buono, per carità, ma anche qui “bravi, ma basta”.

Le telefonate prolungate. Fa piacere parlare al telefono con un amico. Magari con qualcuno che non senti da tempo. Se però ti accorgi che l’interlocutore non ha nient’altro da fare nelle successive otto ore e comincia a raccontarti fatti e situazioni con dovizia di particolari, il piacere può via via scomparire. “Preferisco di no”.

L’ennesima stagione delle serie TV. Fra le varie cose non del tutto negative della pandemia, almeno nel mio caso, ci fu la scoperta di Netflix e delle serie TV. In realtà qualcuno la seguivo pure prima, Grey’s Anatomy, a suo tempo Lost, ma a casa nostra era un fenomeno sporadico. Ora è diventato decisamente prevalente e se escludiamo le partite di calcio, praticamente non vediamo altro, anche grazie al moltiplicarsi delle piattaforme che offrono serie TV come se non ci fosse una domani. E la maggior parte di queste ha diverse stagioni. In alcuni casi troppe stagioni secondo me, decisamente troppe. Anche qui, “bravi ma basta”!

Le giornate di pioggia. Sì, lo so, anche la pioggia ha la sua grande utilità, soprattutto in certi periodi dell’anno e in certe zone d’Italia (ma non solo). Ma a me comunque mal dispone. E non solo per il traffico che impazzisce o perché devo asciugare il cane dopo la passeggiata: una volta ogni tanto va bene, magari di notte, ma già bastano 3 giorni di seguito per farmi piombare nell’umor cupo e in un’insofferenza generale da cui mi salva solo il ricomparire del sole. Insomma, “preferisco di no”.

Le trasmissioni che indugiano sulla cronaca. E’ vero, dobbiamo essere informati, la circolazione delle notizie è importante e ci rende consapevoli della realtà che ci circonda. Ma è proprio necessario soffermarsi così tanto sugli orrori del mondo? E’ giusto/lecito dare spazio alla cattiveria gratuita degli uomini? Non si scatena un pericoloso effetto di imitazione? Non dico che bisogna tornare alla censura, ma un “preferisco di no” qua secondo me ci sta tutto.

Chiudo quest’elenco parziale e rivedibile (hai voglia quante cose mi suscitano questi sentimenti!) con i consigli non richiesti. Le persone che ci vogliono bene, che ci sono vicine (ma non solo loro) si sentono sempre in dovere di dispensare consigli: dal banco dove fanno la spesa, al gastroenterologo che ha indagato i loro orifizi, dal posto dove si sono trovati tanto bene in vacanza, al film imperdibile che dovremo andare a vedere. E fin qui potrebbe anche andare bene. I consigli sono spesso utili, anche quelli non richiesti. Quello che è molto meno utile è l’insistenza o la verifica successiva: ma l’hai più chiamato? Ci sei andato? Ma l’hai visto? No! Non l’ho chiamato, non ci sono andato e non l’ho neanche visto. Grazie, no grazie!

E voi, viaggiatori ermeneutici, quand’è che pensate che la sostenibilità di certe situazioni sia superata? Quando vi esce naturale un “grazie, no grazie”?

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Da quant’è che non ci sentiamo?

Da piccolo suonavo il pianoforte. Ho preso lezioni per diversi anni, senza raggiungere risultati eccelsi, però acquisendo almeno una buona conoscenza della musica classica. Forse avrei dovuto metterci un impegno maggiore, probabilmente avrei dovuto avere un orecchio che non ho, fatto sta che intorno ai 16 anni mollai tutto e da allora non ho più messo le mani su una tastiera.

Chissà, magari in una vita futura mi verrà voglia di riprovarci, non si sa mai. Ma non è questo il tema. Il tema è che da allora ho anche smesso di ascoltare la musica classica. In fatto di musica posso dire di essere onnivoro, ne ascolto tanta e dei generi più diversi. Amo il rock, soprattutto, ma mi piacciono molto anche i cantautori, la musica country, lo swing, ma anche cose più particolari tipo la musica andina o quella irlandese. Senza un vero motivo però, tranne sporadiche occasioni di concerti, per quarant’anni non ho più ascoltato i grandi classici.

E senza un vero motivo, improvvisamente (santa Spotify) quest’inverno ho ricominciato ad ascoltare Mozart. E come mi capita spesso con ogni tipo di musica, sono passato da 0 a 100, tuffandomi in modo compulsivo nell’ascolto, in ogni momento possibile. E’ come ritrovare un vecchio amico che non frequenti da anni, un amico con cui avevi un feeling particolare, che poi le cose della vita ti hanno fatto perdere di vista. Può capitare a volte con un autore di cui hai letto molti libri e che ritrovi dopo averlo dimenticato, oppure un posto, una spiaggia, dove andavi in vacanza da piccolo e poi non sei più stato, oppure un locale, un ristorante che ti fa ritrovare sapori dimenticati.

E così ti ritrovi a pensare, “ma perché non ci siamo più sentiti?” e il più delle volte non c’è un vero motivo, semplicemente succede. Quante cose (o persone) ci perdiamo così? E’ per questo che a volte più che scoprire cose nuove, dovremmo essere capaci di ricordare e poi recuperare quello che avevamo.

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La forza del diritto contro il diritto della forza

Gli Stati Uniti, dalla loro costituzione nel 1776, sono stati in guerra il 93% del tempo, 232 dei 249 anni della loro esistenza. Il periodo più lungo in cui non hanno partecipato a qualche guerra in giro per il mondo è stato il quinquennio tra il 1935 e il 1941, periodo di isolamento derivato dalla crisi economica da cui (per fortuna) uscirono nel 1941 dopo l’attacco di Perl Harbour.

E’ un dato sconvolgente, solo in parte. Al loro interno gli USA hanno compiuto il genocidio più sanguinoso della storia (tra i 60 e gli 80 milioni di nativi) e per sviluppare la loro economia hanno realizzato il più grande commercio di schiavi conosciuto. Certo, tutto questo cozza terribilmente con l’immagine della nazione paladina della libertà e della democrazia che libri, cinema, musica, teatro ci hanno raccontato per anni. Ma a ben pensarci quello che è successo la scorsa settimana alla Casa Bianca non può stupire più di tanto. Ovviamente non c’è nessuna volontà di pace nel comportamento di Trump. Zalensky era una figura utile per le strategie dei democratici, cambiata amministrazione cambiano gli obiettivi e gli americani andranno a portare la democrazia altrove. E la povera Ucraina dovrà sottostare alle condizioni imposte dai più forti, sia amici che nemici.

Da una parte però c’è un precedente illustre. Durante la guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, nel 416 a.C. gli ateniesi diedero un ultimatum agli abitanti dell’isola di Melo: prendere parte al conflitto come loro alleati o perire.  Lo storico Tucidide ricostruisce il dialogo tra gli ateniesi e gli ambasciatori dei Melii per discutere un accordo. La difesa dei Melii, del loro diritto alla neutralità, si fonda su un criterio di giustizia condivisa; gli ateniesi negano invece il valore di qualunque regola o patto che non tenga conto della disparità di forze. “Noi non perderemo tempo con lunghe parole e belle frasi, pretendiamo invece che si proceda secondo la nostra convinzione: noi siamo convinti che il diritto è riconosciuto quando c’è una uguale necessità per le due parti, quando invece una delle parti è più forte fa quello che vuole e chi è più debole cede”.

Per questo sarebbe importante un’Europa forte ed unita, che tenga la barra dritta e continui a difendere la forza del diritto contro il diritto della forza, i principi, i valori, le idee di libertà e uguaglianza di tutti, non solo dei più forti. I principi della democrazia, che ripudia braccia tese, regimi liberticidi, politiche razziste e di sopraffazione, come ha ricordato anche Lech Walesa, eroe di Solidarnosc nel suo appello per l’Ucraina.

Il rifiuto degli abitanti di Melo darà luogo a una punizione esemplare da parte degli ateniesi, uno degli episodi più tragici della guerra: la distruzione della città, l’uccisione di tutti gli uomini e la deportazione come schiavi di donne e bambini. Ma se la storia insegna qualcosa, andrebbe tenuto a mente che l’esito finale della guerra del Peloponneso vide la sconfitta di Atene e l’inizio della sua decadenza come potenza politica.

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Un faro nella notte

Dobbiamo aver paura del passato che ritorna? Dobbiamo realmente temere i nostalgici di un orrore che pensavamo ormai superato? Ci sono sempre stati casi più o meno isolati, sparute minoranze di revisionisti, ma come le sette sataniche non si sognavano neanche lontanamente di uscire alla luce del sole, in qualche modo forse consapevoli loro stessi dell’abominio delle loro idee.

Francamente non ho paura di loro, non credo possano neanche lontanamente ripetere gli orrori dei loro predecessori, ma in ogni caso il loro sdoganamento, il fatto stesso che siano diventati ammissibili, lo trovo preoccupante e allo stesso tempo esemplificativo dei tempi che viviamo. Quanto male hanno fatto i governanti, di qualsiasi fazione politica, per far sì che una parte significativa dell’elettorato in quasi tutti i Paesi Europei si rivolga a questi fantasmi del passato? E quanta ignoranza culturale, politica, civica è presente per far sì che questi elettori possano pensare che votare per questi soggetti possa essere una soluzione ai loro problemi?

I disastri di chi ha governato, unito all’ignoranza degli elettori è una miscela esplosiva che non giustifica, ma fa capire come siamo arrivati fin qui e dove ancora purtroppo potremmo arrivare, se non interveniamo. E nell’epoca della manipolazione delle informazioni, dei tuttologi esperti dei social purtroppo è fin troppo facile soffiare nel fuoco del malcontento e dell’ignoranza, che si alimentano a vicenda in un circolo vizioso. Ma chi ci guadagna?

Esiste un’ora dove il buio della notte avvolge tutti i colori e li annulla, li cancella e li confonde alimentando una condizione di paura irrazionale che coinvolge tutto. E in quel momento purtroppo non serve provare a spiegare, evidenziare le mille contraddizioni. Alice Weidel, leader dei neo nazisti tedeschi, strenua difensore dei valori e della famiglia tradizionali, appassionata nemica dell’immigrazione e dell’integrazione razziale, è gay e ha una moglie dello Sry Lanka. Ma anche Hitler era vegetariano e amava gli animali. Anche un orologio rotto due volte al giorno segna l’ora esatta.

Non possiamo voltarci dall’altra parte facendo finta di nulla, ma non serve a nulla gridare allo sdegno se prima non si accende una luce, un faro che illumini e restituisca i colori autentici alle cose. Un faro che chiarisca chi ci guadagna davvero a spegnere ogni luce, a confondere verità e bugie, aggrediti ed aggressori. Un faro che dia una scossa alle persone e li risvegli dagli incubi in cui stanno precipitando.



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Saturno contro

Credi all’oroscopo? Mi hai chiesto. Ma come faccio? Cioè, dovrei credere che stelle e pianeti si dispongono in modo tale da influenzare quello che mi capita? Posso ammettere che quello che fai tu o il vicino di casa, le dichiarazioni di Salvini, il risultato della Lazio, incidano sull’umore, i fatti e le circostanze della giornata. Ma la luna mi sembra troppo distante. Per non parlare di Saturno.

Una volta mi capitava di leggere l’oroscopo, sperando sempre in qualche auspicio benefico. D’altra parte, voi preferireste cominciare la giornata leggendo qualcuno che vi preannuncia il riacutizzarsi dei diverticoli oppure qualcuno che è pronto a giurare che vincerete un milione al superenalotto? Risposta esatta. Alla fine penso che sia questo il motivo per cui tanti leggono l’oroscopo. In fondo speriamo sempre in una pacca su una spalla, in un incoraggiamento. Oppure, se le cose non vanno come dovrebbero, per trovare il vero colpevole: l’anima gemella tarda? I soldi sono pochi e i problemi tanti? Colpa di quel fetente di Saturno, lo sapevo io che oggi conveniva rimanere a dormire.

D’altra parte la predisposizione d’animo che ci rende aperti alla possibilità che le circostanze possano migliorare, che in fondo anche a noi possa capitare che i pianeti si allineino come si deve, non è da disprezzare. C’è chi crede al ponte sullo stretto, chi pensa di poter andare a sciare a Roccaraso, a questo povero Saturno, non gli vogliamo dare neanche una possibilità? Ma poi pensate la comodità: se la mattina svegliandosi il leone e la gazzella, leggessero l’oroscopo e sapessero già come va a finire, magari eviterebbero di correre.

Quindi d’accordo, posso anche provare a credere nell’oroscopo. Ma come minimo, lui deve credere in me!