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Non escludo il ritorno

So però che sta per tornare un uomo vero. Con i suoi pregi e i suoi difetti. Con le sue ossessioni e le sue storture. Sempre in tuta, con la barba di due giorni e la sigaretta all’angolo della bocca come un briscolaro in osteria che sta per calare l’asso.
Ma come diceva Mao Tse-tung: “la Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di violenza.”. E le rivoluzioni non si fanno mai in giacca e cravatta.
Bentornato Comandante.
Bentornato da chi non ha mai smesso di credere nella tua utopia. (A. Aquilino)

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Non è tutto loro quello che luccica

When the rain is blowing in your face, and the whole world is on your case, I could offer you a warm embrace, to make you feel my love

L’altro giorno in macchina, ascoltando questa meravigliosa canzone di Bob Dylan (ricantata un po’ da tutti, da Adele, ma anche dal mio amato Billy Joel) riflettevo che mi sento in una fase in cui non me ne vorrei più andare. E dove poi? E da chi? Quindi mi sento di fare un augurio a tutti i viaggiatori ermeneutici che è anche un auspicio. Apriamo gli occhi!

E’ vero, siamo come foglie portate dal vento, in grado di arrivare dove neanche avremmo potuto immaginare, ma allo stesso tempo non perdiamo mai la magia che ci fa restare. Non ci facciamo abbagliare da luci fatue o da mete illusorie: l’oro non è solo loro e non è solo altrove. Detto meglio, “non so cosa sia la magia, ma so che inizia sempre quando non ne te vuoi più andare. Dai luoghi, dai pensieri, dalle persone (Cesare Pavese)

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14 maggio 2000. Dios es del Lazio

Sono passati 25 anni da quel fatidico giorno in cui accadde l’inverosimile. Il primo scudetto della Lazio l’ho vissuto allo stadio, avevo 7 anni, ho qualche ricordo confuso, un mare di bandiere biancocelesti e poco più. Il secondo scudetto al contrario l’ho vissuto minuto per minuto, attimo per attimo e anche oggi ad un quarto di secolo di distanza ricordo ogni sensazione, ogni paura e tutta la felicità di quel folle 14 maggio. Quando El Clarin di Buenos Aires arrivò a scrivere che evidentemente quel giorno “Dio era della Lazio“!

Ho ritrovato una cosa che scrissi allora. Scritta sull’onda di quei sentimenti, la delusione dell’anno prima sovrastata dalla gioia del momento. La cronaca dell’incredulità che accompagnava quell’inverosimile epilogo, che una volta di più sottolineava quanto – nel bene o nel male – non possiamo essere preparati a quello che la vita ci riserva. Non siamo mai preparati a quello che ci capita. Ma in fondo il bello è proprio quello.

Il bello del calcio è che si ricomincia sempre da capo. Puoi essere stato il più bravo o il più scarso. Puoi aver compiuto le imprese più grandi e avere alle tue spalle stanze piene di trofei, oppure essere una semplice matricola, appena affacciatasi alla grande ribalta: in ogni caso si riparte da zero. Ai nastri di partenza si parte tutti allineati e si cancella quello che è successo solo qualche mesi prima. Magari si potesse fare così anche nella vita!

Nonostante la delusione (o forse proprio per quella) del finale dello scorso anno, abbiamo rinnovato l’abbonamento: Enrico, Gabriele ed io, il trio delle meraviglie! La squadra gira abbastanza, sia in Campionato che in Coppa procediamo bene… Dopo la pausa invernale, però, subiamo una netta flessione e, grazie anche a qualche svista arbitrale di troppo, perdiamo punti preziosi in campi sulla carta facili, mentre la Juve continua a volare: quando ricominciamo a giocare come si deve, abbiamo sei punti di distacco dalla capolista, che diventano addirittura nove il 19 marzo, quando perdiamo a Verona, mentre la Juve vince facilmente il suo derby con il Toro. È finita: anche quest’anno dovremo consolarci con qualche coppetta!

La settimana successiva siamo di fronte ai cugini giallorossi: per via delle solite scaramanzie, presto la tessera a un amico e mi chiudo in un ritiro spirituale, senza né radio, né Tv. Il sortilegio ha effetto: vinciamo due a uno, la Juve perde a Milano, torniamo a sei punti di distacco e la domenica successiva abbiamo lo scontro diretto al Delle Alpi di Torino. Non ho la benché minima speranza che la Juve sia così ingenua da cadere nelle paure che ci condizionarono lo scorso anno. E invece. Domenica 2 aprile, posticipo serale: la Lazio espugna Torino e arriva a tre punti dalla capolista. Vuoi vedere che forse ci siamo? È un caso che praticamente lo scudetto dello scorso anno lo perdemmo dopo due sconfitte con Roma e Juve e ora invece abbiamo vinto entrambe le sfide?

Dopo una domenica interlocutoria, arriviamo al secondo corso e ricorso storico: anticipo del sabato, siamo a Firenze, lo snodo decisivo, proprio come lo scorso anno. I nostri sfoderano una prestazione esaltante che sembra doverci assicurare tre punti preziosissimi, ma con Batistuta non si è mai tranquilli: al 4° minuto di recupero, con una sua punizione magistrale i Viola pareggiano e danno il via libera alla Juve che vola a più cinque, strapazzando l’Inter. È finita! Stavolta davvero ci siamo illusi, ma poi neanche tanto: io, almeno, non ci ho mai creduto!

Decisamente gli sconvolgimenti dello scorso anno a qualcosa sono serviti. È vero che mentre la Fiorentina pareggia ho una violenta crisi gastroenterica che sconvolge la mia passeggiata con Alessandra per via Ojetti, ma è niente rispetto a quello che mi sarebbe successo in passato. Forse davvero sono guarito. O forse sono cresciuto?

O semplicemente, a quattro giornate dalla fine, con cinque punti di distacco, neanche il più inguaribile ottimista darebbe una benché minima speranza alla Lazio. La domenica successiva, la Juve, seppur fortunosamente, doma proprio la Fiorentina; vinciamo anche noi e il distacco rimane inalterato. Siamo a meno tre dal traguardo: Juve e Lazio hanno due partite facili, contro Venezia e Verona. Sono talmente convinto sia su come andrà a finire, sia sull’inutilità di un’eventuale vittoria, che preferisco una gita fuori porta allo stadio. Ma mentre noi vinciamo facilmente, la Juve naufraga a Verona in maniera clamorosa: campionato riaperto?

Due punti non sono tanti, anche se mancano solo due partite alla fine. La Juve è cotta, o semplicemente si è concessa una pausa, forte del vantaggio accumulato? Domenica 7 maggio, penultima di campionato: noi a Bologna, loro in casa con il Parma. Non sono partite facili, noi dobbiamo vincere per forza e sperare nel miracolo. Ma il miracolo non arriva. Anzi. Mentre noi vinciamo a Bologna, l’arbitro di Juve-Parma, a un minuto dalla fine, annulla ai gialloblu un goal regolarissimo che avrebbe sancito il pareggio e il conseguente aggancio al vertice.

Stavolta però la cosa è talmente grossa che si scatena il finimondo. La gente è inviperita, indignata, nauseata: tra l’altro, i dirigenti juventini, invece di ammettere, come avrebbero potuto e dovuto fare, di aver avuto un inaspettato regalo (quante volte succede nel calcio come nella vita?), si impegnano in improbabili difese dell‘operato dell’arbitro, come se si sentissero in dovere di difendere un loro impiegato!

Neanche questo, però, riesce a scuotermi più di tanto. Non so perché, ma io non riesco a indignarmi, né ad arrabbiarmi oltre un certo livello. Non sarò diventato fatalista? Altro che adulto, altro che guarito: questo è puro e semplice fatalismo! Resa di fronte alla realtà. Continuo a non credere nei complotti (e forse sono rimasto l’unico). Continuo a credere nella buona fede degli arbitri (e qui sicuramente sono rimasto l’unico). E poi, se non pareggiavamo all’ultimo minuto con la Fiorentina, a quest’ora avremmo due punti in più: come l’anno scorso, nei momenti decisivi non siamo stati fortunati. Però è inutile recriminare o ipotizzare chissà quali trame segrete. Ci dice male, siamo iellati, forse siamo semplicemente della Lazio!

Domenica 14 maggio. Ultima giornata. Come l’anno scorso, lo scudetto si decide a Perugia. Peggio dell’anno scorso: allora avevamo un solo punto in meno della prima, ora ne abbiamo due. Molto peggio dell’anno scorso: se allora il Perugia era ancora, seppur marginalmente, coinvolto nella lotta per non retrocedere, quest’anno è già salvo e senza obiettivi. Che interesse ha a impegnarsi alla morte per fermare la Juve? Andiamo allo stadio: più per abitudine che altro. Sono previsti disordini, perché la gente non ha ancora sbollito la rabbia dopo il goal annullato al Parma la domenica precedente. Io quasi non vorrei andare, ma Gabriele insiste. E andiamo! Beviamo fino in fondo dall’amaro calice!

Di fronte abbiamo la Reggina, un’esordiente della serie A che ha vinto il suo campionato salvandosi con una giornata di anticipo. Dopo una fase di stallo, in cui mi aspetto da un momento all’altro che il tabellone luminoso dello stadio comunichi il goal della Juve a Perugia, l’arbitro fischia un dubbio rigore a nostro favore. Uno a zero. La partita continua in modo stanco, quasi al rallentatore: anche in campo sono più impegnati ad aspettare notizie da Perugia, che a giocare. Passano pochi minuti e l’arbitro concede un altro rigore a nostro favore, anche questo abbastanza dubbio. Evidentemente, dopo i tanti torti compiuti, anche gli arbitri hanno la coscienza sporca e vogliono farsi perdonare qualcosa: in più di vent’anni di stadio, a memoria mia, mai la Lazio ha avuto a favore due rigori di questo genere. Ci stanno anche prendendo in giro! Così potranno dire: “Che vi lamentate! Lo vedete? Avete anche avuto due rigori a favore!”. La sensazione dell’inutilità di tutto ciò diventa sempre più forte.

Vorrei andare via, non vedo l’ora che finisca. Che finisca questa partita inutile, che finisca questo strano campionato. Intanto finisce il primo tempo e da Perugia nessuna notizia; anzi, la radio dice che continua a piovere in maniera esagerata: il campo è diventato un vero e proprio acquitrino. Guardo in su: non sarà proprio una giornata fantastica, c’è un po’ di foschia estiva, ma nuvole non ce ne sono. Per fare in modo che le partite siano quanto più sincronizzate fra loro, il nostro secondo tempo non comincia finché non inizia anche la partita di Perugia. Passano i minuti, i giocatori sono in campo che palleggiano e fanno il torello, tanto per non raffreddarsi del tutto. Dalla radio giungono notizie allarmanti: se continua così, la partita andrà rinviata, il campo è completamente allagato. Continuo a guardare il cielo: neanche una nuvola all’orizzonte.

Dopo una mezz’oretta passata così, a guardarsi in giro, in attesa che qualcuno decida qualcosa, la partita ricomincia, ma davvero a nessuno sembra importare: siamo tutti mentalmente proiettati a Perugia. Ecco qui, la solita fortuna bianconera: la Juve non è riuscita a segnare per tutto il primo tempo, ma se l’arbitro decide per la sospensione, la partita dovrà essere rigiocata dal primo minuto. Inaspettatamente, però, a Perugia smette di piovere e la partita può ricominciare. E mentre da noi la partita sta finendo, io cerco di chiamare Ale con il cellulare, per avvisarla che tarderò a rientrare a casa. Ovviamente non riesco a prendere la linea, ma mentre sto lì componendo e ricomponendo il numero, un urlo devastante sconquassa l’Olimpico: il Perugia è passato in vantaggio!

Non è possibile: guardo Gabriele che in quel momento si è alzato per sgranchirsi le gambe. Lui mi guarda: non è possibile. Guardo Enrico che sta urlando mentre abbraccia un vicino occasionale: non è possibile. La gente grida, salta, sembrano tutti impazziti. Io sono gelato. Fermi! Zitti! Cosa esultate? Tanto ora la Juve si sveglia e gliene fa quattro! È inutile che vi agitiate.

Ma intanto fermiamo il tempo: per i prossimi tre quarti d’ora che mancano alla fine della partita di Perugia, Sandro rimarrà immobile in piedi, così com’era al momento del goal, io rimarrò con il mio cellulare in mano ripetendo all’infinito il numero di casa, Fra’ abbracciato al vicino. Tutto deve rimanere com’era: neanche una virgola deve cambiare.

E aspettiamo. La nostra partita è finita. C’è stata anche una mini invasione di campo, ma ormai la partita vera si gioca a centocinquanta chilometri di distanza. E noi aspettiamo. Gabriele in piedi, io con il cellulare in mano, Enrico attaccato al vicino che forse comincia a sospettare strane tendenze sessuali di mio fratello, per nulla intenzionato a mollarlo. Aspettiamo così…

La gente si gasa ogni minuto che passa: urla, salta, applaude, “Campioni! Campioni!”. Zitti, zitti, non fiatate! Guardo Gabriele, guardo Enrico: non è possibile.

“Quanto manca?”

“Trentacinque minuti”.

Un’eternità. La Juve se lo può ancora divorare questo piccolo Perugia. Sicuramente… Ma state un po’ zitti! Improvvisamente mi sale un odio profondo per tutti quelli che mi stanno accanto, potrei fare una strage, è inutile che esultiate! Destino infingardo, perché? Perché ci illudi in questo modo? Perché?

“Quanto manca?”

“Mezz’ora.”

“Ma a Perugia che sta succedendo?”

Silenzio. Gli occhi cercano gli altri occhi di quelli che hanno la radio. Non serve chiedere, non serve che dicano nulla. Si crea una specie di telepatia. Ogni minimo sussulto dei possessori di radio è un attentato alle nostre coronarie. Io continuo a massacrare il cellulare, Gabriele continua a stare in piedi con una faccia inespressiva, Enrico con il braccio intorno al collo del sempre più perplesso vicino ha tanta di quella elettricità in corpo che accenderebbe un’alogena da 220. L’altoparlante invita alla calma. “Stiamo cercando di metterci in contatto con il campo di Perugia per trasmettere le immagini della partita. Restate ai vostri posti!”.

Ma intanto metà dello stadio si è ormai riversata in campo e tutti sono lontani con la mente, attendendo la fine della partita. A Perugia un sussulto della Juve: Inzaghi ha la palla del pareggio… Non lo sento, ma lo leggo negli occhi dell’uomo con la radio. Spero dentro di me che questo collegamento non si faccia mai: meglio non sapere, meglio non vedere, meglio non sentire. Aspettiamo. Manca solo un quarto d’ora. Certo, se la Juve non segna subito, forse… No! Scaccio via questo pensiero: è inutile farsi illusioni. Aspettiamo.

Riesco a prendere la linea giusto in tempo per beccarmi qualche insulto da Alessandra: “Hai visto? Ce l’avete fatta! Una volta tanto la tua scaramanzia ha funzionato! Avevi detto che oramai era tutto finito!” Ma che dice? Quale scaramanzia? Mi sta prendendo in giro?

“Quanto manca?”

“Cinque minuti.”

Possono ancora pareggiare. E magari nel tempo di recupero segnano un’altra volta e buonanotte ai suonatori. Improvvisamente, dagli altoparlanti dello stadio si sente la voce del telecronista di Perugia: non sono riusciti a trasmettere le immagini, ma hanno pensato bene di stabilire il contatto radio. “Tre minuti più recupero. La Lazio è a un passo dal secondo scudetto: forcing finale della Juve che si riversa nella metà campo del Perugia”.

E a quel punto io sono morto. Non so come sia successo: forse il cuore non ha retto. Sì, decisamente dev’essere stato il cuore. Continuo a tenere in mano il cellulare, Gabriele è sempre lì, in piedi come una statua di sale: probabilmente è morto anche lui, perché sono almeno dieci minuti che non fiata. Enrico no. Non è morto, ha smesso di abbracciare il vicino, ma sta piangendo: vedo chiaramente le lacrime che lentamente scendono sul suo viso. La voce continua la telecronaca, ma io non sono più lì. Non sento più freddo, né caldo. Ho il telefono in mano, ma non riesco neanche più a comporre la sequenza di numeri. Ho perso la cognizione del tempo e dello spazio. Dove mi trovo? Perché c’è tutto questo silenzio? Il tempo, che aveva rallentato fino a far diventare quei tre quarti d’ora più lunghi di un secolo, si è definitivamente fermato. La terra non gira più. Mi vedo seduto in mezzo alla gente: oramai mi sono separato dal corpo e vago nell’aria come puro spirito. Che strano! Non pensavo che morire fosse così!

“Sono le 18.04 del 14 maggio del 2000: la Lazio è Campione d’Italia”

L’urlo di Enrico, che mi prende e mi travolge in un abbraccio travolgente, mi riporta sulla terra. “Abbiamo vinto, abbiamo vinto, abbiamo vinto!” Quello che è successo dopo stento un po’ a ricordarlo. Abbiamo faticato a rianimare Gabriele: è stata dura, ho quasi pensato che ce lo fossimo giocati per sempre, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. È tornato fra noi! Siamo scesi in campo: ci siamo tuffati in quel prato verde sommersi da migliaia di persone completamente ubriache di gioia. C’era la necessità di toccare la terra, di capire che quello non era un sogno, che non c’eravamo inventati tutto, che non eravamo vittime di un’allucinazione collettiva.

Ma no, era tutto vero, eravamo Campioni d’Italia, anche se sembrava tutto così assurdo. Non ero preparato. Ma perché non sono mai preparato a quello che succede? Lo scorso anno ero sicuro che avremmo vinto e ho dovuto ricacciarmi in gola la gioia; quest’anno ero arcisicuro che avremmo fallito e invece…Non ero pronto! Volevo urlare, impazzire, esplodere tutta la tensione accumulata in più di venticinque anni, ma non ce l’ho fatta. Sono imploso! Ancora non riesco a capire bene né come possa essere successo, né cosa sia realmente successo.

Sono sicuro che qualcosa di strano sia accaduto, di anomalo, di assurdo. A Perugia un diluvio universale che inonda il campo, lavando via tutte le polemiche di questo campionato avvelenato, tagliando le gambe alla Juve, esaltando i padroni di casa. In Vaticano viene svelato il terzo segreto di Fatima, dopo decenni di silenzio. Sì, è fuor di dubbio che in questo 14 maggio sia successo qualcosa al di fuori dei canoni della normalità. Spero che ne vinceremo altri di campionati, ma sarà difficile ripetere quello che è accaduto in questa pazza domenica.

La morale della favola non c’è. Potreste sentir dire che ci siamo meritati di vincere questo campionato come ci meritammo di perdere quello dello scorso anno: potreste sentir dire che il calcio premia chi si impegna, chi ci crede fino alla fine, chi non molla mai. Che è stato giusto vincere e vincere così. E potrete sentirlo perché alla fine chi vince ha ragione, ha sempre ragione e se non ce l’ha se la crea. Solo chi vince merita di farlo. Balle! Non meritavamo di perdere l’anno scorso, come forse non meritavamo di vincere quest’anno. O forse è giusto così. Perché probabilmente è il nostro concetto di “merito” che va rivisto. Come ho già detto, il calcio, come la vita, non è una bilancia. Spesso castiga gli errori, spesso premia gli sforzi: ma questo non avviene in modo automatico, come quando mettiamo una monetina in un distributore di bibite fredde. Forse per questo è così imprevedibile. Forse per questo è così bello.

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Dell’amicizia e degli inganni del tempo

Giunti a questo punto potremmo essere vittime di un’impressione, un’idea che pian piano si consolida con i giorni, i mesi, gli anni. L’impressione è un dubbio che ti assale: l’idea che in fondo il passato non è poi così come effettivamente ce lo ricordiamo. Come fosse il riflesso luminoso di una stella estinta chissà quanti secoli fa. Ma non è così. La verità invece è che la tua vita da ragazzo, chi eri, quello che provavi, è molto più prossima di quanto avresti mai potuto credere. Nessun errore, nessun inganno: sei sempre tu, sei ancora qui.

Certo, sei diverso, sei evoluto (o involuto), ma il cambiamento, più o meno coerente con le premesse, non fa di te qualcosa di sostanzialmente diverso da ciò che eri. Perché puoi ingannare chiunque: amici, parenti, gente con cui lavori gomito a gomito tutti i giorni, persone appena conosciute. Puoi ingannare anche te stesso. Ma non puoi ingannare chi ti ha visto fare ginnastica in palestra in una tuta acetata o arrampicati sugli specchi durante l’interrogazione di greco. Per quanto possa sembrare strano, illogico, persino ingiusto, difficilmente troverai persone che ti conoscono meglio.

E allora arrivi a capire una grande verità. Invecchiare non significa un bel niente. Puoi cambiare i connotati, puoi diminuire i capelli, puoi ingrassare o riempirti di rughe, ma alla fine dei conti, quel che sei veramente rimane inalterato. I desideri, le paure, le piccole o grandi ansie della vita. Ed è proprio con loro che te ne accorgi. Su di loro e su te stesso.

E quando te ne accorgi non puoi non volergli un bene dell’anima. Anche se le vedi poco o mai, anche se apparentemente sono diventati dei quasi sconosciuti. Persino se puoi arrivare a pensare che se le incontrassi oggi mai e poi mai ci diventeresti amico. Non importa. Loro sanno chi sei, ti conoscono per quello che sei nel tuo intimo, in ragione di esperienze irripetibili. Per aver condiviso con te il foglio bianco della tua vita, quando tutto era ancora possibile, prima che tu compissi le scelte che poi ti hanno portato ad essere quelle che sei oggi.

Per essere felici, come per amare incondizionatamente, ci vuole carattere, ci vuole voglia, costanza. Forse però dobbiamo renderci conto che la felicità, come l’amore, non si trova in ciò che abbiamo raggiunto, ma in quello che siamo riusciti a mantenere, in ciò che non abbiamo perduto.

Amico è bello, Amico è tutto, è l’eternità! E’ quello che non passa, mentre tutto va! Amico! Amico! Amico!
Il più fico amico, è chi resisterà! Chi resisterà! Chi di noi, chi di noi resisterà!!!

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Ciò che fa la differenza sono le stelle che ti accolgono

Trovo bellissimo e molto veritiero quest’epigramma di Marziale riportato in una delle bellissime stanze affrescate di Palazzo Te a Mantova. Di solito viene citato riguardo l’influsso dell’astrologia nelle nostre vite. Come se nascere sotto il segno dei pesci o del sagittario fosse in qualche modo determinante per quello che saremo o che ci accadrà nella vita. E quindi, per esempio, siccome Salvini è nato sotto il segno dei pesci, tutti i pesci avrebbero questo stigma dalla nascita. Poveretti, dai!

Però, al di là appunto delle implicazioni astrologiche, è indubitabile che le stelle che ci accolgono, quelle che ci illuminano facendosi presenti nella nostra vita, che interagiscono con noi, siano una variante determinante. Stelle cadenti che lasciano una scia e stelle così calde da regalarci un po’ di tepore anche nelle notti più fredde. Stelle che ci conquistano e stelle che riusciamo a conquistare, stelle che rimangono fisse o stelle che capitano per caso, che arrivano e poi vanno via, stelle brillanti in modo quasi accecante o con una tenue luce diffusa.

Se ripercorro la mia vita sono in grado di riconoscerle abbastanza chiaramente: quelle che hanno lasciato un segno permanente, ma anche quelle più fugaci, che però hanno indirizzato il corso delle cose. Quelle che ci sono state, ci sono e ci saranno e quelle che apparentemente non ci sono più, ma in realtà sono sempre con me. E se ci penso un po’ più a lungo, la gratitudine mi commuove.

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Una gita padana / 3. Mantova

Il terzo giorno siamo arrivati alla tappa finale del nostro giro: con un’oretta di strada statale in piena pianura padana, siamo arrivati a Mantova. Abbiamo parcheggiato al Campo Canoa, appena fuori città e da lì con una comodissima navetta che passa ogni 10 minuti siamo arrivati in centro, passando proprio di fronte all’imponente Castello di San Giorgio, vera roccaforte a guardia della città.

Prima tappa, Piazza Sordello, la più grande della città dove si affacciano sia il Duomo sia il Palazzo Ducale. Il Duomo, che si articola in 5 navate, è di origine molto antica, si vede la sovrapposizione degli stili. Il Palazzo Ducale è il simbolo della potenza e della grandiosità dei Gonzaga che governarono a lungo la città.

Un consiglio che mi sento di dare alla luce dell’esperienza è di fare il biglietto unico Mantova Musei card, che con 25 euro dà accesso a tutti i musei cittadini (noi avevamo fatto online quello per Palazzo Te a 16 euro). Non abbiamo visitato l’interno del Palazzo Ducale che contiene la famosa “Camera degli sposi“, una stanza completamente affrescata dal Mantegna, un gioiello che magari ci darà la motivazione per tornare a visitare Mantova.

Il giro in città prosegue a Piazza delle Erbe, centro della vecchia città comunale dove si affacciano il Palazzo della Ragione con la Torre dell’Orologio che occupano tutto un lato, la Rotonda di San Lorenzo e la Casa del Mercante, con il museo di Virgilio. Qui avevamo il nostro B&B, anche questo in posizione ottimale (forse troppo, affacciandosi sulla piazza di notte è stato un po’ rumoroso).

Uscendo da Piazza delle Erbe, sulla destra si arriva all’adiacente Piazza Mantegna, occupata in gran parte dalla Basilica di Sant’Andrea, la chiesa più grande di Mantova, progettata da Leon Battista Alberti. I suoi interni sono ricchi di decori ed opere di artisti noti tra i quali il Correggio ed il Mantegna. Nella sua cripta sono custoditi i Sacri Vasi nei quali si dice sia conservata la terra del Golgota intrisa del sangue di Cristo, portata a Mantova dal Longino, il soldato che con la sua lancia trafisse Gesù sulla croce.

Il vero gioiello di Mantova però si trova fuori dal centro, anche questo raggiungibile con una comoda navetta gratuita, che parte dalla Loggia delle pescherie Giulio Romano. Si tratta del famoso Palazzo Te, anche questa residenza dei Gonzaga nel loro massimo fulgore, un edificio a pianta quadrata costruito attorno ad un cortile centrale su stile delle domus romane, progettato dall’architetto Giulio Romano. Tra i capolavori più celebri che si trovano al suo interno segnalo la Camera di amore e psiche

E la spettacolare Sala dei Giganti, con affreschi che ricoprono interamente la stanza, dalle pareti al soffitto, e che rappresentano la battaglia dei Giganti che tentano l’assalto all’Olimpo.

Veramente un capolavoro dove passare incantati diverse ore. Senza dubbio la cosa più bella vista in questa tre giorni di visite.

Come detto il nostro B&B (la Suite del Mercante) era proprio centralissimo, Anche questa buona sistemazione a parte come detto un po’ di chiacchiericcio notturno. Sicuramente Mantova, con i suoi tanti turisti, ci è sembrata la più viva delle tre cittadine visitate: a cominciare dalla cadenza dialettale, più simile all’emiliano che al lombardo, dà idea di una città più aperta ed accogliente. Anche qui non è stato semplicissimo trovare un locale per mangiare la sera (consiglio di pensarci per tempo e non ridursi all’ultimo come abbiamo fatto noi!). Alla fine è andata bene, siamo stati all’Osteria dell’Oca, dove abbiamo mangiato i soliti affettati (anche qui con una mostarda squisita!) e poi ancora tortelli alla zucca per mia moglie ed io delle fettuccine al ragù di oca, buonissimi entrambi. Prezzo onesto, 70 euro in due.

Insomma un bel giretto, valeva la pena, conferma che la nostra penisola è piena di tesori più o meno nascosti, più o meno valorizzati. Quando andiamo all’estero spesso vendono come capolavori cose che qui abbiamo sotto casa, forse anche troppe per poterle davvero apprezzare. E poi, con un po’ di rammarico, rimane sempre la sensazione, quando vado via dalla mia bellissima ma impossibile città, che altrove ci sia un grado di civiltà e senso civico, una cura per il bene comune, che noi ce lo scordiamo. In una parola, la sensazione che altrove si vive meglio.

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Una gita padana / 2. Cremona

Il giorno dopo ad una mezz’ora di macchina siamo arrivati a Cremona. Anche qui avevano un B&B in pieno centro, quindi abbiamo lasciato la macchina ad un parcheggio periferico e ci siamo incamminati verso le zone che ci interessavano. Il centro in effetti è abbastanza piccolo e si gira molto bene, a partire dal cuore della città che è Piazza del Comune dove si trovano le principali attrazioni da visitare. Prima fra tutte il Duomo, la Cattedrale di Santa Maria Assunta, con una splendida facciata romanica arricchita da elementi gotici.

A sinistra della cattedrale, l’imponente Torrazzo, uno dei simboli della città. E non potrebbe essere diversamente dato che, con i suoi 112 metri di altezza, è una delle torri campanarie più alte di tutta Europa. Al suo interno è possibile effettuare delle soste tra gli spazi espositivi del Museo Verticale che ruota attorno al meraviglioso orologio astronomico posto sulla torre.

La vista dalla sommità è davvero spettacolare e ripaga della fatica fatta per raggiungerla (502 gradini!)

A destra della cattedrale è situato il Battistero, anch’esso in stile romanico, con la classica forma ottagonale. L’interno, abbastanza spoglio, è dominato da una cupola davvero bella. per visitarlo bisogna fare un biglietto unico che dà accesso anche al Torrazzo e al Museo diocesano.

Sempre sulla Piazza del Comune, di fronte al Duomo si trovano il Palazzo del Comune e la Loggia dei Militi. Il palazzo è visitabile gratuitamente e ha alcune sale davvero notevoli.

Dopo mangiato abbiamo proseguito il giro in città visitando Piazza Stradivari, Corso Garibaldi (con la casa natale del grande violinista) ed alcune botteghe storiche, sia di liutai che di specialità gastronomiche (quella Sperlari fra tutte)

Come già detto il nostro B&B era proprio centralissimo, a 50 metri da Piazza del Comune, si tratta dell’Appartamento Gloria. Una sistemazione magnifica, la migliore che abbiamo trovato in questo giro, ad un prezzo davvero buono e dotata di tutti i confort. Davvero consigliatissima.

Per la cena abbiamo avuto qualche difficoltà, era di mercoledì e molti locali aprono la sera solamente il fine settimana. Dopo alcuni giri a vuoto siamo andati all’Osteria 700, posto caratteristico in cui abbiamo mangiato molto bene, ma ad un prezzo non propriamente economico (95 euro in due): antipasto di affettati con la tipica mostarda, poi abbiamo preso un piatto di tipici tortelloni alla zucca (la mia dolce metà), mentre io la faraona ripiena.

Complessivamente Cremona ci è piaciuta molto. Città molto elegante, tranquilla, ma più viva di Piacenza. Il tenore di vita, si vede anche dalle piccole cose, è molto elevato. Neanche a dirlo non si trova una carta per terra e la raccolta dei rifiuti porta a porta funziona a meraviglia!

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Una gita padana / 1. Piacenza

Per questi ponti di primavera abbiamo deciso di fare una gita per andare a visitare tre città che non conoscevamo: Piacenza, Cremona, Mantova, in rapida successione.

Nel pomeriggio del primo giorno siamo arrivati a Piacenza. In un pomeriggio siamo riusciti a visitare le cose principali, partendo dalla bella Basilica di Santa Maria di Campagna, dove Papa Urbano diede l’ordine per la prima crociata in Terra Santa. L’esterno della chiesa è molto sobrio e in stile rinascimentale, niente lascia presagire gli splendidi interni ricchi di affreschi e decorazioni. Basta alzare gli occhi e si rimane abbagliati di fronte alla cupola affrescata dal Pordenone.

Tornando verso il centro della città Piazza Cavalli è il fulcro di Piacenza. Il nome deriva dalle due grandi statue di cavalli in bronzo ai lati della piazza, che rappresentano Alessandro Farnese e suo figlio Ranuccio. Su questa affascinante piazza si affacciano il Palazzo Gotico, decorato da merli ghibellini ed enormi polifore, con un grande porticato in marmo rosso, il Collegio dei Mercanti e, di fronte, il lungo e neoclassico Palazzo del Governatore. L’insieme è molto bello ed arioso.

Altra tappa importante è la visita del Duomo, la Cattedrale di Santa Maria Assunta e Santa Giustina, chiesa in stile romanico con una facciata particolare per il doppio colore, marmo rosa e pietra arenaria, la torre campanaria sul lato sinistro e i tre portali che introducono all’interno. Da visitare in particolare la cripta medievale con le reliquie di Santa Giustina, i meravigliosi affreschi sul soffitto fra i quali la cupola affrescata dal Guercino, gioiello più prezioso del duomo.

Abbiamo alloggiato in un bel B&B situato all’interno di un palazzo storico, Palazzo Malaspina, una stanza con tutti i confort, inclusa una prima colazione essenziale, ma decisamente comoda. A cena siamo stati all’osteria la Pireina, dove abbiamo assaggiato tutti prodotti locali: gli affettati con lo gnocco fritto, dell’ottima pasta fresca ripiena e un brasato al vino rosso davvero squisito. Prezzo più che onesto (66 euro in due).

Piacenza ci ha dato idea di una cittadina tranquilla, dove le cose funzionano, forse un po’ “addormentata”, un posto dove si vive bene, anche se forse manca di brio. Forte la presenza di immigrati, pochi turisti e anche pochi giovani in giro, ma probabilmente anche i giorni di ponte hanno fatto sì che molte persone erano fuori.

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Sei tutti i limiti che superi

“Avete anche voi la pessima abitudine di partire prevenuti e auto-sabotarvi?” Così chiude il suo ultimo post la mia amica blogger Alice. Come scrivevo da lei, la mia presunzione mi porterebbe in automatico a rispondere negativamente. Arrivato fin qui conosco abbastanza bene i miei limiti e riconosco abbastanza bene quali sono le imprese in cui vale la pena impegnarsi. Lao Tzu ne L’Arte della guerra, dice che dobbiamo impegnarci solo nelle battaglie in cui sappiamo di poter vincere e penso sia una buona regola, che converrebbe seguire (con le dovute eccezioni…penso che ci siano battaglie che valga la pena fare a prescindere dall’esito).

E’ anche vero però che così rischiamo di sederci sugli allori di vittorie facili, in competizioni poco sfidanti, di fatto autolimitandoci. Quindi in realtà anche io sono prevenuto nei confronti di me stesso. Ma non è tanto la paura di perdere, quanto la fatica che dovrei impiegare per essere almeno un po’ competitivo, che mi scoraggia da affrontare certe sfide. E’ la pigrizia il mio vero limite, lo so, ma se mi metto in testa qualcosa, di solito la porto a casa. Come ho già raccontato in qualche viaggio precedente, ho sempre avuto paura dell’acqua, non sapevo nuotare e non avevo nessuna voglia di imparare, finché un giorno, all’alba dei cinquant’anni, senza un particolare motivo, mi è venuta questa voglia. Improvvisamente, senza pensarci troppo, mi sono buttato (letteralmente) e in effetti ce l’ho fatta. Adesso sicuramente non farei la traversata della manica a nuoto, ma almeno riesco a rimanere a galla e a fare un bagno come si deve.

Quello che dovremo riuscire a fare è imparare dagli errori. Questo in fondo è il vero modo per non autolimitarci, spostando il limite ogni volta un pezzettino in avanti. Ma sarà davvero possibile? L’avaro avrà slanci di generosità? L’iracondo riuscirà ad essere mansueto e il geloso si fiderà della persona che gli sta accanto? Il pigro diventerà più attivo e il goloso farà a meno di quell’invitante pasticcino alla crema? E potremmo continuare, l’elenco non si esaurisce. Imparare dai percorsi sbagliati per trovare la via giusta, quella che ci porta al di là della collina delle nostre paure e delle nostre insicurezze.

Perché poi, come dice giustamente quella saggia giovane donna di mia figlia, è proprio vero il motto che “Sei tutti i limiti che superi”.

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Montesacro 66, tutto cominciava

Si dice sempre che una grande città come Roma sia molto dispersiva e spersonalizzante. E’ parzialmente vero: la grande città è fatta di piccole realtà, che a volte somigliano molto ad un Paese. Dove tutti conoscono tutti o almeno conoscono qualcuno che conosce qualsiasi altro. Sul web si parla dei 5 gradi di separazione che riuscirebbero a mettere in contatto il mondo intero: in un quartiere come Montesacro il grado di separazione è prossimo allo zero.

E così quando viene a mancare qualcuno, scopri una rete di relazioni invisibili che riunisce insieme persone, storie di vita, ricordi, che non avresti mai pensato fossero collegati fra loro. Ma invece è così. Tutto è interconnesso, facciamo parte di una realtà di rapporti di amicizia, legami di parentela, intrecci involontari che costituiscono un tessuto uniforme. Come fossimo api di un unico alveare siamo figli di una stessa storia, abbiamo ricordi comuni di fatti e situazioni, che magari abbiamo vissuto separatamente e che su ognuno di noi hanno avuto effetti differenti, ma quelli sono!

All’interno di questa meravigliosa tela ognuno di noi ha un posto, come pezzi di un unico puzzle, che si incastrano armonicamente tra loro. Ogni pezzetto con la sua storia, che però è la stessa di quella del pezzo vicino, magari declinata in maniera solo leggermente differente. Ognuno con il suo posto, ognuno con la sua importanza, ognuno interconnesso agli altri. E in quest’ottica non ce n’è uno più importante degli altri e allo stesso modo non si può fare a meno di nessuno, perché senza anche un singolo pezzo ci sarebbe un posto vuoto.

Una tela fatta di persone che ci sono oggi, ma anche di persone che non ci sono più. Che in realtà però ci sono ancora. Non potremo più incontrarle per le strade del quartiere, ma saranno lo stesso con noi, continueranno a far parte della nostra storia, con il loro posto ben definito.