Avatar di Sconosciuto

Quarant’anni è un battito di ciglia

Quarant’anni fa. Ci sono due teorie, due filosofie, due impostazioni di vita diametralmente opposte. Un po’ come destra sinistra, doccia o bagno, mamma o papà, mare o montagna: chi ama i “ritorni al passato”, chi ama ritrovare gli amici di un tempo per rivedere pezzi delle sue vite precedenti e chi invece odia tutto ciò.

Alcuni dicono “Ma se non ci siamo più visti da quarant’anni, ci sarà un motivo?” Logica stringente la loro, indubbiamente. Ma che come tutte le cose logiche e ragionevoli a me non convince. Ci possono essere cause occasionali o semplicemente casi della vita che ci allontanano. La vita è un treno in corsa, le situazioni cambiano, le cose e le persone sono in movimento. Eppure, alcune cose rimangono sempre uguali. Almeno per me. Sarò un’eccezione? Sarò un uomo con poca fantasia? Può darsi. Però.

Però se mi fermo a riflettere, non posso non riconoscere che, se escludo i figli, sono poche le cose o le persone veramente fondamentali che la vita mi ha aggiunto in questi ultimi quarant’anni. Amo la stessa donna (o quasi: a voler essere pignoli lei arrivò giusto un anno dopo), i miei amici, le persone a cui sono più legato sono le stesse, leggo ancora Tex, sono un filosofo della minchioneria e la Lazio è in grado ancora di esaltarmi o di deprimermi. Uomo di poca fantasia, senza dubbio.

Fatto sta che quarant’anni fa, in questo momento, probabilmente ero sui libri a studiare. Per la maturità. E così, in occasione di questo anniversario, ieri abbiamo organizzato una rimpatriata, cercando anche chi non avevamo più visto per tutto questo periodo. E se è vero che in realtà i compagni di classe con cui ero più legato continuo a sentirli (spesso) e a vederli (molto meno di quanto vorrei), però sono stato proprio felice di rivedere tutti gli altri. Persone che hanno fatto percorsi diversissimi, con cui però ho vissuto gli anni più belli della mia vita, quando il mondo era un quaderno bianco su cui scrivere, quando tutto era ancora possibile.

E il fatto di non avere rimpianti, il fatto di essere soddisfatto del percorso fatto da allora ad oggi, della storia scritta su quel quaderno, non toglie la nostalgia delle sensazioni che ho vissuto con loro quarant’anni fa. Non c’è contraddizione fra le due cose: possiamo essere pienamente realizzati, possiamo essere legittimamente orgogliosi di quello che abbiamo costruito e possiamo non avere alcun rimpianto per quello che poteva essere e non è stato. Ma nulla, nulla al mondo mi potrà impedire di sorridere sognante ed incantato, ripensando a quell’anno. A quel leggendario, straordinario, irripetibile, millenovecentottantacinque. I ragazzi stanno bene, come cantano i Negrita, ed è sufficiente ritrovarsi di nuovo insieme, chiudere gli occhi e tornare ad essere noi, perché quarant’anni posso essere cancellati con un battito di ciglia.

Ma non mi va di raccogliere i miei anni dalla cenere, voglio un sogno da sognare e voglio ridere, non mi va! Non ho tempo per brillare voglio esplodere, ché la vita è una poesia di storie uniche. E intanto vai, vai che andiamo dentro queste notti di stelle, con il cuore stretto in mano e con i tagli sulla pelle. Ma i ragazzi sono in strada, i ragazzi stanno bene, non ascoltano i consigli e hanno il fuoco nelle vene. Scaleranno le montagne e ammireranno la pianura. Che cos’è la libertà? Io credo: è non aver più paura.

Avatar di Sconosciuto

Giovani campioni in cerca di allori

Ieri l’astro nascente della Formula 1, il pilota Andrea Kimi Antonelli ha superato l’esame di maturità. Lo so, in tempi come questi, fra guerre, missili, finte tregue e tragedie autentiche, potrebbe ben figurare nei primissimi posti nell’elenco delle notizie del chissenefrega. Invece Giornali e tv hanno dato ampio spazio alla notizia, corredando il tutto con una foto del giovane fenomeno – giustamente festante – con indosso una corona di alloro. E qui si sono scatenati i social.

Ovviamente pieni di gente invidiosa e soprattutto nulla facente, che ha preso di mira il ragazzo, i più sereni invitandolo ad andare a lavorare, i più scalmanati abbandonandosi ad insulti di vario genere. Fra tutti, mi è saltato all’occhio l’opinione di una lettrice di Repubblica che commentava così “basta con questo buonismo, non è possibile che questo ignorante non sappia che la corona d’alloro è dedicata a chi si laurea, che c’entra con la maturità?

Sicuramente fin dall’antichità la pianta di alloro era simbolo di sapienza ed il legame tra la laurea e l’uso delle corone d’alloro è presente anche nella stessa origine del nome: il “laureato” è letteralmente, colui che è incoronato di alloro. Detto questo, ma in base a quale “buonismo” non dovremmo accettare che un giovane, che tra un’interrogazione e un compito in classe sfreccia a 300 km all’ora nei circuiti di mezzo mondo, possa festeggiare il suo esame di maturità come gli pare e piace? Perché non dovrebbe avere tutte le ragioni del mondo per ritenersi soddisfatto del suo risultato, per sentirsi campione, anche se per una volta non dietro a un volante?

E allora ho deciso che domani, per festeggiare il fatto che nonostante questo caldo verrò a lavorare, mi presenterò in ufficio con una corona d’alloro. E voglio vedere chi avrà da ridire!

Avatar di Sconosciuto

Fatevene una ragione: tifate il Roma e lasciateci in pace!

Ma sul serio c’era bisogno di nuovo di una polemica sul calcio? Ancora a parlare di Lazio e di Roma, mentre siamo travolti dai venti di guerra che soffiano da più parti? Forse no, ma forse sì. Perché proprio in questi giorni è scoppiata nuovamente una polemica sui social, nata da una battuta infelice di una comica in una trasmissione in TV, sull’equazione laziali fascisti.

In effetti questa Michela Giraud ha utilizzato un banalissimo luogo comune, smentito dai fatti, che non farebbe ridere neanche qualcuno colpito da una bombola di gas esilarante. Da qui una polemica stupida, che non meriterebbe commenti, né tanto meno gli onori della cronaca, utile forse solamente a chi l’ha sollevata per aumentare un po’ la propria notorietà. Personalmente non la conoscevo: quando ho letto il nome pensavo a un qualche collegamento con Giroud, l’ex giocatore del Milan, che però è scritto con la “o” e non con la “a”, ma come vedremo anche le vocali forse rientrano in un discorso più ampio.

Infatti, mentre la polemica in sé, è del tutto superflua, fa riemergere una questione più seria, di lunga data, che parte da un dato di fatto. La Lazio dà fastidio. E non da oggi, da quasi cent’anni ormai. Da quando qualcuno nelle stanze del potere (allora fascista, ma questo è un dettaglio se vogliamo ironico ed insieme trascurabile) decise che nella capitale ci doveva essere un’unica squadra di calcio. E’ comprensibile la frustrazione che questo qualcuno, e quindi poi di conseguenza tutti i suoi epigoni, hanno dovuto sopportare quando un’unica squadra, la più antica, la più importante, non aderì a questo progetto.

Come nelle leggende e nelle storie di diverse mitologie, ci sono dei fratelli più piccoli che si uniscono contro il più grande per toglierli la primogenitura. E non avendo avuto la possibilità di eliminarlo fanno partire una campagna denigratoria, mirata allo stesso obiettivo. Chi non tifa per la Roma non è di Roma, i laziali sono burini, quelli che non sono della città. C’è persino un vecchio filmato in bianco e nero, tratto da una pellicola di Sordi (ovviamente anche lui originario di fuori) che parla dei laziali “burini”. Fa sorridere pensare a una Elena Fabrizi (la famosa “sora Lella”), lei sì romana trasteverina, che candidamente diceva di essere della Lazio, perché quando era giovane lei, c’era solo la Lazio.

Ma il processo di rimozione continua. Oltre a negare l’identità cittadina, diamogli anche l’etichetta del cattivo. Da qui l’immaginario del laziale fascista, da cui anche la comica sconosciuta che dicevo attinge a piene mani. D’altra parte per loro è fin troppo facile l’identificazione della squadra con la città: stesso nome, stessi colori, stesso simbolo. Chi viene da fuori, per omologarsi alla nuova realtà, non può che aderire a questa identificazione.

Essere della Lazio è più complicato. Sia per chi è nato a Roma, sia soprattutto per chi non è nato qui. Ma questa complicazione per noi è il gusto della cosa, per loro invece è incomprensibile. D’altra parte l’aquila è solitaria, il lupo sta sempre in branco. E non importa se come presidente ci sta un personaggio discutibile, se la curva a volte prende posizioni discutibili, non importa nulla a chi tifa Lazio. La Lazio è altro, è tutt’altra cosa.

Anche la questione linguistica ha il suo peso. Fateci caso, qualsiasi squadra abbia il nome della città, è declinata al maschile, proprio per non ingenerare confusione con la città stessa. Vale per il Torino (squadra) che non va confusa con la città di Torino. Ma vale anche per città che hanno una desinenza femminile: il Parma, il Catania, il Vicenza, Il Bologna, il Pisa e potrei andare avanti. Le squadre di calcio che non hanno il nome della città, ovviamente, non creano confusione e quindi spesso sono femminili (la Juventus, l’Internazionale, la Fiorentina). C’è una sola squadra che ha il nome della città e la desinenza femminile: la squadra che vuole, che deve, che non può non essere confusa con la città.

Recentemente l’attore Piero Sermonti ha parlato di una conclamata egemonia culturale romanista nel mondo del cinema e della televisione. Se non sei romanista non sei visto bene, non rientri nei salotti buoni, nell’intellighenzia culturale nazional popolare. Ma è sempre stato così. Chi tifa la Lazio lo sa, l’ha vissuto nella pelle da sempre. Siamo minoranza scomoda. Talmente scomoda che ci dipingono più minoranza di quanto non siamo nella realtà. Non siamo glamour, non siamo mainstream, non riempiamo lo stadio con folle entusiastiche. Perché loro sono romani e romanisti prima di essere giornalisti, attori, scrittori, politici. L’ha ribadito persino quel finto saggio di Ranieri, rifiutando la panchina della nazionale, perché lui ama l’Italia, ma prima di tutto ama la Roma.

Però ve ne dovete fare una ragione. Noi siamo il resto che non rientra nella cifra tonda. Siamo il pezzetto del puzzle che non trova posto nel quadro complessivo. Maledetti laziali! Come recitava uno striscione in voga tempo fa. Mi dispiace per voi, ma l’equazione identitaria non si risolverà mai. Perché noi scegliemmo di restarne fuori, di essere qualcosa di diverso, non omologabile alle mode. Noi scegliemmo di non essere voi. Quindi, continuate a tifare il Roma e lasciate in pace noi!

Avatar di Sconosciuto

Stiamo lavorando per voi

Nella seconda settimana di maggio sono comparsi vicino casa nastri biancorossi a circondare le strade, con cartelli di indicazioni sui prossimi lavori che riguardavano la rete elettrica. Tralasciamo il fatto che dai 7 giorni indicati nei cartelli ce ne hanno messi più di 20, non consideriamo i disagi alla viabilità e soprattutto ai parcheggi in questi 20 giorni, auguriamoci che qualche anima santa arriverà a ripristinare il manto stradale che oggi sembra un puzzle di un famoso formaggio elvetico. Quello che mi è rimasto impresso più di ogni altra cosa è l’ultima scritta sull’avviso: “Stiamo lavorando per voi”. Come a dire. Sì, vi stiamo rendendo la vita impossibile, ma fidatevi, che è per il vostro bene.

Ecco, in pratica è un po’ la stessa cosa di quando chi ti governa ti dice “non andate a votare, state tranquilli che stiamo lavorando per voi”. Dopo di che, tralasciamo i 4 quesiti sul lavoro, che effettivamente avevano lo stesso grado di chiarezza delle indicazioni per trovare l’uscita della stazione sotterranea di Bologna, ma sul 5 quesito, quella sulla cittadinanza, va fatta una riflessione. Se un terzo dei votanti, sfidando gli inviti di chi lavora per noi, noncuranti della bella giornata da trascorrere al mare, si sono impegnati per andare ai seggi e hanno votato no, significa che qualcosa non torna.

Anche qui, tralasciamo il fatto che nei principali Paesi europei sono sufficienti 5 anni di lavoro stabile per avere la cittadinanza, non consideriamo che siamo al penultimo posto in Europa (davanti solo all’Ungheria) per numero di immigrati che chiedono asilo, ma probabilmente non è stata compresa il significato autentico della questione. Un po’ come quel tizio che una volta alla domanda di una donna “Sai come farmi raggiungere l’orgasmo?” rispose “Mi dispiace, non sono del posto”. Noi non dobbiamo accogliere ed integrare gli immigrati perché siamo buoni. Quei discorsi lasciamoli fare a chi effettivamente può farli. Non siamo buoni, non siamo altruisti, non li dobbiamo accogliere per spirito caritatevole. Li dobbiamo integrare perché è l’unica possibile salvezza ai conti futuri del nostro Paese.

Se la destra e i vari populisti che oggi stanno esultando come Giggi D’Alessio dopo lo scudetto del Napoli hanno gioco facile nel soffiare sul fuoco dell’ignoranza e della paura è perché la sinistra non ha saputo spiegare la vera posta in gioco. E’ perché un fenomeno come questo, che né la storia, né la geografia potrà limitare, va governato, vanno date regole certe, contrastando il malaffare che ostacola la civile convivenza. Chiedendo integrazione autentica, senza scappatoie, senza nascondere la polvere sotto i tappeti. E’ facile essere accoglienti abitando ai Parioli, quando gli unici extracomunitari che conosci sono le badanti filippine in libera uscita il giovedì pomeriggio. Governare le periferie, essere presenti là dove ci sono i problemi autentici, con fermezza, senza fare sconti a nessuno. E forse la prossima volta cominceremo a lavorare per noi, senza delegare nessun altro.

Avatar di Sconosciuto

A proposito dell’arrivare primi, di spermatozoi, ovuli e ultima parola

Gironzolando su FB l’altro giorno ho letto una cosa che mi ha fatto riflettere. A proposito del nascere, tutto il processo della fecondazione, l’ovulo, gli spermatozoi, in effetti è evidente che tutta la storia viene raccontata (come sempre accade, direbbe qualcuno, anzi qualcuna) dal punto di vista maschile. Anche la vignetta iniziale, come tante altre simili, sottolineano quest’unica prospettiva.

Si parla di quest’unico ovulo che se ne sta lì passivo e anche un po’ sconsolato, come una seduta al ballo di fine anno, in attesa che arrivi qualcuno, il più veloce, ma potremmo dire il più fico, che la invita a ballare. Quasi inevitabilmente ci identifichiamo con quell’unico spermatozoo che ce l’ha fatta. Ma noi non siamo (solo) quello spermatozoo! Noi siamo la combinazione dei due e come leggevo appunto l’attività dell’ovulo è tutt’altro che passiva o semplicemente marginale. In realtà infatti sembra proprio che sia l’ovulo a scegliere lo spermatozoo, rilasciando dei segnali chimici che attirano quello ritenuto più idoneo. Anche il muco cervicale svolge un’azione di filtro, selezionando a monte e bloccando gli spermatozoi indesiderati.

Insomma, già da quel momento iniziale, fin dal livello molecolare, è la parte femminile che sceglie, che decide, che individua e seleziona, escludendo tutto il resto. Quindi la fecondazione non è una gara e soprattutto non vince chi arriva prima o quello che è più fico degli altri. E’ piuttosto un incontro per stabilire compatibilità, è come un colloquio di lavoro in cui qualcuno presenta le proprie attitudini, cercando di sottolineare i propri pregi e le proprie virtù, ma poi c’è qualcun altro che sceglie, qualcuno che ha l’ultima parola perché ha il potere di decidere. E c’è forse qualcuno che ha dei dubbi su chi avrebbe avuto l’ultima parola?

Avatar di Sconosciuto

Non escludo il ritorno

So però che sta per tornare un uomo vero. Con i suoi pregi e i suoi difetti. Con le sue ossessioni e le sue storture. Sempre in tuta, con la barba di due giorni e la sigaretta all’angolo della bocca come un briscolaro in osteria che sta per calare l’asso.
Ma come diceva Mao Tse-tung: “la Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di violenza.”. E le rivoluzioni non si fanno mai in giacca e cravatta.
Bentornato Comandante.
Bentornato da chi non ha mai smesso di credere nella tua utopia. (A. Aquilino)

Avatar di Sconosciuto

Non è tutto loro quello che luccica

When the rain is blowing in your face, and the whole world is on your case, I could offer you a warm embrace, to make you feel my love

L’altro giorno in macchina, ascoltando questa meravigliosa canzone di Bob Dylan (ricantata un po’ da tutti, da Adele, ma anche dal mio amato Billy Joel) riflettevo che mi sento in una fase in cui non me ne vorrei più andare. E dove poi? E da chi? Quindi mi sento di fare un augurio a tutti i viaggiatori ermeneutici che è anche un auspicio. Apriamo gli occhi!

E’ vero, siamo come foglie portate dal vento, in grado di arrivare dove neanche avremmo potuto immaginare, ma allo stesso tempo non perdiamo mai la magia che ci fa restare. Non ci facciamo abbagliare da luci fatue o da mete illusorie: l’oro non è solo loro e non è solo altrove. Detto meglio, “non so cosa sia la magia, ma so che inizia sempre quando non ne te vuoi più andare. Dai luoghi, dai pensieri, dalle persone (Cesare Pavese)

Avatar di Sconosciuto

14 maggio 2000. Dios es del Lazio

Sono passati 25 anni da quel fatidico giorno in cui accadde l’inverosimile. Il primo scudetto della Lazio l’ho vissuto allo stadio, avevo 7 anni, ho qualche ricordo confuso, un mare di bandiere biancocelesti e poco più. Il secondo scudetto al contrario l’ho vissuto minuto per minuto, attimo per attimo e anche oggi ad un quarto di secolo di distanza ricordo ogni sensazione, ogni paura e tutta la felicità di quel folle 14 maggio. Quando El Clarin di Buenos Aires arrivò a scrivere che evidentemente quel giorno “Dio era della Lazio“!

Ho ritrovato una cosa che scrissi allora. Scritta sull’onda di quei sentimenti, la delusione dell’anno prima sovrastata dalla gioia del momento. La cronaca dell’incredulità che accompagnava quell’inverosimile epilogo, che una volta di più sottolineava quanto – nel bene o nel male – non possiamo essere preparati a quello che la vita ci riserva. Non siamo mai preparati a quello che ci capita. Ma in fondo il bello è proprio quello.

Il bello del calcio è che si ricomincia sempre da capo. Puoi essere stato il più bravo o il più scarso. Puoi aver compiuto le imprese più grandi e avere alle tue spalle stanze piene di trofei, oppure essere una semplice matricola, appena affacciatasi alla grande ribalta: in ogni caso si riparte da zero. Ai nastri di partenza si parte tutti allineati e si cancella quello che è successo solo qualche mesi prima. Magari si potesse fare così anche nella vita!

Nonostante la delusione (o forse proprio per quella) del finale dello scorso anno, abbiamo rinnovato l’abbonamento: Enrico, Gabriele ed io, il trio delle meraviglie! La squadra gira abbastanza, sia in Campionato che in Coppa procediamo bene… Dopo la pausa invernale, però, subiamo una netta flessione e, grazie anche a qualche svista arbitrale di troppo, perdiamo punti preziosi in campi sulla carta facili, mentre la Juve continua a volare: quando ricominciamo a giocare come si deve, abbiamo sei punti di distacco dalla capolista, che diventano addirittura nove il 19 marzo, quando perdiamo a Verona, mentre la Juve vince facilmente il suo derby con il Toro. È finita: anche quest’anno dovremo consolarci con qualche coppetta!

La settimana successiva siamo di fronte ai cugini giallorossi: per via delle solite scaramanzie, presto la tessera a un amico e mi chiudo in un ritiro spirituale, senza né radio, né Tv. Il sortilegio ha effetto: vinciamo due a uno, la Juve perde a Milano, torniamo a sei punti di distacco e la domenica successiva abbiamo lo scontro diretto al Delle Alpi di Torino. Non ho la benché minima speranza che la Juve sia così ingenua da cadere nelle paure che ci condizionarono lo scorso anno. E invece. Domenica 2 aprile, posticipo serale: la Lazio espugna Torino e arriva a tre punti dalla capolista. Vuoi vedere che forse ci siamo? È un caso che praticamente lo scudetto dello scorso anno lo perdemmo dopo due sconfitte con Roma e Juve e ora invece abbiamo vinto entrambe le sfide?

Dopo una domenica interlocutoria, arriviamo al secondo corso e ricorso storico: anticipo del sabato, siamo a Firenze, lo snodo decisivo, proprio come lo scorso anno. I nostri sfoderano una prestazione esaltante che sembra doverci assicurare tre punti preziosissimi, ma con Batistuta non si è mai tranquilli: al 4° minuto di recupero, con una sua punizione magistrale i Viola pareggiano e danno il via libera alla Juve che vola a più cinque, strapazzando l’Inter. È finita! Stavolta davvero ci siamo illusi, ma poi neanche tanto: io, almeno, non ci ho mai creduto!

Decisamente gli sconvolgimenti dello scorso anno a qualcosa sono serviti. È vero che mentre la Fiorentina pareggia ho una violenta crisi gastroenterica che sconvolge la mia passeggiata con Alessandra per via Ojetti, ma è niente rispetto a quello che mi sarebbe successo in passato. Forse davvero sono guarito. O forse sono cresciuto?

O semplicemente, a quattro giornate dalla fine, con cinque punti di distacco, neanche il più inguaribile ottimista darebbe una benché minima speranza alla Lazio. La domenica successiva, la Juve, seppur fortunosamente, doma proprio la Fiorentina; vinciamo anche noi e il distacco rimane inalterato. Siamo a meno tre dal traguardo: Juve e Lazio hanno due partite facili, contro Venezia e Verona. Sono talmente convinto sia su come andrà a finire, sia sull’inutilità di un’eventuale vittoria, che preferisco una gita fuori porta allo stadio. Ma mentre noi vinciamo facilmente, la Juve naufraga a Verona in maniera clamorosa: campionato riaperto?

Due punti non sono tanti, anche se mancano solo due partite alla fine. La Juve è cotta, o semplicemente si è concessa una pausa, forte del vantaggio accumulato? Domenica 7 maggio, penultima di campionato: noi a Bologna, loro in casa con il Parma. Non sono partite facili, noi dobbiamo vincere per forza e sperare nel miracolo. Ma il miracolo non arriva. Anzi. Mentre noi vinciamo a Bologna, l’arbitro di Juve-Parma, a un minuto dalla fine, annulla ai gialloblu un goal regolarissimo che avrebbe sancito il pareggio e il conseguente aggancio al vertice.

Stavolta però la cosa è talmente grossa che si scatena il finimondo. La gente è inviperita, indignata, nauseata: tra l’altro, i dirigenti juventini, invece di ammettere, come avrebbero potuto e dovuto fare, di aver avuto un inaspettato regalo (quante volte succede nel calcio come nella vita?), si impegnano in improbabili difese dell‘operato dell’arbitro, come se si sentissero in dovere di difendere un loro impiegato!

Neanche questo, però, riesce a scuotermi più di tanto. Non so perché, ma io non riesco a indignarmi, né ad arrabbiarmi oltre un certo livello. Non sarò diventato fatalista? Altro che adulto, altro che guarito: questo è puro e semplice fatalismo! Resa di fronte alla realtà. Continuo a non credere nei complotti (e forse sono rimasto l’unico). Continuo a credere nella buona fede degli arbitri (e qui sicuramente sono rimasto l’unico). E poi, se non pareggiavamo all’ultimo minuto con la Fiorentina, a quest’ora avremmo due punti in più: come l’anno scorso, nei momenti decisivi non siamo stati fortunati. Però è inutile recriminare o ipotizzare chissà quali trame segrete. Ci dice male, siamo iellati, forse siamo semplicemente della Lazio!

Domenica 14 maggio. Ultima giornata. Come l’anno scorso, lo scudetto si decide a Perugia. Peggio dell’anno scorso: allora avevamo un solo punto in meno della prima, ora ne abbiamo due. Molto peggio dell’anno scorso: se allora il Perugia era ancora, seppur marginalmente, coinvolto nella lotta per non retrocedere, quest’anno è già salvo e senza obiettivi. Che interesse ha a impegnarsi alla morte per fermare la Juve? Andiamo allo stadio: più per abitudine che altro. Sono previsti disordini, perché la gente non ha ancora sbollito la rabbia dopo il goal annullato al Parma la domenica precedente. Io quasi non vorrei andare, ma Gabriele insiste. E andiamo! Beviamo fino in fondo dall’amaro calice!

Di fronte abbiamo la Reggina, un’esordiente della serie A che ha vinto il suo campionato salvandosi con una giornata di anticipo. Dopo una fase di stallo, in cui mi aspetto da un momento all’altro che il tabellone luminoso dello stadio comunichi il goal della Juve a Perugia, l’arbitro fischia un dubbio rigore a nostro favore. Uno a zero. La partita continua in modo stanco, quasi al rallentatore: anche in campo sono più impegnati ad aspettare notizie da Perugia, che a giocare. Passano pochi minuti e l’arbitro concede un altro rigore a nostro favore, anche questo abbastanza dubbio. Evidentemente, dopo i tanti torti compiuti, anche gli arbitri hanno la coscienza sporca e vogliono farsi perdonare qualcosa: in più di vent’anni di stadio, a memoria mia, mai la Lazio ha avuto a favore due rigori di questo genere. Ci stanno anche prendendo in giro! Così potranno dire: “Che vi lamentate! Lo vedete? Avete anche avuto due rigori a favore!”. La sensazione dell’inutilità di tutto ciò diventa sempre più forte.

Vorrei andare via, non vedo l’ora che finisca. Che finisca questa partita inutile, che finisca questo strano campionato. Intanto finisce il primo tempo e da Perugia nessuna notizia; anzi, la radio dice che continua a piovere in maniera esagerata: il campo è diventato un vero e proprio acquitrino. Guardo in su: non sarà proprio una giornata fantastica, c’è un po’ di foschia estiva, ma nuvole non ce ne sono. Per fare in modo che le partite siano quanto più sincronizzate fra loro, il nostro secondo tempo non comincia finché non inizia anche la partita di Perugia. Passano i minuti, i giocatori sono in campo che palleggiano e fanno il torello, tanto per non raffreddarsi del tutto. Dalla radio giungono notizie allarmanti: se continua così, la partita andrà rinviata, il campo è completamente allagato. Continuo a guardare il cielo: neanche una nuvola all’orizzonte.

Dopo una mezz’oretta passata così, a guardarsi in giro, in attesa che qualcuno decida qualcosa, la partita ricomincia, ma davvero a nessuno sembra importare: siamo tutti mentalmente proiettati a Perugia. Ecco qui, la solita fortuna bianconera: la Juve non è riuscita a segnare per tutto il primo tempo, ma se l’arbitro decide per la sospensione, la partita dovrà essere rigiocata dal primo minuto. Inaspettatamente, però, a Perugia smette di piovere e la partita può ricominciare. E mentre da noi la partita sta finendo, io cerco di chiamare Ale con il cellulare, per avvisarla che tarderò a rientrare a casa. Ovviamente non riesco a prendere la linea, ma mentre sto lì componendo e ricomponendo il numero, un urlo devastante sconquassa l’Olimpico: il Perugia è passato in vantaggio!

Non è possibile: guardo Gabriele che in quel momento si è alzato per sgranchirsi le gambe. Lui mi guarda: non è possibile. Guardo Enrico che sta urlando mentre abbraccia un vicino occasionale: non è possibile. La gente grida, salta, sembrano tutti impazziti. Io sono gelato. Fermi! Zitti! Cosa esultate? Tanto ora la Juve si sveglia e gliene fa quattro! È inutile che vi agitiate.

Ma intanto fermiamo il tempo: per i prossimi tre quarti d’ora che mancano alla fine della partita di Perugia, Sandro rimarrà immobile in piedi, così com’era al momento del goal, io rimarrò con il mio cellulare in mano ripetendo all’infinito il numero di casa, Fra’ abbracciato al vicino. Tutto deve rimanere com’era: neanche una virgola deve cambiare.

E aspettiamo. La nostra partita è finita. C’è stata anche una mini invasione di campo, ma ormai la partita vera si gioca a centocinquanta chilometri di distanza. E noi aspettiamo. Gabriele in piedi, io con il cellulare in mano, Enrico attaccato al vicino che forse comincia a sospettare strane tendenze sessuali di mio fratello, per nulla intenzionato a mollarlo. Aspettiamo così…

La gente si gasa ogni minuto che passa: urla, salta, applaude, “Campioni! Campioni!”. Zitti, zitti, non fiatate! Guardo Gabriele, guardo Enrico: non è possibile.

“Quanto manca?”

“Trentacinque minuti”.

Un’eternità. La Juve se lo può ancora divorare questo piccolo Perugia. Sicuramente… Ma state un po’ zitti! Improvvisamente mi sale un odio profondo per tutti quelli che mi stanno accanto, potrei fare una strage, è inutile che esultiate! Destino infingardo, perché? Perché ci illudi in questo modo? Perché?

“Quanto manca?”

“Mezz’ora.”

“Ma a Perugia che sta succedendo?”

Silenzio. Gli occhi cercano gli altri occhi di quelli che hanno la radio. Non serve chiedere, non serve che dicano nulla. Si crea una specie di telepatia. Ogni minimo sussulto dei possessori di radio è un attentato alle nostre coronarie. Io continuo a massacrare il cellulare, Gabriele continua a stare in piedi con una faccia inespressiva, Enrico con il braccio intorno al collo del sempre più perplesso vicino ha tanta di quella elettricità in corpo che accenderebbe un’alogena da 220. L’altoparlante invita alla calma. “Stiamo cercando di metterci in contatto con il campo di Perugia per trasmettere le immagini della partita. Restate ai vostri posti!”.

Ma intanto metà dello stadio si è ormai riversata in campo e tutti sono lontani con la mente, attendendo la fine della partita. A Perugia un sussulto della Juve: Inzaghi ha la palla del pareggio… Non lo sento, ma lo leggo negli occhi dell’uomo con la radio. Spero dentro di me che questo collegamento non si faccia mai: meglio non sapere, meglio non vedere, meglio non sentire. Aspettiamo. Manca solo un quarto d’ora. Certo, se la Juve non segna subito, forse… No! Scaccio via questo pensiero: è inutile farsi illusioni. Aspettiamo.

Riesco a prendere la linea giusto in tempo per beccarmi qualche insulto da Alessandra: “Hai visto? Ce l’avete fatta! Una volta tanto la tua scaramanzia ha funzionato! Avevi detto che oramai era tutto finito!” Ma che dice? Quale scaramanzia? Mi sta prendendo in giro?

“Quanto manca?”

“Cinque minuti.”

Possono ancora pareggiare. E magari nel tempo di recupero segnano un’altra volta e buonanotte ai suonatori. Improvvisamente, dagli altoparlanti dello stadio si sente la voce del telecronista di Perugia: non sono riusciti a trasmettere le immagini, ma hanno pensato bene di stabilire il contatto radio. “Tre minuti più recupero. La Lazio è a un passo dal secondo scudetto: forcing finale della Juve che si riversa nella metà campo del Perugia”.

E a quel punto io sono morto. Non so come sia successo: forse il cuore non ha retto. Sì, decisamente dev’essere stato il cuore. Continuo a tenere in mano il cellulare, Gabriele è sempre lì, in piedi come una statua di sale: probabilmente è morto anche lui, perché sono almeno dieci minuti che non fiata. Enrico no. Non è morto, ha smesso di abbracciare il vicino, ma sta piangendo: vedo chiaramente le lacrime che lentamente scendono sul suo viso. La voce continua la telecronaca, ma io non sono più lì. Non sento più freddo, né caldo. Ho il telefono in mano, ma non riesco neanche più a comporre la sequenza di numeri. Ho perso la cognizione del tempo e dello spazio. Dove mi trovo? Perché c’è tutto questo silenzio? Il tempo, che aveva rallentato fino a far diventare quei tre quarti d’ora più lunghi di un secolo, si è definitivamente fermato. La terra non gira più. Mi vedo seduto in mezzo alla gente: oramai mi sono separato dal corpo e vago nell’aria come puro spirito. Che strano! Non pensavo che morire fosse così!

“Sono le 18.04 del 14 maggio del 2000: la Lazio è Campione d’Italia”

L’urlo di Enrico, che mi prende e mi travolge in un abbraccio travolgente, mi riporta sulla terra. “Abbiamo vinto, abbiamo vinto, abbiamo vinto!” Quello che è successo dopo stento un po’ a ricordarlo. Abbiamo faticato a rianimare Gabriele: è stata dura, ho quasi pensato che ce lo fossimo giocati per sempre, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. È tornato fra noi! Siamo scesi in campo: ci siamo tuffati in quel prato verde sommersi da migliaia di persone completamente ubriache di gioia. C’era la necessità di toccare la terra, di capire che quello non era un sogno, che non c’eravamo inventati tutto, che non eravamo vittime di un’allucinazione collettiva.

Ma no, era tutto vero, eravamo Campioni d’Italia, anche se sembrava tutto così assurdo. Non ero preparato. Ma perché non sono mai preparato a quello che succede? Lo scorso anno ero sicuro che avremmo vinto e ho dovuto ricacciarmi in gola la gioia; quest’anno ero arcisicuro che avremmo fallito e invece…Non ero pronto! Volevo urlare, impazzire, esplodere tutta la tensione accumulata in più di venticinque anni, ma non ce l’ho fatta. Sono imploso! Ancora non riesco a capire bene né come possa essere successo, né cosa sia realmente successo.

Sono sicuro che qualcosa di strano sia accaduto, di anomalo, di assurdo. A Perugia un diluvio universale che inonda il campo, lavando via tutte le polemiche di questo campionato avvelenato, tagliando le gambe alla Juve, esaltando i padroni di casa. In Vaticano viene svelato il terzo segreto di Fatima, dopo decenni di silenzio. Sì, è fuor di dubbio che in questo 14 maggio sia successo qualcosa al di fuori dei canoni della normalità. Spero che ne vinceremo altri di campionati, ma sarà difficile ripetere quello che è accaduto in questa pazza domenica.

La morale della favola non c’è. Potreste sentir dire che ci siamo meritati di vincere questo campionato come ci meritammo di perdere quello dello scorso anno: potreste sentir dire che il calcio premia chi si impegna, chi ci crede fino alla fine, chi non molla mai. Che è stato giusto vincere e vincere così. E potrete sentirlo perché alla fine chi vince ha ragione, ha sempre ragione e se non ce l’ha se la crea. Solo chi vince merita di farlo. Balle! Non meritavamo di perdere l’anno scorso, come forse non meritavamo di vincere quest’anno. O forse è giusto così. Perché probabilmente è il nostro concetto di “merito” che va rivisto. Come ho già detto, il calcio, come la vita, non è una bilancia. Spesso castiga gli errori, spesso premia gli sforzi: ma questo non avviene in modo automatico, come quando mettiamo una monetina in un distributore di bibite fredde. Forse per questo è così imprevedibile. Forse per questo è così bello.

Avatar di Sconosciuto

Dell’amicizia e degli inganni del tempo

Giunti a questo punto potremmo essere vittime di un’impressione, un’idea che pian piano si consolida con i giorni, i mesi, gli anni. L’impressione è un dubbio che ti assale: l’idea che in fondo il passato non è poi così come effettivamente ce lo ricordiamo. Come fosse il riflesso luminoso di una stella estinta chissà quanti secoli fa. Ma non è così. La verità invece è che la tua vita da ragazzo, chi eri, quello che provavi, è molto più prossima di quanto avresti mai potuto credere. Nessun errore, nessun inganno: sei sempre tu, sei ancora qui.

Certo, sei diverso, sei evoluto (o involuto), ma il cambiamento, più o meno coerente con le premesse, non fa di te qualcosa di sostanzialmente diverso da ciò che eri. Perché puoi ingannare chiunque: amici, parenti, gente con cui lavori gomito a gomito tutti i giorni, persone appena conosciute. Puoi ingannare anche te stesso. Ma non puoi ingannare chi ti ha visto fare ginnastica in palestra in una tuta acetata o arrampicati sugli specchi durante l’interrogazione di greco. Per quanto possa sembrare strano, illogico, persino ingiusto, difficilmente troverai persone che ti conoscono meglio.

E allora arrivi a capire una grande verità. Invecchiare non significa un bel niente. Puoi cambiare i connotati, puoi diminuire i capelli, puoi ingrassare o riempirti di rughe, ma alla fine dei conti, quel che sei veramente rimane inalterato. I desideri, le paure, le piccole o grandi ansie della vita. Ed è proprio con loro che te ne accorgi. Su di loro e su te stesso.

E quando te ne accorgi non puoi non volergli un bene dell’anima. Anche se le vedi poco o mai, anche se apparentemente sono diventati dei quasi sconosciuti. Persino se puoi arrivare a pensare che se le incontrassi oggi mai e poi mai ci diventeresti amico. Non importa. Loro sanno chi sei, ti conoscono per quello che sei nel tuo intimo, in ragione di esperienze irripetibili. Per aver condiviso con te il foglio bianco della tua vita, quando tutto era ancora possibile, prima che tu compissi le scelte che poi ti hanno portato ad essere quelle che sei oggi.

Per essere felici, come per amare incondizionatamente, ci vuole carattere, ci vuole voglia, costanza. Forse però dobbiamo renderci conto che la felicità, come l’amore, non si trova in ciò che abbiamo raggiunto, ma in quello che siamo riusciti a mantenere, in ciò che non abbiamo perduto.

Amico è bello, Amico è tutto, è l’eternità! E’ quello che non passa, mentre tutto va! Amico! Amico! Amico!
Il più fico amico, è chi resisterà! Chi resisterà! Chi di noi, chi di noi resisterà!!!

Avatar di Sconosciuto

Ciò che fa la differenza sono le stelle che ti accolgono

Trovo bellissimo e molto veritiero quest’epigramma di Marziale riportato in una delle bellissime stanze affrescate di Palazzo Te a Mantova. Di solito viene citato riguardo l’influsso dell’astrologia nelle nostre vite. Come se nascere sotto il segno dei pesci o del sagittario fosse in qualche modo determinante per quello che saremo o che ci accadrà nella vita. E quindi, per esempio, siccome Salvini è nato sotto il segno dei pesci, tutti i pesci avrebbero questo stigma dalla nascita. Poveretti, dai!

Però, al di là appunto delle implicazioni astrologiche, è indubitabile che le stelle che ci accolgono, quelle che ci illuminano facendosi presenti nella nostra vita, che interagiscono con noi, siano una variante determinante. Stelle cadenti che lasciano una scia e stelle così calde da regalarci un po’ di tepore anche nelle notti più fredde. Stelle che ci conquistano e stelle che riusciamo a conquistare, stelle che rimangono fisse o stelle che capitano per caso, che arrivano e poi vanno via, stelle brillanti in modo quasi accecante o con una tenue luce diffusa.

Se ripercorro la mia vita sono in grado di riconoscerle abbastanza chiaramente: quelle che hanno lasciato un segno permanente, ma anche quelle più fugaci, che però hanno indirizzato il corso delle cose. Quelle che ci sono state, ci sono e ci saranno e quelle che apparentemente non ci sono più, ma in realtà sono sempre con me. E se ci penso un po’ più a lungo, la gratitudine mi commuove.