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I papà e quei piccoli frammenti di saggezza involontaria

Credo che ciò che diventiamo dipende da quello che i nostri padri ci insegnano in momenti strani, quando in realtà non stanno cercando di insegnarci. Noi siamo formati da questi piccoli frammenti di saggezza (Umberto Eco)

Non ricordo discorsi solenni o illuminanti consigli di vita da parte di papà. Non era nelle sue corde, ma anche lo fosse stato, con la memoria che mi ritrovo, se anche li avesse mai pronunciati, sicuramente a quest’ora me li sarei belli che scordati. Però mi ricordo le fugaci partite a carte, il nostro appuntamento quotidiano nei suoi ultimi anni. Mi ricordo il suo essere vulnerabile, il suo lamentarsi con una traccia di autoironia sul fatto che ogni mattina doveva ricostruirsi: gli occhiali, l’apparecchio acustico, le pasticche per i vari acciacchi. La sua resilienza mi ha insegnato molto più di mille discorsi.

E poi mi ricordo di non averlo mai, nemmeno una volta, nemmeno nel peggiore dei momenti, visto annoiato. Papà non ne era capace. La sua curiosità, forse la vera miscela che l’ha fatto arrivare a 95 con quella vitalità, era del tutto incompatibile con la noia. Una curiosità che non era frenesia, che rispettava i tempi dell’attesa, che sapeva soffermarsi anche nel particolare più banale: il significato di una parola nuova, la storia di un personaggio sconosciuto, le estrazioni del lotto, le pietanze a tavola. Papà aveva tanti bei ricordi che ogni tanto tirava fuori, pregustava progetti futuri per noi e per i nipoti, ma soprattutto era ancorato al presente.

La frase di Eco, che trovo autentica in un modo sconvolgente, mi ricorda che noi padri non dobbiamo avere l’ansia di dover essere insegnanti a tempo pieno. Non possiamo, né dobbiamo essere perfetti, guai anzi. Non dovremmo mai sembrare montagne troppo alte da raggiungere. Essere padre, significa soprattutto saper esserci e saper dare una testimonianza. Se la festa di oggi ha un senso – anche ora che lui non c’è più – è per ringraziarlo per tutti quei gesti distratti, per l’esempio coerente (anche nei suoi sbagli), che mi ha fornito i pezzi del puzzle per costruire quello che sono.

Perché quello che sono è nato e si è costruito osservando lui nei tempi morti, in quegli istanti di distrazione, di stanchezza o di spontaneità in cui siamo veramente noi stessi. È proprio in questi momenti, tra gli scarti di una quotidianità non programmata, che papà mi ha trasmesso involontariamente la sua visione del mondo, consegnandomi quei piccoli frammenti di saggezza di cui parla Eco, che sono però i più autentici ed i più duraturi. E speriamo di saper fare altrettanto con i miei figli.

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Onora il padre

Com’è difficile restare padri quando i figli crescono e le mamme imbiancano…

Così cantava Battiato quando, forse non a caso, sventolava bandiera bianca sulle intemperie della vita. Non riesco a dire, obiettivamente, se fare il padre sia più difficile rispetto ad altri ruoli. Se soprattutto, una volta che lo sei, sia così difficile restarlo. Perché invece, secondo me, la cosa più difficile è proprio diventarlo. Ma una volta che lo sei anzi, il più è fatto. Sarà un luogo comune, sarà una banalità facilmente smentibile dalle mille esperienze che potremmo citare, ma c’è un fondo di verità nell’idea che le donne nascano mamme, mentre noi uomini diventiamo padri. Come già dicevo in questo post essere padre non è scontato, non ci nasci già predisposto. Il ché chiaramente non significa che poi non ci siano figure paterne meravigliose. Ma ognuno di noi che ha avuto il privilegio di avere dei figli, sa che la propria paternità è frutto di un percorso.

Un percorso fatto di tappe, non sempre lineari, tappe che ti mettono in discussione, spesso in contrapposizione anche forte. Un percorso in cui si cade spesso nella tentazione di proiettare su di loro i nostri desideri, di provare a renderli strumenti per raggiungere quello che non siamo riusciti ad essere noi. Un percorso che forse, prima ancora di riuscire a farti diventare padre, ti aiuta a capire meglio il tuo di papà.

Su FB ho messo una bella immagine che ricorda che i passi dei padri sono quelli dei figli, ma appunto, questo a volte può essere un limite. Siamo guide, siamo esempi, a volte da seguire, a volte al contrario, da evitare. Ed è giusto che sia così. D’altra parte si impara sbagliando: a volte si impara dai propri errori, a volte da quelli degli altri. E chi meglio dei papà è in grado di farci capire questa cosa? Chi meglio di loro può farci da specchio per capire i riflessi positivi e le distorsioni che possiamo dare? L’importante è riconoscerli questi errori. Perché invece a volte siamo portati a ripeterli pari pari, come se l’esperienza non ci avesse insegnato nulla.

Personalmente, al di là dei valori che mi ha trasmesso, al di là degli insegnamenti, delle pratiche e delle teorie, se dovessi dire una sola cosa che ho imparato da figlio e che vorrei passare da padre (a parte la fede calcistica, ovviamente) è la capacità di dare il giusto peso alle cose. La leggerezza nei pensieri e la pesantezza dei sentimenti. E ammesso e non concesso che io l’abbia imparata (ma non si finisce mai di farlo) sono riuscito a farlo spesso seguendo i suoi passi, ma a volte discostandomene profondamente. Sono riuscito a farlo litigando, molto più che essendo d’accordo con lui. Con la percezione forte però di averlo sempre dalla mia parte, anche quando avevamo opinioni diametralmente opposte.

Perché in fondo questo deve fare un padre, più di qualsiasi altra cosa. Troppo facile essere con i figli nei trionfi o quando hanno le nostre stesse idee (più o meno corrette). Bisogna essere lì nelle sconfitte. E bisogna esserci senza farle passare per vittorie, continuando a sottolineare le cose che non ci piacciono, ma rimanendo lì. Rimanendo padri fino in fondo.