Ritornerò, in mutande da te

Come il mio amico Gintoki ho deciso deliberatamente di appioppare una bel titolo fuorviante a questo post. Ma non per scatenare pruriginose curiosità, come biecamente usa fare quel gattaccio di cui sopra per attrarre gatte curiose nella sua tana. No. I motivi sono altri. Il titolo dev’essere per forza fuorviante, perché per raccontarvi quello che mi è capitato in questi ultimi 3 giorni avrei dovuto ammorbarvi con un post davvero, ma davvero noioso.

Ad esempio avrei potuto scrivere sulle coincidenze che ci portano ad essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Vi avrei potuto raccontare di come le circostanze a volte si alleano per danzare intorno a noi, invitandoci ad un ballo a nostra insaputa. Un ballo che inevitabilmente si conclude con un bel capitombolo che ci fa ritrovare con il culo per terra.

Altrimenti avrei potuto intrattenervi sulla fugacità del tempo che passa. Sul fatto che, ahimè, a vent’anni un contrasto come quello l’avrei retto molto meglio e che vuoi o non vuoi, puoi pure continuare a pensare di avere vent’anni. Puoi anche provare a raccontarlo in giro. Ma alla fine della fiera, i muscoli, le ossa, i legamenti ti portano il conto.

Oppure avrei potuto scrivere questo post incentrandolo sulla nostra lapalissiana fragilità. Sul fatto che siamo esseri complessi, articolati, interconnessi, ma sostanzialmente fragili. E basta un nulla, veramente un nulla e fai crack. Anzi, per essere precisi, il rumore che ha fatto l’altra sera il mio perone è stato più uno “strap”, manco fosse stato una pagina di un libro, ma non stiamo qui a sottilizzare.

Avrei anche potuto testimoniare che poi, al momento del bisogno, ognuno di noi tira fuori risorse che nemmeno lontanamente pensava di avere. E se un fifone ipocondriaco come me riesce a non svenire mentre due energumeni gli raddrizzano un piede che ha deciso momentaneamente di andarsene per conto suo (dopo il suddetto strap), allora davvero possiamo fare qualsiasi cosa. Se escludiamo quindi la paura che il cielo ci cada in testa, non dobbiamo temere proprio un bel niente.

Forse avrei anche potuto dire che arrivare in un Pronto Soccorso in calzoncini e maglietta da calcio, mentre c’è gente che soffre per malattie serie, incidenti veri, ti può portare a rivedere la considerazione che hai di te stesso.

Oppure avrei potuto dare una testimonianza. Sono ormai più di 10 ore che mi stanno sparando direttamente in vena la morfina. E allora, visto che non ho sonno, ho pensato fra me e me….”ma se Verlaine, Rimbaud e tutti quei poeti francesi ricchioni scrivevano così belle poesie sotto l’effetto di questo derivato dell’oppio, vuoi vedere che mi ci scappa pure a me un bel post di quelli gagliardi?” Niente da fare, la morfina non aiuta!

Infine avrei potuto dirvi che la prospettiva di tre mesi di inattività ti spalanca la porta su una realtà alternativa. Ti fa capire che in fondo pianificare, organizzare, affannarsi è davvero il segno più evidente di quanto siamo folli. Di come rischiamo di buttare nel cesso la vita, sprecandola in progetti, quando sarebbe certamente meglio viverla e basta, senza troppe seghe mentali.

Insomma, avrei potuto dirvi tutte queste cose. Ma in realtà quello a cui davvero tenevo era ribadire una cosetta semplice semplice. Una cosetta che volevo dire prima di tutto a me stesso, dovesse passarmi di mente. Tornerò a giocare a calcetto. Nonostante forse non ne abbia più l’età (e il fisico). Tornerò a farlo perché, nonostante siamo fragili, nonostante abbiamo paura, nonostante i progetti, il tempo che passa, nonostante tutto questo, la vita va vissuta fino in fondo. E fino a prova contraria, tirare calci ad un pallone resta una delle cose più belle che si possa fare su questa terra.