Tra parentesi

Chi scrive tra parentesi, vuoi o non vuoi, crea complessità. Mette insieme la matematica e la grammatica, i numeri e le lettere. E tutto questo solo per dividere l’essenziale dal superfluo, per dare il giusto peso alle cose, senza sopravvalutare i concetti.

Da parte mia, quando scrivo tra parentesi, lo faccio per non ostacolare il fluire del discorso. Che non sia un impedimento, ma al contrario un di più, che potresti tirar fuori quando ti fa comodo, nelle giornate di merda o semplicemente quando piove, un po’ come un ombrello messo in borsa. Scriverlo tra parentesi significa preservarlo, senza gridarlo ai quattro venti, che a urlare sono bravi tutti, per convincere e per convincersi che quello che dicono è la verità, la pura e semplice verità, contro ogni dubbio, contro ogni incertezza.

Lo scrivo tra parentesi perché non mi va di passare per saputo, per quello che “ma io te l’avevo detto”. Le parentesi sono messe lì per proteggere quello che scrivo, ma anche per proteggere te, soprattutto per proteggerti dalle tue seghe mentali e dai sensi di colpa. E allora lo scrivo fra parentesi così se non ti va di leggerlo puoi anche saltarlo, far finta che non ci sia e il discorso sta in piedi lo stesso. Magari più povero, forse più banale, ma con una sua logica di fondo. Un po’ come la vita, che mette fra parentesi le storie minimali, quelle più discrete e più originali, perché invece la Storia con la S scritta grande deve andare avanti senza curarsi troppo dei particolari, vuoto per pieno, senza mezze misure.

A volte c’è chi la apre una parentesi e poi però non la chiude più, perché semplicemente voleva una cosa e invece ne ha scoperta un’altra. E’ partito con una semplice divagazione, ma poi ha smarrito il filo del discorso e si perso  come Cristoforo Colombo. Poveretto, pensava fosse l’India e invece era un calesse. Se ci pensi sono buffe le parentesi: possono essere vicinissime ma sono destinate a non toccarsi mai, distanti, eppure l’una non può stare senza l’altra.

In realtà è proprio dentro le parentesi che scrivo quello che penso veramente. Il non detto che sta dietro le parole, il loro significato autentico. Anche se a pochi interessa. Perché in fondo chi si prende cura di leggere anche quello che sta dentro le parentesi? Invece tu te ne prendi cura, lo so già. E allora vorrei dirti come stanno davvero le cose, davvero vorrei. Te lo dico, se vuoi te lo scrivo pure. Ma solo fra parentesi.

(“Mentre dormi ti proteggo e ti sfioro con le dita, ti respiro e ti trattengo per averti per sempre, oltre il tempo di questo momento”)

 

 

Non è tutt’oro quel che luccica

Se fossi qui mi lascerei
tentare dalle tue carezze
però ringrazio Dio che non ci sei
l’amore fa per noi ma separatamente
c’è gente che come me non si riprende mai, lo sai
guarda te questo straccio di vita cos’è
non la faccio finita soltanto perchè è pronto un altro caffè

Antefatto. Stamattina passeggiando per viale Libia (nota via dello shopping di Roma nord) mi è venuto in mente che avrei potuto comprare una chiave a dado (che mi sono perso) per il gabbiotto della caldaia, che ogni volta è uno strazio aprire e chiudere con le pinze.

Svolgimento. Viale Libia, su e giù. Poi macchina, viale Somalia, viale Eritrea, via Nomentana, Piazza Sempione, via Adamello, Piazza Menenio Agrippa e di nuovo la Nomentana. A casa, rassegnato alla tua assenza. Cara ferramenta, solo un ricordo di te. In compenso ho incontrato sei, dico sei, compro oro.

Conclusioni. Le lascio a voi. Io come il buon Max, non la faccio finita, incrocio le dita e mi bevo un caffè.