Per qualche like in più

Qual è la cosa più folle? Uccidere la persona che dicevi di amare, scriverlo sul social network per “condividere” questa bella impresa, oppure 300 persone che esprimono il loro apprezzamento (chissà su quali delle due precedenti follie)? Effettivamente è difficile scegliere, ma in fondo non sono fenomeni così nuovi. Il femminicidio purtroppo è vecchio come il mondo, così come il vantarsi di azioni simili. E cosa non si farebbe oggi per qualche like in più!

Ma anche l’ammirazione per le azioni efferate non ha nulla di nuovo. I frustrati sono sempre esistiti, così come il fascino perverso del male. Mentre un aguzzino infierisce sulla vittima, c’è spesso qualche miserabile che non avendo il coraggio di compiere nefandezze in prima persona, si accontenta di assistere ed applaudire. Il guaio di quest’epoca tecnologica è l’amplificazione di questi fenomeni, la vetrina mediatica che rischia di creare fenomeni di emulazione o quantomeno di rendere plausibili, accettabili, “condivisibili” certi orrori.

 

Va bene il diritto di cronaca, ma di fronte a queste atrocità non sarebbe meglio tacere? Non sarebbe meglio non dare risalto e vetrina ai mostri? Diffondere, non significa in fondo rendere lecito? Come giustamente si interrogava Iome  qui: quanti danni può fare l’informazione? Quanto può manipolare, influenzare, indirizzare le opinioni, anche a distorcere la realtà dei fatti?

Il male esiste, probabilmente è connaturato nell’uomo, insieme al bene. E non basta contrastare il male. Bisogna chiudere le vie attraverso cui si diffonde, tagliare le radici su cui si nutre, qualsiasi esse siano. A riguardo mi sembra assolutamente straordinaria l’attualità di quello che sta scritto nel Vangelo di Matteo: “E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo.”