Taxi 1729

La scorsa settimana sono stato ad un convegno in cui, fra gli altri, sono intervenuti i rappresentanti di una società di comunicazione di Torino con uno strano nome: taxi 1729. Introducendo il loro intervento hanno accennato che il nome faceva riferimento ad un particolare episodio legato in qualche modo alla matematica, ma non hanno aggiunto altro. La cosa ovviamente ha scatenato la mia incurabile curiosità e così (grazie Wikipedia!) posso raccontarvi questa storia molto singolare.

Tutto nasce dall’amicizia fra Godfrey Harold Hardy e Ramanujan Srinivasa: il primo è un ricco nobile inglese il secondo un povero bramino indiano. L’unica cosa che li unisce è una passione sfrenata per la matematica. Sono due geni, in particolare l’indiano, che fin da piccolo dimostra un talento davvero straordinario. Si racconta un particolare episodio che li riguarda: Hardy andò a trovare in ospedale Ramanujan (che infatti morì molto giovane, forse di tubercolosi, forse di un’altra malattia infettiva) e facendo quelle classiche conversazioni per riempire il tempo gli raccontò che il taxi che lo aveva portato lì, era il 1729, un numero insignificante. “Invece è un numero molto interessante” gli replicò Ramanujan “è il minimo intero che si può esprimere come somma di due cubi in due modi diversi: 1729 = 10³ + 9³, 1729 = 12³ + 1³”Da allora il numero 1729 è diventato un numero fondamentale in matematica, chiamato appunto numero Taxi-cab, oppure di Hardy-Ramanujan.

Non ho le conoscenze specifiche per confermarvi che effettivamente questa cosa possa aver in qualche modo rivoluzionato la matematica contemporanea: se mi aveste chiesto che so, dell’appercezione trascendentale di Kant o della intuizione eidetica di Husserl, avrei sicuramente saputo dirvi qualcosa in più. Ma su questo fatidico 1729 non avrei molto altro da aggiungere. Però sono stato proprio contento di aver seguito la mia vena da scimmia curiosa, per almeno due motivi.

Il primo è la storia di questo povero bramino indiano, che riesce a tirarsi fuori dal contesto poverissimo in cui nasce e seguendo il suo genio arriva fino al Trinity College di Londra e diventa il più grande matematico indiano. Tutto questo alla fine dell’800, senza telefono, internet e altri mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione oggi. E voi mi direte, va be’, ma se uno è un genio alla fine emerge.

E qui nasce l’altro motivo per cui secondo me vale la pena raccontare questa storia. Quanti fra noi si sentono 1729? Quanti pensano di essere numeri comuni, insignificanti, diversi, ma allo stesso tempo uguali a milioni di altri? Invece no! Ognuno di noi è l’insieme di calcoli e di operazioni più o meno complicate. Dentro di noi ci sono divisioni, moltiplicazioni, radici quadrate e potenze, equazioni e tangenti. Neanche noi stessi le conosciamo fino in fondo. Anzi, per capirle spesso c’è bisogno dell’intuizione di qualcuno. Di qualcuno che sappia leggere fra le righe, che sappia trovare collegamenti e vedere connessioni al di là dei semplici numeri. Qualcuno che non aggiunga e non tolga nulla, semplicemente riesca a ricomporre i numeri, svelando le proprietà uniche che ognuno di noi ha dentro di sé.

Questa storia ci racconta che per emergere non è necessario essere un genio. Basta un insignificante millesettecentoventinove qualsiasi.

taxi_cab