La paura e la speranza

La scena dello sgombero di Piazza Indipendenza con le cariche della polizia, il lancio di bombole, le madri che fuggono con i bracci i loro figli, è stata un cazzoto nello stomaco. E’ come se quegli idranti avessero colpito anche me: una guerriglia nel centro di Roma è l’immagine che qualcosa è saltato, gli equilibri (precari) sulla civile convivenza non ci sono più. E’ difficile stabilire responsabilità: è necessario, ma allo stesso tempo inutile. Necessario perché chi ha sbagliato (per negligenza, per omissione, per eccessi, per interessi di parte) deve pagare. Inutile perché probabilmente l’individuazione dei responsabili non porterà ad una soluzione.

Aiutiamoli a casa loro, aiutiamoli qui, chiudiamo le frontiere, accogliamo tutti: una soluzione reale, concreta, risolutiva, non c’è. C’è una massa di disperati, affamati, sfruttati, che si riversano qui. E noi non abbiamo i mezzi, la possibilità, le capacità di accoglierli senza che questo venga a modificare il nostro modo di vivere, senza toccare i nostri diritti (visto da noi) o forse i nostri privilegi (visto da loro).

Su questa situazione apparentemente irrisolvibile, su questo scontro di interessi inconciliabili, prolificano le mafie dei trafficanti di uomini, degli sfruttatori a tutti i livelli e si sviluppano gli estremismi dell’una e dell’altra parte. Ma se non vogliamo lasciare il campo a loro, se non vogliamo che l’ultima parola la dicano i vari Trump o i Califfi di sorta, facendo sì che questo conflitto diventi scontro di civiltà, servirebbero soluzioni nuove, radicali. Servirebbe un piano Marshall per l’Africa, investimenti seri che nessun paese da solo riuscirebbe a realizzare, ma che l’Europa nel suo complesso non potrà non fare, se vuole sopravvivere.

Soprattutto bisognerebbe ridare una speranza a questa massa di derelitti. Per loro e per noi, perché contro la disperazione non ci saranno idranti, cannoni o muri che terranno. E non può essere la speranza di un’altra vita a farli sopportare quella di oggi: serve una nuova speranza in questa vita qui, per trasformare l’oggi in una promessa del futuro.

Infine penso che – anche solo come primo passo – nessuno dovrebbe dimenticare quel briciolo di umanità, sepolto nelle paure e diffidenze reciproche, ma che resta dentro di noi. Dentro ognuno di noi.