Quell’unico errore

Mentre tu sei l’assurdo in persona e ti vedi già vecchio e cadente, raccontare a tutta la gente, del tuo falso incidente…

Io volevo fare l’insegnante. Matematica o ancora meglio, scienze. Quanto mi piaceva studiare gli animali, le piante, l’origine della vita. Però giù al sud che futuro aveva un professore di scienze? Imparati un mestiere oppure entra nell’esercito, così avrai sempre un piatto caldo per te e per i tuoi figli. Così mi diceva mio padre. Mestieri non ho provati tanti, ma non ero capace a far nulla, l’esercito non mi piaceva, provai con la marina.

Il mare, i grandi spazi, forse era questa la strada giusta per me. Certo non era l’insegnamento, le aule universitarie fantasticate da ragazzo restavano nella mia mente, come un sogno irrealizzabile. Però ero bravo, ero davvero bravo. Sapevo pilotare meglio di chiunque altro e dopo qualche anno la marina non mi bastava più, potevo diventare ricco, potevo fare tanti di quei soldi che sarebbero bastati per i miei figli e per i figli dei miei figli. Forse aveva ragione il mio povero papà. Forse.

Poi, improvvisamente, una notte il mondo mi crollò addosso. Sì, certo, fui io a sbagliare. Ma quante volte sbagliamo e nessuno se ne accorge? Quante volte i nostri sbagli non hanno alcuna conseguenza? Io invece non fui così fortunato. Un errore, un unico errore scatenò la tragedia. Mi fece diventare un mostro da sbattere in prima pagina, il prototipo dell’italiano incapace ed infingardo. Una sola disattenzione, una è bastata a distruggere la mia vita, a farmi precipitare nel baratro.

L’errore era stato grande, tragico, ma la cosa peggiore, quello che più mi ha rovinato, è stata l’incapacità di gestirlo. Chi non fa non sbaglia mi hanno sempre insegnato. Sarebbe bastato un po’ più di freddezza, di lucidità. E un po’ più di coraggio. Magari sarei morto, ma sarei morto da eroe. Forse nessuno mi avrebbe incolpato più di tanto. Ma il coraggio, se non ce l’hai, come diceva Manzoni…

Io volevo fare il professore, non volevo essere un eroe. Ironia della sorte poi mi hanno chiamato davvero all’Università: non a fare una lezione, come maliziosamente hanno scritto i giornali, no. Mi hanno chiamato per 7 minuti, a raccontare il mio errore e soprattutto il modo sbagliato con cui l’ho gestito. Grande scandalo, l’assassino in cattedra! A chi importa sapere come sono andate le cose, a chi interessano i fatti? Io non sono più Francesco. No, io sono un simbolo. E la gente ha bisogno dei simboli: quelli buoni da imitare, quelli cattivi da additare. I fatti non interessano a nessuno.