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Lo chiederemo agli alberi

“Lo chiederemo agli alberi come restare immobili tra temporali e fulmini, invincibili” (S. Cristicchi)

Il mio amico Nietzsche, quando ancora non era partito per altri lidi, in uno dei rari momenti in cui ha usato un linguaggio semplice, ha scritto che fondamentalmente il suo pensiero poteva ridursi a questo: smettere di umanizzare la natura e tornare a naturalizzare l’uomo. In estrema sintesi il sovvertimento di tutti i valori, l’eterno ritorno, la volontà di potenza, quasi tutto il suo pensiero poteva sintetizzarsi in questo “ritorno alla natura”.

Il fatto è che la natura riesce spesso a sorprenderci. E’ matrigna e crudele quando osserviamo la lotta per la sopravvivenza che emargina gli individui malati, che lascia per strada chi non ce la fa e allo stesso tempo sembra pietosa e caritatevole nel sacrificio che certi individui compiono per il gruppo di cui fanno parte. Lo stesso istinto materno può essere spietato nell’abbandonare dei cuccioli più deboli e in altre circostanze pieno d’amore fino al proprio sacrificio.

D’altra parte noi uomini non siamo certo esempi di coerenza assoluta, anzi il più delle volte siamo pieni di contraddizioni. Perché allora pretende coerenza dalla realtà che ci circonda? Martiri e carnefici, eroi e codardi, avari e generosi, quante volte ci troviamo spiazzati di fronte alle incongruenze altrui (ma anche nostre!). Per non parlare delle conseguenze accidentali, che portano le migliori intenzioni a determinare disastri involontari (anche se non meno rovinosi). Ci preoccupiamo, vorremmo stare vicino e invece soffochiamo. Vorremmo lasciare liberi e invece abbandoniamo nel momento della difficoltà. Presi dalle nostre vicende rischiamo di non vedere, di non ascoltare, di non capire.

Torniamo alla natura dunque? Qualche giorno fa una mia amica carissima, nonché assidua viaggiatrice ermeneutica, ha postato su FB un video straordinario (che purtroppo wordpress non mi permette di condividere, quindi fidatevi). Un coltivatore, presumibilmente emiliano dall’accento, racconta che nel suo campo di alberi di pero sta succedendo una cosa assolutamente sorprendente: ci sono degli alberi senza più radici, staccati dal terreno, che quindi in teoria dovrebbero essere morti, che invece continuano ad essere vivi e vegeti, con tanto di nuovi frutti, perché si sono avvinghiati e quindi innestati su quelli vicino. Vicini che non soffrono affatto di questa “intrusione”, anzi ne creano i presupposti. Non so dirvi quanto sia “normale” questo fatto, (dall’enfasi con la quale lo raccontava forse non lo è), ma in ogni caso l’ho trovata una metafora bellissima.

Qualche tempo fa vi avevo raccontato il dilemma del porcospino, per parlare della giusta distanza che andiamo ricercando fra di noi. Forse davvero dovremmo imparare dagli alberi. Come si fa a donare senza ragione, come si fa a chiedere senza pretendere, come si fa a dare vita senza perdere nulla e come si fa a restare in vita senza essere più attaccati alla terra.

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A proposito di tempo, spazio e distanze

Dobbiamo perdere tempo, con chi è disposto a darci spazio. C’è chi lo spazio se lo tiene tutto per sé, anzi invade gli spazi altrui con le sue richieste come fossero piccoli carri armati del Risiko e sembra voler giocare a dadi con le vite altrui. Chi lascia spazio invece si merita il nostro tempo, che non sarà mai tempo perso e magari anzi ci farà guadagnare uno spazio in più, forse solamente nel cuore di qualcuno.

Bisogna avere tempo per riuscire a fare spazio. Ogni tanto bisogna fermarsi e fare pulizia, buttare via le cose accumulate, quelle che lì per lì potevano sembrare utili, ma che in realtà non servono proprio a nulla e che però occupano posto. Alcune cose, ma forse anche alcune persone, che ingombrano i nostri spazi, anche solo mentali.

Bisogna andare a tempo, per non invadere lo spazio di chi sta ballando con noi, rischiando di pestargli i piedi. Perché purtroppo questo è una dato di fatto e una situazione invalicabile: solo chi balla con noi, chi ci sta a fianco, il nostro vicino, abituale o casuale che sia, può pestarci i piedi. C’è un tempo per ogni cosa dice il Qoelet e ha ragione, ma resta comunque essenziale lo spazio vitale, per non spazientirsi e non rimanere spiazzati.

D’altra parte possiamo guardare in alto e sognare di prendere un astronave e andare alla conquista dello spazio, ma solo quando c’è bel tempo. Perché se piove diventa tutto più difficile: il traffico impazzisce, il cane bagnato è un vero strazio e persino giocare a calcio diventa brutto e rischiamo di prenderci un malanno. No, il bel tempo è essenziale. Oppure conviene rimandare, magari a tempo indeterminato.

Perché in fondo noi siamo abituati a misurare le distanze con il metro o con l’orologio: ma la vera distanza, la vicinanza o la lontananza autentica, possono essere calcolate solamente al di fuori del tempo e dello spazio. Puoi essermi accanto eppure essere lontanissimo, appartenere al passato remoto eppure essere qui proprio vicino a me. Per misurare realmente le distanze dovremmo inventare altri parametri, ma forse non saremmo uomini, ma angeli.

PS. Questo post è stato fortemente ispirato da un articolo molto bello che ho letto sul blog di Mi(s)piego, se non lo conoscete fateci un salto. Ne vale la pena!