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Sarò allergico?

E’ successo di nuovo! Proprio come qualche tempo fa…ormai non ci sono più dubbi!

Ma andiamo con ordine…il 24 sera, come da tradizione, abbiamo cominciato con le tartine al salmone e ai gamberetti, poi siamo passati al risotto alla marinara, quindi abbiamo proseguito con l’insalata di polpo e gamberi, per passare poi ai fritti vegetali e baccalà e concludere con i classici dolci pandoro, panettone, torrone. Il tutto accompagnato da un bel Vermentino di Sardegna. Tutto bene.

Per il Pranzo di Natale quest’anno siamo andati invece verso terreni nuovi. Dopo le tartine miste per l’antipasto, siamo passati alla pasta al forno, quindi maialino porchettato al forno con patate, ancora i fritti (erano avanzati, che fai non li mangi?) e poi di nuovo dolci natalizi, stavolta arricchiti dai biscotti fatti in casa da Ale, che con il vin santo sono proprio buoni buoni. Come vino siamo partiti con un Chianti, per passare poi ad un onesto Barbera. E tutto bene.

Per il pranzo di Santo Stefano abbiamo iniziato con delle uova alla tartara, veramente gustose, poi pennette al salmone e quindi rollè al forno e di seguito carciofi alla romana. Poi sono arrivati i fagiolini. E a quel punto ho avuto come l’impressione di implodere. E poi di esplodere. Sì, non andava affatto bene.

Ma non sarà che sono allergico ai fagiolini?

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Assaporando Natale

Il colore del Natale è azzurro, azzurro e giallo come la mia lavalamp, con le bolle che salgono e scendono, creano e disfano, girano e tornano. Sempre uguali e sempre nuove, un po’ come le nostre giornate, un po’ come tutti i Natali. Anche se questo non potrà essere come gli altri, perché è il primo senza il mio papà e mi manca ed insieme lo sento accanto, come e più di prima.

L’odore di Natale è appena accennato, una traccia tenue ma assolutamente identificabile, che non puoi confondere con nessun altra. fa parte dell’odore di casa, dei ricordi più antichi, come quello dei mobili, delle cose, dei vestiti, qualcosa che appartiene al passato, ma che basta un attimo per far tornare nel presente. Un profumo che hai paura di dimenticare, ma che in realtà fa parte di te. Come l’ansia e la gioia della scoperta dei regali, il saccone di Juta che Babbo Natale immancabilmente lasciava in sala da pranzo, vicino ai biscotti sbriciolati e la tazza vuota della colazione che gli avevamo lasciato noi. L’odore di Natale è quello del sacco di Juta.

Il tocco di questo Natale è ruvido come la corteccia di un albero. La corteccia di un tronco altissimo e grande, che non riesci a circondare neanche allargando tutte le braccia. Grande e solido, che ti ci puoi appoggiare e scivolando fino a terra senti quel raschiamento piacevole, che aiuta a mandare via il prurito e il fastidio di tutto quello che ti provoca malessere. E’ proprio così che mi piacerebbe appoggiarmi a questo Natale, per grattare via la pelle vecchia ed insieme tutte le scorie di quest’anno difficile.

Il gusto del Natale è un sapore antico, che torna dopo tanto tempo. Durante il pranzo di Natale, fra gli antipasti, mamma preparava sempre questi fagioli al sugo. A memoria mia non li ho mai mangiati al di fuori del giorno di Natale. Tutti gli altri giorni dell’anno sparivano in un limbo, per riapparire uguali a se stessi l’anno dopo. Sono grossi e bianchi, al mercato quando ho cercato di spiegare cosa volessi, la fruttivendola mi ha detto “ah sì, i ciavattoni!”. Ecco, quest’anno ritornano i ciavattoni. Ma solo per un giorno, poi rispariranno!

Anche il suono del Natale è un ritorno al passato. Quest’anno niente Michael Bublè (Fuck Christmas! come ha detto lui stesso a febbraio quando siamo a sentirlo in concerto ad Assago), niente Abba che hanno accompagnato gli ultimi Natali. Quest’anno la musica che mi risuona dentro sono i Pink Floyd: un gruppo che ho amato moltissimo e poi ho lasciato da parte. Per molto tempo non sono più riuscito ad ascoltarli, per la tristezza che mi facevano tornare su. Forse serviva proprio un Natale un po’ malinconico come questo per farmici riappacificare.

In definitiva, cari lettori ermeneutici, vi auguro di assaporare questo Natale, questo periodo di stacco dalla quotidianità, in tutte le sfaccettature possibili!

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La questione è chiara. O no?

A volte ancora riesco a stupirmi. Che di per sè non è male, perché significa che ancora si può rimanere sorpresi, ci si imbatte in qualcosa di insolito. Non abbiamo visto o sentito tutto, esiste qualcosa di nuovo. In questa vicenda della Ferragni però, quello che mi stupisce è lo stupore delle persone. Ma davvero pensavate che la Ferragni sponsorizzasse panettoni, pandori o uova di pasqua per fare beneficienza? Sul serio avete creduto di fare voi beneficienza comprando quei prodotti? Siete rimasti realmente scioccati nel sapere che dietro tutto questo la suddetta Ferragni ci guadavagna un sacco di soldi? Forse allora è arrivato il momento di svelarvi che la fatina dei denti era vostra madre! O che Zukenberg se ne sbatte dei vostri divieti di utilizzare le foto che pubblicate su facebook!

Battute a parte, da sempre chi sbandiera la beneficienza che fa, per me si è già autodefinito. Fedez e la Ferragni hanno fatto della loro vita una vetrina, più o meno assortita, di cose da esporre per metterle in vendita, ma è insisto nei loro personaggi. Mi auguro, ma soprattutto gli auguro, che dietro il marchio Ferragnez, Chiara e Federico siano persone autentiche, che magari fanno anche buone cose (perché no, anche beneficienza), ma appunto, al di fuori dei personaggi che si sono costruiti.

Distinguere le persone dai personaggi non è facile ed anzi l’identificazione diventa quasi automatica, ma forse, come tutte le cose scontate non è veritiera, è una riduzione di complessità che non rende giustizia della vera natura delle cose o in questo caso delle persone. Certo, poi ti viene il dubbio: nell’ultima intervista chi avrà chiesto scusa, la persona Chiara o il personaggio Ferragni? Ma soprattutto, cambia realmente qualcosa? I Ferragnez sono una moneta da tre euro e tornando allo stupore iniziale, la cosa più stupefecente è che sia una moneta di valore, con la quale hanno costruito una vera fortuna. Se il prezzo da pagare per questo è aver nascosto, cancellato, definitivamente screditato la Chiara e il Federico che ci sono dietro, in fondo la responsabilità è solo ed esclusivamente loro.

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Gobbo il padre, gobba la madre…

Non lo sapevo mica che il 57 nella smorfia napoletana rappresentasse il gobbo. Così a pelle direi che non mi ispira molta simpatia. Il 57 dico, non il gobbo. Che poverino, già è gobbo, poi pure antipatico no! Comunque siamo arrivati fin qui e quindi me lo deve far andar bene, almeno per i prossimi dodici mesi. Che poi, come per altro ho già scritto l’anno scorso e anche l’anno prima, non riesco mica tanto bene a capacitarmi di avere l’età che ho. Ma dai su, come 57? Era ieri che ne compivo 40! Forse la settimana scorsa 30 e tutt’al più il mese scorso 20. Dai, no 57 mi sembrano veramente troppi! Come è successo? Quando, soprattutto?

E’ il quando il problema. Perché quando te ne rendi conto potresti far finta che non è vero, potresti dissimulare, diventando anche un po’ ridicolo. Come quelli che si tingono i capelli o si gonfiano di acido ianuronico per togliere le rughe. D’altra parte come già detto, il 57 è il gobbo. Ma il problema della gobba è che sta dietro di noi. E magari non la vediamo. Non vogliamo vederla.

Come già per altro aveva intuito il buon Hegel è l’autocoscienza il problema. La consapevolezza! Dei 57 o se volete, della gobba. Che poi in fondo è lo stesso.

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Premesse di felicità

Ci sono cascato di nuovo, cantava il simpatico (!) Achille Lauro. Eh sì, lo sappiamo, nonostante tutti i buoni propositi, le ricadute sono sempre dietro l’angolo. Nonostante le migliori intenzioni, nonostante le esperienze passate ti suggeriscano strade alternative, nonostante discese ardite e poi risalite, si torna spesso sui propri passi e quello che avevi dato come superato si ripresenta e si ripropone. Un po’ come il pollo con i peperoni.

Bisogna dire che qualche attenuante ce l’ho. Ma d’altra parte chi non ce l’ha? Dico sul serio. Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre. Era crollata la casa. C’è stato un terremoto. Una tremenda inondazione. Le cavallette. Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!

La mia attenuante (e scusate se è poco) è stata la pandemia e la forzata clausura domestica. A quel punto avrei potuto impiegare il tempo frequentando un corso di taglio e cucito. Giardinaggio niente, avrei potuto dedicarmi all’astrofisica. Calcetto neanche a parlarne, avrei potuto riprendere in mano il Rocci provando finalmente a tradurre Senofonte come si deve. Avrei potuto approfittarne e ritirare fuori la collezione di francobolli, dedicarmi al modellismo, imparare il cinese. E invece no.

Invece ho deciso di rileggere, ritagliare e ricucire il blog, andando a ripescare i viaggi ermeneutici sul tema della felicità. E ne è venuto fuori questo

Non so voi, ma in quei folli mesi in cui sembrava stessimo vivendo una specie di esercitazione collettiva, tipo Grande Fratello, fra le paure e le incertezze, intrattenersi sul tema della felicità mi sembrava fosse un dilettevole (se non proprio utile) passatempo. Cosa ne è venuto fuori? Non saprei, fino a poco tempo fa non avevo idea di pubblicarlo, ma qualcuno lo ha letto e mi ha incoraggiato in questo senso. Non è un saggio, non è un romanzo, come dice il titolo, sono una serie di premesse (avrei voluto chiamarli “prolegomeni”, ma l’editore non è stato dello stesso avviso e alla fine mi ha convinto).

Premesse e non promesse, perché come scrivo lì, la felicità non si può promettere. Ci si può incamminare verso, ma non è detto che la si raggiunga. Premesse che sono quindi percorsi: indicazioni che vorrebbero accompagnare il lettore a trovare la propria strada. Come chi alza un braccio per indicare una direzione ad uno straniero di passaggio, per dare un’indicazione di viaggio. Perché in fondo, sempre di viaggi si tratta. Viaggi ermeneutici, ovviamente!

A breve qualche indicazione sulle presentazioni. In ogni caso già potete trovarlo sul sito portoseguro.it, su Amazon e sulla altre principali piattaforme di libri. Buona lettura!

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Consigli di lettura non richiesti. 32 / Lemaitre

Era un po’ che mancava questa rubrichetta e visto l’approssimarsi delle feste natalizie (datemi retta, regalate libri e non sbaglierete mai!), ho pensato che poteva essere utile qualche suggerimento, anche se ovviamente, non richiesto. Stavolta mi concentro su un unico autore che mi ha letteralmente stregato e che non riesco a smettere di leggere. Fortunatamente ha scritto molto e quasi tutto è stato tradotto in italiano, quindi posso alimentare questa passione ancora per un bel po’.

Si tratta di Pierre Lemaitre, autore francese come si intuisce già dal nome, che continua, rinnovandola, la fortunata tradizione dei romanzieri d’oltralpe, con una prosa elegante ed avvincente, personaggi di cui non puoi non innamorarti e trame sempre molto ben congeniate. Ed è tutto talmente perfetto che un solo libro non basta a contenere tutto: per apprezzarlo fino in fondo bisogna avere uno sguardo d’insieme più ampio. Ecco perché il suggerimento di oggi va alla sua trilogia: Ci rivediamo lassù, I colori dell’incendio, Il gran mondo. Romanzi che in realtà hanno una loro indipendenza e che quindi possono essere letti singolarmente, anche perché il secondo e il terzo non hanno praticamente alcun rapporto, sviluppando in modo autonomo delle linee narrative presenti nel primo (se proprio dovessi scegliere, partirei proprio dal terzo, forse il più bello di tutti).

Con il primo romanzo si parte dalla fine della prima guerra mondiale e dalle rovine che questa si lascia dietro, nelle cose e nelle persone. Si prosegue col secondo ambientato nel periodo fra le due guerre, quando ancora ci sono solamente dei vaghi presagi di quelle che dovrà accadere, per poi proiettarsi nel secondo dopoguerra, con il terzo romanzo che si apre, anche geograficamente, al mondo al di fuori dell’Europa.

Buona lettura!

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La radice del male

Non volevo scrivere nulla sulla tragica vicenda di Giulia. Non pensavo di riuscire ad aggiungere niente di nuovo al dolore e allo sdegno collettivo. Ieri però mi è capitato di ascoltare le parole del papà del ragazzo. Quello che mi ha colpito è stato il suo autentico disorientamento: “come ha fatto il mio cucciolo a diventare un mostro?“. Da papà di una splendida fanciulla, ovviamente, tremo di fronte alla cattiveria del mondo, alla cieca violenza che sembra sempre più presente nella nostra società e prego sempre l’Altissimo che non le accada mai nulla di così terribile. Ma da papà di un altrettanto splendido fanciullo, non può non colpirmi la domanda del papà di Filippo.

Giustamente ammetteva davanti ai microfoni i suoi errori, “qualcosa evidentemente abbiamo sbagliato“. Sì, certo, tutti noi genitori sbagliamo, ma cosa in particolare? Come si arirva a questo punto? Qui non ci troviamo di fronte a storie di emarginazione, di ignoranza, di droga o di violenza pregressa. La cronaca scava, gli sciacalli della falsa informazione sguazzano nel torbido per capire, per cercare un motivo, che però sembra non esserci. Un motivo che giustificherebbe, che darebbe una motivazione, seppur distorta e inaccettabile. Ma ancora più inaccettabile è proprio l’assenza di una qualsiasi radice che possa aver fatto crescere una pianta così malata.

Filippo sembra proprio uno degli amici dei miei figli, un ragazzo come tanti, che studia, fa sport. Come ha fatto a diventare così? Purtroppo non è nemmeno il caso isolato di un folle, perché dall’inizio dell’anno come ci ricordano i giornali, i casi di femminicidio sono moltissimi. Cosa stiamo sbagliando? Cosa possiamo fare per cambiare? Come dicevo nell’ultimo post sul bellissimo film della Cortellesi, sicuramente siamo figli di una cultura ancora troppo mascolinocentrica e per quanti progressi abbiamo fatto, tanti, troppi ancora ne dobbiamo fare. Ma non può essere solo quello.

Piero Pelù ha scritto “mi vergogno di essere uomo. Siamo tutti da rifare”. Sono d’accordo sul doversi ricostruire tutti quanti, un po’ meno sulla vergogna. Perché non basta, bisogna piuttosto assumersi responsabilità. La radice del male, che cresce anche in ambienti sani, che si nasconde dietro facce pulite, di ragazzi normali, non può essere solo la volontà di dominio del maschio tradito. Per quanto possa essere contraddetta dai fatti, io penso che la parità dei generi, soprattutto fra i giovani, sia un concetta condiviso. Se ti fermi a parlare con loro, che uomini e donne abbiano gli stessi diritti o che l’uomo non possa prevaricare la donna non è una cosa in discussione. Paradossalmente, forse neanche questo Filippo lo negherebbe. Qual è allora questa radice? Cos’è che non riusciamo far passare ai nostri figli per evitare queste tragedie?

Forse quello che non gli passiamo è quello che non abbiamo neanche noi. E non parlo del rispetto degli altri in generale e delle donne nello specifico. Parlo dell’accettare le sconfitte, i no, le delusioni, il fallimento. Accettare la fragilità delle nostre esistenze. Accettare che a volte le cose non vanno come vorremmo, che possiamo mettercela tutta, ma nonostante tutto il nostro impegno, tutti i nostri sforzi, possiamo fallire. Accettare, in fondo, che non solo non siamo padroni della vita degli altri (sopratutto di chi diciamo di amare), ma nemmeno padroni della nostra. Che questa vita, fallace, fallibile, fallita il puù delle volte, va accettata per quello che è. Gli insegniamo questo ai nostri figli? E prima di insegnarglielo, lo abbiamo compreso e accettato noi stessi?

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Paola, Giorgia e tutte le altre

E così sono andato anche io a vedere “E c’è ancora domani”. Bello, mi è piaciuto molto. Non sono e non voglio spacciarmi per un esperto di cinema, non so giudicare se sia davvero un omaggio al neorealismo, se la regia della Cortellesi sia stata eccellente o solo buona, ma sicuramente posso dire che è un gran bel film. Con una storia che ti prende, con un linguaggio che pur nella pesantezza dei temi riesce ad alleggerire l’atmosfera, con quel tocco di surreale che non guasta e soprattutto con un colpo di scena finale davvero ben riuscito. E mi fermo qui, perché non voglio spoilerare la trama per quei pochi che ancora non l’hanno visto. Ma andateci, perché ne vale la pena. Brava Paola! Mi piacevi prima e mi piaci ancora di più adesso.

Detto questo però la visione del film mi suggerisce alcuni pensieri di cui non riuscirei a fare una classifica dovessi dire quale sia quello più sconcertante. Ve li elenco senza ordine, miei cari viaggiatori ermeneutici, metteteli voi in fila come vi sembra più idoneo, rispondendo ad una semplice domanda: cosa vi sembra più stupefacente? Che meno di cent’anni fa le nostre nonne dovevano subire quello che viene così delicatamente, ma allo stesso tempo, crudelmente raccontato nel film? Che fino a 40 anni fa, con il delitto d’onore, uccidere la moglie adultera comportava una pena da 3 a 7 anni? Che ancora oggi in parecchie realtà, se la donna non sottostà ai voleri e agli umori del partner, rischia la vita (solo nel 2023 oltre novanta vittime)? Che ci sia una differenza così marcata fra le retribuzioni medie delle donne e degli uomini? Che nelle posizioni apicali delle aziende la percentuale femminile è sempre vicina allo zero? Che fare carriera significa quasi automaticamente rinunciare alla famiglia? O che l’unica donna che contraddice tutto quello che abbiamo detto sopra sia Giorgia Meloni?

Di Giorgia Meloni non condivido nulla. Non un pensiero, non un’idea, non un atteggiamento. Niente. Nè quando era all’opposizione, tantomeno oggi che ha l’incarico di governo. Ma in ottant’anni di storia repubblicana è l’unica donna ad essere diventata capo del governo. E proprio alla luce di quelle domande (che poi in realtà sono affermazioni incontrovertibili), non possiamo non essere contenti di lei. Ne seguiranno altre, probabilmente (o almeno io me lo auguro) migliori di lei, perché non è automatico che una donna sia migliore di un uomo. Non è automatico, ma forse, per certi versi sì. Perché sono abbastanza sicuro che se a capo di Russia e Ucraina o di Israele e di Hamas ci fossero state delle donne non staremmo dove siamo. Persino delle donne dello spessore politico della nostra Giorgia. Davvero quindi dobbiamo sperare che non sia troppo tardi e che ci sia ancora domani.

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Strani giorni, viviamo strani giorni

Nel giorno dei fantasmi e dei mostri, rispetto a zombi e vampiri, mi fanno molta più paura le persone che hanno soluzioni facili a problemi complessi. Chi ha la ragione dalla sua si sente autorizzato a qualsiasi atrocità, come la storia ormai ci avrebbe dovuto insegnare. Ma non impariamo mai.

D’altra parte, la notte delle streghe e dei morti viventi non è niente in confronto a una riforma costituzionale scritta da Giorgetta e company. Se siete amanti del brivido, se l’horror non vi spaventa, cari viaggiatori ermeneutici, fermatevi un attimo a pensare insieme la parola Costituzione e Salvini nella stessa frase. Altro che incubi!

E sempre a proposito di incubi, ieri notte, 30 ottobre, alle ore 23,30 a Roma c’erano 27 gradi. Magari non esattamente una mostruosità, ma neanche una bellezza.

E chiudiamo con una cosa che ho letto stamattina. A Padova, per la festa di Halloween, un alunno si è presentato a scuola vestito da nazista, con tanto di svastica, aquila e stivaloni. Ma la notizia non è questa. La notizia vera è che la giuria scolastica lo ha premiato per l’originalità del costume. I mostri sono vivi e lottano in mezzo a noi!

Mi lambivano suoni che coprirono rabbie e vendette di uomini con clave. Ma anche battaglie e massacri di uomini civili. L’uomo neozoico dell’era quaternaria. Strani giorni, viviamo strani giorni.

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Lasciamoci così, senza rancore

La mia relazione con l’Amaro Del Capo, durata molti anni, finisce qui. Lo ringrazio per gli anni splendidi che abbiamo trascorso insieme, per le difficoltà che abbiamo attraversato e per avermi regalato le serate etiliche più importanti della mia vita. Le nostre strade si sono divise da tempo, ed è arrivato il momento di prenderne atto.

Difenderò quello che siamo stati, difenderò la nostra amicizia, ma difenderò soprattutto e a ogni costo, il mio stomaco contro i bruciori notturni, come non ho fatto fin ora.

Non ho altro da dire su questo.

P.S. Tutti quelli che hanno sperato di indebolirmi colpendomi col reflusso esofageo, sappiano che per quanto l’amaro si prende dopo il dolce, il dolce rimane dolce e l’amaro non è poi tanto amaro, soprattutto se ci metti un cubetto di ghiaccio.

Mio fratello è figlio unico, perchè è convinto che nell’amaro benedettino non sta il segreto della felicità.