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Si chiama responsabilità

“Ma perché uno storico medievale, una figura pubblica importante che sta spesso in tv, si permette di parlare di riforma della magistratura, che certo non è la sua materia?”

“Ma perché il capo dei Vescovi italiani, invece di parlare di anime, dà indicazioni di voto, parlando di politica quando non è certo il suo campo?”

“Ma perché una legenda del rock fa comizi politici, scrivendo canzoni contro il presidente democraticamente eletto?”

“Ma perché l’allenatore di calcio più pagato al mondo, che allena la squadra più ricca d’Inghilterra e d’Europa, si permette di fare un appello per i bambini di Gaza?”

Leggo spesso sui social (e già qui parto male…sarebbe ora che li lasciassimo perdere ‘sti social!) frasi di questo tipo. Secondo questi ben pensanti siccome Barbero ha studiato storia medievale, non può avere un’opinione sul referendum. O Zuppi, essendo presidente della Cei non può essere legittimamente preoccupato della deriva autoritaria che porterebbe questa oscena riforma. Springsteen dovrebbe limitarsi alle canzonette e Guardiola agli schemi di attacco del Manchester City.

Ma per fortuna non è così. Per fortuna qualcuno ha ancora la voglia e il coraggio di esprimere un’opinione, anche scomoda, anche fuori dal coro. Ed è sacrosanto che lo faccia chi ha una sua visibilità, anche fuori da quel contesto, se nella sua coscienza sente che quel tema è importante. Si chiama responsabilità ed è quella che abbiamo verso noi stessi e verso gli altri, soprattutto se abbiamo un qualche ruolo importante o semplicemente una visibilità in grado di influenzare le opinioni altrui.

Che poi è esattamente lo stesso motivo per cui, se godi del privilegio di avere questa possibilità di influenzare le persone, dovresti comportarti in maniera irreprensibile. Ad esempio, se ricopri una posizione di vertice, non dovresti fare festini con allegre signorine o avere stallieri affiliati alla ‘ndrangheta. Ma questo è un altro discorso.

“Sì, io attualmente sono il presidente, d’accordo. Ma lui è e rimarrà sempre il Boss!”

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La befana vien di notte

Quindi ci sarebbe questa brutta vecchietta. Ma non solo brutta, bruttissima, una befana, che se ne va in giro di notte con questo freddo e per giunta con le scarpe rotte. Ma non se ne va in giro che so, con l’autista e un comodo macchinone no! Se ne va in giro a cavallo di una scopa. Questa vecchietta brutta come un rutto d’oca, le scarpe rotte, se ne va in giro di notte con questo freddo, a cavallo di una scopa, per regalare dolci e giocattoli ai bambini buoni. Solo a quelli buoni, perché a quelli cattivi calci in culo. No, scherzo, per quelli cattivi, carbone. Dicono che contro l’aereofagia sia un portento. Magari quei bambini resteranno carogne, ma almeno eviteranno di scoreggiare.

Oltre ad essere brutta come un cesto di fave, andare in giro con le scarpe rotte, con questo freddo, a cavallo di una scopa, dove li va a mettere questi dolcetti per i bambini buoni? Li mette dentro le calze. Ma certo! Chi non mette dentro le calze dolci o giocattoli? Un posto davvero calzante.

Ecco, noi siamo cresciuti credendo a questo personaggio. E io voglio ancora crederci. Stanotte mi mettero alla finestra e aspetterò fiducioso il passaggio di questa simpatica vecchietta, con la sua scopa e i suoi regali. Del resto, Trump crede che gli daranno il nobel per la pace e io non posso credere nella Befana?

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Più libri, più liberi

La pubblicità è l’anima del commercio, si diceva tempo fa. E in effetti, soprattutto nell’epoca dell’immagine, se non ti fai vedere, se non ti fai conoscere, di fatto, non esisti. Ora, alzi la mano chi prima di questa querelle mediatica conosceva la casa editrice “Passaggio al bosco”? Esatto! Nessuno. E probabilmente così sarebbe continuato ad essere se Zerocalcare non si faceva prendere dagli scrupoli di condividere lo spazio fieristico a Più libri, più liberi di questi giorni.

Non entro nel merito della scelta. I parenti te li trovi, gli amici te li scegli. Non so i colleghi di fiera se siano più assimilabili ai primi o ai secondi, ma in ogni caso partecipare alla stessa manifestazione non significa avere lo stesso pensiero o anche solo avere la stessa visione delle cose. Altrimenti non si potrebbe andare più allo stadio, per non dare credito agli ultrà. O a un corteo per non essere assimilati a eventuali manifestanti violenti.

Anche io, come i Blues Brothers, odio i nazisti dell’Illinois, ma non si può avere paura dei libri, non si possono censurare le idee, anche le più terribili, le più nefaste: bisogna combatterle con le opinioni, argomentando. Lasciamo agli altri il bruciare i libri!

Anzi, dirò di più, citiamole le assurdità che dicono, facciamo vedere i filmati del mascellone che spezza le reni alla Grecia o che dichiara guerra alle plutocrazie occidentali. Una risata vi seppellirà! Altro che censurarli, sputtaniamoli con le loro stesse assurdità. Perché comunque sia la conoscenza è la premessa della libertà, laddove l’ignoranza è invece il presupposto dell’ignoranza.

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Ma st’educazione sessuale, ce serve o nun ce serve?

E così la Lega ha aggiunto un’altra perla alla collezione di minchiate risultati controversi raggiunti da questo governo. Le giovini anime dei fanciulli resteranno preservate dalle teorie transgender, dal virus della morale liquida, dal sesso sfrenato, immacolate come mamma le fece. Mamma e papà, in realtà. Che in effetti dovrebbero essere i primi depositari dell’educazione (anche) sessuale dei loro pargoli. Poi capita l’ennesimo femminicidio, compiuto magari da un bravo ragazzo, di buona famiglia e tutti a dire “bisogna fare educazione sessuale nelle scuole!”.

La mia generazione è cresciuta per lo più totalmente sprovveduta rispetto a queste tematiche: non se ne parlava a scuola né tantomeno in famiglia. Eppure non mi sembra abbiamo avuto chissà quali traumi. D’altra parte imparare l’affettività lo si fa ogni giorno, guardando le persone che ci circondano, non credo sia indispensabile parlarne alla stregua della geografia o della matematica. Però magari mi sbaglio. Mi sembra che si demandi alla scuola cose che dovrebbero essere trasmesse soprattutto nell’ambito familiare. E ripeto, non tanto con le parole, quanto nei fatti. Ma davvero il bullismo, l’inclusione, l’accettazione delle diversità dovrebbero essere imparate come si fa per le provincie o per le equazioni? Non sono piuttosto principi, insegnamenti, valori che si imparano vivendo in un certo contesto?

Che poi, con la facilità con cui chiunque (quindi mi immagino soprattutto degli adolescenti curiosi) può avere accesso a materiali pornografici, non sarà certo un’ora a scuola che potrà turbare gli animi o scandalizzare. Anzi, forse parlarne in un contesto diverso può se non altro far capire che quella è un’altra cosa: che l’affettività e la sessualità non si trovano su Pornhub. Insomma, non farei una guerra di religione sull’educazione sessuale nelle scuole, non credo ne valga la pena. Non penso sia risolutiva, ma certamente non è dannosa. Soprattutto non credo sia uno di quegli argomenti in cui questo governo di cortigiani (si può dire cortigiani?) possa esprimere un parere sensato.

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Il paradosso della tolleranza

Dire che a Gaza si sta compiendo un genocidio non significa essere antisemiti. Affermare che Netanyahu va condannato per crimini contro l’umanità non significa essere nemici degli ebrei.  Riconoscere l’esistenza di uno Stato Palestinese non vuol dire sostenere i terroristi di Hamas.

Contrastare l’invasione di Gaza e la deportazione della popolazione Palestinese non dovrebbe essere un tema divisivo. Come pure fare in modo di interrompere in ogni modo la strage degli innocenti, impedire a tutti i costi che bambini continuino a morire di fame o sotto le bombe.

Popper parla del paradosso della tolleranza. Infatti, per quanto possa sembrare paradossale, per difendere la tolleranza non si può tollerare l’intolleranza. Una società tollerante non può e non deve tollerare l’intolleranza. Non si può e non si deve tollerare Netanyahu e nemmeno Hamas, perché sono due facce della stessa medaglia, in cui ognuna ha bisogno, si nutre e giustifica la sua esistenza solo nel confronto/scontro con l’altra.

Quello che è accaduto il 7 ottobre ci fa orrore e va condannato senza alcuna remora o giustificazione. Però adesso, cari viaggiatori ermeneutici, proviamo a fare un esperimento di fantasia. Proviamo ad immaginare la trama di un film con una storia ambientata nella Germania degli anni 40: un gruppo di ebrei si organizza e per contrastare i nazisti fa una strage in mezzo alla folla durante una sfilata militare, ammazzando centinaia di persone. Vi lascio con questo dubbio: siamo proprio sicuri che nel film verrebbero definiti terroristi?

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Stiamo lavorando per voi

Nella seconda settimana di maggio sono comparsi vicino casa nastri biancorossi a circondare le strade, con cartelli di indicazioni sui prossimi lavori che riguardavano la rete elettrica. Tralasciamo il fatto che dai 7 giorni indicati nei cartelli ce ne hanno messi più di 20, non consideriamo i disagi alla viabilità e soprattutto ai parcheggi in questi 20 giorni, auguriamoci che qualche anima santa arriverà a ripristinare il manto stradale che oggi sembra un puzzle di un famoso formaggio elvetico. Quello che mi è rimasto impresso più di ogni altra cosa è l’ultima scritta sull’avviso: “Stiamo lavorando per voi”. Come a dire. Sì, vi stiamo rendendo la vita impossibile, ma fidatevi, che è per il vostro bene.

Ecco, in pratica è un po’ la stessa cosa di quando chi ti governa ti dice “non andate a votare, state tranquilli che stiamo lavorando per voi”. Dopo di che, tralasciamo i 4 quesiti sul lavoro, che effettivamente avevano lo stesso grado di chiarezza delle indicazioni per trovare l’uscita della stazione sotterranea di Bologna, ma sul 5 quesito, quella sulla cittadinanza, va fatta una riflessione. Se un terzo dei votanti, sfidando gli inviti di chi lavora per noi, noncuranti della bella giornata da trascorrere al mare, si sono impegnati per andare ai seggi e hanno votato no, significa che qualcosa non torna.

Anche qui, tralasciamo il fatto che nei principali Paesi europei sono sufficienti 5 anni di lavoro stabile per avere la cittadinanza, non consideriamo che siamo al penultimo posto in Europa (davanti solo all’Ungheria) per numero di immigrati che chiedono asilo, ma probabilmente non è stata compresa il significato autentico della questione. Un po’ come quel tizio che una volta alla domanda di una donna “Sai come farmi raggiungere l’orgasmo?” rispose “Mi dispiace, non sono del posto”. Noi non dobbiamo accogliere ed integrare gli immigrati perché siamo buoni. Quei discorsi lasciamoli fare a chi effettivamente può farli. Non siamo buoni, non siamo altruisti, non li dobbiamo accogliere per spirito caritatevole. Li dobbiamo integrare perché è l’unica possibile salvezza ai conti futuri del nostro Paese.

Se la destra e i vari populisti che oggi stanno esultando come Giggi D’Alessio dopo lo scudetto del Napoli hanno gioco facile nel soffiare sul fuoco dell’ignoranza e della paura è perché la sinistra non ha saputo spiegare la vera posta in gioco. E’ perché un fenomeno come questo, che né la storia, né la geografia potrà limitare, va governato, vanno date regole certe, contrastando il malaffare che ostacola la civile convivenza. Chiedendo integrazione autentica, senza scappatoie, senza nascondere la polvere sotto i tappeti. E’ facile essere accoglienti abitando ai Parioli, quando gli unici extracomunitari che conosci sono le badanti filippine in libera uscita il giovedì pomeriggio. Governare le periferie, essere presenti là dove ci sono i problemi autentici, con fermezza, senza fare sconti a nessuno. E forse la prossima volta cominceremo a lavorare per noi, senza delegare nessun altro.

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La forza del diritto contro il diritto della forza

Gli Stati Uniti, dalla loro costituzione nel 1776, sono stati in guerra il 93% del tempo, 232 dei 249 anni della loro esistenza. Il periodo più lungo in cui non hanno partecipato a qualche guerra in giro per il mondo è stato il quinquennio tra il 1935 e il 1941, periodo di isolamento derivato dalla crisi economica da cui (per fortuna) uscirono nel 1941 dopo l’attacco di Perl Harbour.

E’ un dato sconvolgente, solo in parte. Al loro interno gli USA hanno compiuto il genocidio più sanguinoso della storia (tra i 60 e gli 80 milioni di nativi) e per sviluppare la loro economia hanno realizzato il più grande commercio di schiavi conosciuto. Certo, tutto questo cozza terribilmente con l’immagine della nazione paladina della libertà e della democrazia che libri, cinema, musica, teatro ci hanno raccontato per anni. Ma a ben pensarci quello che è successo la scorsa settimana alla Casa Bianca non può stupire più di tanto. Ovviamente non c’è nessuna volontà di pace nel comportamento di Trump. Zalensky era una figura utile per le strategie dei democratici, cambiata amministrazione cambiano gli obiettivi e gli americani andranno a portare la democrazia altrove. E la povera Ucraina dovrà sottostare alle condizioni imposte dai più forti, sia amici che nemici.

Da una parte però c’è un precedente illustre. Durante la guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, nel 416 a.C. gli ateniesi diedero un ultimatum agli abitanti dell’isola di Melo: prendere parte al conflitto come loro alleati o perire.  Lo storico Tucidide ricostruisce il dialogo tra gli ateniesi e gli ambasciatori dei Melii per discutere un accordo. La difesa dei Melii, del loro diritto alla neutralità, si fonda su un criterio di giustizia condivisa; gli ateniesi negano invece il valore di qualunque regola o patto che non tenga conto della disparità di forze. “Noi non perderemo tempo con lunghe parole e belle frasi, pretendiamo invece che si proceda secondo la nostra convinzione: noi siamo convinti che il diritto è riconosciuto quando c’è una uguale necessità per le due parti, quando invece una delle parti è più forte fa quello che vuole e chi è più debole cede”.

Per questo sarebbe importante un’Europa forte ed unita, che tenga la barra dritta e continui a difendere la forza del diritto contro il diritto della forza, i principi, i valori, le idee di libertà e uguaglianza di tutti, non solo dei più forti. I principi della democrazia, che ripudia braccia tese, regimi liberticidi, politiche razziste e di sopraffazione, come ha ricordato anche Lech Walesa, eroe di Solidarnosc nel suo appello per l’Ucraina.

Il rifiuto degli abitanti di Melo darà luogo a una punizione esemplare da parte degli ateniesi, uno degli episodi più tragici della guerra: la distruzione della città, l’uccisione di tutti gli uomini e la deportazione come schiavi di donne e bambini. Ma se la storia insegna qualcosa, andrebbe tenuto a mente che l’esito finale della guerra del Peloponneso vide la sconfitta di Atene e l’inizio della sua decadenza come potenza politica.

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Un faro nella notte

Dobbiamo aver paura del passato che ritorna? Dobbiamo realmente temere i nostalgici di un orrore che pensavamo ormai superato? Ci sono sempre stati casi più o meno isolati, sparute minoranze di revisionisti, ma come le sette sataniche non si sognavano neanche lontanamente di uscire alla luce del sole, in qualche modo forse consapevoli loro stessi dell’abominio delle loro idee.

Francamente non ho paura di loro, non credo possano neanche lontanamente ripetere gli orrori dei loro predecessori, ma in ogni caso il loro sdoganamento, il fatto stesso che siano diventati ammissibili, lo trovo preoccupante e allo stesso tempo esemplificativo dei tempi che viviamo. Quanto male hanno fatto i governanti, di qualsiasi fazione politica, per far sì che una parte significativa dell’elettorato in quasi tutti i Paesi Europei si rivolga a questi fantasmi del passato? E quanta ignoranza culturale, politica, civica è presente per far sì che questi elettori possano pensare che votare per questi soggetti possa essere una soluzione ai loro problemi?

I disastri di chi ha governato, unito all’ignoranza degli elettori è una miscela esplosiva che non giustifica, ma fa capire come siamo arrivati fin qui e dove ancora purtroppo potremmo arrivare, se non interveniamo. E nell’epoca della manipolazione delle informazioni, dei tuttologi esperti dei social purtroppo è fin troppo facile soffiare nel fuoco del malcontento e dell’ignoranza, che si alimentano a vicenda in un circolo vizioso. Ma chi ci guadagna?

Esiste un’ora dove il buio della notte avvolge tutti i colori e li annulla, li cancella e li confonde alimentando una condizione di paura irrazionale che coinvolge tutto. E in quel momento purtroppo non serve provare a spiegare, evidenziare le mille contraddizioni. Alice Weidel, leader dei neo nazisti tedeschi, strenua difensore dei valori e della famiglia tradizionali, appassionata nemica dell’immigrazione e dell’integrazione razziale, è gay e ha una moglie dello Sry Lanka. Ma anche Hitler era vegetariano e amava gli animali. Anche un orologio rotto due volte al giorno segna l’ora esatta.

Non possiamo voltarci dall’altra parte facendo finta di nulla, ma non serve a nulla gridare allo sdegno se prima non si accende una luce, un faro che illumini e restituisca i colori autentici alle cose. Un faro che chiarisca chi ci guadagna davvero a spegnere ogni luce, a confondere verità e bugie, aggrediti ed aggressori. Un faro che dia una scossa alle persone e li risvegli dagli incubi in cui stanno precipitando.



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E fu sera e fu mattino. Teogonia trumpiana

Lunedì. Ci riprenderemo il canale di Panama
Martedì. Annetteremo la Groenlandia
Mercoledì. Il Canada diventerà il cinquantunesimo Stato
Giovedì. Occuperemo Gaza e ne faremo la riviera del Medio Oriente
Venerdì. Faremo finire la guerra in Ucraina in cambio di 500 miliardi di terre rare Sabato. Metteremo i dazi con la Cina, il Messico, l’Unione Europea

La domenica, con un abbronzatura da far invidia a Carlo Conti, si riposò per andare i vedere il Superbowl. Peccato che i suoi Kansas City Chiefs persero in finale contro gli Eagles Philadelphia. Ma questo solo perché lui si era limitato a tifare e non era sceso in campo.

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E allora le foibe? E altre indignazioni a comando

Non so voi, ma io non sopporto più quest’uso strumentale di una tragedia, queste indignazioni a comando, che si accendono e si spengono a seconda di dove tira il vento. E ahimè questo vezzo viene indistintamente da destra e da sinistra, in un’assurda gara a chi ha la colpa maggiore (gli altri) e chi più merita solidarietà (noi o più in generale, i nostri). Perché non condannare ogni sopruso, ogni violenza, senza trovare una giustificazione? Proprio non riusciamo a solidarizzare con le vittime senza distinzioni?

Ma trovare giustificazioni, creare parallelismi o pensare ci siano nessi di causa ed effetto è sbagliato. E’ sempre sbagliato. E’ sempre un giustificare l’ingiustificabile. Nessuno è meno colpevole delle sue azioni solo perché ce ne sono state altre prima. Non c’è motivazione che tenga di fronte all’orrore. E ricordarne solo alcuni, dimenticandone coscientemente altri, non aiuta a ristabilire la verità o la giustizia.

O ancora meglio la com-passione. Perché invece è questo che dovremmo fare: sentire su di noi la passione per l’altro, ebreo, palestinese, giuliano dalmata, tibetano, armeno, libanese, curdo, kossovaro e tutti gli altri. Nessuno escluso. Nessuno accettabile, nessuno giustificabile, nessuno ammissibile. Perché se solo ne giustificassimo uno, se solo ammettessimo che sì, in fondo hanno ragione loro a fare quello che fanno, nessuno sarebbe più innocente. Ma invece il carnefice ha sempre torto, sempre, in qualsiasi contesto, anche fosse stato a suo volta vittima in precedenza. Giustificarne uno significherebbe cancellare con un colpo di spugna anche tutti gli altri. Ma è tanto difficile capirlo?