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Anche gli uccelli faranno ritorno

Con la sobrietà e il rigore che la contraddistinguono la nostra immarcescibile Presidente del Consiglio, ci ha illuminato sugli effetti di un’eventuale inopinata vittoria del NO, al prossimo referendum. “Se vince il no avremo figli strappati alle madri, gli immigrati illegali, i pedofili e gli stupratori saranno rimessi in libertà“. E solo perché Voldemort ormai è fuori dai giochi e Hannibal Lecter è diventato vegetariano, altrimenti…

Ma non vi ha detto tutto, perché non voleva turbare le vostre anime innocenti. In realtà è un fatto ormai acclarato che con la vittoria del NO i giudici comunisti ricominceranno a mangiare bambini. Perché secondo voi a quella bucolica famiglia del bosco hanno tolto i bambini? Ancora non avete capito? Inoltre la vittoria del NO, del rosso NO, farà aumentare il colesterolo e i diverticoli. Non ci credete? Di che colore è la carne? Rossa, aumento del colesterolo. I semi dei pomodori infiammano i diverticoli. E di che coloro sono i pomodori?

D’altra parte Il Giornale (che com’è noto non è libero, mentre Libero non è un giornale), non poteva tacere una verità incontrovertibile: se vince il NO ad avvantaggiarsene saranno gli islamici. E voi, perplessi viaggiatori ermeneutici vi chiederete, ma che minchia c’entrano gli islamici con il referendum? Ve lo spiego io: perché in arabo “no” si pronuncia “lè”, mentre “sì” si pronuncia “Naam”. Dai, obiettivamente il sì è più complicato, è ovvio che loro preferiscono che vinca il NO, non ci sono mica dubbi.

Al contrario, i sodali della premier si sono spesi per diffondere i grandi benefici che arriveranno dalla vittoria del SI’. La Bartolozzi ci assicura che la vittoria “aiuterà a far fuori la magistratura” (meno male, ero un po’ in pensiero) e ha aggiunto che “le aziende torneranno ad investire e i giovani che vanno via torneranno a fidarsi“. Poi, a microfoni spenti, ha aggiunto che favorirà la ricrescita dei capelli, farà smettere di russare, ogni Cristo scenderà dalla croce, anche gli uccelli faranno ritorno!

Da parte sua Bocchino ha assicurato che “non verranno più arrestati indagati che poi verranno assolti“. E’ così: il sì avrà effetti divinatori. Chi voterà sì sarà in grado di prevedere le prossime uscite del Lotto e persino chi vincerà il prossimo festival di Sanremo. D’altra parte, come si intitola la canzone che ha vinto quest’anno? E secondo voi è un caso?

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Io speriamo che ce la faccio

E’ un grigio lunedì di mezzo inverno, hai davanti a te una lunga settimana di lavoro, nuvole e scartoffie. Ti senti come Sandy quando Danny Zuko non se la filava per andare appresso a quelle strappone delle Pink Lady. Dentro di te hai tante potenzialità, tanta voglia di arrivare, ma tutto rema contro. Un po’ come la Lazio di quest’anno, contestazioni, infortuni arbitri cornuti, non ne va bene una.

Sandy almeno era bionda, tu neanche quello. Samantha Cristoforetti, nonostante quel nome con la th che non aiuta, fa l’astronauta, è laureata in ingegneria aerospaziale, Maria Corina Machado vince il premio Nobel per la pace, rischia la vita ogni giorno è una guida per tutti i venezuelani. Dove vuoi andare tu? Che traguardi puoi raggiungere?

Però poi leggi sul giornale di questa signora che si chiama Kristi Noem e che da gennaio 2025 è il Segretario della Sicurezza Interna degli Stati Uniti d’America, prima donna governatore del South Dakota (dal 2019 al 2025), elemento di spicco del movimento Maga, nonché grande sostenitrice di Trump. Quando pensi di essere ignorante, di non essere all’altezza, di non riuscire ad arrivare, pensa a lei: Kristi ce l’ha fatta, ce la puoi fare anche tu!

P.S. Ovviamente la frase riportata nell’immagine è un meme, inventato da qualche comico americano. Un meme molto ben riuscito perché alcune dichiarazioni della suddetta sull’aborto, sull’immigrazione o sull’uso delle armi (famosa quella in cui spiega di aver dovuto sparare al proprio cagnolino perché troppo indisciplinato) sono molto peggio della boiata riportata nella vignetta.

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Perché voterò no

Comincio col dire di non essere un amante dello strumento referendario. Abusato, strumentalizzato, il più delle volte chiama le persone “comuni” ad esprimersi su tematiche specifiche, su cui nemmeno grandi esperti e conoscitori della materia hanno un’opinione certa. Non mi stupisco che gran parte dei referendum finisca con un nulla di fatto. Ma non è questo il caso. Anche stavolta in realtà la questione è molto complessa e richiederebbe una conoscenza che non è detto sia a disposizione di tutta la cittadinanza. Sarebbe stato molto meglio che la signora Maria e il sor Giuseppe avessero continuato ad interessarsi di San Remo e del campionato di calcio piuttosto che entrare nel merito di una riforma sulla quale fior fiore di giuristi la pensano in maniera diametralmente opposta.

E questo è il primo motivo per votare no. Le regole costituzionali sono state scritte da tutti, da Togliatti e De Gasperi che avevano visioni politiche (ma direi visioni del mondo) totalmente contrastanti. Eppure si misero intorno ad un tavolo, con i socialisti, i repubblicani, i liberali, anche essi portatori di visioni molto diverse, per stabilire delle regoli comuni. Nulla è eterno e non c’è niente che non sia perfettibile, ma che una sola parte, al momento maggioritaria, possa modificare profondamente queste regole la trovo una forzatura sbagliata e pericolosa.

Il secondo motivo per votare no è questo. Siamo chiamati ad esprimerci su una vera e propria rivoluzione delle regole, spacciandola per una questione secondaria. Anzi peggio, proponendola come un miglioramento di cose (ad esempio i tempi della giustizia) che non verranno minimamente toccate dall’eventuale vittoria dei proponenti.

Ed entriamo nel merito delle modifiche, prima fra tutte la separazione delle carriere. Non starò a dire che di fatto già esiste (lo 0,3 dei magistrati cambia da giudice a procuratore e comunque lo può fare una sola volta nella sua vita e solo entro i primi dieci anni di attività). La riforma raddoppierebbe il CSM, separando gli uni dagli altri, che avrebbero quindi anche un percorso formativo diverso. Ed è proprio su questo che sono fortemente contrario. Questa separazione, che viene venduta come la chiave di volta per avere giudici non influenzati dalle procure, di fatto creerebbe degli avvocati dell’accusa. Oggi il magistrato inquirente ha una formazione e una mentalità che dovrebbe orientarlo al di sopra delle parti: porta avanti il lavoro inquirente, ma con una formazione che potrebbe portarlo ad archiviare un caso che non ha i necessari requisiti per essere rimandato a giudizio. Facciamo il paragone con l’avvocato di difesa: che deve difendere anche l’indifendibile, che non deve tenere in considerazione se il suo assistito sia colpevole o innocente. Deve difenderlo a prescindere. E noi vorremmo che anche il procuratore che indaga su di noi si comportasse così? Leggo che in molti Paesi esteri la due figure sono distinte, ma questo cosa ci aggiunge? Gli inglesi mangiano la pizza con l’ananas e i francesi non hanno il bidè. Infine, se questo fosse davvero l’obiettivo, si poteva ottenere senza stravolgere il dettato costituzionale, con una semplice riforma autonoma.

Un altro no, forte e deciso lo dico al sorteggio come metodo con cui si pensa di sostituire la composizione dei membri del CSM. I sostenitori del Sì dicono che in questo modo si contrasta il pericolo che le correnti possano nominare solo membri raccomandati. Che sarebbe come dire, poiché nei concorsi pubblici c’è il rischio che ci siano raccomandati, i posti a disposizione mettiamoli in palio con una lotteria: primo premio e vinci una cattedra all’Università, secondo premio diventi primario all’ospedale. E’ la regola dell’uno vale uno, contraria a qualsiasi spirito meritocratico. Uno vale uno non funziona neanche il giovedì sera per fare le squadre di calcetto!

Ultimo, ma non certo meno importante motivo per votare no è che questa riforma non ridurrà i tempi della giustizia, né garantirà una maggiore tutela dell’imputato, ma in compenso incrinerà l’autonomia del potere giudiziario che sarà maggiormente soggetto al potere esecutivo. Un CSM dimezzato, i cui membri saranno scelti a sorteggio e quindi non dovranno rispondere a nessuno del loro operato, non più presieduto dal Presidente della Repubblica, ma da un rappresentante scelto dal governo, sarà decisamente depotenziato e di fatto molto più influenzabile dall’esecutivo.

Tralascio le polemiche sul chi vota chi o sul cambio di opinione di qualcuno, polemiche strumentali che non spostano di un millesimo i termini della questione. Raramente sono stato così convinto da che parte stare, a prescindere dallo schieramento che porta avanti le ragioni dell’uno o dell’altro. Mi auguro che anche la maggioranza delle persone lo sia.

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Si chiama responsabilità

“Ma perché uno storico medievale, una figura pubblica importante che sta spesso in tv, si permette di parlare di riforma della magistratura, che certo non è la sua materia?”

“Ma perché il capo dei Vescovi italiani, invece di parlare di anime, dà indicazioni di voto, parlando di politica quando non è certo il suo campo?”

“Ma perché una legenda del rock fa comizi politici, scrivendo canzoni contro il presidente democraticamente eletto?”

“Ma perché l’allenatore di calcio più pagato al mondo, che allena la squadra più ricca d’Inghilterra e d’Europa, si permette di fare un appello per i bambini di Gaza?”

Leggo spesso sui social (e già qui parto male…sarebbe ora che li lasciassimo perdere ‘sti social!) frasi di questo tipo. Secondo questi ben pensanti siccome Barbero ha studiato storia medievale, non può avere un’opinione sul referendum. O Zuppi, essendo presidente della Cei non può essere legittimamente preoccupato della deriva autoritaria che porterebbe questa oscena riforma. Springsteen dovrebbe limitarsi alle canzonette e Guardiola agli schemi di attacco del Manchester City.

Ma per fortuna non è così. Per fortuna qualcuno ha ancora la voglia e il coraggio di esprimere un’opinione, anche scomoda, anche fuori dal coro. Ed è sacrosanto che lo faccia chi ha una sua visibilità, anche fuori da quel contesto, se nella sua coscienza sente che quel tema è importante. Si chiama responsabilità ed è quella che abbiamo verso noi stessi e verso gli altri, soprattutto se abbiamo un qualche ruolo importante o semplicemente una visibilità in grado di influenzare le opinioni altrui.

Che poi è esattamente lo stesso motivo per cui, se godi del privilegio di avere questa possibilità di influenzare le persone, dovresti comportarti in maniera irreprensibile. Ad esempio, se ricopri una posizione di vertice, non dovresti fare festini con allegre signorine o avere stallieri affiliati alla ‘ndrangheta. Ma questo è un altro discorso.

“Sì, io attualmente sono il presidente, d’accordo. Ma lui è e rimarrà sempre il Boss!”

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La befana vien di notte

Quindi ci sarebbe questa brutta vecchietta. Ma non solo brutta, bruttissima, una befana, che se ne va in giro di notte con questo freddo e per giunta con le scarpe rotte. Ma non se ne va in giro che so, con l’autista e un comodo macchinone no! Se ne va in giro a cavallo di una scopa. Questa vecchietta brutta come un rutto d’oca, le scarpe rotte, se ne va in giro di notte con questo freddo, a cavallo di una scopa, per regalare dolci e giocattoli ai bambini buoni. Solo a quelli buoni, perché a quelli cattivi calci in culo. No, scherzo, per quelli cattivi, carbone. Dicono che contro l’aereofagia sia un portento. Magari quei bambini resteranno carogne, ma almeno eviteranno di scoreggiare.

Oltre ad essere brutta come un cesto di fave, andare in giro con le scarpe rotte, con questo freddo, a cavallo di una scopa, dove li va a mettere questi dolcetti per i bambini buoni? Li mette dentro le calze. Ma certo! Chi non mette dentro le calze dolci o giocattoli? Un posto davvero calzante.

Ecco, noi siamo cresciuti credendo a questo personaggio. E io voglio ancora crederci. Stanotte mi mettero alla finestra e aspetterò fiducioso il passaggio di questa simpatica vecchietta, con la sua scopa e i suoi regali. Del resto, Trump crede che gli daranno il nobel per la pace e io non posso credere nella Befana?

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Più libri, più liberi

La pubblicità è l’anima del commercio, si diceva tempo fa. E in effetti, soprattutto nell’epoca dell’immagine, se non ti fai vedere, se non ti fai conoscere, di fatto, non esisti. Ora, alzi la mano chi prima di questa querelle mediatica conosceva la casa editrice “Passaggio al bosco”? Esatto! Nessuno. E probabilmente così sarebbe continuato ad essere se Zerocalcare non si faceva prendere dagli scrupoli di condividere lo spazio fieristico a Più libri, più liberi di questi giorni.

Non entro nel merito della scelta. I parenti te li trovi, gli amici te li scegli. Non so i colleghi di fiera se siano più assimilabili ai primi o ai secondi, ma in ogni caso partecipare alla stessa manifestazione non significa avere lo stesso pensiero o anche solo avere la stessa visione delle cose. Altrimenti non si potrebbe andare più allo stadio, per non dare credito agli ultrà. O a un corteo per non essere assimilati a eventuali manifestanti violenti.

Anche io, come i Blues Brothers, odio i nazisti dell’Illinois, ma non si può avere paura dei libri, non si possono censurare le idee, anche le più terribili, le più nefaste: bisogna combatterle con le opinioni, argomentando. Lasciamo agli altri il bruciare i libri!

Anzi, dirò di più, citiamole le assurdità che dicono, facciamo vedere i filmati del mascellone che spezza le reni alla Grecia o che dichiara guerra alle plutocrazie occidentali. Una risata vi seppellirà! Altro che censurarli, sputtaniamoli con le loro stesse assurdità. Perché comunque sia la conoscenza è la premessa della libertà, laddove l’ignoranza è invece il presupposto dell’ignoranza.

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Ma st’educazione sessuale, ce serve o nun ce serve?

E così la Lega ha aggiunto un’altra perla alla collezione di minchiate risultati controversi raggiunti da questo governo. Le giovini anime dei fanciulli resteranno preservate dalle teorie transgender, dal virus della morale liquida, dal sesso sfrenato, immacolate come mamma le fece. Mamma e papà, in realtà. Che in effetti dovrebbero essere i primi depositari dell’educazione (anche) sessuale dei loro pargoli. Poi capita l’ennesimo femminicidio, compiuto magari da un bravo ragazzo, di buona famiglia e tutti a dire “bisogna fare educazione sessuale nelle scuole!”.

La mia generazione è cresciuta per lo più totalmente sprovveduta rispetto a queste tematiche: non se ne parlava a scuola né tantomeno in famiglia. Eppure non mi sembra abbiamo avuto chissà quali traumi. D’altra parte imparare l’affettività lo si fa ogni giorno, guardando le persone che ci circondano, non credo sia indispensabile parlarne alla stregua della geografia o della matematica. Però magari mi sbaglio. Mi sembra che si demandi alla scuola cose che dovrebbero essere trasmesse soprattutto nell’ambito familiare. E ripeto, non tanto con le parole, quanto nei fatti. Ma davvero il bullismo, l’inclusione, l’accettazione delle diversità dovrebbero essere imparate come si fa per le provincie o per le equazioni? Non sono piuttosto principi, insegnamenti, valori che si imparano vivendo in un certo contesto?

Che poi, con la facilità con cui chiunque (quindi mi immagino soprattutto degli adolescenti curiosi) può avere accesso a materiali pornografici, non sarà certo un’ora a scuola che potrà turbare gli animi o scandalizzare. Anzi, forse parlarne in un contesto diverso può se non altro far capire che quella è un’altra cosa: che l’affettività e la sessualità non si trovano su Pornhub. Insomma, non farei una guerra di religione sull’educazione sessuale nelle scuole, non credo ne valga la pena. Non penso sia risolutiva, ma certamente non è dannosa. Soprattutto non credo sia uno di quegli argomenti in cui questo governo di cortigiani (si può dire cortigiani?) possa esprimere un parere sensato.

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Il paradosso della tolleranza

Dire che a Gaza si sta compiendo un genocidio non significa essere antisemiti. Affermare che Netanyahu va condannato per crimini contro l’umanità non significa essere nemici degli ebrei.  Riconoscere l’esistenza di uno Stato Palestinese non vuol dire sostenere i terroristi di Hamas.

Contrastare l’invasione di Gaza e la deportazione della popolazione Palestinese non dovrebbe essere un tema divisivo. Come pure fare in modo di interrompere in ogni modo la strage degli innocenti, impedire a tutti i costi che bambini continuino a morire di fame o sotto le bombe.

Popper parla del paradosso della tolleranza. Infatti, per quanto possa sembrare paradossale, per difendere la tolleranza non si può tollerare l’intolleranza. Una società tollerante non può e non deve tollerare l’intolleranza. Non si può e non si deve tollerare Netanyahu e nemmeno Hamas, perché sono due facce della stessa medaglia, in cui ognuna ha bisogno, si nutre e giustifica la sua esistenza solo nel confronto/scontro con l’altra.

Quello che è accaduto il 7 ottobre ci fa orrore e va condannato senza alcuna remora o giustificazione. Però adesso, cari viaggiatori ermeneutici, proviamo a fare un esperimento di fantasia. Proviamo ad immaginare la trama di un film con una storia ambientata nella Germania degli anni 40: un gruppo di ebrei si organizza e per contrastare i nazisti fa una strage in mezzo alla folla durante una sfilata militare, ammazzando centinaia di persone. Vi lascio con questo dubbio: siamo proprio sicuri che nel film verrebbero definiti terroristi?

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Stiamo lavorando per voi

Nella seconda settimana di maggio sono comparsi vicino casa nastri biancorossi a circondare le strade, con cartelli di indicazioni sui prossimi lavori che riguardavano la rete elettrica. Tralasciamo il fatto che dai 7 giorni indicati nei cartelli ce ne hanno messi più di 20, non consideriamo i disagi alla viabilità e soprattutto ai parcheggi in questi 20 giorni, auguriamoci che qualche anima santa arriverà a ripristinare il manto stradale che oggi sembra un puzzle di un famoso formaggio elvetico. Quello che mi è rimasto impresso più di ogni altra cosa è l’ultima scritta sull’avviso: “Stiamo lavorando per voi”. Come a dire. Sì, vi stiamo rendendo la vita impossibile, ma fidatevi, che è per il vostro bene.

Ecco, in pratica è un po’ la stessa cosa di quando chi ti governa ti dice “non andate a votare, state tranquilli che stiamo lavorando per voi”. Dopo di che, tralasciamo i 4 quesiti sul lavoro, che effettivamente avevano lo stesso grado di chiarezza delle indicazioni per trovare l’uscita della stazione sotterranea di Bologna, ma sul 5 quesito, quella sulla cittadinanza, va fatta una riflessione. Se un terzo dei votanti, sfidando gli inviti di chi lavora per noi, noncuranti della bella giornata da trascorrere al mare, si sono impegnati per andare ai seggi e hanno votato no, significa che qualcosa non torna.

Anche qui, tralasciamo il fatto che nei principali Paesi europei sono sufficienti 5 anni di lavoro stabile per avere la cittadinanza, non consideriamo che siamo al penultimo posto in Europa (davanti solo all’Ungheria) per numero di immigrati che chiedono asilo, ma probabilmente non è stata compresa il significato autentico della questione. Un po’ come quel tizio che una volta alla domanda di una donna “Sai come farmi raggiungere l’orgasmo?” rispose “Mi dispiace, non sono del posto”. Noi non dobbiamo accogliere ed integrare gli immigrati perché siamo buoni. Quei discorsi lasciamoli fare a chi effettivamente può farli. Non siamo buoni, non siamo altruisti, non li dobbiamo accogliere per spirito caritatevole. Li dobbiamo integrare perché è l’unica possibile salvezza ai conti futuri del nostro Paese.

Se la destra e i vari populisti che oggi stanno esultando come Giggi D’Alessio dopo lo scudetto del Napoli hanno gioco facile nel soffiare sul fuoco dell’ignoranza e della paura è perché la sinistra non ha saputo spiegare la vera posta in gioco. E’ perché un fenomeno come questo, che né la storia, né la geografia potrà limitare, va governato, vanno date regole certe, contrastando il malaffare che ostacola la civile convivenza. Chiedendo integrazione autentica, senza scappatoie, senza nascondere la polvere sotto i tappeti. E’ facile essere accoglienti abitando ai Parioli, quando gli unici extracomunitari che conosci sono le badanti filippine in libera uscita il giovedì pomeriggio. Governare le periferie, essere presenti là dove ci sono i problemi autentici, con fermezza, senza fare sconti a nessuno. E forse la prossima volta cominceremo a lavorare per noi, senza delegare nessun altro.

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La forza del diritto contro il diritto della forza

Gli Stati Uniti, dalla loro costituzione nel 1776, sono stati in guerra il 93% del tempo, 232 dei 249 anni della loro esistenza. Il periodo più lungo in cui non hanno partecipato a qualche guerra in giro per il mondo è stato il quinquennio tra il 1935 e il 1941, periodo di isolamento derivato dalla crisi economica da cui (per fortuna) uscirono nel 1941 dopo l’attacco di Perl Harbour.

E’ un dato sconvolgente, solo in parte. Al loro interno gli USA hanno compiuto il genocidio più sanguinoso della storia (tra i 60 e gli 80 milioni di nativi) e per sviluppare la loro economia hanno realizzato il più grande commercio di schiavi conosciuto. Certo, tutto questo cozza terribilmente con l’immagine della nazione paladina della libertà e della democrazia che libri, cinema, musica, teatro ci hanno raccontato per anni. Ma a ben pensarci quello che è successo la scorsa settimana alla Casa Bianca non può stupire più di tanto. Ovviamente non c’è nessuna volontà di pace nel comportamento di Trump. Zalensky era una figura utile per le strategie dei democratici, cambiata amministrazione cambiano gli obiettivi e gli americani andranno a portare la democrazia altrove. E la povera Ucraina dovrà sottostare alle condizioni imposte dai più forti, sia amici che nemici.

Da una parte però c’è un precedente illustre. Durante la guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, nel 416 a.C. gli ateniesi diedero un ultimatum agli abitanti dell’isola di Melo: prendere parte al conflitto come loro alleati o perire.  Lo storico Tucidide ricostruisce il dialogo tra gli ateniesi e gli ambasciatori dei Melii per discutere un accordo. La difesa dei Melii, del loro diritto alla neutralità, si fonda su un criterio di giustizia condivisa; gli ateniesi negano invece il valore di qualunque regola o patto che non tenga conto della disparità di forze. “Noi non perderemo tempo con lunghe parole e belle frasi, pretendiamo invece che si proceda secondo la nostra convinzione: noi siamo convinti che il diritto è riconosciuto quando c’è una uguale necessità per le due parti, quando invece una delle parti è più forte fa quello che vuole e chi è più debole cede”.

Per questo sarebbe importante un’Europa forte ed unita, che tenga la barra dritta e continui a difendere la forza del diritto contro il diritto della forza, i principi, i valori, le idee di libertà e uguaglianza di tutti, non solo dei più forti. I principi della democrazia, che ripudia braccia tese, regimi liberticidi, politiche razziste e di sopraffazione, come ha ricordato anche Lech Walesa, eroe di Solidarnosc nel suo appello per l’Ucraina.

Il rifiuto degli abitanti di Melo darà luogo a una punizione esemplare da parte degli ateniesi, uno degli episodi più tragici della guerra: la distruzione della città, l’uccisione di tutti gli uomini e la deportazione come schiavi di donne e bambini. Ma se la storia insegna qualcosa, andrebbe tenuto a mente che l’esito finale della guerra del Peloponneso vide la sconfitta di Atene e l’inizio della sua decadenza come potenza politica.