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Del saper leggere i segni

La nostra cucciola Didi, nell’esuberanza dei suoi otto mesi, non riesce ancora a capire bene come relazionarsi con gli altri, cani o persone che siano. Oggi per lei è bianco o nero: ogni cane è un amico da baciare, festeggiare, neanche fosse il fratello perduto che non vede da anni. Delle persone invece diffida, non si fa accarezzare e a volte è persino aggressiva. Deve crescere, evidentemente, e capire che a volte gli altri cani non vogliono giocare e che invece il più delle volte le persone vorrebbero coccolarla. Imparerà a leggere i messaggi e a capire le situazioni e i comportamenti più opportuni.

E crescendo magari imparerà pure che non è sempre così semplice interpretare i segnali, capire come reagire, perché non sono sempre univoci. Non sempre le nuvole portano la pioggia, non sempre un sorriso vuol dire benvenuto. A volte si attacca per difenderci, a volte facciamo i forti quando siamo deboli.

Cinque anni fa (mamma mia, già sono passati 5 anni!) chi riuscì a capire subito che stavamo per affrontare un cataclisma come quello? Quanti sottovalutarono quelle strane influenze, quei sintomi insoliti? E tre anni fa, chi aveva capito che stava per riaccendersi una guerra nel cuore dell’Europa, settant’anni dopo il conflitto mondiale? E possibile che nemmeno il più scaltro e il più organizzato servizio di intelligence del mondo aveva capito che Hamas stava per scatenare un’aggressione come quella del 7 ottobre? Eppure in tutte queste situazioni i segnali c’erano stati, anche abbastanza chiari a saperli leggere.

Ma come dicevo prima i segnali sono spesso equivoci: la bravura, l’intuito, l’intelligenza delle persone si potrebbero misurare proprio dalla capacità di saperli interpretare prima e bene. Perché chi riesce a comprenderli in tempi rapidi ha un grande vantaggio, un bonus importante da riscuotere nelle situazioni della vita, nelle situazioni quotidiane, come nelle vicende importanti.

E oggi quali segnali potremmo cogliere che forse stiamo trascurando? Cari viaggiatori ermeneutici, non avete anche voi la sensazione che a volte ci stia sfuggendo qualcosa? Qualcosa che sta lì sotto i nostri occhi, nel non detto, che invece dovremmo assolutamente affrontare per farcene carico?

Cosa significa ascoltare? Vuol dire capire quello che l’altro non dice (Carl Rogers)

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Inseguendo la felicità

Cosa possiamo augurarci per questo duemilaventicinque alle porte? Che finiscano le guerre, che le persone imparino a riconoscere ciò che veramente conta nella vita, ma soprattutto che non si stanchino di inseguire la felicità. Sì, l’augurio principale che voglio fare è proprio di ricercare la felicità. Perché la felicità è contagiosa e soprattutto non può essere vissuta da soli, perché esiste solo se la condividi con qualcuno.

Auguri a chi non dorme per inseguire la felicità, a chi corre per rimanere in forma e a chi balla perché ha dentro la musica. Auguri a chi si gusta un bicchiere di vino e a chi si scorda i torti ricevuti. Auguri a chi sa andare avanti, a chi volta pagina e a chi si coccola con un bel ricordo.

Auguri a chi viaggia, con la mente e con il corpo, a chi vuole vedere mondi nuovi a chi si meraviglia, a chi accoglie le diversità. Auguri a chi si preoccupa, a chi ci mette il cuore a chi non ha paura della pioggia, ma preferisce il sole. Inseguiamo la felicità, perché non c’è altro modo per raggiungerla. E poi, perché come ho già detto altre volte, preferisco vivere da ottimista e sbagliarmi, che vivere da pessimista e avere sempre ragione.

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One of us

If God had a name, what would it be?
And would you call it to His face
If you were faced with Him in all His glory?
What would you ask if you had just one question?

Se Dio non fosse uno di noi come potrebbe capire il prurito dopo un pizzico di zanzara? Come potrebbe capire che dopo che è passato il Natale bisogna aspettare un anno intero prima che ritorni? Se non fosse uno di noi non potrebbe comprendere l’ansia prima di un esame e nemmeno i ricordi che rivengono fuori ogni volta che ascolti una canzone della tua adolescenza.

Se Dio non fosse uno di noi non capirebbe la paura del vuoto e lo spavento che viene quando il cielo diventa viola. Se Dio non fosse uno di noi non capirebbe la noia stare in fila col traffico nelle giornate di pioggia e nemmeno le sottile ironie che stanno dietro certe situazioni. Se Dio non fosse uno di noi non potrebbe ridere fino a riempirsi di lacrime, né piangere fino a restarne senza.

Se Dio non fosse uno di noi non capirebbe l’imbarazzo che ti prende quando cerchi un bagno troppo lontano, né la gioia di un goal all’ultimo minuto. Non capirebbe la delusione che ti assale di fronte alle meschinità, né l’esaltazione che può dare la velocità.

Se Dio non fosse uno di noi non saprebbe fare una carezza ad un cagnolino, né cucinare uno spaghetto con le vongole. Non capirebbe perché quando ascolti certe canzoni ti viene voglia di salire su un tavolo e cominciare a ballare.

Se Dio non fosse uno di noi non avrebbe pianto per un amico che non c’è più, non avrebbe disobbedito ai genitori e alle autorità, non avrebbe deluso chi pensava fosse qualcun altro. Non avrebbe bevuto vino, né mangiato cose alla brace. Non avrebbe sudato quando faceva caldo e non si sarebbe bagnato sotto la pioggia.

Ma ci raccontano che invece ha fatto tutte queste cose. E per questo, nonostante Trump, nonostante Putin, nonostante i fanatici dell’Islam, nonostante il clima che cambia e minaccia di cancellare il mondo così come lo conosciamo, nonostante il tempo che passa e noi che invecchiamo, nonostante tutte queste cose abbiamo ancora una speranza. Buon Natale a tutti, cari lettori ermeneutici.

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I 10 modi di fare gli auguri

Tempo di Natale, prossimi alla fine dell’anno, tempo di auguri. Un tempo c’erano i bigliettini e le telefonate, poi c’è stato il passaggio con le email, ora vanno alla grande i video su Whatsapp. Cambiano i mezzi, restano però alcune tipologie ben definite. E così ritiro su questo post con una bella classifica dei 10 modi di fare gli auguri. Ognuno si scelga il suo!

Cordiali auguri. Che si contrappongo a quelli Distinti. Un po’ la differenza fra un bacio e una stretta di mano. Ma si differenziano anche da quelli scortesi: tipo quando fai gli auguri, ma in realtà stai pensando “mavattenafanc….”. Melensi

Auguri sinceri. Ah perché vorreste farmi credere che in realtà ci stanno pure quelli falsi? Ma falsi tipo le monete o taroccati tipo le borse che si comprano sulla spiaggi? Diffidate gente, diffidate! Farisaici

Tante care cose. Questo è come una canzoncina, un augurio che va detto tutto di filato: tantecarecose, come uno scioglilingua, come tracannare un bibita dissetante. Resta da capire quali siano ‘ste cose che si augurano. Però sappiamo che sono tante. E non sono a buon mercato. Cantilenati

Anche a te. Tu sei lì che ti scervelli tirando fuori metafore ardite, ricorrendo ai versi dei poeti, ce la metti tutta per raggiungere vette di originalità, tenerezza, amore e quell’altro che fa? Il muro. Come quando da ragazzini giocavamo a in cortile con una palla e una racchetta. Tennistici

Anche a te e famiglia. Una variante tipicamente italica. E chi è che non tiene famiglia! Però mi viene un dubbio: ma quale famiglia? E soprattutto, fino a che grado di parentela vanno estesi? Anche alla zia di Bergamo e la cognata di Verona? Consanguinei

Auguroni. Me li immagino belli grassi, con la pappagorgia e una fetta di pandoro trasudante burro e zucchero a velo. Ma sì, fai vedere che esageriamo, mica siamo qui a lesinare auguri! Adiposi

Augurissimi. Questa è una variante del precedente, ma con una forma più snella, più allungata. Il modello spider, per intenderci. Superlativi

Sentiti auguri. Quindi non visti. E nemmeno assaggiati, o odorati: uditivi! Infatti vengono bene se accompagnati da lukulele e canzoncine natalizie. Sensoriali

Auguri di cuore. certo, auguri di fegato non li ho mai sentiti. Oppure che so, auguri di reni…potrebbero essere varianti originali. Corporali

Auguri affettuosi. Sono quelli che da piccolo aborrivo: quelli con il bacio sulla guancia a labbra bagnate, che mi faceva fuggire da nonne e zie neanche avessi avuto paura di prendere l’erpes. Sdolcinati

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18 (+ 40), ovvero come essere supereroi

Conte dice che il Movimento 5 Stelle non è di sinistra, ma sta in Europa in un gruppo che si chiama “The Left”. Non è nemmeno di destra anche se sulla vicenda Ucraina ha la stessa opinione di Salvini, Orban, le Pen. Qualcuno potrebbe pensare che lui, come in generale tutto il Movimento 5 Stelle (non dimentichiamoci che abbiamo avuto come Ministro degli esteri Giggino Di Maio e come Ministro dei trasporti Toninelli!), sia la dimostrazione che viviamo in un mondo meraviglioso, dove ognuno può arrivare ad essere chiunque voglia. Un po’ come il draghetto Grisou che voleva diventare pompiere.

In realtà, quello che non è stato subito chiaro è che lui ci sta indicando una strada, un modo di vivere. Ci sta dicendo, smettetela di preoccuparvi se non sapete se andare in vacanza al mare o in montagna. Lasciate da parte le ansie quando non sapete quale facoltà scegliere dopo il liceo o quale lavoro sia meglio per voi. E forse anche la scelta dell’uomo o della donna con cui vivere insieme, sono alla fine sopravvalutati!

Possiamo essere chi vogliamo! Oggi avvocati, domani primi ballerini del Bolshoi, la prossima settimana predicatori neopentacostali e il mese prossimo pescatori di alici. D’altra parte avreste mai pensato che uno con i capelli di Trump potesse diventare presidente degli Stati Uniti, non una, addirittura due volte? Dai, è un mondo meraviglioso! Questo ci vuole dire l’esimio avvocato Conte: possiamo essere supereroi! Ma io ho sempre preferito Peter Parker all’uomo ragno. Non mi va di essere un supereroe, troppo faticoso. però in compenso ho deciso che oggi compio 18 anni!

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My City of Ruins

Da un paio di mesi ho ripreso a prendere la metropolitana per andare in ufficio. Il tempo è su per giù lo stesso (un’ora) che ci impiego con la macchina, ma il traffico autunnale/natalizio a volte è in grado di dilatarlo anche fino al doppio. In realtà il tragitto in metropolitana sarebbe di circa trenta minuti, aggiungiamo dieci minuti per raggiungerla da casa, dovrei impiegarci di meno. Peccato che il tratto di metropolitana che debbo prendere ha un’attesa che arriva anche a venti minuti, se disgraziatamente te ne passa una sotto il naso. Venti minuti sono tempi da treno, più che da metropolitana, ma ormai ci siamo abituati.

Da oltre dieci giorni la via in cui abito e le due perpendicolari sono totalmente al buio. Questo nonostante le segnalazioni, i solleciti, persino l’intervento di un’Associazione dei consumatori che ha scritto una PEC per chiedere un intervento. Dieci giorni al buio in un incrocio pericoloso, in una zona residenziale, senza negozi, quindi dalle 17 del pomeriggio, con la necessità di camminare con il cellulare a fare da torcia. Ormai ci siamo abituati.

La raccolta differenziata con i cassonetti in strada non funziona. A turno succede che si riempia quello dell’indifferenziato o quello della plastica, oppure quello della carta e si cominciano a vedere i cumuli per strada. Non parliamo della puzza insopportabile quando succede al residuo organico. Stamattina ho visto un bel topone che si arrampicava in mezzo ai cumuli di sporcizia abbandonati. Ecco, a quello ancora non mi sono abituato.

Tre esempi, ma potrei farne degli altri. Tutto questo alle soglie del Giubileo, un evento che porterà a Roma milioni di turisti. Milioni di persone in una città che è già al collasso, dove potrebbe diventare sindaco Gesù Bambino o forse sarebbe meglio Iron Man, ma non cambierebbe la situazione. Negli ultimi quindici anni si sono alternati alla guida della città tutti gli schieramenti politici: nessuno se n’è accorto perché non è cambiato praticamente nulla, se non il nostro livello di sopportazione.

E’ ovvio che gestire una città con 2500 anni di storia, che è praticamente un museo a cielo aperto, non sia una passeggiata, ma è possibile che tutto ciò che è in mano al Comune non funziona? Nessun servizio ha standard di qualità anche solo appena sufficienti. E ripeto, non è un problema di colore politico, perché di fatto li abbiamo provati tutti. E tutti hanno miseramente fallito. Perché è proprio la politica come gestione della polis che ha fallito e continua a non dare risposte.

Ci si abitua quasi a tutto, è vero. Ed è un bene per il colon irritabile, ma un male per il nostro essere cittadini con dei diritti. E che succede quando la politica non dà più risposte? Non sono un complottista (anzi, io odio i complottisti), ma questa situazione sarebbe la premessa perfetta se qualcuno avesse mire autoritarie. Si portano all’esasperazione le persone, poi a fronte della soluzione dei problemi, si chiede di rinunciare a qualcosa. Facciamo degli esempi? Il diritto di sciopero, la tutela della privacy, la libera circolazione, delle retribuzioni all’altezza delle esigenze. Non dico che sia così, anzi, non ci credo affatto. Ma forse almeno così questa situazione avrebbe un senso.

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Sempre a proposito di padri e figli

Cosa ci è lecito sperare, cosa vogliamo augurare, cosa possiamo aspettarci dai nostri figli? Che raggiungano i loro traguardi, che inseguano i loro sogni, che riconoscano quello che è meglio per loro. E non a caso ho ripetuto sempre il pronome “loro”: perché invece è molto facile (e dannoso) augurarsi, sperare, aspettarci che raggiungano o inseguano i nostri desideri. Piuttosto sarebbe meglio non sperare nulla, così da augurargli tutto.

Non siamo noi i piloti della loro vita, né i progettisti. Non possiamo decidere in quali acque andranno a navigare, al massimo quello che dovremmo saper fare è soffiargli il vento nelle vele. Non è necessario capirsi sempre, non è indispensabile pensarla allo stesso modo, non è essenziale avere le stesse opinioni, le stesse passioni, gli stessi gusti. Però dovremmo dimostragli con i fatti che in caso di burrasca saremo sempre i loro porti sicuri. E puntare su di loro, nella scommessa della vita, perché tanto sarà inevitabile che si perderà o si vincerà insieme. Cos’altro?

Ci sarebbe tanto da aggiungere o forse no. E allora per gli auguri al mio piccolo grande uomo, faccio miei le parole di un grande del passato, perché riassume mirabilmente il mio pensiero. Non essere mai meschino in nulla, non essere mai falso, non essere mai crudele. Io potrò sempre sperare in te. (Charles Dickens, David Copperfield)

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Incontri al prato, donne famose e dubbi irrisolti

Le donne ricordano solo gli uomini che le hanno fatte ridere; gli uomini solo le donne che li hanno fatti piangere (Henri de Régnier)

Cosa pensano davvero le persone? Come facciamo a sapere cosa si aspettano da noi? Le donne per esempio. Che le donne siano molto più complicate di noi, lo do per assodato, può sembrare una generalizzazione banale, ma come tutte le generalizzazioni pur non essendo esaustiva della realtà, ci si avvicina molto. Noi uomini siamo generalmente più semplici, più interpretabili, diciamolo, più scontati.

Le donne no. Non sai mai esattamente cosa si aspettano che tu faccia. Ed è talmente complicato capirlo che infatti, il più delle volte, noi maschietti toppiamo alla grande. Oppure, in un’altra buona parte di volte, rinunciamo a capire, tiriamo dritti per la nostra strada, senza tentare di cogliere le aspettative altrui. Ma siccome – come ormai sanno i viaggiatori ermeneutici più assidui – il mio compito è quello di diffondere luce e dolcezza, be’ diventa essenziale cercare di capire cosa si aspetta il tuo interlocutore. Tu pensi di dare luce e dolcezza con una parola, quando invece sarebbe meglio tacere, o al contrario, stai zitto proprio nel momento in cui chi ti sta di fronte si aspetta un suggerimento o semplicemente un conforto.

Tutto questo preambolo per raccontarvi di ieri pomeriggio. Ero al prato con Didi che aveva iniziato a giocare con un cucciolone 5 volte più grosso di lei. E mentre loro si rincorrevano felici ho iniziato a parlare con la ragazza che era lì con lui. Chiacchiere da proprietari di cani, mentre cercavo di farmi venire in mente dove l’avessi conosciuta, così magari da evitare figuracce, ma insieme alla convinzione di averla già vista, non mi veniva proprio in mente dove. Nel mentre è spuntato un altro cane e la proprietaria appena arrivata (le donne sono sempre più perspicaci di noi), le fa “ma tu sei quell’attrice famosa…“. Eh sì, era proprio lei.

Così cominciamo a parlare dei suoi film, ci ringrazia dei complimenti, ci racconta che da poco si è trasferita nel nostro quartiere dove si trova bene. Ma come ho fatto a non riconoscerla? Tra l’altro mi piace moltissimo, dai suoi personaggi si capisce che è una donna molto ironica e scanzonata. Ed io adoro le donne ironiche, dovessi elencare la prima caratteristica che mi piace in una donna è esattamente quella (probabilmente non fosse così non starei insieme ad Ale da quasi 40 anni!). Tornando a ieri, debbo dire che lei non se la tira per niente, è una persona davvero piacevole, forse più timida di quello che si potrebbe pensare. E mi sono chiesto: le piacerà essere riconosciuta? Se le chiedo di fare un selfie penserà “ecco uno che si accolla“, oppure se non glielo chiedo dirà fra sé “questo non mi ha riconosciuto, dice che gli piacciono tanto i miei personaggi, però non mi si fila per niente“?

No, capire una donna non è mai troppo semplice, ma una donna famosa è ancora più complicato. Oddio, probabilmente anche con un uomo famoso avrei avuto le stesse perplessità. Chissà in effetti com’è dover gestire la fama, dover barcamenarsi fra la soddisfazione del riconoscimento e la voglia di normalità. Nell’epoca dei social, che accorciano le distanze e rompono le barriere dev’essere sempre più complicato trovare il giusto equilibrio. Comunque, stavolta nel dubbio ho evitato ingerenze da ammiratore, ho richiamato Didi e ce ne siamo tornati a casa. Però magari la prossima volta un selfie glielo chiedo.

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Rallentando

Un carattere imprescindibile della nostra attuale condizione è la velocità. C’è poco da fare, tutti corriamo. Noi, le situazioni, i sentimenti, le preoccupazioni, i desideri, il mondo che ci circonda. E mentre il futuro può sembrare un treno in corsa che si precipita verso di noi, il passato cade con altrettanta velocità nel dimenticatoio. Le ansie che ci attanagliavano possono svanire come la brina notturna appena sorge il sole, tanto che ci può sembrare futile e quasi insignificante quello che fino a poco prima teneva occupati i nostri pensieri. Così però si vive male.

Ovviamente nessuno di noi è singolarmente responsabile di questo stato, seppure ognuno contribuisce ad alimentarlo. Così diventano eccezioni preziose quelle rare occasioni che ci permettono di rallentare il ritmo, di fermarsi a riprendere fiato. Occasioni non sempre felici, che però ci costringono a riflettere. Ripensando appunto ai nostri obiettivi, a dove vogliamo arrivare, a quello che ci preoccupa. Per accorgerci che magari stiamo cercando di raggiungere dei traguardi legati a piccole ambizioni, a soddisfazioni che non aggiungono nulla, come se ci dovessimo partecipare a una sorta di competizione a tutti i costi, una gara contro qualcuno.

Dobbiamo rallentare per capire che tutto questo, ammesso e non concesso che qualche volta ci veda fra i vincitori è una bugia che non porta da nessuna parte. Tantomeno ad essere felici o realizzati. Quando si rallenta, superato quell’iniziale senso di vertigine, come quando riprendi fiato dopo una lunga corsa, riusciamo a riscoprire il senso. Il senso dell’essere funzione di qualcosa per qualcun altro, che è il significato più profondo dell’essere vivi. Così possiamo davvero riprendere a diffondere luce e dolcezza, che come ormai sapete è la mia cifra dell’essere su questa terra.

Dici che torneremo a guardare il cielo
Alzeremo la testa dai cellulari
Fino a che gli occhi riusciranno a guardare
Vedere quanto una luna ti può bastare
E dici che torneremo a parlare davvero
Senza bisogno di una tastiera
E passeggiare per ore per strada
Fino a nascondersi nella sera
E dici che accetteremo mai di invecchiare
Cambiare per forza la prospettiva
Senza inseguire una vita intera
L’ombra codarda di un’alternativa
E dici che troveremo prima o poi il coraggio
Di vivere tutto per davvero
Senza rincorrere un altro miraggio
Capire che adesso è tutto ciò che avremo
Capire che adesso è tutto ciò che avremo
Capire che adesso è tutto ciò che avremo

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I piani alti, gli occhiali di Wittgenstein e altre considerazioni

L’idea è come un paio di occhiali posati sul naso, e ciò che vediamo lo vediamo attraverso essi. Non ci viene mai in mente di toglierli” (Ludwig Wittgenstein)

In questi giorni ho fatto l’ennesimo trasloco di stanza. In quasi venticinque anni è il settimo spostamento, in media quindi, pur continuando a fare lo stesso lavoro, ogni tre anni mi sono spostato. Che al di là delle seccature momentanee dà comunque quell’idea di novità, di cambiamento, che ho quasi sempre apprezzato. Nel corso di questi anni ho avuto affacci differenti, su piani differenti: sesto, nono, quattordicesimo piano. Anche se paradossalmente quello che mi è rimasto nel cuore è stato il primo ufficio che si trovava al primo piano, quasi schiacciato da tutta la grandezza dell’edificio.

E proprio pensando a quel primo ufficio mi è tornata in mente Fiorella, la signora delle pulizie tanto gentile, con cui ero entrato in confidenza. In confidenza al punto che un giorno mi portò il curriculum della figlia, chiedendomi se potessi segnalarla per un’assunzione: “anche in in ufficio come il suo, al primo piano, andrebbe bene lo stesso“. Ecco. Non mi ero mai reso conto che il piano corrispondesse ad un livello di importanza, ma ai suoi occhi era esattamente così. E da quel giorno non sono più riuscito a non pensare che la sua gentilezza fosse in qualche modo un compatimento, una sorta di carezza per quel poveretto che lavorava “ai piani bassi”. Avrei potuto spiegarle che non era così, ma in effetti temo non mi avrebbe creduto.

Ed è giusto così. Perché la realtà non è mai un semplice dato di fatto oggettivo. Nella nostra percezione, nella nostra valutazione, persino nella memoria e quindi nella capacità di comprendere e poi raccontare le cose, ognuno di noi utilizza un filtro, gli “occhiali” della citazione iniziale. Questo filtro nasce e cresce con noi, con le esperienze che abbiamo fatto, i sentimenti che abbiamo vissuto, i sogni, le emozioni, i progetti, le delusioni. E come dice il mio amico Ludwig, non ci viene mai in mente di togliercelo.

Senza quegli occhiali non vedremmo “la realtà così com’è“. Perché “la realtà così com’è“, semplicemente, non esiste. Però potremmo davvero ascoltare i giudizi degli altri, tentare di comprenderli, vedere le cose dal loro punto di vista, con i loro occhiali. Perché alla fine ha ragione il Talmud: non vediamo le cose come sono, vediamo le cose come siamo.