Poche speranze, grandi paure

Dunque siamo (ri)diventati un Paese fascista? Vorrei pensare di no. Forse Salvini/Zelig ha semplicemente intercettato quell’esigenza, direi quasi quella necessità, italica di avere una guida forte o comunque un “risolutore”. Esigenza che in questi ultimi anni ha riversato prima su Renzi, poi sui 5Stelle, ora sul guitto leghista, consensi spropositati, che ovviamente scontrandosi con la realtà, si sono poi liquefatti come neve al sole. Grandi entusiasmi, grandi consensi e poi subito dopo, odio selvaggio, che arriva anche a livelli personali. D’altra parte se prometti a qualcuno di risolvergli tutti i problemi, quando poi si scopre che la tua bacchetta magica era caricata a salve, qualche conseguenza negativa la devi mettere in conto.

Una cosa però lascia pensare. Mentre Renzi (e prima ancora Berlusconi), ma anche i 5Stelle, avevano catturato il consenso sulla base di promesse economiche (il milione di posti sul lavoro, l’abolizione dell’ICI, gli 80 euro, il redditto di cittadinanza), il successo di Salvini si basa principalmente sui temi della sicurezza, sempre con la solita ricetta populista della soluzione facile a situazioni complesse. Ma a differenza degli altri, i suoi proclami non promettono strabilianti miglioramenti, solo di non stare peggio. Volendo sintetizzare, il suo successo non si basa su grandi speranze, ma su grandi paure (più o meno reali, poco conta) e per questo è più subdolo e per certi versi più pericoloso dei precedenti. In questo mi ha fatto tornare in mente un brano di Ennio Flaiano, (pubblicato postumo, quindi scritto almeno 50 anni fa), la sua descrizione del fascismo e della sua intima vicinanza ad un certo spirito italico, che mi sarei augurato avessimo superato. E’ possibile che invece siamo, almeno in larga parte, ancora fermi qui?

Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli ‘altri’ le cause della sua impotenza o sconfitta. Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista. Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre. 

Sono stato felice sotto molti cieli

Pomeriggi danzanti con la musica degli Elo, luci stroboscopiche caserecce e ragazze belle e inavvicinabili che noi adolescenti imbranati guardavano come si sfoglia il National Geographic: contemplando mondi nei quali dentro di te sai che non avrai mai la possibilità di andare.

Mi ricordo polvere e sudore tirando calci ad un pallone. Ricordo grandi delusioni e gioie sfrenate, ginocchia sbucciate, finte e contro finte, fughe dalla classe e scontri al limite del regolamento. “La sezione B è la meglio di tutte” e poi le eterne sfide classico scientifico, molto più sentite dei derby. Ricordo gite e settimane bianche da favola. Magari passate a letto con l’influenza, ma l’importante era esserci, mica sciare.

Ricordo versioni e poi versioni e ancora versioni. E un prete folle che per diletto torturava alunni, quando non creava parole crociate. Una delle menti più notevoli che abbia mai incontrate. Ma quante te ne abbiamo dette! Ciao Padre Del Re, io penso che saresti stato un mostro anche con il computer e magari ti aprivi un profilo su FaceBook.

Ricordo quei pomeriggi d’inverno, quando alle 4 è buio, infreddoliti su quel muretto a far passare le ore. E poi le sere d’estate, sempre lì, a prendere il fresco della sera decidendo dove andare, le macchine parcheggiate alla bene e meglio.

Ricordo di essere stato felice sotto molti cieli. Ricordo quella sensazione di onnipotenza, di orizzonte libero, quando tutte le porte erano ancora aperte e poche possibilità erano già diventate realtà. Quando avevo pochi ricordi e molte speranze. Ho ancora speranze, ma ho anche tanti bei ricordi, all’angolo fra via Livorno e la Circonvallazione Nomentana. Perché come dice Flaiano, “ci sono molti modi di arrivare ed il migliore è non partire.”

E ora andiamo incontro al nostro passato.