Sono stato felice sotto molti cieli

Pomeriggi danzanti con la musica degli Elo, luci stroboscopiche caserecce e ragazze belle e inavvicinabili che noi adolescenti imbranati guardavano come si sfoglia il National Geographic: contemplando mondi nei quali dentro di te sai che non avrai mai la possibilità di andare.

Mi ricordo polvere e sudore tirando calci ad un pallone. Ricordo grandi delusioni e gioie sfrenate, ginocchia sbucciate, finte e contro finte, fughe dalla classe e scontri al limite del regolamento. “La sezione B è la meglio di tutte” e poi le eterne sfide classico scientifico, molto più sentite dei derby. Ricordo gite e settimane bianche da favola. Magari passate a letto con l’influenza, ma l’importante era esserci, mica sciare.

Ricordo versioni e poi versioni e ancora versioni. E un prete folle che per diletto torturava alunni, quando non creava parole crociate. Una delle menti più notevoli che abbia mai incontrate. Ma quante te ne abbiamo dette! Ciao Padre Del Re, io penso che saresti stato un mostro anche con il computer e magari ti aprivi un profilo su FaceBook.

Ricordo quei pomeriggi d’inverno, quando alle 4 è buio, infreddoliti su quel muretto a far passare le ore. E poi le sere d’estate, sempre lì, a prendere il fresco della sera decidendo dove andare, le macchine parcheggiate alla bene e meglio.

Ricordo di essere stato felice sotto molti cieli. Ricordo quella sensazione di onnipotenza, di orizzonte libero, quando tutte le porte erano ancora aperte e poche possibilità erano già diventate realtà. Quando avevo pochi ricordi e molte speranze. Ho ancora speranze, ma ho anche tanti bei ricordi, all’angolo fra via Livorno e la Circonvallazione Nomentana. Perché come dice Flaiano, “ci sono molti modi di arrivare ed il migliore è non partire.”

E ora andiamo incontro al nostro passato.

La veste dei fantasmi del passato

Il dollaro sale, il petrolio scende, arriva il freddo dei giorni della merla e insieme si porta il picco dell’influenza, eleggeranno un nuovo presidente della Repubblica, qualcuno smette di fumare, qualcuno piange per amore e qualcuno altro si segna in palestra. Sento vecchi amici, ma fortunatamente siamo ancora più amici che vecchi. E intanto la terra continua a girare.

E così, dopo un contenzioso lungo vent’anni la Lazio, la mia Lazio, sabato scorso si ripresenta con la maglia degli anni 80, quella con l’aquila stilizzato sul petto. Ed io non potevo non essere allo stadio per festeggiare questa ricorrenza. Lo so, non ve ne frega assolutamente niente, ma a me sì. Ma più che a me, la cosa interessa soprattutto il mio subconscio. Quella maglia è bella, stilisticamente perfetta. Ma non è una questione estetica. Quella maglia mi riporta dritto dritto a quando avevo quindici anni. Mi riporta ad una squadra che sopravviveva fra la serie A e la serie B, schiacciata da squadre più belle, più forti, più glamour. Tifare Lazio in quegli anni era una specie di iattura, un affare per stomaci forti o forse più per disadattati. La Roma più vincente della storia a confronto con la Lazio più scarsa di sempre. Immaginate come poteva sentirsi un quindicenne, più basso del più basso della classe, con gli occhiali, l’apparecchio ai denti e la sensazione di essere perennemente fuori posto. Giustappunto tifoso della squadra dei perdenti. Non c’era via d’uscita, non c’era possibilità di redenzione. Sembrava davvero che nessun Dio sarebbe venuto a salvarci.

Il dollaro sale, il petrolio scende. Domani mi interroga e non so un cazzo. Diventeremo grandi e resteremo amici? Questo maledetto 37 non passa mai, potevo farmi dare un passaggio da Dario in motorino. Israeliani e Palestinesi riusciranno mai a vivere in pace? Ma soprattutto, se sabato pomeriggio le chiedo di uscire accetterà o farà finta di avere già un impegno? Devo ricordarmi di sentire Filo, così confrontiamo le versioni e speriamo di averci azzeccato. Poi domani vado a comprare i biglietti per il concerto degli Spandau. E intanto la terra continua a girare.

Ricordo un pomeriggio di maggio, dell’83. La Roma aveva appena vinto lo scudetto, cortile della scuola invaso da ragazzi festanti, giallorosso imbandierati, ubriachi di felicità. Io in un angolo, incazzato con il mondo. Si avvicina un vecchio sacerdote che vedendomi così stonato rispetto al contesto mi chiede: “e tu non vai a festeggiare?” “No padre. Io sono della Lazio.” E lui, con sguardo perplesso “E perché?“. Io, più perplesso di lui che non so cosa rispondere. Lo guardo e me ne vado. E ancora mi chiedo se quel “e perché?” volesse dire “perché il fatto di essere della Lazio ti impedisce di essere felice come gli altri?”, oppure, ancora più drasticamente “perché mai tu dovresti essere della Lazio (soprattutto se questa cosa ti impedisce di essere felice)?”. Povero padre Sommazzi, quella volta non riuscii a dargli una risposta sensata. E in fondo neanche oggi saprei dargliela, qualunque senso avesse quella domanda.

A volte i ricordi sparano e feriscono proprio come fosse fuoco amico. Primo tempo della partita, la Lazio attacca, ma il Milan segna, va in vantaggio e sembra reggere il passo. Il ritorno della maglia antica risveglia antichi fantasmi: noi continuiamo ad attaccare, ma non c’è niente da fare, non sembra proprio esserci via d’uscita. Riusciremo mai a crescere, a diventare grandi, riusciremo a costruire qualcosa? Riusciremo a vincere qualcosa? Riusciremo mai ad essere felici?

Il Comune di Roma apre alle unioni civili, in Emilia Romagna arrestano 117 affiliati alla ‘Ndrangheta, in Grecia vincono i comunisti mentre in Libano gli Hezbollah uccidono due soldati Israeliani. Dopo trent’anni gli Spandau a marzo saranno nuovamente in tournée, la Confindustria si auspica la fine della crisi, mentre io per iscrivere Elisa in 4 liceo sono obbligato a pagare un contributo volontario di 130 euro. La Lazio batte 3 a 1 il Milan. E intanto la terra continua a girare.