Lode a Chiara Sciarrini

“A me pare giusto segnalare che solo l’universo femminile riserva ancora sentimenti così sorprendenti”.

Se vi capita recuperate l’articolo di Merlo su Repubblica di ieri (ma anche suwww.francescomerlo.it) che metteva in parallelo questa mamma di Teramo con la moglie di Strauss Khan, nel loro amore, per molti aspetti inspiegabile, nei confronti dei rispettivi sciagurati mariti.

Lascio stare la vicenda del vecchio satiro (ne avrei di cose da dire, ma viste anche le vicende italiche, l’argomento oramai mi sembra inflazionato) e mi concentro sull’altra storia.

C’è qualcosa di innaturale in un genitore che sopravvive al proprio figlio. Qualcosa di profondamente ingiusto e difficilmente accettabile. Quando poi è il genitore la causa (diretta o meno) della morte del figlio, il discorso si fa ancora più difficile.

Un figlio è un pezzo di te, è la tua linea della vita che prosegue oltre il tuo tempo, oltre te stesso. Forse proprio da qui nascono tanti sbagli che si fanno con i figli. Sbagli per troppo affetto o per troppo poco, sbagli perché li si giustifica troppo o troppo poco. Perché si è troppo esigenti oppure troppo poco. Ma proprio in questa oscillazione fra il poco ed il troppo, ognuno di noi cerca di essere padre (e madre) al meglio delle proprie capacità, perché nei figli abbiamo la scommessa più grande che facciamo con la vita. E quando perdiamo questa scommessa, cos’altro può essere importante? Cos’altro può avere significato, soprattutto quando noi stessi siamo stati il motivo per il quale questa scommessa è andata fallita?

Come può sentirsi il papà di quella bimba di Teramo?

Me lo sono chiesto in questi giorni. E con terrore ho cercato di pensare a come mi sarei sentito io. Che – chi mi conosce un pochino lo sa – sarei capace di perdermi qualsiasi cosa o dimenticarmi la qualunque. Uno dice, “ma no, i figli no!” Come fai a dimenticare un figlio? Già, come fai?

Poi ho sentito la testimonianza della moglie. Che continua a rivendicare l’amore per il suo uomo. Un amore che comprendere l’incomprensibile, che perdona l’imperdonabile, che cerca di accettare ciò che probabilmente è inaccettabile. Soprattutto che non giudica. Che non condanna. Un amore che non valuta i torti e le ragioni,  che va al di là della vita e della morte. Com’è possibile un amore così?

Come credente penso sia possibile solo nella misura in cui si travalicano i confini dell’essere umano, per rendere vivo e concreto quell’amore descritto da San Paolo, che “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Ma non so se ne sarei capace. Non tanto nei confronti della persona che amo, quanto soprattutto verso me stesso. Non credo proprio che riuscirei a perdonarmi, a sopportarmi, o semplicemente a credere in me, dopo una cosa del genere.

Ma del resto, così a mente fredda, chi ne sarebbe capace?