Che papà vuoi essere?

Nient’altro come i figli ti cambia la prospettiva della vita. O almeno, questa è la mia esperienza, ma non credo di essere molto originale in questa cosa. La vita cambia continuamente: cambiano le amicizie, gli obiettivi, le taglie, i gusti, le opinioni, ma niente riesce a cambiare le cose come l’arrivo di un figlio. Perché ti cambia il punto di vista, cambia l’angolazione. Non sei più tu il centro, non sei più tu la sostanza, il cuore, l’essenza del tuo tempo. E se ancora lo sei è solo perché strumentalmente serve a centrare meglio l’obiettivo. Che non sei più tu.

In questo discorso non credo faccia molta differenza essere madre o padre. Anche se forse una differenza c’è (qualcuno dice che madri si nasce e padri si diventa, ma non so se essere completamente d’accordo). Quello che sicuramente fa differenza è la declinazione concreta di questo principio. C’è chi vuole che suo figlio diventi un uomo affermato, realizzato nel lavoro e pieno di soldi e chi gli insegna l’onestà, perché l’onestà prima di tutto. Chi vuole che diventi il numero uno, perché non c’è posto per i secondi e chi non gli insegna nulla perché ognuno deve trovare la sua strada da solo. Chi lo porta allo stadio e ai concerti rock e chi lo segue passo passo. Chi vuole fare l’amico e chi pensa che si impara solo sbagliando. Chi ha paura di sbagliare e chi è sicuro di essere nel giusto. Chi fa troppo e chi troppo poco.

Ma forse, se volessimo provare a fare una grande suddivisione di cui tutte le altre sono solamente dei sottoinsiemi, direi che la differenza più grande è fra chi vuole che i figli realizzino i sogni che noi non siamo riusciti a concretizzare e chi invece gli lascia inseguire i loro (che molto spesso non coincidono con i nostri).

Per questo sono rimasto senza parole leggendo questo articolo del Messaggero. Cosa voleva insegnare questo papà? Cosa ha trasmesso a questo figlio? Cosa pensava di fargli comprendere? In effetti per portare la macchina bisogna fare un esame (anzi due), per andare a pesca bisogna chiedere una licenza, per raccogliere funghi è necessario superare un test. Per diventare padre (o madre) no. E questo forse è un problema. Un grande problema.

 

Lode a Chiara Sciarrini

“A me pare giusto segnalare che solo l’universo femminile riserva ancora sentimenti così sorprendenti”.

Se vi capita recuperate l’articolo di Merlo su Repubblica di ieri (ma anche suwww.francescomerlo.it) che metteva in parallelo questa mamma di Teramo con la moglie di Strauss Khan, nel loro amore, per molti aspetti inspiegabile, nei confronti dei rispettivi sciagurati mariti.

Lascio stare la vicenda del vecchio satiro (ne avrei di cose da dire, ma viste anche le vicende italiche, l’argomento oramai mi sembra inflazionato) e mi concentro sull’altra storia.

C’è qualcosa di innaturale in un genitore che sopravvive al proprio figlio. Qualcosa di profondamente ingiusto e difficilmente accettabile. Quando poi è il genitore la causa (diretta o meno) della morte del figlio, il discorso si fa ancora più difficile.

Un figlio è un pezzo di te, è la tua linea della vita che prosegue oltre il tuo tempo, oltre te stesso. Forse proprio da qui nascono tanti sbagli che si fanno con i figli. Sbagli per troppo affetto o per troppo poco, sbagli perché li si giustifica troppo o troppo poco. Perché si è troppo esigenti oppure troppo poco. Ma proprio in questa oscillazione fra il poco ed il troppo, ognuno di noi cerca di essere padre (e madre) al meglio delle proprie capacità, perché nei figli abbiamo la scommessa più grande che facciamo con la vita. E quando perdiamo questa scommessa, cos’altro può essere importante? Cos’altro può avere significato, soprattutto quando noi stessi siamo stati il motivo per il quale questa scommessa è andata fallita?

Come può sentirsi il papà di quella bimba di Teramo?

Me lo sono chiesto in questi giorni. E con terrore ho cercato di pensare a come mi sarei sentito io. Che – chi mi conosce un pochino lo sa – sarei capace di perdermi qualsiasi cosa o dimenticarmi la qualunque. Uno dice, “ma no, i figli no!” Come fai a dimenticare un figlio? Già, come fai?

Poi ho sentito la testimonianza della moglie. Che continua a rivendicare l’amore per il suo uomo. Un amore che comprendere l’incomprensibile, che perdona l’imperdonabile, che cerca di accettare ciò che probabilmente è inaccettabile. Soprattutto che non giudica. Che non condanna. Un amore che non valuta i torti e le ragioni,  che va al di là della vita e della morte. Com’è possibile un amore così?

Come credente penso sia possibile solo nella misura in cui si travalicano i confini dell’essere umano, per rendere vivo e concreto quell’amore descritto da San Paolo, che “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Ma non so se ne sarei capace. Non tanto nei confronti della persona che amo, quanto soprattutto verso me stesso. Non credo proprio che riuscirei a perdonarmi, a sopportarmi, o semplicemente a credere in me, dopo una cosa del genere.

Ma del resto, così a mente fredda, chi ne sarebbe capace?