Nessuno mi può giudicare

E così l’altra sera ci siamo rivisti “Nessuno mi può giudicare”. Al di là della bravura degli interpreti (la Cortellesi mi fa morire, la adoro), al di là che conosco lo sceneggiatore dai tempi della scuola, il film è una simpatica favola metropolitana, che però lancia un sasso, senza neanche nascondere la mano.

La questione è vecchia come il mondo. Le situazione avverse, la necessità di dover provvedere a persone care che dipendono da te, la dura legge della sopravvivenza…quali sono le circostanze che giustificano l’abbassamento dell’asticella che regola ciò che è lecito, da ciò che non lo è? Detto in altri termini, quale fine giustifica l’utilizzo di mezzi disonesti o comunque scorretti? E non parliamo di cose leggere. Non pensate che so, se sia lecito segnare con una mano come Maradona, oppure se sia permesso soffiare la fidanzata a qualcuno inventando chissà che storia. No, qui la protagonista si ritrova vedova in mezzo ad una strada, piena di debiti, con un figlio da mantenere. Così decide di prostituirsi. Il resto se vi va vedetelo!

Anche perché, in maniera un po’ piaciona, un po’ paracula, alla fine il film sposta l’attenzione (come già si dice nel titolo) sul fatto del giudizio. Sul perbenismo, di fronte alla sincerità dei sentimenti. E su questo penso si possa raggiungere una certa uniformità di opinione. Giudicare è sempre sbagliato. Sempre. In assoluto quando non conosciamo a fondo le situazioni (e chi può essere certo di conoscerle a fondo?), ma direi anche quando le conosciamo per bene in tutti i risvolti. Asteniamoci dai giudizi. Se non altro perché non si sputa in cielo, senza che…

Ma tralasciando quest’aspetto. Mettiamo conto che nessuno sia lì a giudicarti. Il problema è tuo. Tuo e della tua coscienza. E’ con lei che devi valutare la giusta causa, devi capire se c’è un buon motivo, che ti porti a compiere un’azione sbagliata. E in questo (non che avrebbe dovuto), il film non mi ha mica convinto. Come scrivevo in un post precedente (non lo cito se no la Pellona mi strilla, che dice che mi autocito troppo spesso) continuo a pensare che il perché (i motivi, la cause, le intenzioni) delle azioni sia sopravvalutato. I perché se le porta via il vento. Quello che resta sono le cose che fai e soprattutto le conseguenze di quello che fai.

Potrò comprenderlo il tuo perché. Potrò forse anche giustificarlo (io poi sono un cultore della materia, un giustificatore nato). Potremo valutare insieme quanto fossero dure, spietate, insensate le alternative. Potrò addirittura condividerne con te il peso, facendo sì che sia anche un po’ mio. Potrò astenermi da ogni tipo di giudizio. Ma questo non cambierà di una virgola la questione. Perché le cose sbagliate restano sbagliate. E nessun “perché” le rende meno sbagliate.

 

Nessuno_mi_puo_giudicare_2011