Il vassoio non vale

Gli altri ci giudicano. Osservano e ci valutano. E anche dal più piccolo particolare si fanno un’idea. Magari non sanno come la pensi riguardo la fenomenologia dello spirito. Non hanno la minima idea su come ti poni rispetto al dubbio cartesiano. Né hanno voglia di sapere la tua opinione sull’imperativo categorico kantiano o sui giochi linguistici di Wittgenstein. Però guardano che macchina hai e si fanno un’idea. Osservano la tua acconciatura e si danno un giudizio. Valutano le tue scarpe o l’abbinamento cravatta camicia giacca e pensano di sapere che tipo sei.

Siamo onesti. Chi più chi meno, facciamo tutti così. E guarda quello che razza di tatuaggio, mamma mia che cafone che ascolta quella musicaccia, come fa quello a comprarsi quelle schifezze, quello si vede subito che ha gusto guarda che orologio. C’è poco da fare. Tutti. Chi si fissa sulle sopracciglia, chi guarda le caviglie, chi i piercing. Tutti.

Anche io ho le mie fisime, non lo nego. E infatti debbo dire che poi, in fin dei conti, non sono poi così contrario a questo giochino. Ognuno di noi si costruisce, più o meno volontariamente un’ immagine. Anche chi non bada all’immagine vuole dare un’immagine di sé. Non se ne esce! Poi certo, non si dovrebbe fermarci a quello, bisognerebbe andare oltre, non fermarsi alle apparenze, ma chi ne ha voglia? Chi ne ha tempo?

Comunque in questo discorso c’è una cosa che non tollero. Una cosa che proprio mi manda ai matti. Il vassoio. Non posso essere giudicato da un vassoio! A mensa, tu sei lì che cerchi di sopravvivere fra una pasta al pesto e un tacchino panato, tra un piatto di lenticchie e un arrosto di chissà quale animale. Ti scervelli, valuti i pro e i contro e alla fine scegli. E mentre sempre più perplesso ti appropinqui alle casse, arrivano quelli che stavano dietro di te in fila. E cosa fanno? Guardano il tuo vassoio. Lo guardano e poi guardano te. E tu vorresti dire “non c’era altro“, “io non volevo scegliere questo“, “guarda che il resto è peggio“. Ma non c’è niente da fare. Quella smorfia di disgusto, la ripugnanza dell’espressione del suo volto non è più solo sul vassoio. Eh no! Ti giudicano. Si fanno un’idea. E il merluzzo lesso diventano i tuoi calzini. La pasta con i broccoli è il tuo taglio di capelli, il petto di pollo le tue letture.

Per questo vorrei fare un appello. Giudicate le mie giacche, perculeggiate i miei gilet, valutate le mie scelte in fatto di musica o di libri. Sparlate della mia macchina o delle mie vacanze. Ma il vassoio no. Il vassoio non vale.

Nessuno mi può giudicare

E così l’altra sera ci siamo rivisti “Nessuno mi può giudicare”. Al di là della bravura degli interpreti (la Cortellesi mi fa morire, la adoro), al di là che conosco lo sceneggiatore dai tempi della scuola, il film è una simpatica favola metropolitana, che però lancia un sasso, senza neanche nascondere la mano.

La questione è vecchia come il mondo. Le situazione avverse, la necessità di dover provvedere a persone care che dipendono da te, la dura legge della sopravvivenza…quali sono le circostanze che giustificano l’abbassamento dell’asticella che regola ciò che è lecito, da ciò che non lo è? Detto in altri termini, quale fine giustifica l’utilizzo di mezzi disonesti o comunque scorretti? E non parliamo di cose leggere. Non pensate che so, se sia lecito segnare con una mano come Maradona, oppure se sia permesso soffiare la fidanzata a qualcuno inventando chissà che storia. No, qui la protagonista si ritrova vedova in mezzo ad una strada, piena di debiti, con un figlio da mantenere. Così decide di prostituirsi. Il resto se vi va vedetelo!

Anche perché, in maniera un po’ piaciona, un po’ paracula, alla fine il film sposta l’attenzione (come già si dice nel titolo) sul fatto del giudizio. Sul perbenismo, di fronte alla sincerità dei sentimenti. E su questo penso si possa raggiungere una certa uniformità di opinione. Giudicare è sempre sbagliato. Sempre. In assoluto quando non conosciamo a fondo le situazioni (e chi può essere certo di conoscerle a fondo?), ma direi anche quando le conosciamo per bene in tutti i risvolti. Asteniamoci dai giudizi. Se non altro perché non si sputa in cielo, senza che…

Ma tralasciando quest’aspetto. Mettiamo conto che nessuno sia lì a giudicarti. Il problema è tuo. Tuo e della tua coscienza. E’ con lei che devi valutare la giusta causa, devi capire se c’è un buon motivo, che ti porti a compiere un’azione sbagliata. E in questo (non che avrebbe dovuto), il film non mi ha mica convinto. Come scrivevo in un post precedente (non lo cito se no la Pellona mi strilla, che dice che mi autocito troppo spesso) continuo a pensare che il perché (i motivi, la cause, le intenzioni) delle azioni sia sopravvalutato. I perché se le porta via il vento. Quello che resta sono le cose che fai e soprattutto le conseguenze di quello che fai.

Potrò comprenderlo il tuo perché. Potrò forse anche giustificarlo (io poi sono un cultore della materia, un giustificatore nato). Potremo valutare insieme quanto fossero dure, spietate, insensate le alternative. Potrò addirittura condividerne con te il peso, facendo sì che sia anche un po’ mio. Potrò astenermi da ogni tipo di giudizio. Ma questo non cambierà di una virgola la questione. Perché le cose sbagliate restano sbagliate. E nessun “perché” le rende meno sbagliate.

 

Nessuno_mi_puo_giudicare_2011

Colpa, dolo, alibi e dignità

Rose quando fa pipì in casa (noi diciamo per dispetto, ma forse solo perché le scappa!) e quando vomita (noi diciamo perchè ha mangiato per strada qualcosa che non doveva, ma forse solo perché si sente male!) ha lo stesso atteggiamento colpevole. Si rintana nella sua cuccia e non c’è verso di farla uscire. Un po’ perché ha paura delle conseguenze (strillata e al massimo sculacciata con il giornale), un po’ forse perché si autopunisce.

E’ buffo che, per quanto sia una cagnetta molto sveglia, non coglie la differenza fra ciò che combina per colpa e quello che invece fa perché impossibilitata a fare altro. Una cosa per lei è chiara: ha fatto qualcosa che non doveva e dunque si merita una punizione. Ai voglia a cercare di consolarla quando succedono eventi del genere. Non vuole neanche essere coccolata, se ne sta dentro la cuccia a riflettere sul suo comportamento disdicevole!

Riflettevo su questo atteggiamento l’altra sera quando ho visto il dvd “Nessuno mi può giudicare”. Film molto carino (e non lo dico solo perché il regista è mio amico!), una commedia divertente, ben fatta che se non avete visto vi consiglio per una serata spensierata. In sostanza, volendo semplificare per non raccontarvi la trama, la morale del film è che in realtà non c’è una morale. In certe situazioni tutto (o quasi) è lecito, se le condizioni non ti danno alternative e se il fine è buono. Poste certe premesse, fissato un obiettivo legittimo, tutto è permesso e, appunto, nessuno può giudicare.

Il meccanismo delle “scuse”, delle “attenuanti” è evidentemente una cosa tipicamente umana. Da Caino in poi, ognuno di noi è un – più o meno abile – costruttore di alibi, di giustificazioni, scusanti, che tendono ad auto assolverci e a dare la colpa a qualcun altro. Al governo ladro, al destino cinico e baro, al vicino di casa maleducato o invidioso, al collega d’ufficio raccomandato, alla “gente” che è cattiva e non ci capisce. Sì, noi forse avremmo anche sbagliato…forse! Ma seppure fosse stato, è stato con le migliori intenzioni.

Ma quant’è più distinta la mia piccola Rose! Che non cerca scuse. Sa di aver fatto la frittata, sa anche che alla prossima occasione la rifarà e proprio per questo si mette in castigo da sola. Senza cercare scuse o accampare alibi. Si ritira nei suoi appartamenti, nobile e altera come una contessa caduta in disgrazia, che può anche aver perso tutti i suoi gioielli e i suoi averi, ma certo non la sua dignità!